Part 9
— È probabile, ma non lasceremo loro il tempo nè di giungere a Teki, nè ad Anum che sono le prime borgate degli Ascianti. Mentre io seguo le tracce torna al campo, fa’ caricare sui due cavalli che fortunatamente ci sono rimasti, le nostre tende e le poche casse lasciateci e raggiungimi più presto che puoi. —
Il portoghese lieto per quella felice scoperta che chiariva la scomparsa della giovane negra, non si fece ripetere l’ordine due volte e tornò precipitosamente al campo, chiamando i negri a piena voce.
In un baleno le tende furono levate, gli arnesi della cucina furono collocati nel sacco, le casse caricate sui due cavalli e la carovana si mise frettolosamente in marcia per raggiungere il capo, il quale si spingeva celeremente innanzi, dietro le tracce.
[Illustrazione: — Qui, padrone!... Presto, qui, padrone!... — (Pag. 102).]
— Sono sempre visibili? — gli chiese Antao, che lo aveva raggiunto a passo di corsa.
— Sempre, — rispose Alfredo. — Finchè la foresta è così fitta, abbiamo la speranza di non perderle.
— Ma poi?...
— Se possiamo seguirle fino al Todji non chiederei di più, poichè allora avrei la certezza che i ladri cercano di spingersi fino ai mercati di Teki o di Anum.
— Credi che abbiano molte ore di vantaggio su di noi?
— Avranno marciato tutta la notte, ma saranno costretti ad accordare oggi un po’ di riposo ai cavalli. Forzando le marce, spero di poterli raggiungere prima di tre o quattro giorni.
— Ma si lascieranno inseguire senza cercare d’arrestarci?...
— Tutto dipenderà dal loro numero. Se sono pochi si limiteranno a fuggire colla massima celerità, se sono in parecchi cercheranno di certo di crearci degli imbarazzi o d’impedirci di stringerli troppo da vicino, ma non siamo uomini da inquietarci. È bensì vero che tutti i dahomeni sono coraggiosi, ma anche noi non abbiamo certo paura di loro. —
I due cavalli intanto, vivamente aizzati dai due schiavi, li avevano raggiunti, quantunque fossero eccessivamente carichi, mentre Asseybo si era spinto più innanzi dietro alle tracce, essendo più abile del suo padrone.
La foresta si manteneva sempre assai fitta e solo di quando in quando, a grandi distanze, si trovavano delle radure. Era un continuo caos di tronchi, di rami, di foglie, di liane e di radici. Ora erano macchioni di cedri i cui fiori spandevano all’intorno acuti profumi, o gruppi immensi di ebani che avrebbero fatto la fortuna di qualche tribù che avesse voluto approfittarne, o di acajù dal legno non meno prezioso e non meno ricercato per la fabbricazione dei mobili di lusso, o di _constiawa_ dai quali alberi si ricava una tintura molto pregiata, di colore giallo zafferano, di enormi _cauciù_ che danno la gomma e non pochi _tek_, alberi che raggiungono delle altezze imponenti e dai quali si ricava un legname così resistente da sfidare perfino le palle di cannone.
In mezzo a quei vegetali che confondevano reciprocamente le loro fronde ed i loro rami, si vedevano svolazzare bande di pappagalli grigi e verdi, di grossi avvoltoi e anche alcune aquile, mentre sui tronchi si vedevano correre miriadi di bellissime lucertole colla testa gialla, il corpo grigio ferro e la coda a tre colori ossia rossa, bianca e nera.
Questi animaletti si trovano dappertutto nei paesi della Costa d’Avorio e soprattutto nelle capanne dei negri dove si vedono, a tutte le ore del giorno, correre sui soffitti e lungo le pareti, occupati a dare la caccia agli ospiti pericolosi, ossia agli scorpioni dal morso doloroso, alle tarantole ed ai terribili ragni-vampiri.
Come si può immaginare, sono animaletti rispettati da tutti i negri per i servigi immensi che rendono e perciò si propagano straordinariamente.
Non mancavano le scimmie in mezzo a quelle grandi foreste. Di tratto in tratto, sulle cime di qualche albero fruttifero, si vedevano delle piccole truppe di quelle scimmie chiamate drilli, quadrumani affini ai mandrilli, ma non pericolose come questi ultimi.
Sono molto più piccole, non essendo più alte di settanta centimetri, hanno il pelame olivastro sul dorso, ma biancastro sotto, mentre il muso è nerissimo e le mani ed i piedi color del rame.
La loro barba, che è folta assai e che poi sale fino sul cranio formando una specie di cappuccio, dà loro un aspetto comicissimo.
Vedendo passare la carovana s’affrettavano a guadagnare le più alte cime degli alberi, mettendosi fuori di portata dai loro assalti e di lassù, manifestavano le loro inquietudini con grida assordanti.
Dopo il mezzogiorno però, la carovana fece l’incontro d’un branco di scimmie ben pericolose. Stava passando attraverso ad un macchione di goyavi e di sicomori, quando un ramo di considerevole grossezza cadde dinanzi ad Antao, il quale per poco non ne ebbe spaccato il cranio.
Il portoghese, furioso, afferrò rapidamente la carabina credendosi assalito da qualche negro nascosto su qualche albero, ma invece d’un uomo vide sulla cima d’un’acacia una orribile scimmia che rideva a crepapelle, come fosse lieta di quel pessimo scherzo che per poco mandava il brav’uomo all’altro mondo.
Doppiamente arrabbiato, Antao, che si trovava a cinquanta passi dai compagni, puntò il fucile e senza curarsi se commetteva una imprudenza, fece fuoco.
Il quadrumane, colpito nel cranio, interruppe le sue risa per mandare un urlo acuto e piombò al suolo come un sacco di cenci, fracassandosi le ossa.
Quella scimmia era senza dubbio la più brutta che Antao avesse fino allora veduta. La sua testa era veramente spaventosa con quelle due rigonfiature rigate che gli deturpavano le gote, con quella bocca larga e sporgente, armata di acuti denti, con quella barba arruffata color arancio vivo e quel cranio piramidale.
Il suo corpo massiccio, robusto, coperto d’un pelame ispido, aveva tutte le tinte immaginabili. Era verde oliva e nera sul dorso, bruno chiaro sul ventre e sui fianchi, il petto giallognolo, le mani e gli orecchi neri ed il naso rosso fuoco.
La sua statura poi oltrepassava il metro, non compresa la coda che era appena visibile.
— Ehi, Antao!... — gridò Alfredo, vedendo l’amico assorto in una lunga contemplazione. — Contro chi hai fatto fuoco?...
— Contro la tavolozza d’un pittore, — rispose il portoghese, ridendo.
— Contro una tavolozza?...
— Vieni a vederla e sarai persuaso. —
Alfredo, quantunque fosse certo che l’amico scherzasse, tornò indietro, ma appena ebbe dato uno sguardo alla scimmia, afferrò Antao per un braccio, dicendogli:
— Fuggi!... Simili tavolozze sono pericolose, mio caro.
— Ma è una scimmia e non già un gorilla.
— È un mandrillo e questi quadrumani hanno tali denti da farti a pezzi. Fuggiamo prima che giungano i compagni del morto.
— Non chiedo di meglio, amico, — rispose Antao. — Ne ho avuto abbastanza del gorilla, per attirarmi ora addosso la collera di altre scimmie. —
Fortunatamente nessun mandrillo si fece vedere, sicchè poterono raggiungere tranquillamente la carovana senza essere inquietati.
Asseybo intanto, che precedeva tutti per non smarrire le tracce dei ladri, aveva trovato un altro oggetto appartenente alla giovane negra, e cioè la sua fascia rossa che era rimasta appesa ad un ramo basso d’un grande cedro.
Non si poteva ammettere che l’amazzone l’avesse perduta, avendogliela veduta attorno ai fianchi, strettamente annodata. Doveva indubbiamente averla lasciata cadere per indicare il suo passaggio attraverso quella vasta boscaglia, certa che gli uomini bianchi, derubati dei loro effetti e dei loro animali, avrebbero seguite le tracce dei fuggiaschi.
Verso il tramonto, sull’opposta riva dell’Aka, fiume che scaricasi nel lago Anglo, nei pressi di Krikor, fu trovata anche la cartucciera dell’amazzone pendente da un altro ramo, ma, in modo da poter essere veduta dal primo individuo che fosse passato per di là.
Accanto alla pianta si scorgevano gli avanzi d’un fuoco e ciò indicava che i fuggiaschi dovevano essersi fermati colà per preparare il pasto e per far riposare i cavalli.
— Ora non possiamo più dubitare della fedeltà di quella brava ragazza, — disse Antao ad Alfredo.
— Sì, — rispose questi. — Mantiene il suo giuramento.
— Però quelle canaglie devono sempre avere un grande vantaggio su di noi e sarà difficile che noi possiamo raggiungerli.
— Non spero di poterli sorprendere nella foresta, Antao. I nostri animali sono troppo carichi per poter gareggiare con quelli che ci hanno rubato, ma a me basta che continuino a fuggire verso l’ovest, ossia verso gli Ascianti.
— Ma non avremo delle noie in quel paese di barbari?...
— Gli Ascianti non sono più civili dei dahomeni, è vero, ma non osano molestare gli Europei, dopo che hanno provato la forza delle armi inglesi.
— Quale pericolo potrebbero correre se ci tendessero una imboscata e ci massacrassero tutti?... Chi andrebbe a raccontarlo agli Europei della Costa?...
— È vero, ma una superstizione fortunata rende inviolabile la vita degli uomini bianchi.
— Forse che gli Ascianti ci credono uomini discesi dal cielo?...
— No, ma in causa d’una profezia che rimonta alla fine del primo quarto di questo secolo. In quell’epoca i grandi _cumfos_, ossia i profeti del regno, hanno predetto che giungerebbe un tempo in cui il loro paese sarebbe stato costretto a cambiare religione, usi e costumi per opera di uomini bianchi protetti dai _feticci_, aggiungendo che se uno di quegli uomini venisse ucciso, le più spaventevoli calamità avrebbero colpito la dinastia ed il suo popolo.
In seguito a quella profezia, per tema di uccidere uno di quegli uomini protetti dai _feticci_, fu decretata una legge speciale colla quale si proibisce severamente a qualunque, anche ai re, di sacrificare qualsiasi europeo che metta i piedi sul territorio degli Ascianti.
— Allora non temo più per la mia pelle.
— Puoi vivere tranquillo, specialmente nella nostra qualità d’italiani e di portoghesi. Se fossimo inglesi, chissà, potremmo aspettarci qualche brutta sorpresa.
— Si dice che gli Ascianti non abbiano torto ad odiare gli Inglesi.
— La guerra mossa dall’Inghilterra a quel popolo non è stata giusta, Antao, e l’odio se lo sono meritato. Non ha avuto altro scopo, si può dire, che di derubare gli Ascianti della grande quantità d’oro che possedevano.
Dopo d’aver incendiata la capitale e di aver imposto ai vinti un enorme tributo di guerra, accorgendosi che gli Ascianti erano ancora ben forniti d’oro, cercarono altri cavilli per imporne un secondo che colle minaccie ottennero.
Come puoi immaginarti, gli Ascianti amano l’Inghilterra come il fumo negli, occhi e se noi appartenessimo a quella nazione, potremmo pagare cara l’imprudenza di avventurarci sulla riva del Volta. —
In quel momento si vide Asseybo, che si trovava a dieci passi da loro, cadere al suolo fracassando un ramo che pareva fosse stato appositamente gettato attraverso quella specie di sentiero, quindi rialzarsi prontamente, gridando coll’accento del più vivo terrore.
— Fuggite!... Fuggite!... —
CAPITOLO XV.
La caccia ai rapitori
Il negro, i due dahomeni e perfino i due cavalli, presi da un inesplicabile terrore, si erano dati ad una fuga precipitosa, quantunque nessun animale fosse comparso dinanzi a loro.
Antao ed Alfredo, credendo che sotto le macchie si celasse qualche leone o qualche leopardo, invece di seguire i loro uomini si erano arrestati, armando precipitosamente i fucili, pronti a far fronte al pericolo.
Con loro non poca sorpresa, non udirono alcun ruggito, nè alcun urlo che potesse giustificare la paura dei negri e dei due cavalli, nè videro in alcun luogo muoversi i rami delle macchie.
— Ma cosa avrà veduto Asseybo? — chiese il portoghese, sempre più stupito. — Eppure quel negro è coraggioso e non si spaventa per un nonnulla.
— Che abbia scambiato qualche grossa radice nera per un serpente?... — mormorò Alfredo. — Guardo dappertutto, ma non vedo assolutamente nulla che possa spaventarci. —
Ad un tratto però udì in aria un acuto ronzìo ed alzati gli occhi, vide volarsi incontro uno sciame d’insetti un po’ più grandi delle nostre vespe. Un grido di terrore gli sfuggì:
— Antao!... Fuggiamo!... Le _elovas_!... —
Il portoghese, quantunque si meravigliasse che il compagno avesse tanta paura di uno sciame di vespe, vedendolo levarsi rapidamente la giacca, coprirsi la testa ed il viso e quindi fuggire a precipizio, credette saggia cosa imitarlo, correndogli dietro.
Le vespe però volavano rapidamente e come fossero furiose di vendicarsi, li perseguitavano senza posa, ronzando attorno a loro e cercando d’introdursi fra le pieghe delle giacche.
Alfredo, quantunque non potesse vederci bene, cercava dirigersi verso il luogo ove si udivano le grida dei negri. Pareva che avessero trovato un ricovero contro gli assalti di quegli ostinati insetti, poichè urlavano senza posa:
— Qui padrone!... Presto, qui padrone!... —
Attraversato un lembo della foresta, i due fuggiaschi scorsero i loro uomini ed i due cavalli tuffati in uno stagno che pareva fosse profondo, poichè non sporgevano che le loro teste.
Alfredo vi balzò dentro senza esitare ed il portoghese, che si sentiva addosso quelle dannate vespe, gli tenne dietro, mentre i negri, coi loro cappelli di foglie di cocco, respingevano i piccoli assalitori con abbondanti getti d’acqua.
Parve che quegli spruzzi riuscissero molto incomodi alle vespe perchè si affrettarono ad innalzarsi e quindi a volare verso i boschi in gruppo serrato.
— Se ne sono andate? — chiese Antao, che non sapeva ancora decidersi a levarsi la giacca protettrice. — Morte di Urano e di Saturno!... Ma erano idrofobe adunque?...
— L’acqua non fa per loro, — rispose Alfredo. — Fortunatamente i nostri uomini hanno trovato questo stagno che ci ha salvati.
— Bah!... Convengo che le punture delle api non sono piacevoli, Alfredo, ma anche senza quest’acqua non ci sarebbe toccato un guaio serio.
— T’inganni, Antao. Conosci quelle vespe?...
— No, ma mi parvero simili alle nostre.
— Ma tu ignori che veleno terribile iniettano quegli insetti che dai negri sono chiamate _elovas_. Ti produce un tale dolore, da impazzire o poco meno e che ti dura due o tre giorni.
Le _elovas_ sono più temute delle mosche _ibolai_, le quali posseggono dei pungiglioni così acuti da passare perfino i calzoni. Non vi è alcun negro che osi avvicinarsi agli alberi dove hanno costruito il loro nido.
— Ma chi le ha disturbate?...
— Io, — rispose Asseybo. — Ho incespicato in qualche cosa che era stata tesa attraverso il sentiero, forse qualche liana e sono caduto addosso ad un ramo che era stato appoggiato appositamente al cespuglio abitato dalle _elovas_. Sentendo muoversi i rami sui quali avevano costruiti i nidi, temendosi forse assalite, si sono affrettate a darci addosso.
— Un ramo appoggiato appositamente? — chiese Alfredo.
— Sì, padrone, e qualcuno lo aveva collocato attraverso il sentiero, per far scatenare le _elovas_ contro l’imprudente che lo avesse urtato.
— Ma chi credi che sia, quel «qualcuno?»
— Uno dei ladri che inseguiamo, padrone.
— Furbi, quei furfanti! — esclamò Antao. — Forse speravano che le api ci cacciassero in corpo tanto veleno, da diventare gonfi come otri.
— Ed immobilizzarci due o tre giorni per sfuggirci, — aggiunse Alfredo. — Di queste astuzie bisogna attenderne ben altre, ma non ci avanzeremo che con prudenza. —
Essendo intanto calata la notte, risolsero di accamparsi presso quello stagno, quantunque non fosse prudente arrestarsi in quel luogo, che poteva servire di abbeveratoio a tutti gli animali della foresta. Avevano però la probabilità di ammazzare qualche capo di selvaggina ed un buon arrosto di carne fresca lo desideravano tutti.
Fu con questa speranza che Antao ed Alfredo, dopo una cena frugale, essendo a corto di provviste, andarono ad imboscarsi all’opposta estremità dello stagno, nascondendosi in mezzo a quattro grossi alberi che potevano proteggerli contro qualsiasi improvviso assalto.
Quell’attesa pareva da principio promettente, poichè appena l’oscurità cominciò a diventare fitta, una banda di animali sbucò dalla foresta, correndo allo stagno per dissetarsi, ma era composta esclusivamente di sciacalli e nessuno dei due cacciatori si sentiva capace di fare onore ad un arrosto di cane selvatico.
Più tardi, allontanatisi quei notturni predatori, videro avanzarsi prudentemente un superbo leopardo, ma pareva che si dirigesse verso lo stagno più spinto dalla speranza di sorprendere qualche vittima che per dissetarsi. Accortosi però della presenza dei cacciatori e prevedendo forse che nulla avrebbe avuto da guadagnare in una lotta con loro, con un grande salto si rintanò nella foresta, andando a cercare altrove prede meno pericolose.
Non vedendo comparire altri animali, i due cacciatori, ormai disperando di abbattere qualche succulenta gazzella stavano per tornarsene al campo, quando alzando gli sguardi sui rami d’un albero vicino, scorsero parecchi punti luminosi, giallastri, che ora apparivano ed ora scomparivano.
— Sarei curioso di sapere cosa vi è lassù, — disse Antao. — Che siano uccellacci notturni?
— Sarebbero volati via, — rispose Alfredo. — Credo invece che lassù ci sia l’arrosto che cerchiamo.
— Allora saranno scimmie e se sono tali lascio l’arrosto ai tuoi negri.
— No, Antao, non sono scimmie e te lo proverò. —
Il cacciatore puntò la carabina e fece fuoco. Subito si videro quei punti luminosi balzare attraverso i rami dell’albero, mentre un corpo precipitava al suolo emettendo un debole grido.
— Non mi ero ingannato, — disse Alfredo. — L’arrosto è venuto, piccolo sì ma squisito. —
Il portoghese, senza sapere di cosa si trattasse, non volendo essere da meno del compagno mirò due punti luminosi che brillavano all’estremità d’un ramo e fece capitombolare un altro corpo.
— Vediamo ora cosa sono, — disse.
Alfredo aveva raccolto le due prede e le guardava con curiosità. Erano due animaletti grossi come scoiattoli, non essendo più lunghi di diciotto o venti centimetri, col corpo esile, il pelame corto, fitto, grigio fulvo sul dorso e biancastro sul ventre e con due orecchi straordinariamente grandi per degli esseri così piccoli.
— Che animali sono? — chiese Antao.
— _Galangoni_, — rispose il compagno. — Sono animaletti di abitudini notturne, che vivono ordinariamente sugli alberi nutrendosi d’insetti e delle gomme delle piante resinose.
— Hanno degli orecchi veramente mostruosi!
— Ma utili per loro, poichè per dormire senza venire disturbati, li ripiegano chiudendo perfettamente l’udito.
— Quest’arrosto lo serberemo per la colazione. —
Essendo prossima la mezzanotte, i due cacciatori tornarono al campo per gustare un po’ di riposo sotto la guardia di un dahomeno.
Ai primi albori la carovana, attraversato il Dschawoe in prossimità delle sue sorgenti, un fiume d’un corso non breve e che va a scaricarsi nel Volta, si rimettevano in marcia dietro le tracce dei fuggiaschi che erano state ritrovate, dopo però lunghe ricerche, sull’opposta riva. Quelle tracce si dirigevano ora in linea retta, verso l’ovest, in direzione del Volta, fiumana grandissima che forma la frontiera orientale del potente regno degli Ascianti. Ormai non vi era più da ingannarsi: i ladri si recavano in qualche cittadella di quel regno per disfarsi degli oggetti rubati ai due bianchi con maggior profitto, essendo i villaggi dei Krepi troppo poveri per fare simili acquisti e sprovvisti specialmente di metalli preziosi.
Alfredo aveva creduto per un momento che avessero avuta l’intenzione di recarsi a Kpandu, una delle più grosse borgate dei Krepi, situata al di là del 7° di latitudine settentrionale, ma la linea quasi diritta che mantenevano le tracce e sempre verso occidente, lo aveva convinto del contrario. I ladri ormai dovevano mirare ad Abetifi, che è una delle più importanti città degli Ascianti, celebre pei suoi mercati settimanali che attirano numerose carovane e molti ricchi negozianti di Cumassia, la capitale del regno.
Le foreste che si estendevano al di là dello Dschawoe, permettevano fortunatamente di procedere con maggior lestezza, non essendo ingombre di liane e di radici. Gli alberi erano riuniti in grandi gruppi, ma lasciavano qua e là degli spazi liberi abbastanza vasti ed affatto privi di quegli intricatissimi cespugli che ordinariamente occupano le radure delle foreste africane.
Asseybo che si manteneva sempre alla testa della carovana, osservava scrupolosamente le piante vicine alle tracce lasciate dai fuggiaschi, le quali erano sempre visibili, mantenendosi il suolo umido, ma non riusciva più a scoprire alcun segnale della giovane negra. Era da supporre che i suoi rapitori si fossero accorti degli oggetti lasciati cadere per guidare gl’inseguitori e che ora la sorvegliassero attentamente.
Sospettando poi sempre qualche nuova astuzia, il bravo negro guardava attentamente anche il suolo, per tema di porre i nudi piedi su qualche spino avvelenato nascosto entro terra o di cadere in qualche profonda buca armata di un palo aguzzo e ricoperta accuratamente in modo da ingannare perfino le fiere, astuzie ben note ai dahomeni.
Sentiva per istinto che quei furfanti, dopo il primo tentativo di arrestarli per alcuni giorni colle atroci punture delle pecchie, non avrebbero tardato a tendere altre insidie e forse più pericolose, per sbarazzarsi di loro.
I suoi timori, pur troppo, dovevano ben presto avverarsi.
La carovana, dopo una breve fermata sull’opposta riva del Deise, altro affluente del Volta, erasi da qualche ora messa in marcia, quando l’olfatto del negro fu colpito da un odore di bruciaticcio, che il vento portava dall’ovest.
Non era però quell’odore particolare che tramandano le piante resinose che vengono divorate dalle fiamme, ma un altro più acuto, più sgradevole e che pareva prodotto da ammassi di carne bruciata.
— Padrone, — disse, tornando rapidamente indietro. — Qualche cosa succede in mezzo od ai confini della foresta.
— Che quei furfanti abbiano incendiata la boscaglia per costringerci a retrocedere? — si chiese Alfredo, con inquietudine. — Questo odore di bruciaticcio può annunciarci un grave pericolo.
— Non sarà facile che questa immensa foresta prenda fuoco come uno zolfanello, — disse Antao.
— Possono aver incendiati dei macchioni d’alberi resinosi, — rispose Alfredo.
— Ma si direbbe che mille cuochi stanno arrostendo dei milioni di costolette. Non senti che odore?...
— Sì, Antao.
— Da cosa provenga?...
— Non lo so.
— Mandiamo Asseybo su un albero. Di lassù potrà forse vedere se è la foresta che brucia. —
Il negro fu lesto a obbedire. Avendo osservato che un grosso tek lanciava la sua cima molto più in alto di tutti gli alberi vicini, aiutato dai due schiavi potè raggiungere i primi rami e quindi issarsi fino agli ultimi.
Dall’alto di quell’osservatorio il suo sguardo potè spaziare liberamente sopra tutta la foresta e scorgere distintamente, a meno di due chilometri di distanza, alcune colonne di fumo che s’innalzavano presso un largo fiume, il quale tagliava tutto l’orizzonte occidentale.
Pareva però che invece degli alberi bruciassero delle erbe, poichè in quella direzione non si vedevano che rade piante e nessuna ardeva.
Ad un tratto i suoi sguardi videro avanzarsi fra gli alberi vicini, come un largo serpente di colore oscuro, il quale minacciava di tagliare in due la foresta.
— Canaglie, — mormorò. — Ora comprendo tutto. —
Si lasciò cadere di ramo in ramo con rapidità fulminea e giunto a terra afferrò per la briglia il primo cavallo e si mise a correre, gridando:
— Presto, padrone, o non potremo giungere al fiume prima di tre o quattro giorni. Frustate i cavalli o sarà troppo tardi. —
Senza chiedere spiegazioni, comprendendo che se Asseybo così agiva doveva avere le sue buone ragioni, i due europei ed i dahomeni si precipitarono dietro a lui, bastonando i cavalli per farli galoppare.
Il negro correva sempre, descrivendo un semicerchio, come se volesse sfuggire un gran pericolo che pareva dovesse venire dal nord-ovest e gettava intorno sguardi smarriti come se temesse da un istante all’altro di venire assalito.