La Costa d'Avorio

Part 8

Chapter 83,662 wordsPublic domain

Ai piedi d’un albero aveva scorto il cadavere d’un negro d’alta statura ed interamente nudo, ma in quale stato orribile era ridotto quel povero corpo. Tutta la pelle del viso assieme agli occhi ed al naso era stata strappata come da un formidabile colpo d’artiglio; il petto spaccato come da un colpo di scure, mostrava i polmoni ed una spalla dell’infelice portava le impronte sanguinose di larghi denti.

Quel negro doveva essere stato assalito dalla scimmia gigante e dopo d’aver perduto il fucile, la cui palla non era di certo bastata per abbattere il terribile avversario, era stato massacrato a colpi d’unghie ed a morsi.

— È orribile! — esclamò Antao, che cominciava a perdere la sua audacia dinanzi a quella prova del vigore mostruoso del _mpungu_. — Simili quadrumani fanno davvero paura.

— In ritirata, — comandò Alfredo. — Nulla possiamo fare per questo povero uomo.

— Sì, torniamo al campo, padrone, — disse Asseybo. — Il _mpungu_ può assalire i nostri uomini.

— Ma chi sarà questo negro?... — chiese Antao. — Qualche cacciatore forse?...

— Credo invece che sia una delle spie che ci seguono, — rispose Alfredo. — Se il gorilla non gli avesse guastato il viso, avremmo potuto facilmente riconoscerlo se era un dahomeno od un costiero.

— Se era una spia ringrazio la scimmia gigante che ci ha sbarazzati da una di quelle mignatte. —

In quel momento, verso il campo, si udirono urla di terrore, poi due spari ed un nitrire di cavalli.

— Gran Dio! — esclamò Alfredo. — Cosa succede?...

— Il _mpungu_ ha assalito i nostri uomini, — disse Asseybo, impallidendo.

— Al campo!... al campo!... —

I tre uomini si precipitarono in mezzo alla foresta cercando di non smarrirsi in mezzo a quelle migliaia d’alberi, ma dovettero ben presto comprendere che il ritorno non era facile con quella oscurità, tanto più che il ramo si era spento.

Udendo delle grida, che parevano mandate dai loro uomini, allontanarsi verso destra, credettero che il campo si trovasse in quella direzione e si diressero a quella volta, impegnandosi invece in mezzo ad una rete inestricabile di rami, di tronchi, di radici enormi e di liane.

Fortunatamente Asseybo aveva scorto dei bagliori sulla loro sinistra ed immaginandosi che il campo si trovasse invece da quella parte, s’affrettarono a ritornare.

Non si erano ingannati, poichè pochi minuti dopo giungevano in vista dei fuochi accesi dinanzi alle tende, ma con loro grande sorpresa non trovarono i loro uomini che avevano lasciati a guardia della giovane negra. Anche i cavalli e buona parte delle casse erano scomparse; solamente due animali, forse perchè più solidamente legati, non avevano potuto fuggire.

— Morte di Nettuno! — urlò Antao. — Cosa è accaduto qui? —

Alfredo si era affrettato ad entrare sotto la tenda che era stata riservata alla giovane negra, ma uscì subito, dicendo:

— La donna non vi è più!...

— È impossibile, Alfredo!...

— Ti dico che è scomparsa, Antao.

— Si sarà nascosta nei dintorni.

— Ed anche i dahomeni sono fuggiti, — disse Asseybo.

— I vili!... — gridò Antao. — Ed i cavalli?...

— E le nostre casse, padrone?...

— Possibile che il gorilla abbia portato via tutto?...

— Lasciamo i cavalli e le casse e occupiamoci della donna, Antao, — disse Alfredo, con voce agitata. — Temo una orribile sciagura.

— Che il gorilla l’abbia uccisa?...

— Forse peggio, Antao. — Temo che l’abbia rapita.

— Ma noi sappiamo dove ha il suo covo.

— Vediamo se è nascosta innanzi tutto. Le sue ferite, non ancora rimarginate, non devono averle permesso di allontanarsi troppo. —

Stavano per munirsi di rami accesi per mettersi in cerca dell’amazzone, quando videro comparire i due dahomeni. Quei poveri diavoli parevano impazziti per lo spavento, poichè tremavano ancora come se avessero indosso la febbre, ed erano diventati, grigi, cioè pallidi, ed i loro grandi occhi manifestavano un vivo terrore.

— Padrone!... — gridarono, vedendo Alfredo. — Il _mpungu_!

— Dov’è? — chiese il cacciatore.

— È fuggito.

— Ma cosa è avvenuto?... Spicciatevi, parlate.

— Si è avvicinato al campo per assalirci, noi abbiamo scaricate le armi, ma poi abbiamo avuto paura e siamo fuggiti. Se l’avessi veduto come era furibondo!...

— Ma la negra?....

— La donna?... — esclamarono con stupore. — Non è nella tenda?

— No, è scomparsa.

— Allora l’ha rapita il _mpungu_.

— Ma l’avete veduto a rapirla?...

— No, padrone.

— Allora bisogna cercare il gorilla e ucciderlo, — disse Antao. — Non possiamo lasciare quella disgraziata nelle mani di quell’orribile mostro.

— Un momento di pazienza, Antao, — disse Alfredo. — Non precipitiamo le cose, innanzi tutto. Ditemi: quando il mpungu comparve presso il campo, dormiva ancora la donna?...

— Sì, padrone, — risposero i due schiavi.

— Quando siete fuggiti, l’avete veduta uscire?...

— Non lo sappiamo. Abbiamo avuto tanta paura dei ruggiti del _mpungu_, che ci siamo dati alla fuga senza più curarci del campo, nè della donna.

— L’avete almeno ferito il mostro?...

— Sì, padrone, poichè perdeva sangue da una spalla.

— Credete che la donna abbia avuto il tempo di fuggire?...

— Non è possibile, padrone. Il _mpungu_ era a pochi passi dai fuochi.

— Asseybo, — disse Alfredo, volgendosi verso il servo. — Ho fatto mettere delle torce resinose nelle nostre casse. Guarda se ne trovi qualcuna.

— Ma dove saranno andate le altre casse?... — chiese Antao. — Ne avevamo dodici e non ne sono rimaste che quattro.

— Avevate caricati i cavalli? — chiese Alfredo, ai dahomeni.

— No, padrone.

— Ecco un mistero inesplicabile. È impossibile che il gorilla abbia portata via la donna e le nostre casse.

— Che il gorilla avesse dei compagni?...

— È possibile, Antao.

— Ma i cavalli?...

— Avranno avuto paura e saranno fuggiti dopo di aver spezzate le corde, ma più tardi li ritroveremo se non cadono sotto le zanne delle fiere. —

Asseybo intanto aveva trovate alcune torce e ne aveva accese due. Essendo formate di fibre vegetali imbevute di resina, spandevano all’intorno una luce abbastanza viva per potersi avventurare anche sotto quella tenebrosa foresta.

— Voi rimarrete qui, — disse Alfredo ai due dahomeni. — Badate che se lasciate il campo una seconda volta, vi giuro che non rivedrete nè il Dahomey nè Porto Novo. Nulla d’altronde avrete da temere, poichè al _mpungu_ pensiamo noi. Vieni, Anteo; andiamo mio bravo Asseybo. —

Quantunque fossero persuasi che la giovane negra fosse stata rapita dall’orribile scimmione, perlustrarono i dintorni del campo per accertarsi che non si fosse nascosta in mezzo a qualche macchia, ma vedendo l’inutilità di quelle ricerche, si misero risolutamente in caccia, risoluti a scovare il formidabile avversario.

Asseybo, che aveva maggior conoscenza di tutti dei grandi boschi e che fino ad un certo punto sapeva trovare una via già prima percorsa, si era messo alla testa per condurre i due cacciatori sotto l’albero, sui cui rami aveva veduto il covo del mpungu.

Il momento non era certo propizio per quella caccia pericolosissima, potendo il gorilla sfuggire facilmente alle loro ricerche colla sua preda, favorito dall’oscurità, pure i tre animosi uomini non disperavano della loro riuscita.

— Aspetteremo l’alba per assalire il mostro, — disse Alfredo al portoghese che lo interrogava, — ma intanto circonderemo l’albero e se il _mpungu_ si decide a scendere, lo fucileremo a bruciapelo. Non possiamo azzardare delle palle ad una certa distanza, poichè con queste tenebre potremmo colpire anche la povera giovane.

— Credi che non l’abbia strangolata?...

— Speriamo che il mostro non abbia sfogata la sua rabbia su quella donna.

— Ma che l’abbia nascosta nel suo nido?...

— Certo, Antao.

— La situazione dell’amazzone può diventare pericolosa. Se il gorilla la gettasse a terra?...

— Non l’abbandonerà, Antao, ma cercherà di certo di portarsela seco nella sua fuga.

— Ed allora se lo uccidiamo mentre si trova in alto, la ragazza cadrà.

— Cercheremo di farlo scendere. È isolato l’albero sul quale avete scorto il nido?...

— Sì, Alfredo.

— Allora abbiamo la speranza di costringerlo a calarsi a terra. Ci siamo, Asseybo?... —

Il negro, che si era bruscamente arrestato, non rispose; pareva che ascoltasse qualche lontano rumore.

— Hai udito qualche grido?... chiese il portoghese.

— Dei nitriti, — rispose il negro.

— Dove?... — chiese Alfredo.

— Laggiù, padrone.

— In mezzo al bosco?

— Sì, ma mi parvero assai lontani.

— Saranno i nostri cavalli che cercano di ritornare al campo.

— Lo credo anch’io, padrone.... Udite?... —

I due cacciatori tesero gli orecchi, ma invece di nitriti udirono quel sordo rullìo che producono i gorilla quando si battono il petto.

— Il _mpungu_, — disse Alfredo.

— E ci è vicino, — aggiunse Antao.

— Spengiamo le torce ed avanziamoci con precauzione. Non bisogna allarmare il mostro od è capace di strangolare la povera giovane. —

Le torce furono spente ed i tre uomini procedendo carponi per non urtare contro i rami bassi degli alberi, poco dopo giungevano sotto un grande sicomoro il quale s’alzava isolato in mezzo ad una piccola radura.

— È lassù, — disse Asseybo, con un filo di voce.

— Sta bene, — rispose Alfredo, con voce tranquilla. Il mostro non ci sfugge più!

CAPITOLO XIII.

La caccia al gorilla

I tre cacciatori, nascosti fra le alte erbe che coprivano quella piccola radura, cercavano di scrutare il folto fogliame del grande albero, sperando di scoprire il mostruoso gorilla o la sua prigioniera, ma l’ombra proiettata da quell’enorme ammasso di rami e di foglie era troppo nera per poter discernere qualche cosa. Il nido, o meglio la piattaforma costruita su due dei più grossi rami, si scorgeva confusamente a circa sette metri dal suolo.

Asseybo non si era adunque ingannato arrestandosi in quel luogo ed il mostro doveva trovarsi lassù, poichè di tratto in tratto si udiva la sua rauca respirazione ed i legni della piattaforma scricchiolare.

Non era però cosa facile costringerlo a scendere, poichè tali scimmioni ordinariamente non assalgono se prima non vengono feriti, e poi di rado abbandonano gli alberi sui quali hanno fabbricato il loro covo, non ignorando forse che la piattaforma è sufficiente a difenderli.

— Per ora non possiamo assolutamente far nulla, — mormorò Alfredo, agli orecchi di Antao. — Con questa oscurità non è cosa prudente aprire il fuoco.

— Se provassimo a mandare una palla sotto la piattaforma?...

— Può attraversare i rami e colpire la donna.

— È vero, non ci avevo pensato, Alfredo. Ma che la negra sia proprio lassù?...

— Se non è stata uccisa, deve trovarsi ancora sulla piattaforma.

— Ma si dovrebbe udire qualche gemito. Essendo ferita, il mostro deve averla ridotta in tristi condizioni con la sua poca galanteria.

— Frenerà i gemiti per tema d’irritare il bestione.

— Che non vi sia modo di accertarsi se è lassù?... Quella povera ragazza m’interessa, Alfredo.

— Ti dico che se si trova su quest’albero la salveremo.

— Dimmi, hanno il sonno profondo i gorilla?...

— Perchè mi fai questa domanda?...

— Se fossi certo che il rapitore non si svegliasse, vorrei cercare di salire lassù.

— Sei pazzo. Antao. Una simile imprudenza non te la permetterò mai. Accomodiamoci alla meglio fra queste erbe ed aspettiamo pazientemente l’alba.

— Circondiamo l’albero?

— Sì, tu va’ a coricarti alla mia destra ed Asseybo alla mia sinistra. Se il gorilla scende, lo vedremo. —

Il portoghese ed il negro si allontanarono strisciando senza far rumore e si sdraiarono dall’altra parte del grosso tronco, coprendo la batteria delle carabine per difendere le capsule dall’umidità della notte.

Le ore passavano lente come se fossero diventate doppie, ma il gorilla non lasciava l’albero protettore. Lo si udiva però sempre a russare e qualche volta a voltarsi, facendo scricchiolare le traverse della piattaforma.

Cosa strana però e che inquietava tutti e tre i cacciatori: l’amazzone non dava segno di vita. Tendevano sempre gli orecchi sperando di udire qualche gemito, ma senza alcun risultato.

Alfredo cominciava a temere che la disgraziata invece di essere stata portata lassù, fosse stata uccisa e poi gettata in mezzo a qualche folto macchione.

Finalmente verso le tre e mezzo una luce biancastra cominciò ad apparire all’orizzonte, facendo impallidire gli astri. Essendo l’alba brevissima in quelle regioni equatoriali, fra pochi minuti ci si doveva vedere anche sotto la foresta.

Già qualche uccello cominciava a svegliarsi facendo udire un timido gorgheggio, mentre gl’insetti si levavano a sciami salutando la prima ondata di luce dorata con acuti ronzii. Una banda di pappagalli grigi ruppe bruscamente il silenzio che regnava sotto gli alberi, con un cicalìo assordante.

In alto, verso la piattaforma, si udirono tosto degli scricchiolii, poi un lungo sbadiglio: il gorilla si svegliava.

Antao ed Asseybo avevano subito raggiunto Alfredo e tutti e tre guardavano in alto, sperando di scorgere qualche lembo del vestito dell’amazzone, ma i rami erano intrecciati troppo strettamente per vedere cosa si trovava sopra la piattaforma.

— Amici miei, — disse ad un tratto Alfredo, con viva emozione. — Temo che la povera ragazza non si trovi lassù.

— Comincio a crederlo anch’io, — disse Antao, — ma almeno la vendicheremo.

— Scorgi nulla Asseybo?

— Non vedo che un piede del _mpungu_ sporgere dalla piattaforma, — rispose il negro.

— Snidiamolo, Alfredo, — disse il portoghese. — Io non me ne andrò da qui, se prima non avrò la certezza che quella disgraziata non si trova lassù!

— Non ho alcuna intenzione di risparmiare il mostro, Antao. Tenetevi presso di me e non fate fuoco se non siete sicuri del colpo od il gorilla ci farà a pezzi. —

In quel momento si udì in alto un sordo brontolìo ed i rami che formavano la piattaforma gemettero.

— In guardia, — disse Alfredo, scostandosi dall’albero e puntando in alto la carabina.

Il gorilla, accortosi della presenza dei tre cacciatori, cominciava ad irritarsi e manifestava la sua collera battendosi l’ampio petto, il quale risuonava come un tamburone.

Ad un tratto comparve sul margine della piattaforma, ma per un solo istante. Quell’apparizione fu rapida, ma bastò ad Antao per farsi un’idea dell’aspetto spaventoso di quei giganti delle foreste, allorquando sono irritati.

Il suo pelame grigio ferro era diventato irto come quello di un gatto in collera; i suoi muscoli poderosi pareva che fossero raddoppiati di volume, mentre la sua brutta faccia manifestava una collera selvaggia, ripugnante, con quei suoi occhi infossati, grigi, ma che avevano uno strano splendore.

— Morte di Saturno!... — mormorò Antao. — È ben brutto quel diavolone di scimmia. —

Alfredo intanto cercava di scoprire il formidabile avversario per mandargli una palla nel cranio o nel petto, ma il _mpungu_, non giudicando forse giunto il momento d’impegnare la lotta, si teneva riparato nel suo ampio nido, senza mostrare la più piccola parte del suo corpo.

La sua collera però aumentava di momento in momento. Non si batteva più il petto coi pugni, ma ora lanciava dei ruggiti, suoni strani che cominciano con una specie di latrato, che poi si cambiano in un sordo brontolìo e che finiscono in un ruggito infinitamente più potente di quello dei leoni e che pare non esca dalla gola, ma dalle ampie cavità del petto. Talora invece emetteva dei fragori che somigliavano perfettamente ai rulli prolungati del tuono udito in lontananza.

Per un po’ di tempo il _mpungu_ si limitò a far udire la sua voce, poi si diede a scuotere furiosamente i rami vicini, facendo piovere sui cacciatori una vera pioggia di frutta e di foglie, quindi con un salto immenso si slanciò su di un grosso ramo che si curvava verso terra, forse coll’intenzione di lasciarsi cadere giù.

Eccolo!... — gridarono Antao ed Asseybo, retrocedendo vivamente.

Alfredo non si era mosso, nè aveva staccata l’arma dalla spalla. Vedendo il gorilla in piedi sul ramo, col pelame arruffato, gli occhi in fiamme, le labbra contratte che mostravano i lunghi denti, alzò rapidamente la canna e fece fuoco.

L’enorme scimmia lanciò un ruggito furioso che echeggiò come uno scoppio di tuono, ma che poi si cambiò in un grido di dolore che aveva qualche cosa d’umano, poi abbandonando bruscamente il ramo, con un secondo salto guadagnò la piattaforma protettrice.

— È colpito! — gridò Antao, passando la sua carabina ad Alfredo.

Delle larghe goccie di sangue, filtrando attraverso i rami incrociati del nido, cadevano al suolo bagnando le erbe ed una era andata a colpire il portoghese, lordandogli la camicia.

Alfredo, sempre impassibile, aveva rialzata la seconda carabina per mandare al mostro una seconda palla, ma non poteva scorgerlo.

— Che sia morto? — chiese Antao, che ricaricava prontamente l’arma del compagno.

— Non lo credo, — rispose il cacciatore. — Odo i rami della piattaforma scricchiolare.

— E la ragazza?...

— Credo che non ci resti che vendicarla, Antao.

— Ma troveremo almeno il suo cadavere.

— Bada!...

— Eccolo, padrone!... — urlò Asseybo.

Il gorilla era tornato a balzare sul ramo. Con una mossa fulminea sfuggì alla seconda palla del cacciatore, ma invece di scendere risalì più in alto, come se avesse intenzione di rifugiarsi sugli ultimi rami.

Alfredo gettata via l’arma scarica, prese quella di Asseybo e fece nuovamente fuoco contemporaneamente ad Antao.

La grande scimmia questa volta ricevette le due palle in pieno petto. Fu vista arrestarsi un istante portandosi una mano sulle ferite sanguinanti, poi le forze improvvisamente l’abbandonarono e quell’enorme corpo rovinò pesantemente attraverso i rami del sicomoro, e schiantandoli venne a cadere, con sordo fragore, quasi ai piedi del tronco.

— È morto!... — esclamò Antao.

— Sali Asseybo, — disse Alfredo. — Forse lassù vi è il cadavere della povera ragazza. —

Il negro s’aggrappò ai rami bassi del sicomoro e si mise ad arrampicarsi lungo il tronco con quell’agilità sorprendente che è una particolarità delle razze negre. In meno di venti secondi giunse alla biforcazione dei rami e aggrappatosi ai margini della piattaforma, vi si issò con un solo slancio.

— Nulla? — chiesero Alfredo ed Antao, con ansietà.

— Nulla, — rispose il negro.

— Non vi è alcuna traccia della ragazza, nemmeno un lembo delle sue vesti?...

— Non vi sono che dei ciuffi di peli e dei rimasugli di frutta. —

Una sorda esclamazione irruppe dalla labbra del portoghese.

— Nulla!... —

Poi incrociando le braccia e guardando l’amico che pareva immerso in profondi pensieri, gli chiese.

— Cosa faremo ora?...

— Cosa faremo?... — rispose Alfredo. — Frugheremo la foresta, nè la lasceremo se prima non avremo trovato il cadavere della giovane negra.

— Torniamo al campo?...

— Più nulla abbiamo da fare qui. Sono impaziente di rivedere i due dahomeni.

— Temi qualche cosa?...

— Non so, ma da qualche minuto un sospetto mi tormenta, Antao.

— E quale?...

— La inesplicabile sparizione delle nostre casse.

— Morte di Saturno!... È vero, Alfredo. Mi pare stranissima la sparizione e stento a credere che siano stati i gorilla a portarle via, specialmente ora che sappiamo che non ve n’era che uno su quest’albero.

— È precisamente per questo che attribuisco ad altri il furto.

— Ma a chi?...

— Alle spie che ci seguivano.

— Uragani e folgori!... — esclamò Antao, colpito da quella risposta. — Questo sospetto non mi era venuto in mente e temo che....

— Che cosa?...

— Che quel povero gorilla non avesse preso parte alcuna nel rapimento della ragazza.

— Lo credo anch’io, Antao, ma dai due dahomeni sapremo forse qualche cosa.

— Ma a quale scopo le spie avrebbero rapito l’amazzone?...

— L’avranno riconosciuta per una loro compatriota, forse avranno creduto che noi la tenessimo prigioniera per giovarci della sua conoscenza del Dahomey e l’avranno portata con loro, credendo di liberarla.

— Torniamo presto al campo, Alfredo. Bisogna dilucidare questo mistero e se i nostri sospetti sono fondati, dare la caccia ai ladri.

— È ciò che faremo, poichè le casse rubate contengono ciò che più m’interessa e sopratutto le nostre munizioni e gli oggetti di scambio. —

Affrettarono il passo rifacendo il cammino percorso, ed un quarto d’ora dopo giungevano al campo dinanzi al quale, fedeli alla minacciosa consegna ricevuta, vegliavano i due dahomeni appoggiati ai loro fucili.

CAPITOLO XIV.

Le tracce dei ladri

Come avevano già sospettato, nè l’amazzone, nè i cavalli erano ritornati al campo.

I due dahomeni avevano vegliato l’intera notte dinanzi ai fuochi, ma non avevano udito nè alcuna voce umana, nè alcun nitrito che annunciasse la vicinanza degli animali, nè alcun altro rumore che facesse sospettare la presenza delle spie che avevano seguita costantemente la carovana dopo la sua partenza da Porto Novo.

Interrogati cosa ne pensassero dei sospetti manifestati da Alfredo e dell’esito negativo della spedizione, si mostrarono concordi nell’affermare che la scomparsa misteriosa della giovane negra, degli animali e soprattutto delle casse, si dovesse più attribuire alle spie che forse si erano nascoste a breve distanza dal campo, che ai gorilla.

Senza dubbio avevano approfittato del terrore dei due dahomeni e della loro fuga dopo l’improvvisa comparsa del mpungu, per gettarsi rapidamente sugli animali e sulle casse e quindi internarsi nei folti boschi.

Quantunque fossero ormai tutti convinti di ciò, pure Alfredo mandò i tre negri a frugare le macchie vicine, per accertarsi che la giovane negra non era stata uccisa, quindi assieme al portoghese si mise a esaminare le alte erbe della piccola radura, per scoprire le tracce dei ladri.

Essendo il suolo della foresta umido, non permettendo il folto fogliame degli alberi che i raggi del sole penetrassero, gli riuscì facile a scoprire, al di là della radura, le tracce dei cavalli che erano chiaramente impresse sullo strato erboso.

— I nostri sospetti sono giusti, — diss’egli ad Antao che lo seguiva. — I nostri cavalli non sono fuggiti per paura del mpungu.

— Da cosa lo arguisci?... — chiese il portoghese.

— Se i nostri cavalli fossero stati spaventati, sarebbero di certo fuggiti in diverse direzioni, mentre le loro tracce sono tutte unite ma.... toh!... Lo dicevo io? Guarda su questo terreno umido che è sprovvisto d’erbe.

— Diavolo!... — esclamò Antao, curvandosi. — Se non m’inganno, queste sono le tracce di due piedi nudi.

— Sì, Antao, — rispose Alfredo, — e qui vedo due altre orme di piedi nudi, più grandi delle prime.

— Allora non vi sono più dubbi: i negri che ci seguivano ci hanno derubati.

— Le tracce lo indicano.

— Ma a quale scopo?... Per privarci delle casse.

— È probabile, essendo i negri, in generale, tutti ladri, ma anche per impedirci di proseguire il viaggio. Forse si sono accorti che noi cercavamo d’ingannarli.

— Ma vorrei trovare qualche traccia della ragazza.

— Continuiamo le ricerche. —

Il passaggio dei cavalli attraverso la foresta era visibile anche per degli occhi meno acuti e meno esperimentati di quelli d’Alfredo. Gli zoccoli avevano calpestato profondamente l’umido terreno ed i corpi, nel passare, avevano tracciato come un sentiero fra i cespugli ed i rami bassi degli alberi, spezzando anche i più deboli.

Percorsi cinquecento passi, i due bianchi s’arrestarono mandando un grido di gioia. In mezzo alle erbe avevano trovato uno di quei piccoli fiocchi che ornavano la casacca della giovane negra.

— Finalmente!... — esclamò Antao, raccattandolo e mostrandolo con aria trionfante al compagno. Ora abbiamo la prova che i ladri l’hanno rapita e mi duole sinceramente di aver ucciso quel povero gorilla.

— Sì, — disse Alfredo, lieto di quella scoperta — ora possiamo dedicare tutti i nostri sforzi nell’inseguire quegli audaci bricconi.

— Riusciremo a raggiungerli?...

— Lo spero Antao.

— Ma saremo costretti a tornare verso la costa?...

— No poichè le tracce finora si dirigono verso l’ovest ossia verso il Todji che scorre presso le frontiere degli Ascianti.

— Che quei furfanti abbiano intenzione di recarsi in quel regno a scambiare i nostri oggetti, prima di tornare in patria.