Part 18
— Pensa, amico, che durante la nostra lunga marcia non abbiamo mangiato che del pesce secco e del biscotto.
— E la tromba d’elefante, ed i pappagalli, e le scimmie?...
Briccone! Il profumo di questo quarto di montone arrostito ti atrofizza la memoria.
— Può essere, — rispose il portoghese con aria grave, accomodandosi davanti ad una cesta. — Orsù attacchiamo!... —
Mentre i due dahomeni assalivano ingordamente il canalu, i due bianchi e Urada misero a sacco le ceste, facendo onore al montone, alle _atrapas_, ed alle frutta che inaffiarono con alcuni sorsi di ginepro.
Durante la giornata i due ambasciatori, o meglio Alfredo poichè Antao doveva fingersi muto dinanzi ai dahomeni, in causa dei suoi pianeti diventati eccessivamente pericolosi in quel regno, ricevette la visita di parecchi dignitari, di _cabeceri_ e di _moce_ ossia di funzionari del re, i quali non miravano altro che a spillare cortesemente regali ai supposti principi del Borgu e possibilmente a vuotare le loro casse. Portavano in regalo qualche bottiglia di ginepro o di rhum imbevibile o qualche capretto, ma se ne tornavano con dei bei fazzoletti di seta rossa, o con delle cartucciere, o con dei braccialetti di rame dorato.
Fortunatamente le casse di Alfredo contenevano una grande quantità di quegli oggetti, ma doveva pensare anche ai capi, ai _cabeceri_, ai _moce_, ai corrieri reali di Abomey e più d’uno lo rimandava colla sua bottiglia, fingendo di non comprenderlo o facendo dire dai suoi uomini che dormiva o che stava pranzando.
Alla mezzanotte il padre di Urada, come aveva promesso, fece ritorno all’_apatam_. Recava la notizia che il corriere del _cabecero_ era partito per la capitale, onde avvertire Geletè dell’arrivo dell’ambasciata.
— Sono contento di questa notizia ma sono anche inquieto, — disse Alfredo.
— E per quale motivo? — chiese Antao, stupito.
— Sono parecchie ore che un timore mi tormenta.
— Quale?...
— Che Kalani sospetti dell’ambasciata.
— È impossibile, Alfredo.
— Egli mi attende ad Abomey. Sa che io non sono uomo da lasciargli nelle mani mio fratello.
— Diavolo!... — mormorò il portoghese. — Ciò può essere vero, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Penso però che siamo così bene dipinti, che nessuno potrebbe sospettare in noi degli europei. Tu poi, sei assolutamente irriconoscibile.
— Padrone, — disse Urada, — Vuoi un consiglio?...
— Parla, ragazza, — disse Alfredo.
— Manda mio padre ad Abomey ad esplorare il terreno e ad informarsi di ciò che si dice su questa ambasciata.
— L’idea è bellissima, Urada, ma può tuo padre lasciare Kana?
— È libero e può andare dove gli piace senza chiedere il permesso a chicchessia.
— Io gli darò uno dei nostri cavalli e dell’oro. Può esserci molto utile nella capitale, farci avvertire se Kalani ha dei sospetti su di noi e darmi anche notizie di mio fratello.
— E preparare ogni cosa per poterlo rapire, — aggiunse Urada. — Mio padre ha conservato delle amicizie in Abomey, può avvicinare dei dignitari del re e può quindi avere delle informazioni che possono esserti preziose.
— Accetterà il difficile incarico?...
— Mio padre farà tutto quello che desiderano i salvatori di sua figlia.
— Grazie, brava ragazza. Non ci eravamo ingannati sulla tua affezione. —
Urada espose al vecchio negro il desiderio degli uomini bianchi.
— Domani all’alba, parto, — rispose egli. — Gli uomini bianchi possono contare interamente su di me. —
Alfredo, lieto di quella risposta, fece bardare uno dei cavalli, consegnò al negro un gruzzolo d’oro che poteva scambiare in kauri ed una rivoltella con cinquanta cariche, arma che poteva essergli di grande aiuto nella sua pericolosa missione.
Alle due del mattino il negro, dopo d’aver abbracciata Urada e stretta la mano ai due bianchi e d’aver promesso di far giungere ben presto sue notizie, lasciava l’_apatam_ per recarsi nella capitale del Dahomey.
CAPITOLO XXVIII.
Il ritorno di Gamani
Tre giorni erano trascorsi dalla partenza del corriere di Ghating-Gan e del padre di Urada, senza che più alcuna notizia fosse giunta ai due europei. Pareva che Geletè fosse troppo occupato nei preparativi della festa dei costumi per pensare all’ambasciata dei capi del Borgu e che il vecchio negro avesse trovato o dei grandi ostacoli, o nessun messaggiero da fidarsi per mandare sue nuove.
Alfredo, le cui inquietudini aumentavano, non sapendo a che cosa attribuire quei ritardi e temendo sempre una sorpresa da parte dell’astuto Kalani, aveva proposto al cabecero di mandare degli altri corrieri ad Abomey per indurre Geletè a decidersi a ricevere l’ambasciata, ma senza alcun risultato.
Non era prudente irritare il feroce monarca, il quale avrebbe potuto prendersela col _cabecero_ e far tagliare, senza tante cerimonie, la testa ai messaggeri importuni. Era necessario attendere il suo beneplacito ed armarsi di pazienza.
La sera del quarto giorno però, quando Alfredo ed Antao, dopo d’aver cenato, si preparavano a coricarsi, videro un negro attraversare rapidamente la piazza, come se avesse temuto di esser visto dalle amazzoni che stavano di guardia dinanzi ai palazzi reali, e precipitarsi sotto l’_apatam_.
Temendo che fosse qualche importuno, si erano alzati per farlo allontanare, quando il negro si gettò impetuosamente dinanzi ad Alfredo, dicendo con voce soffocata:
— Oh mio padrone!... —
Il cacciatore, stupito, lo aveva prontamente afferrato per guardarlo in viso. Un grido, a malapena frenato, gli sfuggì:
— Gamani!... Tu!... Vivo ancora!...
— Sì, padrone, — rispose il negro, ridendo. — Il tuo fedele Gamani, che tu credevi morto fra le foreste dell’Ouzmè, la notte che fu incendiata la tua fattoria.
— Lave dell’Etna!... Gamani!... Ma chi ti ha mandato qui?... Come hai saputo che noi ci troviamo a Kana?... Parla, spicciati!...
— Morte di Urano, Nettuno e di tutti i pianeti conosciuti ed ignoti!... — esclamò Antao. — Gamani!... Sei vivo o sei un’ombra?...
— Sono in carne ed ossa, padron Antao, — rispose il negro.
— Ma parla!... — esclamò Alfredo. — Non vedi che io muoio d’impazienza?... Chi ti ha mandato qui?...
— Un vecchio negro, padre d’una amazzone che è con voi.
— Il padre di Urada!... — esclamarono Antao ed il cacciatore.
— Sì, sua figlia si chiama Urada.
— Ma eri ad Abomey?... — chiese Alfredo.
— Sì, padrone.
— Schiavo di Kalani forse?...
— Sì, ma addetto al tempio dei serpenti e dei feticci.
— E di mio fratello, cos’è accaduto?... Parla, parla Gamani!
— È vivo e porto i suoi saluti a te ed al padrone Antao.
— Ah!... bravo piccino!... — esclamò il portoghese, che era vivamente commosso. — Si è ancora ricordato di me!...
— Siedi Gamani, — disse Alfredo, spingendo innanzi una cassa. — Tu mi sembri assai stanco.
— È vero, padrone. Ho percorso le tre leghe che separano Kana dalla capitale, quasi tutte d’un fiato, per tema di venire ripreso e sono sfinito. —
Antao sturò una bottiglia di ginepro, riempì una tazza e gliela porse, dicendogli:
— Bevi questo, poi parlerai. —
Il negro tracannò d’un colpo solo il forte liquore, poi riprese:
— Ho molte cose da raccontare. Sappi innanzi a tutto, padrone, che tuo fratello sta bene e che non corre alcun pericolo, essendo sotto la protezione del re e dei sacerdoti. Egli è diventato una specie di feticcio che lo mette al coperto dalle vendette di Kalani.
— Sa ormai che noi siamo qui?...
— Sì, padrone e vi aspetta presto ad Abomey. Il padroncino è ben trattato, ma sospira il momento di abbandonare la sua prigione e di poterti abbracciare.
— Povero Bruno, — mormorò Alfredo, con commozione. — Quali terribili momenti avrà passati, nelle mani di quei barbari.
— E Kalani? — chiese Antao.
— È sempre potente e gode la fiducia di Geletè e di Behanzin, il futuro re del Dahomey. Si può dire che tutti tremano dinanzi a lui.
— Si vede che nel Dahomey i bricconi fanno fortuna, — disse Antao. — Se i miei affari andranno male, diverrò un furfante e verrò qui.
— Ma perchè Kalani ti ha risparmiato? — chiese Alfredo.
— Non lo so, padrone, ma forse per dare un compagno a tuo fratello. Non è il padroncino che Kalani odia, ma te e lo ha rapito solamente per poter averti nelle mani.
— Lo avevo sospettato. Quel miserabile era certo che io sarei venuto nel Dahomey.
— Sì ed aveva mandato numerosi drappelli di soldati verso le frontiere meridionali, per farti sorprendere ed imprigionare.
— Ed ora, spera ancora di vedermi giungere?...
— Lo teme sempre. Sente per istinto che un giorno o l’altro tu gli piomberai addosso e vive in continue inquietudini. Sa che tu non sei un uomo da lasciargli nelle mani il padroncino.
— I suoi soldati, la notte che ci tesero un agguato sulle rive dell’Ouzmè, ti sorpresero sul sicomoro?...
— Sì, padrone. Avevano circondato l’albero in venti o trenta, minacciando di fucilarmi come fossi un pappagallo. Ne ammazzai due, ma poi dovetti discendere per non farmi fracassare le ossa.
Fui legato e condotto verso la laguna, da dove assistetti, impotente, alla distruzione della tua fattoria ed al rapimento di tuo fratello.
— Ha fatto altri prigionieri Kalani?...
— Nessun altro.
— Ma come hai conosciuto il padre di Urada?...
— Avendo saputo che io ero un servo di tuo fratello, dopo d’aver ottenuto il permesso di entrare nella casa dei feticci, ieri venne a trovarmi e mi parlò di voi. Dapprima non lo credetti, anzi sospettai un tranello, ma ben presto mi persuasi della verità delle sue parole e tramammo la mia fuga.
Non essendo io strettamente sorvegliato come tuo fratello, potei uscire dalla capanna dei feticci e abbandonare la città prima che i sacerdoti se ne fossero accorti.
— E quali notizie rechi da parte del vecchio negro?
— Buone per noi. Domani mattina giungerà il _recade_ del re ed una scorta per condurvi ad Abomey. Sembra che a Geletè prema di farvi assistere alle _feste dei costumi_ e che accetti di buon grado le vostre proposte.
— Cioè quelle dei capi del Borgu, — disse Antao, ridendo.
— Ancora poche domande, poi ti lascierò riposare, — disse Alfredo.
Poi incrociando le braccia e guardandolo fisso, gli chiese con voce sibilante:
— Credi che io lo possa uccidere?...
— Kalani?... — chiese il negro.
— Sì, lui!...
— Bada, padrone, Kalani è potente quasi quanto Geletè.
— Ti dico che non lascierò il Dahomey se non l’avrò ucciso.
— Sarà una cosa difficile ma non impossibile.
— Potrò adunque vendicarmi di tutto il male che mi ha fatto e liberare la terra da quel mostro sanguinario?
— Sì, ma bisognerebbe approfittare della _festa dei costumi_, quando tutti sono ubriachi.
— Me lo ha detto anche il padre di Urada.
— So dove potremo sorprenderlo.
— E tu mi condurrai colà?...
— Sì, padrone; anch’io odio Kalani e sarei ben contento di ucciderlo, come il popolo di Abomey sarebbe lieto di vederlo morto. Egli è l’anima dannata di Geletè e di Behanzin.
— Sta bene: lo ucciderò, — disse Alfredo con accento terribile. — Ora puoi riposarti. —
Gamani, che non si reggeva quasi più, sfinito dalla lunga e rapidissima marcia, s’affrettò ad approfittare del permesso sdraiandosi su di una cassa.
Alfredo ed Antao fecero il giro dell’_apatam_ per accertarsi che la piazza era deserta, poi s’accomodarono anche loro fra le casse, vicini ad Urada.
L’indomani, ai primi albori, venivano svegliati dalla banda di Ghating-Gan, la quale si dirigeva verso la capanna facendo un fracasso tale da svegliare anche un sordo.
Questa volta però era preceduta non da quattro sole amazzoni, ma da una mezza compagnia ed era seguita dal _cabecero_, da un inviato reale in alta tenuta, vestito di rosso e armato d’una spada coll’impugnatura d’oro e adorna del sigillo reale e da otto vigorosi negri i quali portavano due comode amache, riparate superiormente da una piccola tenda di cotone azzurro ed infioccata.
Ghating-Gan salutò, con maggiore deferenza del solito, i due ambasciatori, poi disse:
— È giunto un gran _moce_ col _recade_. Siete attesi ad Abomey, dove verrete ricevuti cogli onori che spettano alla vostra posizione di ambasciatori d’una nazione potente e guerresca. —
Il gran _moce_ od inviato del re si fece allora innanzi, s’inginocchiò posando la fronte al suolo, dovendo parlare in nome del suo potente signore, poi disse:
— Do ai due ambasciatori il buon giorno in nome di S. M. Geletè e reco l’ordine di condurli tosto ad Abomey: attendo. —
Alfredo, per mezzo di Urada che serviva d’interprete, fece rispondere che ringraziava il grande monarca della decisione di ricevere l’ambasciata dei capi del Borgu, prima che avesse luogo la festa dei costumi, ma che prima di partire chiedeva qualche ora di tempo per preparare le sue casse, pregando il gran moce di attenderlo al palazzo reale.
— Sono agli ordini degli ambasciatori del Borgu, — rispose il _moce_.
Ad un suo cenno le amazzoni, la banda musicale ed il seguito abbandonarono l’_apatam_ per attendere l’ambasciata dinanzi al palazzo reale.
— Ma perchè questo ritardo?... — chiese Antao ad Alfredo quando furono soli.
— Dimentichi Gamani?... — rispose il cacciatore. — Se lo conduciamo con noi sarebbe finita per l’ambasciata, poichè Kalani non tarderebbe a riconoscerlo.
— Cosa vuoi farne di lui?...
— Trasformarlo in un magnifico borgano. Gamani ci è necessario, conoscendo ormai le abitudini di Kalani e la capanna dei feticci che serve di prigione al mio piccolo Bruno. Affrettiamoci, poi partiremo. —
[Illustrazione: — .... Il padroncino è ben trattato, ma sospira il momento di abbandonare la sua prigione.... (Pag. 206).]
Mentre i due dahomeni cominciavano a caricare le casse sui cavalli, Alfredo prese i suoi vasetti di colore ed in pochi minuti depose sulla pelle rossastra del suo servo un bello strato di nero intenso, poi appiccicò sul viso del fedele servo una lunga barba nera.
Attese che la tinta fosse bene asciutta, poi ordinò a Gamani d’indossare un paio di calzoni rossi fiammanti, di stringersi le reni con una larga fascia di seta gialla e di gettarsi sulle spalle un grande mantello bianco infioccato e adorno di rabeschi rossi. Un ampio turbante che gli nascondeva mezzo viso, bastò per completare la trasformazione.
— Credo che nessuno più lo riconoscerà, — disse ad Antao, guardando con viva soddisfazione il negro.
— Stavo chiedendomi da dove era sbucato quest’uomo, — rispose il portoghese. — È assolutamente irriconoscibile e potrà avvicinare Kalani senza tema di venire riconosciuto. Ma tu sei un vero artista.
— Se non lo fossi non sarei italiano, — rispose Alfredo. — Siete pronti?...
— È tutto caricato, — dissero Urada ed i due schiavi.
— Partiamo. —
Alfredo ed Antao salirono a cavallo, la giovane amazzone e Gamani aprirono i due grandi ombrelli a smaglianti colori e la piccola carovana si diresse verso il palazzo reale, destando, coi suoi costumi pittoreschi, l’ammirazione della folla che gremiva la piazza.
L’orchestra diede fiato ai suoi istrumenti con un crescendo spaventoso, mentre le amazzoni, schierate su due file, presentavano le armi all’ambasciata, con un insieme ammirabile, facendo poscia due scariche in aria.
Il gran _moce_ pregò gli ambasciatori di scendere dai loro cavalli e di prendere posto nelle due amache inviate a loro dal re onde non si affaticassero durante il viaggio, poi diede il segnale della partenza.
Il drappello, scortato da otto amazzoni e seguito da Urada, Gamani e dai due schiavi che conducevano i cavalli, si pose in marcia fra le grida della popolazione ed il fracasso dell’orchestra.
Attraversata la città fra due fitte ali di popolo plaudente, prese la via reale di settentrione, la quale corre, quasi diritta, fino alla capitale del regno.
Alfredo ed Antao, comodamente sdraiati nelle loro amache che i portatori sostenevano, avevano accese le loro sigarette e fumavano beatamente scambiando qualche parola con Urada o con Gamani che si erano collocati ai loro fianchi.
La via reale era davvero bellissima, larga tanto da permettere il passaggio a otto cavalli di fronte, ma composta d’una specie di minerale granuloso e rossastro che doveva stancare straordinariamente i portatori al pari dei terreni sabbiosi o ghiaiosi.
Una doppia fila di splendidi palmizii la ombreggiava, mentre al di là si estendevano immense pianure coperte da un’erba alta assai e fitta e da gruppi d’alberi, per lo più palme d’elais. Qualche volta però si vedeva giganteggiare anche la mole imponente d’un baobab.
Il drappello procedeva rapido, malgrado la pessima qualità del terreno. I portatori, uomini robustissimi ed abituati alle lunghe marcie, si avanzavano quasi correndo, scambiandosi di mezz’ora in mezz’ora.
Ben presto la regione, che dopo Kana era ridiventata deserta, cominciò ad apparire popolata. Sparsi sui pendii di quei grandi scaglioni o sugli altipiani, si vedevano popolosi villaggi e di quando in quando qualche forte costruito con grossi terrapieni e con alte e robuste palizzate. Probabilmente quei recinti fortificati dovevano guardare le vie che dall’est e dall’ovest mettevano capo alla capitale.
I portatori, giunti sull’ultimo altipiano, dopo una faticosa salita durata quasi tre ore, segnalarono Abomey, i cui bastioni di terra rossastra si disegnavano nettamente, a meno di due miglia. Urada, che si trovava presso all’amaca d’Alfredo, mostrò a questi una costruzione che doveva essere gigantesca e che s’alzava in mezzo alle cinte bastionate.
— Cos’è, — chiese il cacciatore, con una certa emozione.
— Il palazzo del re, — rispose Urada.
— Credevo che fosse quello dell’uomo che odio.
— Non si troverà lontano, padrone.
— Credi Urada, che quell’uomo si troverà presente, quando verremo ricevuti dal re?...
— Sì, purchè si trovi ancora in città.
— Temi che non vi sia?...
— L’alta sua carica lo avrà forse costretto ad occuparsi dei prigionieri destinati alla _festa dei costumi_, e può aver lasciata momentaneamente la capitale per radunarli.
— Sarei ben contento, per ora, di non trovarmi dinanzi a lui. L’idea che possa riconoscermi, malgrado io sia pronto a tutto, mi fa gelare il sangue nelle vene.
— Sei irriconoscibile padrone e poi sono alcuni anni che non ti ha più veduto.
— È vero, Urada. —
I portatori ed il gran _moce_ acceleravano allora il passo per giungere in città prima del pasto del mezzodì. La via reale era diventata piana, essendo aperta sull’altipiano, in mezzo ad una immensa prateria disseminata di gruppi considerevoli di capanne e di capannuccie, le quali formavano i sobborghi della capitale.
Di tratto in tratto s’incontravano bande di soldati armati di fucili e di coltellacci, che traevano in città qualche drappello di schiavi destinati probabilmente alla _festa dei costumi_. Tutti quei disgraziati tenevano in bocca il tormentoso bavaglio di legno ed avevano gli occhi schizzanti dalle orbite. Certamente non ignoravano a quale terribile sorte erano stati votati.
Di passo in passo che Antao ed Alfredo s’avvicinavano alla capitale del temuto Geletè, le traccie della sue orrende carneficina diventavano più numerose. Pareva che i dintorni della città fossero diventati un immenso cimitero, messo sossopra da un esercito di iene.
Sotto i più grandi alberi si vedevano a dozzine teschi di morti, poi stinchi, tibie e costole umane, poi scheletri interi non ancora ben ripuliti dal becco degli uccelli da preda e che esalavano nauseabondi odori. Erano gli avanzi dei poveri prigionieri sacrificati nelle feste e poi colà trasportati a pasto delle belve feroci e degli avvoltoi.
Qualche scheletro si vedeva perfino inchiodato al tronco degli alberi ed Alfredo ed Antao ne videro uno, di alta statura, crocifisso sul tronco d’una palma con tre lunghe zagaglie e che teneva legato ai polsi un ombrello di cotone, simile a quello che adoperavano i missionari della costa, ed un paio di scarpe.
Probabilmente quel martire era stato sorpreso dalle guardie di Geletè mentre cercava di convertire alcuni abitanti e trattato in quel barbaro modo per ordine dello stesso re, facendogli appendere, per amara derisione, le scarpe, distintivo degli uomini bianchi e dei liberi negri della Repubblica di Liberia.
A duecento passi dalla capitale il drappello fu incontrato da un gran _moce_ e da due _cabeceri_, scortati da due dozzine di amazzoni in pieno assetto di guerra. Venivano a salutare gli ambasciatori a nome di Geletè e per guidarli nell’abitazione a loro assegnata.
Cinque minuti dopo facevano la loro entrata nella capitale del sanguinario monarca.
CAPITOLO XXIX.
Nella tana del leone
Abomey era la città più popolosa del Dahomey ed anche la più fortificata, essendo la sede dei monarchi e delle principali forze dello stato.
Un grande bastione di terra battuta, capace di far fronte a qualsiasi assalto di soldati negri, ma non di opporre una lunga resistenza ad una batteria di cannoni europei, la circondava. Alcune breccie, aperte sopra dei ponti gettati attraverso il fossato, servivano di porte.
La città nulla però aveva d’attraente. Era un ammasso di tuguri dalle pareti di terra e coi tetti di stoppia, divise in parecchi _salam_, ossia quartieri con vie strette, sudicie, puzzolenti, dove marcivano carogne d’animali ed anche gran numero di corpi umani dopo le feste delle _grandi usanze_ o dei _costumi_.
La sola cosa notevole era la grande piazza del Mercato, un quadrilatero immenso in gran parte occupato dalla reggia formata da un palazzo di dimensioni enormi, la cui facciata misurava oltre seicento metri, tutto traforato da un numero immenso di finestre senza imposte e dall’aspetto minaccioso. Due vaste terrazze che servivano pei sacrifici umani, guardate da parecchi pezzi d’artiglieria, lo fiancheggiavano, mentre un alto e solido muro lo proteggeva ai lati e nella parte posteriore.
Due sole porte, difese da enormi battenti in legno ed in ferro e guardate giorno e notte da una compagnia di amazzoni, permettevano l’accesso.
Pure su quell’ampia piazza sorgeva il tempio dedicato ai serpenti e quello dei feticci, contenente questo un gran numero di divinità le une più barocche delle altre, mostri informi di terra cotta dorata, o di legno malamente scolpito, o di avorio, o di rame.
La sua popolazione, comprese le tremila amazzoni che formavano la guardia reale, ordinariamente non superava le ventimila anime, ma durante le feste delle _grandi usanze_ si triplicava, accorrendo curiosi da tutte le vicine borgate, quantunque un non piccolo numero di quei poveri sudditi del barbaro re più non dovesse tornare alle natìe capanne.
Alfredo ed Antao a cavallo, fiancheggiati dai loro porta-ombrelli e preceduti dal gran _moce_, dai _cabeceri_ e dalla scorta armata e seguìti dai loro uomini, attraversarono la capitale destando fra la popolazione la più viva curiosità e furono condotti in una grande capanna circolare, colle pareti di mattoni cotti al sole ed il tetto di foglie di palma, situata quasi di fronte al palazzo reale.
Per ordine del re vi erano state portate delle sedie, due brande, un tavolo, dei viveri, delle legna, del vasellame e mandati quattro schiavi per servire i due ambasciatori.
Il gran _moce_ osservò se nulla mancava, ordinò agli schiavi di tenersi agli ordini dei due grandi personaggi ospiti del re, minacciando di far loro troncare il capo alla più piccola disobbedienza, poi salutati Alfredo ed Antao, fece cenno di volersi ritirare per recarsi ad informare il suo potente signore.
Alfredo con un gesto lo trattenne, e da Urada gli fece chiedere quando gli ambasciatori del Borgu avrebbero potuto vedere il re.
— S. M. è troppo occupato per ora per trattare cose tanto importanti, — rispose il gran _moce_, — ma credo che si degnerà ricevere ben presto i saluti dei guerrieri del Borgu. Dopo le grandi _feste dei costumi_ si potrà discutere il trattato d’alleanza.
— Sta bene, — rispose Alfredo. — I rappresentanti del Borgu attenderanno pazientemente le decisioni del potente monarca del Dahomey, intanto manderanno a lui i regali dei principi borgani. —
Ciò detto mise nelle mani del gran _moce_ e dei due _cabeceri_ tre cofanetti di metallo lavorato, che aveva fatto estrarre dalle sue casse.