Part 17
«Largo!... Ordine del re!...» fece la sua entrata in città senza subire alcun ritardo da parte delle amazzoni che vegliavano dinanzi ai malandati terrapieni circondanti la città, e si accampò sotto un _apatam_, specie di tettoia, situata di fronte ad uno dei palazzi reali e destinata ai forestieri d’alta distinzione.
Alfredo, dopo d’aver fatto disporre ogni cosa per passare alla meglio la notte, essendo troppo tardi per recarsi in persona dal gran _cabecero_ che funzionava da governatore, chiamò il soldato che stava respingendo, con vigorose bastonate, alcuni negri che erano accorsi attirati dalla curiosità e postogli in mano uno stipo che doveva contenere dei regali, lo pregò di portarlo al capo della città, come primo presente dell’ambasciata.
— Credi che lo accetterà anche senza il consenso del re? — chiese Antao.
— Non dubitare, — rispose Alfredo. — Quel cofanetto contiene una grossa collana d’argento che mi costa un migliaio di lire ed il gran _cabecero_ sarà ben lieto del regalo. In questi paesi sono tutti avidi.
— Conti di fartelo amico?...
— È necessario o dovremo attendere l’ordine del re per chissà quante settimane. Aggiungi poi che quel soldato ci era di troppo per questa notte.
— Cosa vuoi dire?...
— Che mi premeva sbarazzarmi di lui fino a domani.
— Per quale motivo?...
— Perchè voglio vedere il padre di Urada. Se egli è vissuto alla corte di Geletè, può darmi dei preziosi consigli e narrarmi molte cose sul conto di Kalani.
— E ti fiderai di lui?...
— Urada dirà a lui chi siamo noi e cosa abbiamo fatto per sua figlia e poi, se è caduto in disgrazia, sarà ben contento di aiutarci contro Geletè e Kalani.
— Hai ragione Alfredo, io però non oserei recarmi da lui. Se si accorgono che noi abbiamo delle relazioni con un uomo caduto in disgrazia, questi negri sospettosi potrebbero allarmarsi.
— Non saremo noi che andremo da lui, Antao. Urada è già partita ed a mezzanotte lo condurrà qui colle dovute cautele.
— Morte di Nettuno!... Sei più astuto d’un diplomatico!...
— Bisogna esserlo, specialmente in questo paese.
— E domani andremo a visitare il gran _cabecero_?...
— Sì, Antao.
— Speriamo di sbrigarci presto. L’aria del Dahomey è troppo pericolosa per noi.
— Appena fatto il colpo, fuggiremo senza più arrestarci.
— E da qual parte?...
— Attraverseremo il regno per raggiungere le frontiere orientali che sono le meno popolate e quasi sempre sprovviste di truppe. Più saremo lontani dalla capitale, meno avremo da temere e oltrepassato il fiume Sou potremo riderci dei furori di Geletè.
— E di Kalani.
— Oh!... Kalani allora non sarà più vivo, — disse Alfredo, con voce cupa. — Quell’uomo morrà presto.
— Ed io ti aiuterò a torcergli il collo, amico mio.
— Silenzio, Antao, non è prudente parlare qui di Kalani. Corichiamoci fra le nostre casse ed attendiamo il padre di Urada. —
Alfredo ed il portoghese stavano per coricarsi, quando videro tornare il soldato seguito da quattro amazzoni armate di fucile e da sei negri quasi nudi che portavano dei grandi canestri.
Venivano da parte del grande _cabecero_, il quale, lietissimo del regalo ricevuto, mandava agli ambasciatori del Borgu una copiosa cena e due schiavi per servirli.
Alfredo fece deporre le ceste sotto la tettoia, regalò ad ognuna delle quattro amazzoni un fazzoletto di seta rossa, poi rimandò tutti dal _cabecero_ dicendo di non aver bisogno di schiavi avendo i proprii, ed incaricandoli di ringraziarlo della sua generosità.
Il soldato che li aveva guidati, desiderando forse di prendere parte alla cena, tentava di rimanere coi due ambasciatori, ma Alfredo, che voleva sbarazzarsi di quel pericoloso testimone, lo incaricò di portare al gran _cabecero_ un altro regalo consistente in una fascia di seta verde ricamata in oro e per consolarlo della perdita del pasto, regalò a lui una cartucciera di pelle azzurra ed una libbra di polvere da sparo, ingiungendogli però non ritornare che al mattino seguente.
Il capo della Città Santa si era mostrato generoso verso i due ambasciatori, segno evidente che la collana d’argento era stata assai gradita ed apprezzata.
Le ceste infatti contenevano tanti viveri da nutrire quaranta persone. Vi erano due pentole di _canalu_, dei polli, del bue arrostito, dei legumi, delle noci di kalla, delle frutta, due bottiglie di ginepro d’importazione europea, delle zucche ripiene d’una specie di birra ottenuta col miglio fermentato e parecchie candele di sego.
In una cesta scoprirono perfino due scatole di sardine di Nantes, acquistate certamente dai negozianti francesi di Widdah, ma il caldo aveva ridotto il contenuto in tale stato, da riuscire sgradevolissimo ai palati europei.
Alfredo ed Antao fecero onore ai polli, al bue, alle frutta ed alla birra, ma abbandonarono il _canalu_ ai due dahomeni, essendo talmente condito di pimento da non potersi inghiottire.
Vuotato un bicchiere di ginepro e accese le sigarette, si sdraiarono sulle casse in attesa di Urada e di suo padre.
La piazza era diventata deserta. Gli abitanti che dapprima ronzavano attorno alla tettoia attirati dalla curiosità, si erano tutti ritirati nelle loro case, forse dietro ordine del grande cabecero. Solamente dinanzi ai due palazzi del re vegliavano alcune amazzoni armate di fucili e di coltellacci, ma erano così lontane da non poter scorgere una persona che si fosse avvicinata alla dimora degli ambasciatori.
Verso la mezzanotte, Alfredo che si alzava di frequente guardando verso tutti gli sbocchi delle vie, scorse due ombre umane che si avanzavano lentamente e con precauzione, tenendosi presso le pareti delle capanne.
[Illustrazione: — Al re! — esclamò il negro spaventato. — Sì, a Geletè! (Pag. 183).]
— Sono Urada e suo padre, — disse ad Antao.
— Benone! — mormorò il portoghese. — La notte è oscura e potremo riceverli senza che vengano scorti. —
Urada e suo padre si erano arrestati presso l’ultima capanna, come se avessero voluto prima accertarsi di non essere spiati, poi attraversarono velocemente la piazza e si cacciarono sotto la tettoia.
Alfredo mosse loro incontro e strinse ad entrambi la mano, poi li condusse fra le casse che erano state disposte in modo da formare un piccolo recinto, mentre i due schiavi dahomeni, dietro ordine del portoghese, si mettevano alle due estremità dell’_apatam_, onde impedire a qualsiasi persona d’avvicinarsi.
Il padre dell’amazzone era un bel negro d’alta statura, dai lineamenti quasi regolari, dalla pelle non nera ma abbronzata con certe sfumature rossastre. Gli anni e forse anche il cruccio della sua disgrazia, gli avevano incanutiti i capelli e la rada barba che coprivagli il mento e coperta la fronte di profonde rughe.
I suoi occhi però, intelligentissimi e assai espressivi, erano ancora vivaci e ripieni di fuoco.
Appena sedutosi diede ad Alfredo e ad Antao il tradizionale saluto nella lingua del paese, _Yevo oku_, che significa: bianco buon giorno, saluto usato in qualunque ora, sia pure in piena notte, poi strinse nuovamente la mano ad entrambi, alla moda europea.
Ciò fatto si sbarazzò dell’ampio mantello di cotonina bianca che lo copriva dalle spalle ai piedi e offrì ai due europei del tabacco ed una bottiglia di ginepro, dicendo con una certa malinconia:
— Tiefo Nieneguè è povero, avendo tutto perduto nella sua disgrazia, ma gli uomini bianchi accettino di buon cuore l’offerta del vecchio padre di Urada, insieme ai ringraziamenti per tutto quello che hanno fatto per la sua unica figlia.
— Grazie, — risposero Alfredo ed Antao, dopo che Urada ebbe tradotte quelle parole, non conoscendo il vecchio negro la lingua _uegbè_.
La giovane amazzone prese poi la parola.
— Ho narrato tutto a mio padre ed abbiamo parlato a lungo del vostro progetto. Quantunque sia caduto in disgrazia, conta ancora degli amici ad Abomey e può esservi molto utile coi suoi consigli e coi suoi aiuti.
Egli mi ha giurato che non tradirà il segreto degli uomini bianchi, anzi che mette la sua vita e le sue forze a disposizione dei salvatori di sua figlia. Geletè e Kalani sono ormai suoi nemici e sarà ben lieto di vendicarsi contro di loro della sua immeritata disgrazia.
— Eravamo certi di poter contare su tuo padre, Urada, — rispose Alfredo. — Noi accetteremo i suoi consigli ed i suoi aiuti, ma cercheremo di non comprometterlo. Cosa dice del nostro progetto?...
— Che è assai pericoloso ma che con dell’audacia e dell’astuzia si può riuscire.
— Conosce Kalani?...
— Sì, padrone.
— Sa del fanciullo rapito?...
— Lo ha saputo.
— Dove lo custodiscono?....
— Nella casa dei feticci di Abomey.
— Non correrà alcun pericolo?...
— Nessuno padrone, poichè ormai è considerato come persona sacra. Se Kalani volesse ucciderlo, Geletè glielo impedirebbe e tu sai che nessuno oserebbe disobbedire al re.
— Crede tuo padre che Geletè ci riceverà?...
— Sì, ma prima di lasciare Kana dovrete attendere il _recade_ del re.
— Cos’è questo _recade_?...
— L’ordine verbale di Geletè.
— Incaricheremo il gran _cabecero_ di annunziarci al re.
— Vi avverto però che giungeremo ad Abomey in brutto momento.
— Perchè?...
— Perchè in questo mese hanno luogo le _feste dei costumi_.
— Così dovremo assistere a quegli atroci macelli di schiavi. Preferirei ritardare la nostra partenza per Abomey.
— E faresti male, padrone.
— Cosa vuoi dire?...
— Mio padre mi ha detto che non potresti trovare una occasione migliore per mettere in esecuzione il tuo audace progetto. Durante le _feste dei costumi_, se si sparge molto sangue si beve molto ginepro ed in quei terribili giorni, re, principi, _cabeceri_, sacerdoti, soldati e popolo sono tutti ubriachi e la sorveglianza è quasi nulla.
— È vero, Urada, — disse Alfredo, colpito da quelle osservazioni. Ho udito narrare anch’io che durante quei macelli il ginepro scorre a fiumi e che l’ubriachezza diventa generale.
Chiedi a tuo padre se crede possibile, durante quella confusione, entrare inosservati nel tempio sacro dei feticci e rapire il fanciullo.
— Lo crede, — rispose Urada, dopo d’aver interrogato il vecchio, — e aggiunge che potresti vendicarti, con maggiore probabilità, di Kalani.
— Un’ultima domanda. Verrà con noi ad Abomey, tuo padre?
— Sì, ma si fingerà un tuo schiavo e bisognerà che tu lo renda irriconoscibile. Mio padre vuole aiutarti ed esserti vicino per consigliarti su quanto dovrai fare.
— È deciso ad abbandonare il Dahomey?...
— Ti seguirà dove tu vorrai condurlo. Ormai più nulla lo trattiene in questo paese e rinuncia ben volentieri alla sua patria, avendo più da temere per la propria vita, che la speranza di tornare nelle grazie di Geletè.
— Verrà adunque con noi e ti prometto, Urada, che non si pentirà di aver abbandonato il suo tristo paese. Riconducilo nella sua capanna, premendomi che non lo si veda qui. Uno dei due schiavi vi scorterà, poi tu ritornerai, avendo bisogno dei tuoi consigli. —
Alfredo regalò al vecchio negro alcune bottiglie di ginepro mandategli dal gran _cabecero_ della Città Santa, una rivoltella con una scatola di cartuccie ed ottanta piastre di _caures_, somma non lieve nel Dahomey, pregandolo di accettare tuttociò per amicizia, poi lo congedò promettendogli di recarsi, l’indomani notte, a visitarlo.
— Ed ora, — disse, quando padre e figlia si furono allontanati col dahomeno, — possiamo riposare Antao. Domani andremo a visitare il gran _cabecero_, per ottenere il permesso del re di recarci ad Abomey.
— Morte di Urano e di tutti gli altri pianeti!... — esclamò il portoghese. — Ecco avvicinarsi il terribile momento!...
— Ormai non possiamo più tornare indietro e giocheremo risolutamente le nostre ultime carte.
— Lo credo. Si tratta di salvare il fanciullo e anche la nostra pelle e ci guarderemo bene di non lasciarla a quell’antropofago di Geletè. Sarebbe capace di farne dei tamburi per le sue amazzoni. Diavolo!... Dei tamburi colla pelle di uomini bianchi!... Che onore pei suoi reggimenti in sottane!...
— Speriamo di farli fare colla pelle di Kalani, Antao.
— Sarà più resistente. Buona notte, Alfredo. —
I due bianchi si ricoricarono fra le casse e malgrado le loro apprensioni s’addormentarono tranquillamente, come se si trovassero ancora nel paese dei Krepi o dei Togo.
L’indomani furono svegliati, verso l’alba, da un fracasso indiavolato che s’avvicinava. Era un insieme di suoni strani, di flauti, d’istrumenti a corda, di cembali e di voci umane con accompagnamento di gran cassa.
Antao ed Alfredo, svegliati di soprassalto, s’affrettarono a balzare fuori per vedere di cosa si trattava. Urada, che era già tornata e che si trovava in piedi, s’affrettò ad informarli che la banda musicale di Geletè veniva a prenderli per condurli dal gran _cabecero_.
— Morte di Giove! — esclamò Antao, messo in buon umore da quel concerto assordante. — Che onore!... Si manda a prenderci colla banda reale!... Che lusso!... Vediamo almeno questi bravi ma formidabili musicanti. —
Urada non si era ingannata. Era veramente la banda reale di Kana che si dirigeva verso l’_apatam_ per condurre, coi dovuti onori, l’ambasciata dal gran _cabecero_.
Quella banda che formava l’orgoglio del sanguinario re, era composta d’una cinquantina di artisti negri, preceduti da quattro amazzoni in assetto di guerra e dal soldato che aveva guidati gli ambasciatori[7].
Venivano primi dieci o dodici _ahpolos_, ossia poeti erranti che cantavano le lodi di Geletè e che declamavano dei proverbi o le leggende relative alle gesta eroiche degli antichi monarchi, di Guagiah Truda fondatore delle dinastie, di Doherthy e di Bahadu; poi seguivano una dozzina di ragazzi che agitavano delle frutta secche ripiene di sabbia e di sassolini, quindi dei suonatori di flauti di bambù che cavavano dai loro istrumenti delle note atrocemente strazianti, di _dovron_, specie di chitarre formate con mezze noci di cocco ricoperte con pelle di serpenti e finalmente veniva un negro gigantesco il quale picchiava furiosamente un _ghedon_ enorme, specie di tamburo formato d’un pezzo di tronco d’albero scavato ed ornato di sculture di genere bizzarro.
Quell’orchestra fragorosa fece due volte il giro dell’_apatam_ sempre preceduta dagli _ahpolos_ che cantavano e danzavano come se fossero stati colti da un improvviso accesso d’alienazione mentale, poi si arrestò dinanzi ai due ambasciatori, raddoppiando il fracasso.
Il soldato s’avvicinò ad Alfredo, gli diede il tradizionale buon giorno, poi lo invitò, assieme ai compagni, a recarsi dal gran _cabecero_ il quale desiderava vederlo prima di mandare dei corrieri a Geletè per informarlo dell’ambasciata.
— Andiamo, Antao, — disse il cacciatore. — Sangue freddo ed audacia e lascia in pace tutti i pianeti del cielo.
— Dirai che sono muto, — rispose il portoghese.
Si fecero condurre i loro cavalli, fecero aprire gli ombrelli, ma incaricarono uno dei due dahomeni di vegliare sulle loro casse, non fidandosi troppo dell’onestà molto dubbia della popolazione.
Saliti in sella, si misero in marcia preceduti dai poeti erranti e dalle amazzoni che gridavano a piena gola: _ago!... ago!_... (largo!... largo!...) e seguiti dai musicisti.... che si sfiatavano per dare un saggio della robustezza dei loro polmoni.
Attraversarono la piazza fra due fitte ali di popolo, il quale guardava con viva curiosità i due ambasciatori, ammirando soprattutto la ricchezza delle loro vesti e le bardature infioccate, e giunsero in breve dinanzi ad uno dei palazzi reali, alla cui porta, circondato da una compagnia di amazzoni, li attendeva Ghathing-Gan, gran _cabecero_ della Città Santa e confidente di Geletè, riparato sotto un monumentale ombrello verde decorato d’un mostruoso coccodrillo.
CAPITOLO XXVII.
Il cabecero Ghating-Gan
Ghating-Gan era un uomo sulla quarantina, di forme robuste, quasi atletiche, dalla fisonomia dura, arcigna, quasi feroce, ma anche astuta, con gli occhi piccoli, neri, penetranti[8].
Per la circostanza aveva indossato una specie d’ampio mantello di cotonina rossa, annodato alla spalla sinistra e che gli scendeva fino ai piedi e si era adorni i polsi di braccialetti d’oro e d’argento, mentre al collo si era appesa la grossa collana regalatagli da Alfredo.
Alla cintura di lana rossa portava quattro code di cavallo, distintivo di grande importanza nel Dahomey, e che solo il re può concedere ai suoi più fidati e più grandi personaggi del regno.
Vedendo gli ambasciatori mosse loro incontro, li salutò con molta grazia, giungendo dapprima le mani, poi avvicinandole al viso e finalmente allungandole sul petto; Alfredo ed Antao credettero bene d’imitarlo, guardandosi dallo stendergli la mano per non tradirsi.
Scambiato così il saluto, Ghating-Gan li invitò a seguirlo nel palazzo reale e li condusse in una vasta sala, certamente in quella del trono, decorata di grandi parasoli di tutti i colori e di tutte le specie, adorna di idoli strani rappresentanti mostri d’ogni forma e dinanzi ai quali erano state deposte delle offerte consistenti in bottiglie di liquore ed in collane di cauris. In un angolo vi era il trono di Geletè, un seggiolone enorme che un tempo doveva aver servito a qualche teatro europeo, ricco di fregi e di dorature e collocato su di un’alta piattaforma coperta di vecchi tappeti scoloriti.
Ghating-Gan invitò gli ambasciatori a sedersi su alcuni sgabelli che erano allineati dinanzi alla piattaforma, poi fece servire loro una bottiglia di un certo liquore limpido e spumante che portava la marca dello champagne, ma che doveva essere invece abbominevole miscela di gin, di sidro e di vetriolo. Il gran _cabecero_ però doveva trovarlo squisitissimo, poichè ne tracannò lui solo più di mezza bottiglia.
Bagnata la gola, Alfredo ebbe la parola ed espose, in lingua uegbè, lo scopo dell’ambasciata. Si trattava di proporre a Geletè, da parte dei capi del Borgu, una alleanza offensiva e difensiva contro i bellicosi Yoruba che devastavano incessantemente le frontiere dei due Stati con disastrose scorrerie, unitamente ad un trattato di commercio. Alfredo, che parlava come un vecchio diplomatico, asseriva che un simile trattato sarebbe stato d’immenso giovamento ai due Stati confinanti e che i Borgani avrebbero prestato man forte a Geletè anche contro le incessanti invasioni della razza bianca, marea pericolosa che poteva, col tempo, compromettere l’indipendenza del Dahomey.
Aggiungeva poi che era incaricato di portare doni di molto valore al re Geletè da parte dei più cospicui capi del Borgu ed altri doni pei grandi _cabeceri_, onde cooperassero alla buona riuscita dell’ambasciata.
Quand’ebbe terminato di esporgli lo scopo della sua missione, Ghating-Gan fece portare una bottiglia di ginepro, avendo l’abitudine gli africani di non cominciare le loro _palabre_, ossia conversazioni d’importanza, se prima non si sono ben bagnati l’ugola, poi disse:
— Ciò che chiedono i capi del Borgu è giusto e lo credo un buon affare anche pel nostro re, il quale conta più nemici che amici. Le genti del Dahomey sono fiere e non temono alcuno, ma sanno pure che sono fiere anche le popolazioni del Borgu e saranno liete di combattere insieme i Yoruba del Benin, tanto più che noi siamo già scarsi di prigionieri di guerra da sacrificare nelle _feste dei costumi_.
Gli antenati di Geletè diventano sempre più esigenti e chiedono più vittime e siamo ora costretti a sacrificare anche i nostri stessi sudditi per placare le loro ire. Già tre volte quest’anno la terra tremò, scuotendo perfino le tombe reali, e due volte il fulmine celeste è caduto sulle capanne di Abomey e ciò significa che i monarchi passati nell’altra vita, non sono soddisfatti.
I capi del Borgu possono quindi essere certi di poter concludere il trattato d’alleanza che propongono, ma i loro ambasciatori dovranno attendere la fine della _festa dei costumi_, non potendo il nostro re occuparsi per ora di un così importante affare. In questi giorni è occupato, coi sacerdoti, nei preparativi e nelle preghiere.
— Sia pure, — rispose prontamente Alfredo, — ma noi vorremmo venire presentati a S. M. Geletè prima che le grandi feste comincino, rimandando ben volentieri la conclusione del trattato a più tardi.
— Ah!... — esclamò Ghatin-Gan, sorridendo. — Voi siete curiosi di assistere alle nostre grandi feste!
— È vero, — disse Alfredo.
— Io credo che il nostro re avrà piacere di avervi al suo fianco.
— Lo farete avvertire del nostro arrivo a Kana?...
— Quest’oggi stesso gli manderò uno dei miei corrieri, onde farvi ottenere un recade che vi permetta di proseguire il cammino per la capitale.
— Dovremo attendere molto?...
— Il re non prende mai, lì per lì, alcuna decisione. Trattandosi di ricevere un’ambasciata, farà prima radunare i grandi del regno ed i principi di sangue reale per consigliarsi, quindi io credo che non potrete partire prima di otto giorni. In questo frattempo però sarete miei ospiti nel palazzo reale.
— Grazie, gran _cabecero_, — disse Alfredo, — ma noi preferiamo alloggiare sotto l’_apatam_. Io e mio fratello siamo assai amanti della caccia e sapendo che i dintorni di Kana sono ricchi di selvaggina, rimarremo sotto la tettoia onde poter alzarci a qualunque ora della notte, senza importunare le vostre genti.
— Fate come volete, ma non rifiuterete i miei viveri ed alcuni schiavi per servirvi.
— Accettiamo di cuore i viveri, ma per gli schiavi sono inutili avendo i nostri, i quali conoscono meglio le abitudini dei loro padroni. —
Ciò detto prese dalle mani di Urada un cofanetto d’acciaio cesellato e lo porse al gran _cabecero_, dicendo:
— È per S. M. Geletè e contiene i regali dei capi del Borgu.
— Ghating-Gan impegna la sua parola che saranno consegnati al re a nome dell’ambasciata, — rispose il _cabecero_.
Offrì ancora da bere, poi si alzò. Alfredo comprese che la _palabra_ era terminata e si affrettò ad imitarlo. Scambiarono nuovamente il saluto, poi l’ambasciata uscì e fece ritorno all’_apatam_, sempre preceduta dalla banda musicale e da una folla di curiosi.
Appena entrati, le quattro amazzoni intimarono minacciosamente alla popolazione di allontanarsi, tale essendo l’ordine del gran _cabecero_, poi ricondussero l’orchestra ed i poeti nel palazzo reale.
— Auff!... — esclamò Antao, appena si trovarono soli. — Ero arcistucco di dover fare la parte del muto e se la durava ancora un po’, mi sfuggivano di bocca tutti i pianeti del firmamento.
— Per farci tradire, — disse Alfredo. — Guardati dal commettere simili imprudenze, in questo regno di barbari.
— Cosa vuoi?... I pianeti sono la mia passione.
— Sì, burlone.
— Ora però spero di poter mettere in opera la mia lingua.
— Parla finchè vuoi.
— Allora permettimi una domanda.
— Venti se vuoi.
— Perchè hai rifiutato l’ospitalità del gran _cabecero_?... Saremmo stati più comodi nel palazzo reale che sotto questa catapecchia.
— È vero, Antao, ma non avremmo potuto più ricevere il padre di Urada. Se l’avessimo fatto, il gran _cabecero_ avrebbe potuto nutrire dei sospetti verso di noi.
— Hai ragione, Alfredo. Io sono sempre stato uno sventato, mentre tu eri nato per diventare un furbo diplomatico. Hai delle attitudini veramente meravigliose.
— Sviluppate col continuo contatto dei negri.
— Possibile che i negri siano diplomatici.
— E di gran lunga più astuti di quelli europei, Antao, te lo dico io. Toh!... Ecco delle provviste che giungono.
— È la colazione che c’invia il _cabecero_, — disse il portoghese. — Sia la benvenuta. —
Quattro schiavi preceduti da un’amazzone, s’avvicinavano all’_apatam_ portando sul capo delle grandi ceste di vimini che sembravano molto pesanti.
Le deposero dinanzi alla capanna, poi s’allontanarono frettolosamente.
— Che lusso!... — esclamò Antao, che aveva fatto aprire i canestri. Oggi abbiamo anche del montone, del capretto e del tabacco. Lasceremo il _canalu_ ai negri ma attaccheremo questa carne tenera e deliziosa che sembra arrostita a puntino. Cosa ne dici, Alfredo?...
— Dico che tu cominci a diventare un ghiottone, Antao, — rispose il cacciatore.