La Città dell'Oro

Part 2

Chapter 23,673 wordsPublic domain

— Sì, — disse Velasco, senza esitare. — La storia lo prova. È ormai accertato che dopo la distruzione dell’impero peruviano, una parte degli Inchi lasciarono il regno per sfuggire alle ladronerie ed alla dura oppressione dei nostri compatriotti. Le confidenze fatte dagli indiani a Barreo, a Raleigh, a Keymis ed a Vera, lo dimostrano chiaramente ed anche il nome di Orecchioni assunto da uno dei due popoli venuti dai paesi di ponente. Quel nome di Orecchioni non apparteneva che agli Inchi, e gli Orenochesi prima lo ignoravano affatto, nè tale nome appartiene alle loro lingue. Aggiungete, inoltre, che quei nuovi popoli portavano lunghe vesti e sul capo dei berretti rossi, ed i soli Inchi, fra tutti i popoli dell’America del Sud, indossavano vesti e sapevano colorire le stoffe.

— Ma credete realmente che Manoa avesse tali ricchezze?

— E perchè no? È ormai provato che il territorio compreso fra l’Orenoco e la Gujana è immensamente ricco. Barreo, durante la sua spedizione, mandò in Spagna in dono al re dei superbi presenti: statue, quadrupedi, pesci e uccelli tutti d’oro massiccio; Raleigh portò in patria molte botti ripiene di rocce aurifere e da una sola ricavò nientemeno che tredicimila lire sterline[4]. Vi dirò inoltre che a Cartagena fu mandato un bastimento, il quale, fra le altre cose raccolte sull’Orenoco, portava una statua d’oro di mole gigantesca, del peso di quarantasette quintali, e che rappresentava una divinità adorata da una tribù orenochese, i cui abitanti si erano fatti cristiani. Che meraviglia dunque che sia esistita e che esista ancora una città i cui palazzi hanno i tetti e le colonne di oro? Anche a Quito gli Inchi avevano i loro palazzi coperti di lamine d’oro, che poi furono fuse da Ferdinando de Soto.

— Dunque voi credete che Manoa abbia esistito.

— E credo che esista ancora fino a prova contraria. L’immensa regione che si estende fra l’Amazzone e l’Orenoco non è stata ancora esplorata, quindi la città dell’oro può ancora sussistere.

— Ditemi, dottore, se io vi dicessi andiamo a visitare Manoa, mi accompagnereste?

Il dottore guardò don Raffaele colla più alta sorpresa, come per domandargli se voleva scherzare.

— Ve lo dico seriamente, — disse il piantatore, che lo aveva compreso.

— Visitare Manoa!...

— Sì, dottore.

— Ma sapete dove si trova innanzi a tutto?

— Vi è un uomo che lo sa e che ci condurrà.

— Chi è? — chiese Velasco al colmo dello stupore.

— Quell’indiano!

Quasi nel medesimo istante, dal lato della vasta terrazza che guardava verso l’Orenoco, s’udì come un grido soffocato e si sentirono i rami degli alberi, che lambivano il parapetto, scricchiolare come sotto la caduta d’un corpo pesante.

III.

Una fuga misteriosa.

Udendo quel grido e quel rumore, il piantatore, suo cugino e Velasco si erano alzati, mentre l’indiano, con una mossa fulminea, si era precipitato verso il parapetto della terrazza, scrutando coi suoi acuti sguardi, il fogliame degli alberi sottostanti.

— Cos’è, Yaruri? — chiese don Raffaele.

L’indiano non rispose: continuava a guardare con profonda attenzione.

— Sarà stato qualche uccello, — disse Alonzo.

— A me parve un grido umano, — disse invece il dottore.

— È vero, — rispose Yaruri. — Un uomo ascoltava i vostri discorsi.

— Sarà stato qualche schiavo curioso, — disse don Raffaele.

— O qualche ghiottone, — aggiunse Alonzo. — Sarà stato attirato dai profumi appetitosi della cena.

— Bah! Non occupiamoci di costui, — disse il piantatore, alzando le spalle.

— Ma quel grido? — insistette il dottore.

— Sarà sfuggito un piede a quel curioso e sarà capitombolato dall’albero. Sediamoci e riprendiamo la conversazione, mio caro Velasco.

Tornarono a sedersi, ma Yaruri non si mosse: continuava a scrutare il folto ed oscuro fogliame degli alberi.

— Dunque, — riprese il piantatore, — vi chiedevo, Velasco, se sareste disposto a seguirmi. Se venite con me, avrete un vasto campo pei vostri studi e potrete fare un’ampia raccolta di animali, di uccelli e di piante rare.

— Vi confesso, don Raffaele, che ciò mi seduce più che la città misteriosa.

— Venite?

— Diavolo! Voi correte troppo, amico mio. Ed i miei ammalati?

— Non avete un altro collega ad Angostura? Cedete a lui i vostri ammalati. Una lettera si scrive presto ed uno dei miei uomini, s’incaricherà di portarla a destinazione.

— Orsù, dottore, — disse Alonzo, — si tratta di visitare la famosa Manoa.

— Lo so.

— E di diventare milionari.

— Lo comprendo.

— E di fare un viaggio in regioni ancora vergini, — aggiunse don Raffaele.

— L’attrattiva è potente, ma.... vi fidate voi di quell’indiano?... Non ci tradirà?... Sapete che nell’Alto Orenoco abitano tribù bellicose che non hanno mai piegato il collo al giogo spagnuolo e che divorano i prigionieri di guerra?

— Yaruri non ci tradirà, Velasco, — disse don Raffaele. — Lo guida la vendetta e per compierla ha bisogno dell’aiuto degli uomini bianchi. Orsù, avete finito le vostre osservazioni?

Il dottore riempì i bicchieri ed alzando il suo disse:

— Beviamo alla buona riuscita del viaggio.

— Finalmente!... — esclamò don Raffaele. — Ecco guadagnato un compagno che vale una miniera. Non perdiamo tempo: è mezzanotte e all’alba partiremo. Andate a riposare alcune ore, mentre io vado a fare i preparativi.

— Dormiremo domani, — disse il dottore. — Vi aiuteremo, don Raffaele.

— Andiamo dunque.

I tre uomini, aiutati da Hara e da una mezza dozzina di robusti negri, si misero alacremente al lavoro. Dovendosi intraprendere un viaggio che poteva durare parecchi mesi, fra regioni sconosciute, abitate da tribù ostili, era necessario provvedersi di molte cose e sopratutto scelte per non caricarsi di pesi soverchi che avrebbero dovuto più tardi abbandonare, se fossero stati costretti a lasciare il fiume.

Don Raffaele condusse i suoi compagni nei magazzini addetti alla piantagione, che contenevano una infinita quantità d’oggetti, di armi, di viveri, di vestiarii e tutti e tre procedettero ad una scelta scrupolosa.

Quando ebbero terminato fecero incassare ogni cosa e Hara fece trasportare tutto sulla sponda della Cauca. Vi erano carabine, due casse di munizioni, vesti, una tenda, viveri per due mesi, bussole, un sestante, un cronometro per ottenere la latitudine e la longitudine per non procedere a casaccio, utensili svariati per la cucina, amache, una piccola farmacia e parecchi altri oggetti ritenuti indispensabili, oltre parecchie casse di cianfrusaglie e di perle da regalare agli indiani. Yaruri per suo conto si limitò a scegliere una cerbottana e parecchie dozzine di freccie, che si proponeva di intingere più tardi nel succo mortale del _curaro_.

— Andiamo ora a visitare la nostra scialuppa, — disse don Raffaele. — Tra pochi minuti tutte le nostre provviste saranno imbarcate e ci metteremo in viaggio.

— Conduciamo con noi un equipaggio d’indiani? — chiese Alonzo.

— No, cugino. La mia scialuppa è attrezzata e leggiera e la condurremo noi. E poi, se gl’indiani dell’alto Orenoco vedessero una truppa di persone, potrebbero mettersi in sospetto e darci tutti addosso.

— È vero, — disse il dottore. — Meglio pochi, ma risoluti.

Si diressero verso il fiume, presso le cui sponde si trovavano parecchie scialuppe e due dozzine di canotti indiani che venivano adoperati pel trasporto dei prodotti della piantagione ad Angostura.

Vi erano appena giunti, quando Hara, che riceveva le casse colà portate dai negri, disse a don Raffaele:

— Padrone, è scomparso un canotto.

— Un canotto! — esclamò il piantatore stupito.

— Sì, padrone, ed uno dei migliori.

— Che ce l’abbiano rubato?

— E chi?... Gl’indiani non osano scendere l’Orenoco fino a questa piantagione, — disse l’intendente.

— Che si sia spezzata una corda?

— No, padrone: l’ho visitata or ora e mi sono accorto che è stata tagliata con un colpo di coltello.

— Che qualche schiavo sia fuggito? — chiese don Raffaele, aggrottando la fronte.

— Voglio assicurarmene, se me lo permettete.

— Va, Hara, — disse il dottore. — Non ci vedo chiaro in questa faccenda.

— Cosa temete, Velasco? — chiese don Raffaele.

— Nulla per ora, ma.... Quale è la nostra scialuppa?

— Eccola: è quella che adopero io nelle mie escursioni e nei miei viaggi sul fiume. È solida ma leggera, e basta un soffio d’aria per farla camminare con notevole velocità.

Infatti la scialuppa del piantatore era una delle più belle e contemporaneamente delle più svelte imbarcazioni che solcassero il corso dell’Orenoco. Somigliava ad una baleniera, ma era più alta di bordo e più lunga, stazzando sei tonnellate; inoltre portava una attrezzatura completa da cutter, con una randa che aveva uno sviluppo straordinario per poter approfittare delle brezze più leggere.

Ad un ordine del piantatore i negri imbarcarono le casse disponendole in modo che non potessero impedire la manovra delle vele, poi collocarono a poppa alcuni piccoli materassi che dovevano servire di letto nel caso che i viaggiatori fossero costretti a passare la notte sul fiume.

— È tutto pronto? — chiese don Raffaele.

— Tutto, — rispose Alonzo, che sorvegliava ogni cosa.

— Ed Hara?

— Eccomi, padrone, — rispose l’intendente che giungeva correndo. — Devo darvi una brutta notizia.

— E quale, Hara?

— Sono fuggiti due indiani.

— Quando?

— Poche ore fa, poichè ieri sera erano ancora nella piantagione.

— E cosa vuol dire ciò?...

— Ve ne sono fuggiti degli altri, don Raffaele? — chiese il dottore.

— Sei o sette in quindici anni, poichè i miei schiavi non possono certo lagnarsi di me, — rispose il piantatore. — Io mi vanto di essere per loro più un padre che un padrone e la frusta non è mai stata adoperata nella mia piantagione.

— Che indiani erano? — chiese il dottore ad Hara.

— Dell’alto Orenoco.

— Erano schiavi da molto tempo?

— Da sette mesi.

— Da chi li avevate comperati?

— Da un viaggiatore che li aveva presi alla foce del Tipapu, — rispose don Raffaele.

— E prima non avevano mai tentato di fuggire?

— Mai.

— E non sapete a quale tribù appartenessero?

— Non mi sono mai occupato di saperlo, Velasco, — rispose don Raffaele.

— Ciò m’inquieta.

— E perchè?

— Quel grido che abbiamo udito, la scomparsa del canotto e la fuga di quei due indiani mi pare siano cose da non lasciarsi passare inosservate.

— Cosa temete, Velasco?

— Non saprei dirvelo, ma tutti questi fatti devono avere relazione fra di loro. Io concludo col dirvi, don Raffaele, che noi siamo stati spiati e che la comparsa di Yaruri è stata notata.

— Ma chi poteva avere interesse a spiarci?

— I due fuggiaschi.

— E per quale scopo?

— Eh!... voi sapete che gl’indiani hanno cercato di occultare agli uomini bianchi il luogo ove sorgeva quella famosa città dell’oro.

— È vero, ma i due fuggiaschi non possono averci interesse.

— Chi lo sa!... Voi non sapete da dove venivano, nè a quale tribù appartenevano.

— Bah! Voi andate a cercare un filo introvabile, dottore. Io sono convinto che quei due indiani hanno semplicemente approfittato del momento in cui nessuno sorvegliava le rive del fiume, per mettere in esecuzione una fuga forse lungamente meditata e niente di più. Cosa può importare a questi schiavi di Manoa degli Orecchioni e degli Eperomerii che forse non hanno mai udito a nominare? Orsù, non pensiamoci più; Hara s’incaricherà di farli cercare.

Il dottore non rispose, ma crollò il capo in segno di dubbio.

— Imbarca! — comandò Alonzo, balzando nel battello le cui vele erano state già spiegate.

— Hara, — disse don Raffaele, — ti affido tutta la mia fortuna.

— Non temete, padrone, — rispose l’intendente. — La piantagione nulla perderà della sua prosperità.

— Fra tre mesi tutt’al più, contiamo di essere di ritorno. Addio, mio bravo Hara.

— Buona fortuna, padrone.

Don Raffaele ed il dottore entrarono nella scialuppa seguiti dal taciturno indiano. La gomena fu ritirata a bordo e la svelta imbarcazione, spinta da una fresca brezza che soffiava dal sud-est, scese la Cauca entrando nel fiume gigante.

Appena Yaruri scorse la corrente dell’Orenoco emise un lungo respiro e volgendosi verso l’ovest disse con voce cupa:

— Yaruri ucciderà Yopi!

IV.

L’Orenoco.

L’Orenoco per la sua immensa lunghezza, per la sua larghezza, per la massa d’acqua che conduce verso il mare e pel suo sterminato numero di affluenti, gareggia con gli altri due fiumi giganti che solcano l’America meridionale, cioè l’Amazzone ed il Rio della Plata.

Dove abbia le sue sorgenti ancora oggidì lo si ignora, poichè è stato uno dei meno visitati e studiati, quantunque ormai non vi sia più alcun dubbio che percorra le regioni più ricche d’oro delle due Americhe e fors’anche del mondo intero. Taluni credono però che nasca sulle Ande centrali, nelle remote montagne dell’Equatore, non molto lungi da Quito: ma i più ritengono che esca dal lago Jarimè che si trova nel centro di quella vasta regione che dal fiume delle Amazzoni si estende fino al golfo del Messico e che prende il nome di Gujana.

Comunque sia, i geografi non esitano a dare a questo fiume una lunghezza di milleseicento a milleottocento miglia, essendo molto tortuoso in gran parte del suo corso superiore.

Dapprima corre verso settentrione, distendendo i suoi rami nella repubblica Columbiana e credesi anche in quella dell’Equatore; attraversa un immenso tratto di quella regione che chiamasi Gujana, poi giunto nel cuore della Venezuela, piega verso levante e sbocca nell’Oceano Atlantico presso la Gujana inglese per un numero infinito di canali, i quali formano un estuario che ha una larghezza di ben cento e più leghe.

Poche città sorgono su questo fiume gigante: Angostura, fra il Coroni e l’Aro; Muestaco di fronte al Pao; Piedros di fronte al Guarico; Soledad, Banancas, Piacoa, Sacupana e qualche altra, ma tutte queste ultime non sono che piccoli villaggi.

Invece gran numero di affluenti si gettano nell’Orenoco, a destra ed a sinistra. Tutti ancora non si conoscono e non accenneremo che i principali: il Venituari che sarebbe il più prossimo alla sorgente, il Guanini, il Guaaviari, il Meta che è il maggiore di tutti, il Suapure, l’Arauca, l’Apure, il Guarico, il Marciapuro, il Cucivero, il Caura, il Coroni, i quali tutti hanno trecento, quattrocento e perfino settecento miglia di lunghezza.

È pure ricco di cascate, alcune delle quali sono superbe come quelle di Maipuri, di Aturi o di Quituma, ma non impediscono sempre agli indiani, che sono arditi battellieri, di superarle.

Come tutti i grandi fiumi, anche l’Orenoco ha le sue piene periodiche, ed una straordinaria ogni venticinque anni che è doppia di quella ordinaria. Non cresce però rapidamente come certi altri, ma con una lentezza estrema, avendo poca pendenza.

Il suo innalzamento dura cinque mesi, non crescendo che d’un dito ogni ventiquattro ore; per altri cinque decresce e due mesi rimane stazionario, uno nella sua massima piena ed uno nella sua massima decrescenza. Nelle piene allarga le sue sponde formando in certi luoghi dei veri golfi come presso Uruana dove raggiunge un’ampiezza di venticinque leghe, mentre ordinariamente non ha che quattro o cinque miglia.

Un numero immenso di tribù, per lo più ostili agli uomini bianchi e sempre in guerra fra di loro, abitano le sponde e gli affluenti dell’Orenoco. Accennarle tutte non basterebbero venti pagine, tanto sono numerose. Le più potenti sono quelle dei Maipuri, dei Caveri, dei Caipunavi, dei Caribbi, degli Ottomachi, dei Guaimi, dei Quaquari, dei Guaneri, degli Arori, dei Saimì, degli Eperomerii, degli Yanapiri, ecc.

La scoperta di questo grande fiume rimonta ai primi tempi della conquista dell’America, avendo Colombo approdato pel primo alla sua foce, dando al golfo che forma l’estuario il nome di Tristo; pure per due secoli rimase dipoi quasi ignorato. Anche dopo le esplorazioni di Herrera, di Barreo, del cavalier Raleigh, di Vera e di Keymis, cosa strana, nessuno si occupò di visitarlo e anche oggidì può dirsi che nel suo corso superiore è quasi sconosciuto. Solamente in questi ultimi tempi, pochi audaci esploratori osarono avventurarsi in quelle misteriose regioni, ma con poco frutto, in causa dell’ostilità degli indiani. Però hanno potuto confermare una vecchia tradizione, cioè che l’Orenoco è realmente in comunicazione coll’Amazzone per mezzo di due grossi fiumi, il Rio Bianco ed il Cassichiari, i quali entrambi si uniscono col Rio Negro ch’è uno degli affluenti del secondo fiume gigante...

. . . . . . .

Cominciava ad albeggiare. Una luce rossastra, con certi riflessi giallastri, s’alzava rapidamente verso levante, fugando le tenebre addensate sotto le immense foreste, che si stendevano a perdita d’occhio a destra ed a sinistra dell’Orenoco.

Le acque, poco prima brune, si tingevano di riflessi madreperlacei, mentre verso levante assumevano delle tinte rosee mescolate a pagliuzze dorate.

Gli abitanti delle rive si svegliavano rompendo dovunque il silenzio. Le scimmie rosse gonfiavano il loro gozzo emettendo le loro potenti grida ed i loro muggiti formidabili che si odono, senza difficoltà, a cinque miglia di distanza; i macachi, scimmie voraci ed agilissime, lanciavano le loro chiamate acute e s’agitavano sulle più alte cime degli alberi, cercando avidamente i nidi delle mosche-cartone per divorare i terribili insetti.

Sulla cima delle palme, i tucani dal becco grosso quasi quanto l’intero loro corpo, emettevano le loro grida bizzarre, dure e sgradevoli come lo stridere d’una ruota male unta; i pappagalli cicalavano svolazzando, mostrando le loro penne cremisine o gialle od azzurre; i _bentivì_, appollaiati all’estremità delle grandi foglie delle bananeire, salutavano la comparsa del sole emettendo il loro _ben ti vi_ e l’Onorato nascosto in mezzo ai rami più fitti, gettava sul fiume le sue note musicali _do.... mi.... sol.... do_.

La scialuppa di don Raffaele, spinta da una fresca brezza, s’avanzava sulla grande fiumana frangendo, coll’acuto sperone, la corrente che calava lentamente fra due sponde coperte di boscaglie antiche quanto la creazione del mondo.

Yaruri, sempre silenzioso, sedeva a poppa, alla barra del timone, scrutando le foreste coi suoi acuti sguardi, quasi temesse qualche improvviso pericolo; Alonzo stava a prua, sdraiato sulla banchina, guardando con ammirazione le scimmie che volteggiavano sui rami degli alberi con un’agilità meravigliosa; il piantatore e Velasco, seduti ai piedi dell’albero, parlavano fra di loro fumando delle sigarette di tabacco profumato e delizioso.

La piantagione era già scomparsa da qualche ora e la scialuppa navigava in una curva della grande fiumana per raggiungere la foce del Capanaparo, presso la quale i viaggiatori contavano di passare la prima notte.

Ad un tratto un grido bizzarro, che pareva una nota metallica, venne ad interrompere la conversazione impegnata fra il dottore e don Raffaele ed a strappare Alonzo dalla sua contemplazione.

— Cos’è? — chiese il piantatore, alzando il capo e guardando verso la sponda deserta, che era allora lontana un trecento passi.

— Non saprei, — rispose il dottore, che scrutava gli alberi. — Non ho mai udito questa nota.

— Che l’abbia lanciata qualche scimmia di nuova specie?

— O qualche uccello? — chiese Alonzo.

— Vi dico che non ho mai udito questo grido, — rispose il dottore, — eppure sono dieci anni che percorro le sponde dell’Orenoco.

— Che sia un segnale?

— Emesso da chi, don Raffaele? Che io sappia, non vi sono indiani in questi dintorni.

— Zitto!...

Il grido si ripetè ma con una intensità tale, da potersi udire a tre miglia di distanza. Rassomigliava a quello stridente del tucano, ma infinitamente più potente.

— Yaruri, — disse don Raffaele, volgendosi verso l’indiano sempre impassibile. — Hai udito altre volte questo grido?

— Mai, — rispose questi.

— Non sai spiegarlo?

— No.

— Sai dirmi da dove viene?

— Dalla sponda.

— Lontano da noi?

— Un miglio almeno.

— Credi tu che un indiano possa emettere un tale grido?

— Forse.

— Non sei inquieto?

— No, perchè sono cogli uomini bianchi.

— Conosci questo braccio di fiume?

— No.

Don Raffaele ed i suoi compagni tacquero e tesero gli orecchi sperando di riudire quel grido inesplicabile, ma non si ripetè più. Solamente l’uccello Onorato ripeteva invariabilmente le sue note _do.... mi.... sol.... do_, tenendosi nascosto in mezzo alle grandi palme.

— È una cosa strana, — disse don Raffaele, dopo alcuni istanti di silenzio. — Io non so il perchè, ma comincio ad essere inquieto. Che sia questo paese inesplorato e misterioso che produce tale sensazione o la febbre dell’oro?

— Abbiamo delle buone armi, cugino, — disse Alonzo; — non dobbiamo avere quindi alcun timore.

— Ha del coraggio il nostro giovanotto, — disse il dottore, sorridendo. — Il buon sangue non mente.

— È vero, — disse don Raffaele con compiacenza. — I Camargua hanno nelle vene il sangue di uno dei primi conquistatori e un nostro avolo....

Un baccano assordante, bizzarro, impossibile a descriversi, venne a rompergli la frase. Era un concerto di urla lamentevoli, ma così acute da guastare i timpani meglio costruiti e così strazianti che parevano emesse da un centinaio di persone martirizzate; poi erano voci strane che somigliavano alle salmodie d’una compagnia di frati. Vi erano bassi, baritoni, tenori, soprani e contralti e pareva che tutti quei cantori cercassero di sopraffarsi gli uni cogli altri con note così potenti da udirsi a parecchi chilometri di distanza.

— Cosa succede, cugino? — chiese Alonzo stupito. — Vi è qualche tribù che canta?

— Sì, ma di scimmie, — rispose don Raffaele, ridendo.

— Di scimmie?... Son voci umane, cugino.

— Eccoli i cantori, Alonzo. Guardali!...

La scialuppa, avendo girato una punta che si stendeva per buon tratto sul fiume, era giunta dinanzi ad un gruppo di _jatolà_ (_hynenæa courbaril_), alberi enormi che raggiungono un’altezza di trenta o quaranta metri, ma con certi tronchi che misuravano nove e perfino dieci metri di circonferenza.

Su quei rami grossissimi, avevano preso stanza un centinaio e più di scimmie col pelame bruno, colla testa, le mani e la coda nere e di statura media. Sedute in circolo attorno ad un vecchio maschio che aveva il pelame brizzolato, cantavano a piena gola facendo un baccano assordante ed imitando i frati o gli ebrei quando pregano.

— Che scimmie sono? — chiese Alonzo, scoppiando in una risata, tanto erano ridicole le pose gravi di quei quadrumani.

— Si chiamano _barbado_ ed anche _gaariba bujo_, — disse il dottore. — Hanno una voce potente come le scimmie rosse, ed imitano talora il salmodiare dei frati, ora i lamenti delle donne e talvolta il rumore degli spaccalegna. Quando i brasiliani e gl’indiani le odono, dicono che le scimmie stanno pregando.

— Sono inoffensive?

— Sì e anche deliziose, affermano gl’indiani, i quali amano metterle allo spiedo. È vero, Yaruri?

— Sì, — rispose l’indiano, — e Yaruri ne mangerà!

— Te ne ucciderò una, — disse Alonzo.

— Lascia fare a Yaruri, — disse don Raffaele.

— Nè all’uno nè all’altro, — disse il dottore. — Guardate!... Sta per giungere l’_jacarè_. Ora assisteremo ad una scena curiosa.

V.

Un fuoco sospetto.

Presso uno di quegli alberi enormi, che distendeva i suoi rami sul fiume, si erano vedute le acque gonfiarsi bruscamente, come se un grosso pesce si fosse spinto fin là e si preparasse a comparire alla superficie.

Poco dopo, il dottore ed i suoi amici videro sorgere due mascelle enormi irte di lunghi denti aguzzi, ma il rimanente del corpo rimase nascosto sott’acqua. Da quella bocca uscì un grido lamentevole che pareva quello d’un bambino.

Era un _jacarè_, ossia un caimano, una specie di coccodrillo lungo cinque metri, che cercava la sua colazione. Questi rettili sono numerosi sui fiumi dell’America del Sud e specialmente sull’Orenoco e fanno numerose vittime. Non assalgono l’uomo, ma se vengono cacciati si difendono con estremo furore e ben sovente più d’un cacciatore perdè le gambe o soccombette sotto un terribile colpo di coda.