Part 1
EMILIO SALGARI
LA
_Città dell’Oro_
RACCONTO
Con 41 disegni di Antonio Bonamore e Gino De Bini
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1898.
PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA
_Riservati tutti i diritti._
Tip. Fratelli Treves.
I.
Yaruri.
— Bada, Alonzo! Se ti piomba addosso, non so se il medico, quell’ottimo Velasco, saprà accomodarti le ossa.
— Non temere, cugino, ho il polso fermo e l’occhio sicuro.
— Ma quei dannati giaguari spiccano tali salti da far invidia alle tigri indiane. Anche la settimana scorsa mi hanno storpiato uno schiavo presso la foce dell’Arauca, sebbene quel disgraziato fosse un abile cacciatore.
— Ma non aveva fra le mani un buon fucile.
— Una freccia intinta nel velenoso curaro vale quanto una palla di fucile.
— Non mi fido, cugino Raffaele, di quelle freccie.
— Hai torto. Volano via silenziose e non falliscono mai, quando sono lanciate da un indiano dell’Orenoco. Ti dirò poi che....
— Zitto, cugino!
— Il giaguaro?
— Ho udito laggiù a rompersi un ramo.
— Fermati, Alonzo! Non vorrei festeggiare il tuo arrivo dalla Florida con una disgrazia.
— Taci! Non ho paura.
I due cugini si erano arrestati col dito sul grilletto del fucile e gli occhi fissi sugli ammassi di tronchi e di fogliame che si stendevano dinanzi a loro.
Al di là della boscaglia si udiva gorgogliare la corrente dell’Orenoco, di quel fiume gigante che coi suoi numerosi affluenti solca contemporaneamente le due repubbliche di Columbia e di Venezuela, allungandosi fin presso l’altro gigante che attraversa tutta intera l’America del Sud centrale, il famoso fiume delle Amazzoni.
Alcuni _mico_, scimmiottini così piccoli che possono stare in una scatola di sigari, graziosissimi, svelti, intelligenti, emettevano le loro grida lamentevoli, dondolandosi all’estremità dei rami, mentre su di un tronco una copia di _canindè_, bellicosi pappagalli grossi come le _cacatoe_ dell’Australia, colle ali turchine ed il petto giallo, cicalavano a piena voce.
I due cacciatori stettero alcuni istanti in silenzio, indagando cogli sguardi i cespugli, gli alberi e le foglie gigantesche che proiettavano sul terreno una cupa ombra e tendendo accuratamente gli orecchi, poi Alonzo disse:
— Mi sono ingannato. Non odo nulla di sospetto.
— Non fidiamoci, cugino mio. Il giaguaro ci avrà scorti e si sarà rintanato. To’!... Non senti questo odore di selvatico? È passato di qui, ne sono certo.
— Si mostri, dunque!
Aveva appena pronunciate queste parole, che si videro le larghe foglie d’un _bananeira_ aprirsi rapidamente ed apparire una grossa testa colla pelle fulva picchiettata di nero, che ricordava quella d’una tigre, con una larga bocca irta di lunghi ed acuti denti. Gli occhi di quella fiera, contratti in forma d’un _i_ come quelli dei gatti, si fissavano sui due cacciatori, mandando certi lampi che avevano i riflessi dell’acciaio.
— Eccolo!... — esclamò Raffaele. — Indietro!... È affar mio!...
Un soffio potente, che parve un sordo ruggito, uscì dalle mascelle aperte della fiera. Era una minaccia tremenda; annunciava l’imminenza dell’assalto.
— Gli pianterò una palla fra i due occhi, — disse Alonzo. — Guardati, cugino.
Puntò rapidamente il fucile che teneva in mano e senza attendere altro fece fuoco. Era ormai troppo tardi! La tigre americana aveva preso lo slancio ed era partita con impeto irresistibile, descrivendo una fulminea parabola.
Il fumo non si era ancora dileguato che l’imprudente cacciatore giaceva a terra. Il giaguaro gli stava sopra, pronto a stritolargli il cranio o ad aprirglielo con un formidabile colpo d’artiglio.
Raffaele aveva gettato un grido d’orrore. La scena era stata così rapida che gli era mancato il tempo di prevenire o d’arrestare lo slancio della belva.
A sua volta aveva puntata l’arma, ma la tema di sbagliare la mira e di colpire invece il cugino, lo aveva trattenuto. Gettò un secondo grido.
— Aiuto!...
D’improvviso vide aprirsi precipitosamente i cespugli, apparire un indiano armato di una di quelle pesanti mazze di legno di ferro che usano i rivieraschi dell’Orenoco e che chiamansi _wanaya_, armi formidabili che con un solo colpo sfracellano il cranio più resistente.
Senza pronunciare una parola, senza nemmeno gettare uno sguardo sul cugino d’Alonzo, con un coraggio temerario, quell’indiano piombò addosso al giaguaro e con un tremendo colpo della sua pesante arma lo fece stramazzare al suolo fulminato. La terribile _wanaya_ gli aveva fracassato il cranio.
Raffaele si era precipitato verso Alonzo, il quale, dopo aver respinto il cadavere sanguinante della fiera, s’era alzato a sedere.
— Sei ferito, cugino mio? — gli chiese con voce tremula.
— No, — rispose Alonzo tergendosi il freddo sudore che inondavagli il viso già pallido. — Ma se il soccorso tardava, ero spacciato.
— Nemmeno una graffiatura?
— Neanche le vesti lacerate. Il giaguaro ha avuto un istante di esitazione ed è stata la mia salvezza. Ti giuro però, cugino mio, che mi sento tutto scombussolato.
— Presto, ritorniamo alla piantagione. Una vecchia bottiglia di vino di Spagna ti farà bene.
Alonzo si era alzato raccogliendo il fucile che lo aveva così male servito in quel supremo istante. Stavano per ricacciarsi nella foresta, quando entrambi si arrestarono, esclamando:
— E l’indiano?
Si volsero di comune accordo e scorsero il salvatore ritto accanto ad una palma massimiliana, appoggiato alla sua formidabile mazza, immobile come una statua di porfido.
Era un indiano di alta statura, colle membra assai sviluppate, il petto ampio, coi lineamenti duri, angolosi e gli sguardi cupi che avevano un non so che di triste ed i capelli lunghi e neri, adorni d’una penna d’_aracari_, cioè d’un piccolo tucano molto comune sull’Orenoco. Aveva il petto adorno di varie linee dipinte in rosso, il collo d’una fila di perle azzurre, alle quali era sospesa una placca d’oro in forma di mezzaluna e per unico vestito portava un sottanino di cotone finissimo, intessuto con pagliuzze d’argento, il _guayaro_ come lo chiamano gl’indiani.
Vedendo i due cacciatori avvicinarglisi, l’indiano non si era mosso, però i suoi cupi sguardi si erano accesi d’una viva fiamma.
— Chi sei? — chiese Raffaele.
— Yaruri, — rispose l’indiano che doveva comprendere perfettamente lo spagnuolo.
— Sei schiavo in qualche piantagione?
— Sono uomo libero, — disse il Pellerossa con fierezza.
— Da dove vieni?
— Molto da lontano; dai paesi ove il sole tramonta.
— Hai disceso l’Orenoco per cacciare forse il _manato_?[1]
— Forse, — rispose l’indiano con un sorriso misterioso.
— Sei valente, te lo dico io.
— Lo so: nessuno eguaglia il braccio di Yaruri.
— Grazie del tuo soccorso, — disse Alonzo. — Ti serberò riconoscenza e se vorrai seguirci alla piantagione, non avrai a lagnarti di noi.
— Intanto prendi, amico valoroso, — disse suo cugino.
Estrasse un borsellino contenente parecchie pezze d’oro e lo porse all’indiano; ma questi lo gettò a terra con supremo disprezzo, dicendo con aria tetra:
— A me dell’oro?... Sono qui venuto per offrirne a te!...
I due cacciatori, stupiti di vedere quell’indiano respingere quell’oro, tanto ardentemente desiderato dai suoi fratelli rossi per abbandonarsi poi a delle tremende ebbrezze che durano delle settimane intere, si erano guardati l’un l’altro per chiedersi se quell’indiano era pazzo. Quando udirono quelle parole, la loro meraviglia non ebbe più limiti.
— Tu ci offri dell’oro! — esclamarono.
— L’ho detto, — rispose l’indiano. — Se gli uomini bianchi mi seguiranno nei lontani paesi ove il sole tramonta, li farò tanto ricchi da non saperne cosa fare dell’oro.
— Ma da dove vieni tu? — chiese Raffaele.
— Dall’alto Orenoco.
— A quale tribù appartieni?
— A quella dei Cassipagotti. La conosci tu?
— Ne ho udito vagamente parlare qualche volta e con terrore.
— Se vorrai, io ti condurrò lassù.
— I tuoi compatriotti non sono antropofagi?
— È vero.
— E da cent’anni spaventano le vicine regioni.
— È vero, — disse l’indiano con orgoglio.
— E vuoi condurmi presso i tuoi?
— Sì, se mi seguirai.
— E tu mi assicuri che là vi è dell’oro?
— Fin che vorrai.
— Non ti credo, quantunque si sappia che l’alto Orenoco è ricco d’oro.
Un sorriso contrasse le labbra dell’indiano.
— Tu adunque non hai mai udito parlare degli Eperomerii? — chiese.
Udendo quel nome, il piantatore aveva emesso un grido di stupore.
— Hai parlato degli Eperomerii! — esclamò.
— E di Manoa, hai mai udito parlare? — continuò l’indiano.
— Di Manoa!... Potenza di Dio!... Tu parli di Manoa!...
Il piantatore che pareva in preda ad una viva eccitazione, guardava l’indiano con due occhi che brillavano di cupidigia. Pareva che quella parola di Manoa lo avesse completamente scombussolato.
— Cugino, — disse Alonzo, che non aveva compreso nulla o quasi nulla di quanto aveva detto l’indiano e che non aveva mai udito parlare nè degli Eperomerii, nè di Manoa; — mi sembri commosso.
— E vi è da commuovere l’uomo più impassibile della terra, — rispose il piantatore con voce rotta. — Si tratta di conquistare ricchezze incalcolabili, di monti d’oro, d’una città d’oro, mi comprendi?
— D’una città d’oro!... — esclamò Alonzo. — Ma cosa narri tu?...
— L’antica leggenda sta per diventare realtà. Barreo ne ha parlato, il cavalier Raleigh, Giovanni Martinez e Keymis non si sono sognati, no, l’esistenza degli Eperomerii.... Ah! Alonzo, vedo milioni, vedo dei miliardi!...
— Ma impazzisci?
— No, Alonzo, il mio cervello è a posto, ma che questo nome di Manoa l’abbia un po’ sconvolto, non potrei dirti di no. Manoa!... Manoa!... gli Eperomerii!... Quale inaudita fortuna!...
Poi volgendosi verso l’indiano che conservava la sua inalterabile impassibilità, chiese:
— Ma è proprio vero che tu mi condurrai là?
— Te l’ho detto, — rispose Yaruri.
— Ma non ci tradirai, tu?
— A quale scopo?
— Che ne so io? Gli uomini della tua tribù sono antropofagi e possono aver bisogno di qualche arrosto d’uomini bianchi per qualche rito misterioso.
— Non sono nelle tue mani, io? Chi t’impedirà d’uccidermi al primo sospetto?
— È vero, — disse Raffaele.
— Verrai?
— Una domanda prima.
— Parla.
— Vorrei sapere per quale motivo un indiano tradisce un segreto, gelosamente custodito per più di tre secoli dagli uomini della tua razza.
Negli sguardi tetri dell’indiano guizzò un lampo sanguigno.
— Una vendetta! — disse poi, con voce cupa.
— Non ti comprendo.
— A te l’oro, a me il supremo potere e la vita di Yopi.
— Chi è questo Yopi?
— Un uomo che odio e che bisogna che uccida, — rispose l’indiano con accento feroce.
— Ma perchè l’odii?
— È un mio segreto. Vorrai aiutarmi? Io ti darò tanto oro da riempirne venti canotti.
— È lontano il tuo paese?
— Una luna.
— Un mese di navigazione vuoi dire?
— Sì.
— E non c’ingannerai?
— Lo giuro su questo _piaye_[2], — disse Yaruri, toccando una pietra azzurra che portava sospesa al sottanino.
— Ti credo. Alonzo, cugino mio, torniamo alla piantagione. Fra un mese noi saremo tanto ricchi da acquistare dieci città.
— Ma non ho compreso bene di cosa si tratta, Raffaele.
— Ti spiegherà meglio il dottore. Vieni, Yaruri!...
II.
La leggenda dell’Eldorado.
Don Raffaele de Camargua era un uomo di alta statura, bruno come un meticcio, con membra poderose. Era un ufficiale spagnuolo dell’antica guarnigione venezuelana. Scoppiata la rivolta che doveva sottrarre alla Spagna quasi tutte le sue opulente colonie americane, aveva abbandonato l’esercito dopo la proclamazione della nuova repubblica.
Uomo audace ed intraprendente, aveva chiesto un tratto di terra al di là delle regioni conosciute, nel cuore dell’Orenoco, quel fiume gigante che attraversa quasi tutta intera l’estremità settentrionale dell’America del Sud, presso la foce della Cauca, in quel tempo affatto spopolata.
Con poche dozzine di schiavi negri ed indiani aveva dissodate le terre, abbattute le secolari foreste ed aveva piantato parecchie migliaia di canne di zucchero. A poco a poco la prosperità era entrata nella sua piantagione e nuovi schiavi erano stati aggiunti ai primi e nuove capanne erano state erette in quelle solitudini appena visitate da radi indiani.
Nel 1846, epoca in cui comincia questa veridica istoria, la piantagione di don Raffaele Camargua era una delle più belle di tutta la grande vallata dell’Orenoco.
Duecento schiavi fra indiani e negri la lavoravano; un piccolo villaggio, difeso da solide palizzate, una bella casa munita d’una spaziosa terrazza dalla quale si dominava un vasto tratto del fiume gigante ed abbellita da verande sulle quali il proprietario amava schiacciare i suoi sonnellini in una comoda amaca di fabbricazione indigena, e una grande distilleria si specchiavano nelle acque dei due fiumi; un numero ragguardevole di canotti di ogni dimensione sonnecchiavano sulle sponde, destinati a recare ad Angostura una volta ogni due mesi i carichi di zucchero ed il _cascaça_[3] ricavato dalla distilleria.
Giunto all’apice della fortuna, don Raffaele, che non aveva mai avuto un parente presso di sè, aveva pensato di chiamare un suo cugino che dimorava alla Florida, un giovanotto di diciott’anni, di bell’aspetto, valente cacciatore, avido di viaggi e di avventure, ma fino allora poco fortunato, poichè aveva veduto distruggere le sue piantagioni da una rivolta d’indiani Seminoli. Ed appunto quel giorno Alonzo, il cugino desiderato, era giunto e per festeggiare il suo arrivo aveva organizzato quella caccia al giaguaro che sarebbe terminata drammaticamente senza il provvidenziale intervento dell’indiano Yaruri.
Quando i due cugini giunsero alla piantagione, cadeva la sera. Gli schiavi stavano per ritirarsi nelle loro capanne per prepararsi la cena; solamente la distilleria ancora fiammeggiava spandendo all’ingiro, per un tratto immenso, i suoi effluvii alcoolici.
La comparsa di Yaruri parve però che destasse una agitazione fra un gruppo d’indiani occupati a prepararsi il pasto serale all’aperto. Furono veduti alzarsi rapidamente, additarselo l’un l’altro e scambiarsi delle rapide parole.
Ma nè don Raffaele, nè Alonzo, nè Yaruri vi avevano fatto caso e si diressero verso l’abitazione, sulla cui soglia un uomo di bassa statura ma assai membruto, colla pelle oscura che aveva dei riflessi ramigni, con due occhi vivaci ed intelligenti e giovane ancora, poichè non poteva avere più di trent’anni, li attendeva.
Era l’intendente della piantagione, un bravo meticcio, o _mammalucco_, come chiamano laggiù gli uomini derivanti da un incrocio di negri e d’indiani, persone fedeli, coraggiose e sopratutto intelligentissime.
— Buona sera, padrone, — diss’egli levandosi cortesemente il largo cappello di paglia in forma di fungo. — Cominciavo ad inquietarmi e stavo per radunare alcuni negri per venire in vostro soccorso.
— Abbiamo ucciso il giaguaro, Hara, — disse don Raffaele, — o meglio è stato ucciso da quest’indiano con un buon colpo di _wanaya_.
— Non ho mai veduto quest’uomo, padrone.
— Lo credo, Hara. Viene molto da lontano. Dov’è Velasco?
— Sta visitando un negro che è gravemente ammalato.
— Cos’ha?
— Le febbri palustri, padrone.
— Velasco è un bravo medico e saprà guarirlo.
— Devo avvertirlo del vostro ritorno?
— E senza indugio. Ho da comunicargli delle cose importanti. È pronta la cena?
— Sì, padrone. È servita sulla terrazza.
— Vieni, Alonzo.
Entrarono nell’abitazione e salirono sulla terrazza, sempre seguiti dal taciturno indiano. L’intendente aveva già fatto allestire una succolenta cena fredda e fatta accendere una lampada.
Una fresca brezza, profumata di mille aromi, veniva dal fiume, facendo stormire le splendide e grandi foglie delle palme massimiliane ed i rami di passiflore che si estendevano lungo il parapetto.
Don Raffaele ed Alonzo si sedettero a tavola sturando una bottiglia di vecchio vino di Spagna, trasportato fino alla piantagione con molti pericoli e con molte fatiche.
— Hai fame? — chiese il piantatore, rivolgendosi all’indiano che si manteneva ritto in un angolo della terrazza.
— L’indiano che pensa alla vendetta non prova nè gli stimoli della fame, nè della sete, — rispose Yaruri.
— La vendetta verrà a suo tempo, amico. Puoi assaggiare queste costolette di _manato_ che sono più deliziose di quelle d’un vitello.
L’indiano alzò le spalle e non rispose.
— Che uomini! — esclamò Alonzo.
— E sono tutti così, cugino mio, questi figli delle selve. Fieri, orgogliosi e sopratutto vendicativi.
— E traditori, — aggiunse una voce.
I due cugini si volsero esclamando:
— Voi, dottore!...
— E giungo in buon punto, a quanto sembra. L’aria dell’Orenoco mette appetito.
— Ma la tavola è eccellente, dottore, — disse don Raffaele.
— Lo so, ed è per questo che vengo a trovarvi di frequente.
— Troppo di rado, o mio caro Velasco. Vorrei vedervi più sovente ed avere più spesso un così amabile e sopratutto un così istruito compagno. Accomodatevi e date un colpo di dente a questi fagiani di fiume.
Il dottor Velasco non si fece pregare e si sedette fra i due cugini. Era un uomo che aveva varcato la quarantina come don Raffaele, alto, magro come un basco, ma tutto nervi. La sua pelle, cotta e ricotta dal sole equatoriale, era diventata già bruna come quella d’un meticcio, ed i suoi baffi avevano già cominciato a brizzolarsi.
Spagnuolo come don Raffaele, aveva emigrato da giovane in America, soggiornando lunghi anni nel Brasile, poi spinto da una potente passione per la storia naturale, aveva dato un addio alle città ed era andato a stabilirsi ad Angostura, sull’Orenoco. Amante però della natura selvaggia, intraprendeva delle lunghe peregrinazioni sul fiume gigante, visitando le numerose piantagioni sparse sulle sponde, ove metteva in opera la sua scienza e la sua lunga pratica medicando schiavi e padroni, ma facendo sopratutto raccolta di piante, di uccelli e di animali che poi regalava ai musei spagnuoli.
Don Raffaele era uno dei suoi migliori amici e quantunque la piantagione di lui fosse la più lontana di tutte, non mancava di visitarlo ogni quattro o sei mesi.
— Ebbene, giovanotto, — diss’egli rivolgendosi verso Alonzo che stava intaccando un pappagallo arrosto con un appetito invidiabile. — L’avete ucciso il giaguaro?
— È stato ucciso, dottore, ma non da me.
— L’avete mancato?
— Pur troppo.
— Oh che cacciatore!
— Sono alle mie prime armi, dottore.
— È vero e non avete che diciott’anni. Alla vostra età non si cacciano che i pappagalli. Ma.... to’! Cosa fa quell’indiano?
Invece di rispondere alla domanda, don Raffaele alzò il capo chiedendogli a bruciapelo:
— Velasco, avete mai udito parlare di Manoa?
Il dottore, a quel nome magico, sussultò.
— Di Manoa!... — esclamò. — Ecco un nome che fa battere il cuore a tutti gli uomini.
— E degli Eperomerii?
— E chi non conosce l’antica leggenda dell’_Eldorado_?
— Sapete la storia di quegli immensi tesori?
— Sì, don Raffaele; ma perchè tale domanda?
— Vi piacerebbe porre le mani su quei tesori?
— Se mi piacerebbe?... Non ho mai amato l’oro, ma.... per Bacco!... se si tratta del famoso _Eldorado_! Si può disprezzare la ricchezza, ma quei tesori dànno le vertigini, don Raffaele, e poi si tratterebbe di chiarire un’antica leggenda che ha occupato, per quasi quattro secoli, gli storici americani ed europei.
— Allora affrettatevi a cenare, poi ci racconterete quanto sapete sull’_Eldorado_.
— Posso narrarvelo anche assaggiando queste eccellenti costolette di lamantino.
Vuotò un bicchiere di vino di Spagna, poi fra un boccone e l’altro riprese:
— Questa leggenda dell’_Eldorado_ rimonta alla distruzione dell’impero peruviano per opera del Pizzarro e d’Almagro. Narrasi che dopo l’assassinio di Atabalipa, lo sventurato imperatore fatto bruciare vivo dai due feroci conquistatori, un figlio di costui uscisse dall’impero assieme ad un grosso numero di sudditi e con delle ricchezze immense, e che andasse a stabilirsi fra l’Orenoco e l’Amazzone. Non si è mai potuto sapere il nome di quel principe, ma si crede che fosse il quarto figlio di Atabalipa. Pochi anni dopo cominciarono a divulgarsi le voci dell’_Eldorado_. Si diceva, dagl’indigeni dell’Orenoco, che una potente nazione venuta dal Sud, i cui uomini indossavano delle vesti a vivaci colori, era andata a stabilirsi sulle loro terre scacciandoli a viva forza e che aveva fondata una città detta Manoa, con palagi superbi che avevano i tetti d’oro e le colonne pure d’oro. Quegli stranieri si facevano chiamare Eperomerii od Orecchioni. Dove quella città fosse precisamente situata, nessuno lo sapeva, ma tutti ne parlavano.
— Dunque nessuno l’ha mai veduta, — disse Alonzo. — Allora c’è da dubitare della sua esistenza.
— Un momento, giovanotto, — disse il dottore. — Vi è chi l’ha visitata.
— Un uomo bianco forse?
— Un nostro compatriota.
— Oh! oh! Ma dunque l’_Eldorado_ non è più un frutto della fantasia d’alcuni illusi.
— Niente affatto. Un certo Martinez Giovanni, maestro d’artiglieria di Ordaco, uno dei capitani conquistatori, percorrendo l’immensa regione che si estende fra l’Orenoco e l’Amazzone, potè giungere all’opulenta capitale di quei figli del sole.
Alla cancelleria di Portoricco conservasi ancora la relazione del suo viaggio e del suo soggiorno a Manoa. Da quella risulta che egli stette sette mesi in quella città, che ebbe splendide accoglienze da parte degli abitanti e che gli fu concesso il permesso di visitarla, ma sempre accompagnato da una scorta la quale gli bendava gli occhi quando doveva passare da certi luoghi.
Quando ripartì il sovrano gli regalò molto oro, ma non potè salvare che due fiaschi ripieni di polvere aurifera, essendo stato depredato da alcuni indiani.
Ritornato alla costa, Martinez si recò a Portoricco ove si ammalò. Prima di morire si fece recare l’oro che aveva portato con sè e lo donò alla chiesa perchè fondasse una cappellanìa, e la relazione del suo viaggio che donò alla cancelleria per memoria della sua spedizione.
Saputosi ciò e perdurando sempre le voci sull’esistenza di quella famosa città, Pietro d’Orsua prima, poi Girolamo d’Ortal, Ferdinando di Sarpa e Gonzales Himene de Quesada, intrapresero delle spedizioni per ritrovarla, ma non si sa se la scoprirono, poichè la storia tace sulle loro imprese. Pare però che non riuscissero nel loro intento, poichè Quesada, il conquistatore dell’impero di Bogota, morendo, si fece giurare da Antonio Barreo, suo genero ed ardito conquistatore, d’impadronirsi del vasto territorio compreso fra i due fiumi giganti, assicurandolo che avrebbe trovato più oro di quanto i Pizzarro e gli Almagro ne avevano raccolto nel Perù.
Barreo non mancò alla parola: Manoa esercitava un fascino irresistibile. Partì alla conquista dell’Orenoco con settecento cavalli e parecchie centinaia d’indiani. Percorse deserte regioni, discese l’Orenoco, saccheggiò parecchie tribù, ma finalmente dovette ritornare a Santa Fè dopo di aver speso 300,000 ducati d’oro. Potè però constatare che quella regione era immensamente ricca d’oro e che tutte le tribù ne possedevano in gran copia.
Durante l’esplorazione di Barreo comparve il famoso cavalier inglese _sir_ Walter Raleigh, il quale potè avere dagl’indigeni notizie dell’esistenza di Manoa, degli Eperomerii e degli Orecchioni, ma non potè giungere nella famosa città; nè più fortunato fu il suo compagno Keymis, nè un altro nostro compatriota Domingo di Vera, che tentò la conquista della regione undici anni dopo Barreo, cioè nel 1593. Ecco, amici miei, la storia dell’_Eldorado_.
Don Raffaele, che aveva ascoltato tutto ciò senza pronunciare sillaba, riempì i bicchieri, vuotò il suo, poi chiese:
— Ditemi, dottore, credete voi all’esistenza di questa famosa Manoa?