Chapter 5
CAPITANO. Io fuggo? ahi, ciel traverso, io seguo te! Oimè, che ho avuto a rompermi il collo!
AMASIO. Codardaccio, ora ti pestarò!
CAPITANO. Oh che onore! ferir un caduto è cosa da gentiluomo?
AMASIO. Alzati, ché non vo' offenderti mentre giaci.
CAPITANO. Se questo è, non m'alzerò mai. Renditi a me se non mi rendo io a te.
AMASIO. Se ti partirai di qui tosto, farò teco la pace.
CAPITANO. M'hai ferito, non ci è l'onor mio! vo' la sodisfazione.
AMASIO. Se ti ho dato bastonate, fu per tua colpa, e son ben date e te l'hai meritate; ma se te ne ho dato piú del dovere, ne farò sodisfazione.
DULONE. (Tutto coperto di ferro e tutto armato, e pur teme! In somma, tutte l'armi del mondo non armarebbono la paura: quel pugnal li serve per busar le botti. Giá s'è alzato e se ne fugge, il poltrone).
CAPITANO. Qua qua, poltrone, volgeti a me!
AMASIO. Eccomi; dove sei? Mi scappa di man come un'anguilla; mi provoca e poi fugge.
CAPITANO. Eccomi qua innanzi: mostri di non vedermi; dove fuggi?
AMASIO. Fermati, dove sei balzato? Non so come trapassa per questi vicoli, ché me lo retrovo sempre dietro.
CAPITANO. Tu non vuoi vedermi né ti piace incontrarti con me. Eccomi qui: dove sei?
AMASIO. Corro alla voce e gionto al luogo lo sento altrove. Se ti giungo ti farò ricordare di questa notte e di questo luogo.
DULONE. (Dove si vede mai la piú bella festa? lo sfida da un capo della strada, e come quel viene, se ne fugge per un vicolo e comparisce per un'altra strada; lo chiama, quel viene, ed egli scampa!).
CAPITANO. Qua qua, se tu ne vuoi.
AMASIO. Qui sento la voce, altrove sento il calpestio. Orsú vieni, ché non vo' che tu muoia per mia mano: la mia vendetta sia la tua vita infame: sopravivi alla tua codardia!--Questa è la casa di Lidia; vo' fare il segno: _fis, fis_.
DULONE. (Ah, traditore, or sí che m'accorgo che tutto è vero quanto ho suspetto!).
SCENA VI.
BALIA di Lidia, AMASIO, LIDIA, DULONE.
BALIA. Cintio mio, sète voi qui?
AMASIO. Sí ben, balia mia cara.
BALIA. Lidia, Lidia figlia, che badi che non corri a ricevere il tuo Cintio?
LIDIA. Cintio, anima mia, dove sei?
AMASIO. Eccomi; e voi sète Lidia mia?
LIDIA. Cosí fussi polvere e cenere non essendo riamata da voi!
AMASIO. Avete il torto a dir cosí.
LIDIA. Tutto il mondo vi predica per un tempio di cortesia e di gentilezza, solo a me usate tanta disamorevolezza e discortesia; ma io vi veggio, e appena lo credono gli occhi miei. Certo che disconviene ad una anima bella come la vostra l'esser sitibonda e ingorda dell'altrui sangue.
AMASIO. (Dubito non poter contenermi ne' termini dell'onestá, perché vorrei rispondere come devo; ma se mi mostro cosí volontaroso, l'empirò di suspezione e forse accorgerassi dell'inganno).
LIDIA. Giá penso che sia diventata molle quella dura durezza che sí gran tempo è stata d'intorno al durissimo vostro cuore, e mossasi a pietá della mia fede, la qual omai meritarebbe d'esser riconosciuta da voi.
AMASIO. Sappiate, Lidia, dolcissima anima mia, che voi sempre foste la piú dolce fiamma del mio core; ma l'ho sempre con simulata rigidezza cosí ben finto che voi non ve ne siate giamai accorta, dubitando che il vostro amor non fusse stabile e solido ma capriccioso e convenevole all'etá d'una fanciulla come sète, e che tra poco avreste voi mutato cervello. Ma poiché v'ho conosciuta fermissima e l'amar convenevole ad una gentildonna sua pari, ecco mi vi scuopro, ché non fu mai fiamma cosí ardente come quella che ha per amor vostro consumato e brusciato il mio petto.
BALIA. Ascolta, figlia, perché si è mostrato cosí crudo: ed era ben di ragione.
LIDIA. O mio penoso diletto, non conoscevate le mie fiamme palesi, anzi scolpite nel fronte, e ch'io era assai piú vostra che di me stessa? conoscerete le mie pene forse quando sarò morta?
DULONE. (Chi crederebbe ch'una fanciulla scoprisse cosí bene la sua passione?).
AMASIO. Anima mia, perché conosco il vostro amor non da scherzo ma degno d'una persona come voi sète, con le ginocchia del core e dell'anima chine ve ne cerco perdono, pregandovi che siate cosí intiera padrona di me come io tutto mi vi dono per servo.
LIDIA. Orsú, Cintio mio, poiché voi affermate che cosí voi m'amate come v'amo io, e che i vostri amori non sono vani o lascivi ma da sposi, con licenza de' nostri padri potremo sposarci insieme.
AMASIO. Eccovi qui prontissima la mia fede d'esservi sposo e servo mentre vivo; però calate giú, anima mia, accioché la possiamo insieme stringere.
LIDIA. Cintio mio, conosco ben quanto un innamorato è infido guardiano della sua amata, e principalmente quando conosce che sia amato da lei; però io non verrò costí, ché dubito anch'io non potermi contener ne' termini dell'onestá.
AMASIO. Ma che tradimento si porebbe imaginare maggiore che tradir sotto la fede?
LIDIA. Temo: se mi assecurate con giuramento, verrò subito.
AMASIO. Signora mia, questo richiedermi del giuramento è una occolta maniera di notarmi d'infedeltá: perché non posso mostrarvi se vi amo o no, perché, conoscendomi voi modesto, stimarete ciò faccia costretto dal giuramento.
BALIA. Credegli, figlia, credegli, ch'io verrò teco in compagnia, ché non dandovi la fede cosí da presso non vi manterrá quanto v'ha promesso.
LIDIA. Ecco, ne vengo a voi.
DULONE. (Non calar giú, Lidia, ché costui è un cattivello, e si t'ará le mani adosso, non so come andrá la cosa poi).
AMASIO. (Amasio, non perderti d'animo, desta in te stesso l'ardire: ché se mi scappa questa ventura dalle mani, mi morrò di dolore, avendo lasciato di far cosí bell'opra).
LIDIA. Eccovi la mia fede.
AMASIO. Vita dell'anima mia, la fede senza il bacio non val nulla.
LIDIA. Questo è stato soverchio; orsú, tiratevi indietro, ché è mal cosa star l'esca appresso al foco. Dove mi spengete? di grazia, non fate oltraggio all'onor mio.
AMASIO. Non sète voi mia moglie? non posso far di voi quel che mi piace?
LIDIA. Se voi volete esser cosí mio come io son vostra, non bisogna far altra violenza; ché cosí facendo mostrate il poco amore. Balia balia, aiutami, dove sei?
BALIA. Son qui impedita; verrò or ora. E che pensiate che sia ciò?
DULONE. (O povero padrone, se vedeste con gli occhi vostri quel che ho visto io, areste dato credito alle parole d'un vostro fidelissimo servidore, poiché non l'avete data per lo passato. Va', fidati d'amici, va'. Ecco gli amici d'oggi: tutti interessi e dissegni. Chi mostrò ad uomo amicizia piú leal di costui? e or gli fa cosí gran tradimento. Oh quanto desiderarei ch'egli fusse qui adesso per fargli veder il tutto con gli occhi suoi!).
SCENA VII.
CAPITANO, DULONE.
CAPITANO. Son gito cercando quel furfantello di Cintio, l'ho dato una buona stretta; ma le botte l'han gionte l'ali a' piedi: le buone gambe l'han salvato, ché con questa sola scrima si scampa dalle mie mani.
DULONE. Io ho inteso dar certe botte e gridar molto.
CAPITANO. Le botte le dava io, e colui che le riceveva era quel che gridava.
DULONE. T'hai pur fatto scampar Cintio di mano: oh gran vergogna!
CAPITANO. Giuro a fé di Marte e di Bellona, che ancor ch'ei s'incavernasse sotterra e si rinselvasse nella Transilvania, non sará per iscampar dalle mie mani e proverá che cosa sia far sdegno ad un par mio! Non sa egli ch'io son capitano dal cui ritratto si de' tôr il modello de tutti i capitani del mondo?
DULONE. Veggio venir fuori Cintio da Lidia, e viene a tempo.
SCENA VIII.
AMASIO, CAPITANO, DULONE.
AMASIO. Sento nominar Cintio. Ancor sta qui questa bestia che non lascia far i miei fatti? eccomi qui per sbestiarti, bestiaccia!
CAPITANO. Qui ci manca un schiaffo e una mentita: sta da lungi e non posso dargli lo schiaffo, pazienza! della mentita non posso farne di meno.--Menti d'una mentitissima, arcimentita, arcimentitissima, mentitissimissima, missimissima mentita! Tu sei un di quei che vogliono essere uccisi per forza; ed io ti sodisfarò, ché ti darò il castigo con questa spada temprata nel sangue de' rodomonti.
AMASIO. Toglici questo!
CAPITANO. (Oh, figlio di puttana, un altro poco piú alto mi dava in testa; ma è gita di piatto, se no stava fresco!). Tu chi sei?
AMASIO. Son io.
CAPITANO. (Certo sará Marte: non potrá esser altro).
AMASIO. Son Cintio al tuo comando.
CAPITANO. (Diavolo, toglitel su calzato e vestito, ché non posso tôrmelo d'intorno tutta la notte; e gli deve venir l'odor al naso del mio valore: Ma non importa: ché se la natura mi ha fatto d'animo debole, mi ha fatto gagliardo di scrima).
AMASIO. Chi è questo altro tuo amico?
DULONE. (Bisogna levarmi di qua ché non mi veggia; ché ben s'è accorto che dico mal di lui ad Erasto, e forse fra queste tenebre si volesse sfogar la rabbia c'ha contro di me).
AMASIO. Ancor tu sei qui?
CAPITANO. (Qui ci va la schena a pericolo). Olá olá, o dalla piazza, candele candele, ladri ladri in piazza!
AMASIO. Giá s'è fuggito.--Io non so se debba felice o infelice chiamarmi: ché avendo quel conseguito di che non desiava maggior cosa in vita mia, posso felicissimo chiamarmi; ma ben all'incontro misero e infelice, avendolo conseguito contro la sua volontá e col suo dispiacere. Ella certissimo si crede che sia Cintio: io ho fatto il male, altri ne ará la penitenza. Io non trovo altro rimedio al mio male che andarmene a mio padre e narrargli il successo--chi mi desia vivo mi faccia aver Lidia per isposa, ché è impossibile che viver possa senza lei;--so che m'ama e cercherá darmi sodisfazione.
DULONE. (E tu, savio capitano, che veggendoti poco lontano il bastone chiami i vicini e le candele in aiuto: la paura è buon maestro da trovar invenzioni).
CAPITANO. (Ad una repentina furia de nemici è forza cedere. Un buon consiglio dato a tempo fa un essercito vittorioso, e un error apporta gran ruina: quel subito consiglio fu la salvezza della mia vita).
DULONE. (Ma pur n'hai avuta una dozzina a buon conto).
CAPITANO. (In questi pericoli, «della necessitá bisogna far virtude»).
SCENA IX.
CINTIA, ERASTO, CAPITANO, DULONE.
CINTIA. Vita mia, andate in buon'ora e ricordatevi di chi v'ama.
ERASTO. Come non ricordarmi di quello che mi sta sempre fisso nella mente?
CINTIA. Cor mio, che fate? voi mi togliete in braccio.
ERASTO. Perdonatemi, padrona, se contro il voler vostro vi porto a casa mia: da che voi mi sète moglie, non vo' piú vivere senza voi.
CINTIA. Erasto, se mi amate non fate cotal pensiero: avete sí poco conto dell'onor mio che le mie vergogne secrete volete che sieno palesi a tutto il mondo? Deh, non fate cose spinto dalla furia, ché poi non possiate pentirvene rinvenuto in voi.
ERASTO. Padrona, ho cosí rissoluto.
CINTIA. Uccidetemi piuttosto e sepelite me e le mie disonestá in queste tenebre! lasciate di grazia, oimè!
CAPITANO. (Erasto rapisce Amasia e se la porta di peso per forza: come patirò io tanta insolenza e dinanzi gli occhi miei?). Fermati olá, lascia costei!
ERASTO. Se non taci e ti parti, ti farò pentir di tanta temeritá!
CAPITANO. Se non ti fermi, ti taglierò le gambe!
ERASTO. Capitan, va' via, non tôr briga dove non hai a far nulla.
CAPITANO. Come nulla? i fatti d'Amasia m'importano molto.
ERASTO. Traditore, me l'hai fatta scampar di mano: mal per te, bestiaccia!--Dulone, vedilo tu?
DULONE. Io non vedo niuno: egli è sparito come una nebbia.--Ma fermatevi, dove andate?
ERASTO. Orsú, me la pagherai davero!
DULONE. Padrone, io son chiaro di quanto dubitava: mentre voi sète stato in casa di Cintio, egli, uscendo dalla casa di Amasio, è stato in casa vostra, ha ragionato un pezzo con Lidia dalla finestra. Al fin calò a lui; l'ha usata violenza e fattala sua donna.
ERASTO. Dovevi star imbriaco, però ti pareva di veder questo.
DULONE. Ben sta: in pago del ruffianesimo che v'ha usato, v'ha dato un bel paio di corna.
ERASTO. Dovevi star in estasi.
DULONE. È possibil, padrone, ch'egli cosí volentieri vi fa credere il falso, ed io non basta a farvi vedere il vero?
ERASTO. Entra e serra l'uscio.
CAPITANO. (Giá egli è entrato e serrato l'uscio. Vo' sfidarlo e provocarlo, cosí provederò all'onor mio). _Tic, toc_.
ERASTO. Chi è lá?
CAPITANO. È il capitano qui, per mantenerti che ha fatto molto bene a tôrti di mano Amasia la sua innamorata e fattoti restar con le man vote e come un asino.
ERASTO. Dove è questo furfante bestione, dove sei, dove sei gito? stimo che sei fuggito dal mondo: misero te se t'incontro!
DULONE. Entriamo, padrone, ché egli se n'è scampato.
ERASTO. Entriamo. CAPITANO. Ti sei rinserrato e inchiavato, timido coniglio! hai paura di me, ah? Perché tanta bravura quando sei solo, e come ti vedi incontro me, t'incaverni e te imbuchi come un granchio? Io furfante bestione? menti per la gola: ecco son qui per mantenertelo.
ERASTO. Capitano, se verrò fuori, sará mal per te; vattene con tutti i tuoi diavoli!
CAPITANO. Vien fuori, vien fuori dalla tua tana! romperò l'uscio a tuo malgrado e con una schieggia di quello ti darò mille legnate.
ERASTO. Ah, traditor villano, questo a me? dove sei, dove ti sei appiattato, codardaccio? deh, se ti ritrovo, farò che il piú grosso pezzo di te sia l'orecchia!
DULONE. Entrate, padrone, ché questi sono suoi modi: egli è sparito via che non lo trovarebbe il demonio. Vi fará cosí tutta la notte: lascialo in sua malora!
CAPITANO. Giá è riserrato. _Tic, toc_.
ERASTO. Chi è lá?
CAPITANO. Cosa d'importanza.
ERASTO. Chi sei che batti?
CAPITANO. Un vostro amico, e vorrei dir una parola ad Erasto di cose importanti: che di grazia si facci su la fenestra.
ERASTO. Chi sei, olá? chi domandi?
CAPITANO. Son quello che tu men desii che sia, son il gran capitano, il quale è qui comparso a disfidarti: che cali giú ché ti vo' rompere la schena di bastonate e trattarti come meriti.
ERASTO. Va' va', ché ci conosciamo insieme; domani ci rivederemo.
CAPITANO. Ti disfido: cala giú, non dir poi che non sia venuto a disfidarti in casa tua.
ERASTO. Hai ragione, tu sei il vincitore; non mi dar piú travaglio.
CAPITANO. Ecco t'ho fatto conoscere chi sia io: bisogna in somma mostrar valore. Ecco ricuperato il mio onore: o vincere o morire!
ATTO IV.
SCENA I.
PEDOFILO, ERASTO.
PEDOFILO. (Sto con animo assai travagliato dal fatto di Amasio mio figliuolo. La notte passata è scappato di casa, poi l'ho visto venir tutto turbato: l'animo mio s'incontra alcun male!...).
ERASTO. (Son venuto rissoluto per uscir di fastidio; e sará meglio arrossir una volta e scoprirlo che tenerlo secreto e impallidir mille volte il giorno e soffrir mille indignitá....)
PEDOFILO. (... Vo' manifestar al mondo che sia maschio e ritornarmene a Bologna, poiché intendo che la parte guelfa nostra nemica è giá dipressa e annichilata).
ERASTO. (... E vo' dirgli che siamo sposati di nascosto e sia pregna di me, ché non penso sará cosí goffo che, avendole tolto l'onore, me la voglia negar per moglie; e quando pur non volesse concederlami, venir alla forza, alla violenza, alla rapina).
PEDOFILO. (Ma ecco il fratello di colei che vien costá: vedrò modestamente potergli ragionar su questo fatto).
ERASTO. (Lo veggio venir verso di me). Ben venghi il mio padre e padrone!
PEDOFILO. Ben venghi il mio caro figlio e signore!
ERASTO. Avendomi tolto molti mesi sono Vostra Signoria per patrone e per padre, con quella confidanza che si conviene tra figlio e padre, son venuto a ragionargli....
PEDOFILO. Né altrimente riceverò le vostre parole.
ERASTO.... Sappiate, Pedofilo, mio carissimo padrone, che Amasia la tua figlia è moglie mia.
PEDOFILO. Vostra moglie? Giesú, che dite? e come? ERASTO. Perché ci siamo sposati di nascosto.
PEDOFILO. Come può esser questo?
ERASTO. Anzi è stato piú di questo: ch'essendole io sposo e servidore, siamo giaciuti insieme ed è giá pregna di me.
PEDOFILO. Cosí è pregna di voi come ne son io!
ERASTO. Il ventre gonfio ne potrá far a voi ben larga testimonianza.
PEDOFILO. Il ventre non si potrá mai gonfiar ad Amasia se non per qualche idropisia.
ERASTO. V'ho detto quanto è passato tra noi.
PEDOFILO. Voi avete visto il ventre gonfio a mia figlia?
ERASTO. L'ho visto e l'ho tocco, per dirlovi piú chiaramente, dalle due ore di notte insino all'alba.
PEDOFILO. Voi dite cose impossibili: la notte passata ha dormito meco dalle due ore insino all'alba.
ERASTO. V'ho detto il tutto.
PEDOFILO. E se voi sapeste il tutto, vi vergognareste e v'arrossireste di quel che dite.
ERASTO. Se non volete crederlo a me, credetelo a' testimoni.
PEDOFILO. Chi sono i testimoni?
ERASTO. Cintio, il vostro vicino, che n'è stato il nostro caro mezano, e la sua balia: che è passata dalla vostra casa alla sua per un tragetto quando siamo giaciuti insieme.
PEDOFILO. Come ha possuto passar dalla mia nella sua casa?
ERASTO. Dico, abbiamo fatto una buca nel muro tra voi e lui, e s'è passato per quella.
PEDOFILO. Vo' che le vostre parole stesse discoprano la bugia: fra la mia casa e quella di Cintio non vedete che v'è il vicolo in mezo? in qual muro avete voi fatto la buca? Se non è passata per aria o sotterra, non ha potuto venir per altra via. Non v'accorgete che tutto il restante sia bugia?
ERASTO. Ma io veggio il capitano. Eccovi un testimonio.
PEDOFILO. Oh che testimonio!
ERASTO. Capitano, di grazia accostatevi qua.
SCENA II.
CAPITANO, PEDOFILO, ERASTO.
CAPITANO. Pedofilo, buon giorno, poiché tua figlia ha dato a costui la buona notte.
PEDOFILO. Chi te l'ha detto?
CAPITANO. Dimandate chi me l'ha detto? tutto il mondo.
ERASTO. Capitano, dite come passò il tutto e con veritá, e quanto avete visto.
PEDOFILO. (Sará piú difficoltá a far dir a costui una veritá che a farlo sudar di mezo gennaio).
CAPITANO. Quel che dico l'ho visto con questi occhi. Alle due ore di notte vidi Amasia nella casa di Cintio venir ad incontrar Erasto fin in mezo la strada, abbracciarlo e baciarlo; ed egli, condottola poi su, se l'ha goduta in sino a giorno; poi l'accompagnò sin alla strada e si licenziò da lui.
ERASTO. Anzi io volea portarla insin a casa in braccio; e per l'impedimento che costui mi diede, mi scappò dalle mani: ch'io volea che voi non l'aveste a veder piú mai se non dopo concessalami per moglie.
PEDOFILO. E questo è vero?
CAPITANO. Se questo non è vero, che questa mia spada non magni piú cuor di principi né beva piú sangue di colonelli.
PEDOFILO. L'arai tu visto in sogno questo?
CAPITANO. Se fusse altri che tu che ardisse cosí mentirmi sul viso, a questa ora arebbe veduto il ciel della luna.
PEDOFILO. E se altri che tu avesse avuto ardir far tal testimonianza, m'arebbe fatto adirar da dovero; ma ben ti conosco che cosí dici in questo il vero come nelle altre tue cose.
CAPITANO. Ti mostravi assai schivo di darmi tua figlia per isposa, che non l'accetterei per una fante di cucina: io te la renunzio ancorché sapessi che per me ne avesse a crepar di martello. Adio. PEDOFILO. Va' va'.
ERASTO. Ma ecco la balia di Cintio, viene a tempo: questa è pur stata mezana de' nostri amori.
SCENA III.
BALIA di Cintia, ERASTO, PEDOFILO.
BALIA. (Veggio Pedofilo ed Erasto che gareggiano insieme. Iddio mi aiti!).
ERASTO. Balia balia, vien qui per amor mio!
BALIA. (Oimè misera, dove sono inciampata! o terra, apriti e divorami! adesso fia per discoprirsi il tutto. O figlia, dove m'hai tu ridotta!).
ERASTO. Vien qui tosto, di grazia.
BALIA. Vo in fretta per un servigio di grandissima importanza. (O Dio, come potrei scampare?).
ERASTO. Non può esser di maggior importanza di quello che si tratta ora.
PEDOFILO. (Oh, come il testimonio viene mal volentieri all'essamina!).
BALIA. Eccomi, che volete?
ERASTO. Balia mia cara, or non è piú tempo di nasconderci: ché ben sai che Amasia è mia moglie, però senza respetto alcuno narra alla libera il fatto come è passato.
BALIA. Che volete saper da me meschina? io non so nulla. (O Dio, in che intrigo mi ritrovo!).
ERASTO. Narra quanto sai di me e della figlia di questo gentiluomo.
BALIA. Non so che dirvi.
ERASTO. Tu non sei stata la mezana tra me e Amasia e principio de' nostri amori? non sai come sia meco giaciuta e sia mia moglie?
BALIA. L'avete detto voi: a che vi giova che lo redica?
PEDOFILO. (Non lo vuol dir di bocca sua).
ERASTO. Vo' che l'accerti in presenza di suo padre.
BALIA. Lo dissi, è vero.
ERASTO. Che cosa dicesti?
BALIA. Quello che avete detto voi.
ERASTO. Non abbiam fatto un traghetto nel muro divisorio fra l'uno e l'altro, per il quale è passata ogni volta ch'è venuta a giacer meco?
BALIA. Cosí come voi dite.
PEDOFILO. O Iddio, che intendo!
ERASTO. È piú di quello che avete inteso?--Dimmi, non è ella di me pregna e omai è sul mese del partorire?
BALIA. Quanto dite è cosí.
PEDOFILO. Non ti vergogni tu, feminaccia del diavolo, con la tua falsa testimonianza tôr l'onore e la fama a mia figliuola?
BALIA. Mi parto, ho da compir quel mio negozio.
ERASTO. Fermati un altro poco.--E la notte passata non è giaciuta meco dalle due ore insino all'alba?
BALIA. Vero vero.
PEDOFILO. Falso, arcifalso, falsissimo, e ne menti centomila volte per la gola, vecchia falsa, strega, ruffiana! Mira qua se tra noi v'è questo vicolo in mezo: in qual muro avete voi fatto il traghetto? Se dalle due ore di notte ha dormito in mia camera insino a giorno, come fu in braccio di costui? Come ardisci tu dir che sia pregna, se il suo ventre è piú ritirato in dentro che non è il mio?
BALIA. Adio adio, signori.
PEDOFILO. Mira che testimoni! Ma per mostrarvi che quanto dite di mia figlia è tutto falso, son uomo di farla calar qua giú e che tu veggia con gli occhi propri che non è pregna.
ERASTO. Di grazia, fatela calar qua giú, ché farò ch'ella confessi il tutto in vostra presenza; ché giá non è piú tempo di tenersi nascosto il fatto.
PEDOFILO. O di casa, fate che cali qua giú Amasia per cosa che importi assai.--Che pregne? che sposi? che traghetti? imparate di grazia ad esser piú continenti nel parlare.
ERASTO. Vi prego che voi tacciate: lasciate ragionar a me primo, ché forse vergognandosi della vostra presenza non volesse accertarlo.
PEDOFILO. Farò come volete. Eccola che giá viene.
SCENA IV.
AMASIO, PEDOFILO, ERASTO.
AMASIO. Che comandate, mio padre?
PEDOFILO. Ascolta quel gentiluomo che dice.
ERASTO. Amasia, mia carissima sposa, or è gionto quel tempo cosí desiato da voi, cioè di tôrci questa maschera dal volto e non aver a viver piú di nascosto. Ho raccontato a vostro padre tutto quello ch'è passato tra noi; non ci manca altro, solo che l'accertiate di bocca vostra.
AMASIO. Che sposa, che sposa? che hai tu raccontato a mio padre? ma che cosa di nascosto è passata tra noi?
ERASTO. Vita mia, lo sai meglio di me: che siamo sposati di nascosto, giaciuti insieme e che v'ho resa gravida.
AMASIO. Io tua moglie? tu giacesti meco? io di te gravida?
ERASTO. Anima mia, perché lo nieghi?
AMASIO. Lo niego perché è una menzogna espressa!
ERASTO. Voi avete fatta la faccia rossa e vi vergognate: non è piú tempo di vergogna, perché sète giá mia moglie.
AMASIO. Tu mi fai vergognar da dovero, e bisognarebbe veramente esser senza vergogna perché non arrossisse. Io mi vergogno che si trovi uomo cosí senza vergogna che mi venga innanzi con queste favole! Ma dubito che tu sia cosí senza vergogna come senza cervello.
ERASTO. E perché senza cervello, vita mia?
AMASIO. Perché altri che un senzacervello non potrebbe dir queste cose. Quando mi hai tu veduta o parlato prima, che mi vieni cosí sfacciatamente dinanzi a ragionarmi di cose cosí sfacciate?
ERASTO. Moglie mia cara, non bisogna mostrarsi cosí semplice e innocente. Qui è tuo marito e tuo padre, non hai altri al mondo che ti amino piú di noi. Bisogna per finirla venir al tronco, per non aver a goderci insieme di nascosto; e se non volevate venir ad un tal tronco, non bisognava sposarci insieme.
AMASIO. Come sei tu giaciuto meco, in sogno od in farnetico?
ERASTO. La notte passata non sète voi venuta a giacer meco insino all'alba?
AMASIO. Veggio che non solo sei pazzo, ma dubito, se tratto molto teco, che non impazzisca ancor io. Dove hai tu meco trattato mai?
ERASTO. In camera e in letto.