Chapter 4
CINTIA. __Vorrei un'altra grazia da Vostra Signoria__:...
AMASIO. Comandate liberamente.
ERASTO. (Le chiede «un'altra grazia»: certo sará da farsi veder liberamente in fenestra).
CINTIA.... che quando mi mandate le vesti, me le porgeste per quel vicolo con una pertica e che __non le faceste veder per la fenestra sopra la porta senza gelosia__;...
ERASTO. (Giá l'ha pregata che compara «su la fenestra senza gelosia sopra la porta»).
CINTIA.... accioché le genti vedendole non pensino alcun male....
AMASIO. Farò quanto da voi mi vien comandato.
ERASTO. (O vita mia, quanto ce l'ha concesso liberamente! Ma non so che altra cosa ha detto piú bassamente. O Cintio mio caro, e con quanto bel modo ne la priega! Dove sei, o Dulone, ché l'ascoltassi, ché conosceresti Cintio quanto fusse lealissimo amico?).
CINTIA.... E questo per un effetto importantissimo:...
AMASIO. Io non vi ho inteso. Accostatevi un altro poco: dove sète?
CINTIA. Dove __era sto__.--... dico, per un effetto importantissimo.
ERASTO. (Ha nominato «Erasto», e dice: «per un effetto importantissimo»).
AMASIO. (Giá Lidia compar su la fenestra--oh, mia ventura!--e la balia le sta a lato: certo ne aiuterá al bisogno).--Signor Cintio, una __vostra umilissima serva ancora vi supplica d'un favore__.
LIDIA. (Certo adesso le deve ragionar de' fatti miei).
CINTIA. Chi è «questa umilissima mia serva»? quella corteggiana dell'altro giorno di cui mi ragionaste?
AMASIO. Il malanno che __Dio li dia! è la vostra umilissima serva Amasia__.
CINTIA. __Costei è degnissima mia padrona__.
BALIA. (Ascolta, figlia, che ha detto che «Lidia è vostra umilissima serva», ed egli ha risposto che sète la sua «dignissima padrona»).
LIDIA. (O Amasia mia cara, in quanto obligo tu mi poni! ben conosco che m'ami!).
CINTIA. Che dunque mi comanda ella?
AMASIO. __Che questa notte alle due ore vengate a casa__ a portarmi le vostre vesti; ed io le manderò a tôrre, acciò li dia ad una sua amica, ché vogliam far maschere tra noi.
BALIA. (Li ha detto che venghi «alle due ore di notte a casa di Lidia»).
LIDIA. (Giá l'ho inteso benissimo).
CINTIA. __Farò quanto dalla mia padrona mi sará imposto__.
LIDIA. (O felicissima Lidia, ecco quello che non ha potuto il padre, la balia e tutto il mondo, Amasia mia dolce l'ha conseguito in un subito: aver accettato che vuol venire insino a casa!).
CINTIA. Se volete questa che ho adosso, __questa será certissimo__.
LIDIA. (Ha replicato: «questa sera certissimo»).
AMASIO. Quelle istesse che altre volte m'avete prestato, ché siam simili di persone.
LIDIA. (Non ho potuto intendere quel che ha detto ora: ha parlato pian piano).
BALIA. (Dice che in ogni modo verrá in persona).
AMASIO. Non mi mancate, di grazia, se m'amate.
CINTIA. Mancherei piú tosto a me stesso.
AMASIO. Io adesso vo a spogliarmi per mandarvele; adio.
CINTIA. Adio, signora mia.
LIDIA. (O felice e contenta Lidia, ché alle due ore di notte vedrò qui Cintio, sfogherò seco i miei ardori raccontandogli le mie pene! Balia, vattene a casa sua e fatti raccontare appuntino ogni cosa che han detto, ché non ho potuto intendere ben il tutto).
BALIA.(Andrò or ora).
SCENA VI.
ERASTO, CINTIA.
ERASTO. Cintio mio caro, amico mio dolce, convenevol mezo da conseguir tutte le mie amorose consolazioni, quando vi pagherò giamai tanto obligo? Deh, lasciate che vi baci le mani apportatrici de' remedi alle mie passioni!
CINTIA. Vo' che me ne baciate la bocca, se la mia indignitá nol vieta.
ERASTO. Io stesso non avrei potuto far l'ufficio per me stesso secondo l'animo mio, e se voi foste stato nel mio core e io nel vostro.
CINTIA. Non so se io son nel vostro: so ben io che voi sète nel mio. Ma se di queste cosucce mostrate avermene cosí grand'obligo, quanto me ne devreste per quelle che non sapete?
ERASTO. Vorrei poter sodisfar l'obligo di quanto fate per amor mio.
CINTIA. E se non lo fo per amor vostro, per chi lo debbo far io?
ERASTO. Ma dimmi, Cintio mio, tutte le paroli e che ti disse del venir alle due ore di notte e del comparir su la fenestra; ché non potei intender ben bene il tutto.
CINTIA. Del venir questa notte, disse che per téma di suo padre e di quei di casa, che non si fussero avisati del fatto, avea determinato fra sé per alcuni mesi aver pazienza di non essere insieme con voi; ma a' vostri e miei prieghi dice che verrá senza fallo, ancorché fusse sicura di aver a perderci la vita: né lo poté esprimere che con le piú suavi e dolci parole.
ERASTO. E come non volevano esser dolci e suavi se uscivano dalla piú dolce e suave bocca de quante mai fussero in terra? Poi, che disse del comparir su la fenestra?
CINTIA. Che arebbe dato una scorsa per la casa; e come tutta la famiglia era occupata ne' servigi, arebbe fatto segno alla balia ch'io fusse venuto alla buca, e che sarebbe passata in casa mia.
ERASTO. Deh! andatevene a casa, gentilissimo Cintio mio, ché forse or ora potrá aver l'agio e venirsene a casa vostra; ché con la medesima affezione io servirei negli amori vostri.
CINTIA. Quando i miei amori saranno aiutati da voi, saranno felicissimi. Orsú, io me ne vo, ché questa festa non si può far senza me.
ERASTO. Veramente la gentilezza e la cortesia di Cintio è incomparabile, e conosco che m'ama lealmente. Ecco, pur mi son chiarito di alcune cose: che in mia presenza Cintio ha ragionato con Amasia di me, e l'ha promesso venir questa sera--e l'ho inteso con le mie orecchie--e che or ora si fará su la fenestra; ché se verrá, conoscerò chiaramente che tutto sia forfantaria quanto mi ha detto Dulone di lui.
SCENA VII.
BALIA di Cintia, ERASTO, CINTIA.
BALIA. Erasto mio padrone, Amasia m'ha fatto intendere che verrá or ora alla fenestra, che mandiate Cintio a far la spia e che non vi tratteniate.
ERASTO. Cintio è giá venuto, ed io non mi partirei di qua se mi fusse consignato l'imperio di tutto il mondo.
BALIA. Eccola che viene.
CINTIA. Erasto, vita mia, Dio vi dia ogni contento e felicitá!
ERASTO. Ogni contento e felicitá che posso aver in questa vita è la tua presenza, anima mia!
CINTIA. M'avete comandato per Cintio, vostro fidelissimo amico, che fusse venuta qui in finestra: ecco vi ubbedisco, perché la vostra bellezza è fatta padrona del cor mio, ogni vostro desiderio è fatto padron del mio.
ERASTO. E quando io potrò compensarle cotanta cortesia?
CINTIA. Io non ho fatto mai tanto per lei che il suo merito non ne meritasse molto piú.
ERASTO. Ma qual merito non cede a tanta ricompensa? pregovi per ora appagarvi della mia perpetua servitú.
CINTIA. Non può esser servo chi è maggior del padrone.
ERASTO. Signora mia, poiché questa è la prima volta che le parlo di giorno e la prima che Vostra Signoria mi favorisce della sua vista, la prego a far questo ufficio un poco piú spesso.
CINTIA. Il farò sempre che conoscerò che il vedermi vi apporti piacere.
ERASTO. Come volete che non mi apporti piacere, se non per altro ho caro questi occhi che per vedervi?
CINTIA. Gli occhi vostri non devrebbono mai veder altro che voi stesso, perché non ponno mirar cosa piú bella di loro; e però devreste sempre tener dinanzi un specchio.
ERASTO. Voi sète il mio specchio, ché mirando voi vedo tutto quel bello che posso veder qui in terra; e se pur vedete in me cosa che vi piaccia, vien dal reflesso della vostra bellezza. Ma lasciamo le cerimonie. Vorrei, signora mia, che mi amaste piú di quello che fate.
CINTIA. V'ho donato il mio core e sta giá in vostra podestá: fatevi amar quanto vi piace. Ma ditemi, signor mio, come posso amarvi piú di quello che vi amo?
ERASTO. Se m'amaste quanto vi amo io, desiareste vedermi piú spesso di quello che fate.
CINTIA. Se voi mi vedete di rado, io vi vedo ben spesso ad ogni ora che voglio, e vi son sempre appresso come ve ne accorgerete alcun giorno.
ERASTO. Ditemi di grazia, è vera tanta difficoltá, che vi pone Cintio, quando io vo' venire a vedervi?
CINTIA. Quanto Cintio vi dice è tutto vero; e fate conto ch'io e Cintio siamo una cosa medesima: che vi parli con la mia bocca, che vi ami col mio core, ch'io sia la sua mente, ch'io sia lui tutto; e quando non possiamo essere insieme, egli se ne afflige quant'io, e quando vi ha sodisfatto, n'ha quel gusto che n'ho io.
ERASTO. Veramente l'ho stimato cosí sempre, ma ho voluto saperlo di bocca vostra, padrona singulare. Attendo l'altra grazia che vi chiese--e perdonatemi tanta importunitá per dar questa importunitá al mio core:--che apriate il portello della gelosia che v'impedisce la vista, ché non mi lascia godere un tanto bene.
CINTIA. Di grazia, signor mio, stendete la vista per la strada e per le fenestre, ché non vi sia alcuno che stia spiando i fatti nostri.
ERASTO. Non appar anima viva.
BALIA. Amasia Amasia, presto presto! ché Cintio vi chiama ché vostro padre vi cerca.
CINTIA. Cor mio, perdonatemi.--Eccomi eccomi!
ERASTO. O infelicissima mia disgrazia, mira a che ponto è stata chiamata! or non poteva tardar un altro pochino ché l'avessi potuto mirar a mio modo?
SCENA VIII.
DULONE, ERASTO.
DULONE. Padrone, se foste stato meco, avreste goduto la vista della vostra Amasia quanto avreste desiderato.
ERASTO. Teh, e come?
DULONE. È stata ragionando col suo padre una gran pezza.
ERASTO. Mira traditora bugia che ardisce dirmi! Come ora stava ragionando col padre, se ora stava ragionando meco?
DULONE. Alcun di noi sta fuor di sé. Dove voi avete ragionato con Amasia?
ERASTO. In casa di Cintio, in quella finestra sovra la porta; nel por che tu facesti il piè nella strada, ella fu chiamata e partissi.
DULONE. Ed io nel por del piè in questa strada, l'ho lasciata che stava ragionando col padre su la fenestra in quel vicolo, e l'ho vista come veggio voi. Se Amasia non gioca di bagattelle o non è qualche fantasima, non so come possa star in duo luoghi in uno istesso tempo.
ERASTO. Chi era seco nella strada?
DULONE. Ben dimandate quella venerabil bestia del capitano, che stava passeggiando dinanzi a lei e suo padre, e con tanta sproporzionata bravura che ha mosso a rider l'uno e l'altra piú di tre volte.
ERASTO. E il capitano stava mirando?
DULONE. Sí che il suo suspirare s'udiva un miglio.--Ma eccolo che viene; non potea venir a tempo piú opportuno.
SCENA IX.
CAPITANO, ERASTO, DULONE.
CAPITANO. Ecco che la tua mala sorte pur me ti ha menato dinanzi!
ERASTO. (Anzi, la tua dinanzi a me!).
CAPITANO. E stimo che nel vedermi calará la barretta su gli occhi, e allo sventolar del pennacchio tu debba conoscere che il cervello mi frulla sotto.
ERASTO. (Mira che volto acerbo, che fronte crespa, che trasvoltar d'occhi! par che mi voglia inghiottire alla vista). Che vòi tu da me che mi stai cosí mirando?
CAPITANO. E tu perché stai mirando me?
ERASTO. Che mi curo io di mirar un tuo pari?
CAPITANO. Come sai tu dunque ch'io miro te, se tu non miri me?
ERASTO. Su, che vo' far questione teco.
CAPITANO. Tu vòi far questione meco?
ERASTO. Sí.
CAPITANO. E sei deliberato cosí?
ERASTO. Deliberatissimo.
CAPITANO. E senza altro vòi far questione meco?
ERASTO. Senz'altro.
CAPITANO. Or se tu vuoi far questione, non ne vo' far io.
DULONE. Padrone, datemi licenza ch'io facci questione con lui.
CAPITANO. Un tuo pari tôrsela meco, ah? Che stimi tu ch'io fugga le questioni? corro io piú volentieri alle coltellate che un tedesco invitato al bere; né si allegra cosí il chirurgo delle ferite come io di farle: e io do di vivere a tutti, ché se non fusse per me si morirebbono di fame. Turberei la face di Ottavian per far questione. Ma la tua indegnitá ti salva per questa volta, e ti si perdona la vita: però ingenocchiati e cercami perdono.
DULONE. Io ingenocchiarmi a te?
CAPITANO. Fa' quello che dico, non ti far guastare: non sai tu che, se pongo mano alla spada, ti spolpo, disosso, scarnifico e smidollo? La maggior cortesia che possa farti è darti una boffettina dietro la testa e farti balzar gli occhi fuor della testa piú di un miglio e farti restar figura contrafatta, e con un dito farti piú busi nel corpo che non ha un crivello da crivellar meloni!
ERASTO. Capitano, ti son gito cercando molte volte per far teco questioni per conto di Amasia, e or vogliamo azzuffarci.
CAPITANO. Io ti vo' far conoscere che veramente sono innamorato di Amasia, ché l'odor che spira da questa casa dove abita mi ferisce nell'anima e mi fa un essempio di pazienza: mi farei dar bastonate per amor suo. Vo' temprar la fierezza del mio guardo, ché non ti ferisca mirando, e vo' parlar teco cortesemente.
ERASTO. Dico che la tua è una soverchia importunitá, ché non passo mai di qua se non ti veggia in questa strada passeggiare; però cava fuor la spada.
CAPITANO. Non è mia usanza por mano alla spada, se almeno con un colpo non ho speranza di squartar cento uomini, sbarattar un essercito, cacciarmi dinanzi dieci bandiere; e avendola in mano nuda, ammazzo cosí gli amici come gli nemici.
ERASTO. Se non poni mano alla spada, te la darò in testa con tutto il fodero.
CAPITANO. Ahi, fortuna traditora, perché non ho meco la «gastigamatti» o lo spadone a due mani? ché lo farei pentir del tanto ardire: e giá mi brillano le mani. Ma perché vuoi far tu meco questioni?
ERASTO. Accioché non passi piú per questa strada.
CAPITANO. La strada è mia e ci posso passar quanto voglio.
ERASTO. Come tua?
CAPITANO. A me sta ammazzar tutti gli uomini che ci stanno e farla mia. Ma perché non vuoi tu che ci passi?
ERASTO. Accioché non miri in quelle finestre.
CAPITANO. In quelle finestre sta Amasia mia moglie.
ERASTO. Come tua moglie?
CAPITANO. È mia e vo' che sia mia.
ERASTO. Non è tua né sará tua, né il padre la vuol dar ad un baionaccio tuo pari.
CAPITANO. Io son stato or ora ragionando con lei e col padre nella sua finestra.
ERASTO. Da qual finestra?
CAPITANO. Da quella che risponde sul vicolo. E ha riso e scherzato meco.
DULONE. Ascoltate, padrone, che ha pur detto il vero senza che glielo dimandaste.
ERASTO. A te fece tanti favori dianzi suo padre?
CAPITANO. Il padre tiene a molto favore darlami per isposa ad ogni mia richiesta.
ERASTO. Che favori ti fece ella?
CAPITANO. Mille basciamani e inchini con la testa e con cenni, che dimostravan apertamente che dentro brusciava tutta; e ci siamo parlati col cuore l'un con l'altra senza adoprar la lingua, che ci sarebbe stata anzi d'impedimento, vedendo ella il cor mio ed io il suo: e ci siamo partiti l'un dall'altra pieni di scontentezza.
ERASTO. Dicoti che Amasia è mia moglie e giá ci siamo sposati di nascosto, e giaccio seco quando mi piace a mio bell'agio ed è giá gravida di me: e se ben devrei tacerlo per amor suo, pur lo dico accioché non passi per qua; ché, cosí facendo, tu viverai sano e a me non darai fastidio di averti a romper la testa.
CAPITANO. Con la mia testa ho fracassato bastioni e belovardi, e fo piú col mio fronte che non fa l'ariete con la testa di bronzo. Ma s'ella è tua moglie, ha perdute meco le sue ragioni e la ripudiarò com'ella merita. Ma che so io se sia vero quel che dici?
ERASTO. La domenica passata giacqui seco insino all'alba.
CAPITANO. Come può esser ciò vero, se la domenica a notte fu ad un festino d'una sua vicina ed io fui sempre seco? penso che ciò l'arai sognato.
ERASTO. Per vincer cosí perfida tua ostinazione e ché non dichi se ciò sia vero o no, questa notte vo a dormir seco e voglio che tu me la veda in braccio con gli occhi tuoi.
CAPITANO. Quando vedrò questo, la disgraziarò: a me non mancano innamorate. Che resta da far dunque?
ERASTO. Quello che tu intenderai: fatti trovar qui alle due ore di notte ché ti farò veder quanto ti ho detto. E accioché l'uno e l'altro di voi si penta di quanto dice, tu di averle parlato dalla fenestra e tu d'esser stato seco al festino, vo' che siate spettatori della mia gloria e delle mie dolcezze.
CAPITANO. Io non mi partirò da qui intorno.
ATTO III.
SCENA I.
ERASTO, DULONE.
ERASTO. Giá deve esser la cittá tutta sepolta nel sonno e la mezanotte passata.
DULONE. Ed io stimo che non sieno ancor le due ore: voi misurate l'ore col vostro desiderio.
ERASTO. Il tuo orologio è zoppo e flemmatico, si muove sempre tardi.
DULONE. E il vostro, spinto dal caldo dell'ardente desio, tocca assai presto: a chi aspetta non corre l'orologio.
ERASTO. Vo' accostarmi alla casa e fare il segno.
DULONE. Ricordatevi, padrone, quando sarete insieme, accostarvi alla luce e mirarla ben bene, accioché vi possiate accorgere se siate ingannato.
ERASTO. Ti prometto che non potendola veder a mio modo, quando mi licenziarò, fingerò di abbracciarla; e cosí tôrla di peso e portarmela a casa, perché, secondo tu mi dici e io mi persuado, son stimato da goffo.
DULONE. Dubito che con la sua vista vi incanterá, e rapito dalla dolcezza porrete in oblio ancor voi stesso.
ERASTO. Farò come ti ho detto, ancorché ci vada il rischio di perdervi la sua grazia.
DULONE. Fratanto farò la spia se Cintio venisse fuori, e mentre voi vi trastullerete con lei, s'egli si trastullerá con Lidia vostra sorella.
ERASTO. Questo tuo suspetto è vano. Accostiamoci alla casa.--Ma non so chi vien per qua: sará certo il capitano.
SCENA II.
CAPITANO, ERASTO, DULONE.
CAPITANO. Chi passa, olá, scostisi lungi, ché non s'infilzi in questo spadone da se stesso!
ERASTO. Capitano, sète venuto a tempo per attendervi la promessa.
CAPITANO. Sarei venuto un pezzo prima se i birri e il capitano non m'avessero trattenuto: i quali con molta mala creanza venendomi adosso per ispiar chi fussi, io gli ho lasciati accostare, e come gli ebbi tutti a cerchio a mio modo, mi lasciai andar con un roverscio in tondo e ne feci dieci pezzi d'ognuno. Io restai circondato di gente intorno, e i corpi andaron volando per l'aria, e ancor piovono dal cielo gambe, braccia, testa e mani di quei miserelli: pochi ne scamparono per aver avuto buone gambe.
DULONE. Ecco l'avanzo de' birri che vengono per vendicarsi.
CAPITANO. Bestie indiscrete, fatevi adietro, ché quelli han fatto bene a morire perché sono usciti d'impaccio; ma voi ponetevi i stivali, pigliate i cavalli da posta per andar all'altro mondo! Olá olá, fermatevi!
ERASTO. Non è niuno, non dubitate.
CAPITANO. Meglio per loro; ché non avea pelo indosso che non gridasse carne e sangue, ché giá di farne un scamazzo di loro l'ira m'era salita insino al naso.
DULONE. Su, che badiamo?
ERASTO. Tacete, vo' far il segno alla balia: _fis, fis_.
CAPITANO. Questa non è la casa di Amasia.
ERASTO. È di Cintio, che per un tragetto che abbiam fatto tra l'una casa e l'altra viene a ritrovarmi: _fis, fis_. Ecco la balia.
SCENA III.
BALIA di Cintia, ERASTO, CINTIA, CAPITANO, DULONE.
BALIA. Erasto, sète qui voi?
ERASTO. Eccomi, balia, dove è Amasia mia?
BALIA. È qui in ordine e vi sta aspettando.
ERASTO. Dille di grazia, che compaia su l'uscio, sol per dar questo contento al cor mio.
BALIA. Di grazia, mirate che non siate sovragionti da alcuno.
ERASTO. Non dubitate ch'io e Dulone stiam facendo la spia.
CINTIA. Buona notte, Erasto, cuor mio!
ERASTO. Veramente che voi sola potete darmi la buona e felicissima notte.
CINTIA. Posso ben dir ch'ancor io ne ricevo la parte mia.
ERASTO. Che notte notte? chiaro e felicissimo giorno! E come può esser notte dove compaiono gli occhi vostri, che a malgrado delle piú oscure tenebre scintillano intorno di splendidissima luce?
CINTIA. Erasto, vita mia, areste detto piú il vero: che il lampo che vien fuor dalla fiamma accesa nel mio core illuminasse queste tenebre.
ERASTO. Se il fuoco del mio petto splendesse, aggiongerei un altro sole a questo emisfero.
CINTIA. Desiderarei, Erasto mio, spender il tempo in piú virtuoso essercizio che in cerimonie.
DULONE. (Che dici, capitano, è vero quanto diciamo?).
CAPITANO. (È vero e me ne dispiace).
CINTIA. Entriamo, anima mia.
SCENA IV.
DULONE, CAPITANO.
DULONE. Hai visto e inteso, capitano?
CAPITANO. Ho visto la persona, le vesti, il ventre gonfio, e intesa la voce di Amasia; il volto non ho potuto veder bene. Ma perché Cintio è il mezano del suo amore?
DULONE. Son grandissimi amici da che furon bambini.
CAPITANO. Oimè, che sento indragarmi d'amore e inserpentirmi di gelosia! Ahi, mondo traditore, cosí si trattano i pari miei? non so che mi tiene che non dia un calcio alla casa e non la facci balzar per l'aria con quanti vi sono dentro! Ma troppo io son vile a far conto d'una sfacciata feminella, ché non la terrei in casa per forbir i piatti né il suo padre per famiglio di stalla. Son ricercato e va a ricercar lui: merito questo e peggio!
DULONE. Per certo che dite bene.
CAPITANO. O Dio, e perché non compaiono su la piazza dieci compagnie tedesche in ordine con loro coscialetti, altrettante di svizzeri o di borgognoni con una banda di cavalli, per ficcarmi in mezo a loro e sbramar il digiuno c'ho di carne e sangue umano, e sfogasse cosí l'amore e la gelosia? Ma dove sono spariti da Napoli i sgherri, i scavezzacolli, i compagnoni, ché li scapricciasse a lor modo? dove sète, o diavoli, ché vi sto aspettando con l'arme in mano?
SCENA V.
AMASIO, DULONE, CAPITANO.
AMASIO. (Io non so se sia l'ora constituita, ché a me par ogni minimo indugio una gran lunghezza di tempo. I pericoli mi atterriscono, la fortuna mi spaventa, un amor m'affida: i pericoli per amore non son pericoli. Ma non so che sia per la strada, che non mi vuol dar luogo che me ne vada per il fatto mio).
DULONE. Ma perché desideri tedeschi, svizzeri e scavezzacolli e diavoli, se la rabbia l'hai solo con Cintio che con i suoi ruffianesmi t'ha tolta l'innamorata?
AMASIO. (Io non posso passar innanzi se non scaccio costor prima dalla strada).
CAPITANO. Adesso lo desidererei cosí all'oscuro che non potesse dir:--Siatemi testimoni!--né avesse speranza che fossimo spartiti. O Dio! se comparisse qui, subito me li presenterei con la punta su gli occhi; e s'egli sfugisse il colpo di vita, cambierei cosí de piedi e gli sarei sopra con un mandritto; e s'egli cedesse alla furia e si ritirasse adietro--ché parar di lama sarebbe mal sicuro, ché lo fenderei per mezo insino al centro della terra,--io con un salto a piè pari gli sarei nel fianco e con uno stramazzone e con un falso filo ne farei centomilla quarti.
AMASIO. (Chi è questo squartatore in aria? sará certo quel ballon da vento del capitano, né sará per levarsi di qua se non lo scaccio per forza).
DULONE. Oh che ventura, capitano, ecco Cintio, quel che tu tanto desideravi! Vorrebbe passare innanzi e non può per esser visto da voi.
CAPITANO. Cintio è costui? Cintio? Per vita di Marte, altri che lui non desiava: non mi posso piú tenere che non mi lassi correre! Olá, chi sei? passa alla larga: non s'incontri meco chi vuol pace!
AMASIO. Perché ti ho sofferto troppo, sei fatto cosí insolente; chi sei, olá? fatti innanzi!
CAPITANO. Costui non dice a me, ché se sapesse chi sono tremerebbe dal capo alle piante.
AMASIO. A te dico, capitano, se sei uomo da bene fatti innanzi!
CAPITANO. Non fui, non sono né voglio essere uomo da bene.
DULONE. (O cosa da crepar delle risa!).
CAPITANO. Ma tu chi sei?
AMASIO. Son chi vuoi tu che sia, quel Cintio che desiavi.
CAPITANO. Se sei Cintio, non vo' nulla da te: che occasion mi desti di adirarmi mai teco?
AMASIO. Desiavi le compagnie di tedeschi, di sguizzeri, di genti d'arme per azzuffarti con loro; or temi di me solo.
CAPITANO. Tu non sei compagnie né di svizzeri né di tedeschi. Vien qui con un essercito e ti porrò in vero quanto n'ho detto.
AMASIO. Fatti innanzi, ti dico.
CAPITANO. Staria ben fresco l'onor mio, che dopo aver combattuto cinquanta volte in steccato e debellato i superbi capi del mondo, voglia far questioni con un figliolaccio.
AMASIO. Eccoti il figliolaccio!
CAPITANO. Questa è bastonata, in malora! le conosco per prattica.
AMASIO. Eccone un'altra; ché la medicina per buona che sia, se non è continuata, non fa effetto. Io ti disfido.
CAPITANO. Va' va', poni la barba prima e poi mi disfida. Che onor mi sarebbe pormi con un par tuo?
AMASIO. Perché non vuoi far questione meco?
CAPITANO. Per ragion di Stato.
AMASIO. Dove fuggi?