Part 8
A questo punto interruppi la viola per dirle:
— Scusa, mio bel fiorellino. Questa erudizione evangelica l'hai acquistata anch'essa fra le croci dell'uomo di Stato?
— Che! — mi rispose: — Quelle sono croci che non cominciano dalla passione e non vanno al Calvario.... Ma dove ero rimasta? Ho perduto il filo.
— Eri al principio della tua ultima esistenza, con quella specie di muraglia della China intorno...
— Ah! sì... Ora mi rammento. — E continuò:
Non saprei dire precisamente quanto tempo languissi nella penombra di quella prigione. Quando mi sentii mancare, mi posi a gridare invocando soccorso, e narrando le sofferenze che mi procurava quella specie di macchina pneumatica. Allora una voce gentile mi gridò:
— Abbi pazienza, Viola. Io ti vedo e ti sento e penso a liberarti.
— Grazie, — esclamai. — Ma sollecita, ti prego. Ho esaurito il poco carbonio che c'era qui dentro. Ora l'azoto e l'ossigeno mi asfissiano.
— Non posso affrettarmi quanto vorrei, — mi rispose la stessa voce. — Sono legato anch'io, e prima di muovermi debbo svincolarmi.
— Dimmi almeno il nome di questa carcere che mi rinchiude.
— Si chiama bicchiere.
— Bic....?
— chiere.
— Ma che! Bicchiere è un vaso di cui gli uomini si servono per bere.
— Appunto, Viola. Ti hanno capovolto addosso uno di quei vasi.
— Ma scusa. I bicchieri sono trasparenti; me l'hanno detto le foglie di rosa che erano avvezze a nuotarci dentro sul vino di Falerno; e questo mio carcere non è punto diafano, lo vedi.
— È perchè ha fatto freddo nella notte; la brina vi si è appiccicata per di fuori ed ha appannato il vetro.
— Non ci mancava altro. — Così mi si impedisce anche di vederti. Vorresti dirmi in compenso il tuo nome?
— Tulipano bruno.
— Ah! sei un nobile fiore. Fui una volta in Olanda con un ladro francese fuggito dalla Bastiglia, ed ho udito narrare la storia de' tuoi avi.
— Non sei difficile ad accontentare nella scelta de' tuoi compagni di viaggio, Viola.
Timidissima, come sono, fui mortificata da quel rimprovero, e non osai rispondere.
Intanto il tempo passava ed il Tulipano bruno non parlava più.
La mia situazione diveniva intollerabile; i miei petali ammolliti dall'aria pesante, mi si erano ripiegati sull'occhio; ero ricaduta nell'oscurità; il mio stelo si indeboliva sempre. Floscia, ricurva, sfiorando già col capo la terra aspettavo ad ogni minuto la morte; quando ad un tratto udii uno scricchiolìo, poi il rumore di qualche cosa che si spezza.
Al tempo stesso un corpo non molto pesante, ma spinto con impeto, diede un urto secco alla parete sinistra del bicchiere, che si rovesciò e cadde fuori dagli orli del vaso; lo udii frangersi rumorosamente ad una certa distanza al disotto di me; e, troppo debole per sopportare il contatto immediato dell'aria, caddi, appassita per terra.
* * *
Mi ridestai al tepore d'un bel raggio di sole. Mi rizzai rinvigorita; aspirai l'aria pura che mi avvolgeva, stesi i petali foschi, ed apparvi in tutto il vigore della bellezza della gioventù.
Nella gioia di quel momento, non pensai che a godere della luce e della vita ricuperate. Mi trovavo sul davanzale d'un'ampia finestra, e guardavo intorno esaminando avidamente i luoghi e le cose.
Ma un olezzo noto mi susurrò:
— Quando n'avrai abbastanza di guardare in giro ti ricorderai pure di me? —
Era il Tulipano bruno. Quattro pezzi di legno stavano sul terreno intorno al mio liberatore. Uno di essi aveva il piede sul vaso del Tulipano, ed era steso in tutta la sua lunghezza traverso il mio.
Un lungo filo rosso e bianco attorcigliato giaceva fra i legni sulla terra mossa da quella rovina. Il Tulipano, libero da quei vincoli che lo tenevano ritto, aveva incurvato il suo lungo stelo, e colla bella testa toccava quasi la mia.
— Quanto ti debbo! — gli dissi: — ti sei privato per me di tutti i tuoi sostegni.
— Dacchè lo riconosci, — mi rispose, — ne sono largamente ricompensato.
— Come non riconoscerlo? — dissi eludendo il complimento. Fu certo questo legno steso dietro a me, che ha rovesciato il bicchiere maledetto.
— Oh mille volte maledetto; perchè era una barriera che ti divideva da me.
Mi sentii imbarazzata. Stetti alquanto in silenzio. Ma i pistilli bianchi del Tulipano mi volgevano sguardi d'amore. Per togliermi a quel fascino cercai di proseguire il discorso; e tornai a dire:
— Sei stato ben generoso a rinunciare per me alla tua nobile posizione verticale.
— Di' che fui egoista piuttosto. Eravamo tanto lontani allora....
— Ed ora, — l'interruppi, — tutto il peso del capo ti gravita sullo stelo, e t'incurva tanto che nessuno ti vede più; non sembri più alto di me; guarda come sono vicine le nostre teste.
— Te ne lagni, Viola? — olezzò lieve lieve.
Lagnarmene! Io! Il suo profumo m'inebbriava; il suo sguardo attraeva il mio; un senso ignoto di dolcezza m'inondava il calice. Avrei voluto possedere la bellezza della camelia, il profumo della vaniglia; mi sentivo umile, bruna, piccina; ed una stilla trasparente bagnò il velluto delle mie foglie. Gli uomini la credettero rugiada, ma il Tulipano vide che era una lagrima. In quel punto passò un soffio di vento. Egli vi si piegò sotto, si lasciò spingere, ed il fulvo de' suoi lunghi petali sfiorò il fulvo de' miei, mentre tornava ad olezzare dolcemente.
— Te ne lagni, Viola?
Ma nel mondo degli uomini, dove l'amore fa tanto chiasso ed è tanto eloquente, il nostro amoruccio di fiori, semplice ed impacciato, deve sembrare ridicolo. Lascia dunque ch'io tenga per me le memorie di quelle espansioni soavi. Ti dirò solo che da quel giorno ed in quel bacio ci giurammo di amarci sempre; e lo zeffiro che ci aveva congiunti, portò a Flora il giuramento, con cui la Viola ed il Tulipano si erano fidanzati.
* * *
Quella felicità era troppo grande perchè potesse durare. Sopravvenne la fatalità che regnava su di noi sotto la forma d'una bella signora; vide i disastri accaduti, e, per buona sorte, ne incolpò di vento.
Ma tornò a rizzare sullo stelo il mio amico generoso, gli ripose intorno più saldi i bastoncini caduti, e lo rilegò più stretto di prima.
Un momento tremai di veder ricomparire anche il bicchiere; ma grazie al mio aspetto florido, quel supplizio mi fu risparmiato; e potevo vedere ancora, sebbene da lontano, il bel Tulipano il cui bacio mi aveva inebbriata.
È vero che, ritto così sulla sua alta persona, con quella barricata intorno, egli appariva fiero e superbo; e nel segreto del mio calice mi sentivo isolata, e rimpiangevo quella dolce espansione a cui l'avevano condotto un momento la generosità e l'amore.
Tuttavia i suoi pistilli mi guardavano sempre, il suo effluvio era sempre egualmente amorevole; ed io pensavo che gli dovevo la libertà e la vita; pensavo che era generoso e buono, ed ero felice del suo amore.
Così passarono tre ore senza che nulla turbasse la nostra pace; e la prova di quella lunga costanza, e le memorie di quel tempo trascorso insieme, riassodavano il nostro affetto.
In quella calma serena, senza agitazioni, senza tempeste, la vita mi era facile. Ma a poco a poco la noia cominciò ad insinuarsi nello spazio vuoto tra il Tulipano e me.
Per fortuna — allora dissi per fortuna, — una bestiolina verde, un bruco, venne a strisciare sugli orli del mio vaso. Sebbene fosse bruttina, la vista di quella bestiola mi divertì. Mi piaceva la flessibilità delle sue movenze, la facilità con cui si raccoglieva in un gruppo o si stendeva, modificando il portamento a seconda delle esigenze del cammino. Ella mi disse:
— Bella Viola, è un pezzo che vado strisciandoti intorno. Ammiro il tuo volto timido e pensoso. Lascia che mi avvicini a te; coprimi della tua ombra. Ti vorrò bene come una sorella. So che hai innamorato il Tulipano bruno; ma le barriere che ha intorno lo tengono lontano da te. Dammi ospitalità fra le tue foglie, e tu m'insegnerai parole d'amore; ed io andrò da te a lui e gliele recherò. Tu penserai per me, io striscierò per te. —
Lusingata dall'idea d'avere accanto un'amica, protesi fiduciosa le mie povere foglioline e vi raccolsi la bestiuccia strisciante. Ella tornò a dirmi:
— Quanto è bello il Tulipano bruno! Soffre di esserti lontano. Lo sguardo de' suoi pistilli è pieno di tristezza; affidami parole di conforto che io gliele rechi sommesse, e sarà felice.
Ed io gli risposi:
— Non potresti dirgli nessuna cosa che non ci siamo già detta. Non intrometterti fra noi. Il tempo logorerà il filo che lo lega, ed allora saremo ancora uniti.
La bestiolina verde, irritata da quel rifiuto, si diede a suggere l'umore vitale alla mia radice. Mi sentivo indebolire, ma non sapevo il perchè; e tra il sole che mi ardeva, tra l'avidità della mia falsa amica, mi andavo lentamente struggendo. La bella signora che aveva riposto in ceppi il Tulipano, vedendomi in quello stato disse:
— Questa Viola va portata all'ombra. — E mi sollevò col mio vaso.
Allora la bestiolina verde strisciò rapidamente sull'orlo del vaso, e si lasciò cadere sulla finestra, poi si rimise a strisciare sul vaso del Tulipano bruno. Addolorato della mia partenza, coi pistilli rivolti verso di me, egli non si avvide della bestia. Ma io la vedevo avanzarsi lentamente fin presso lo stelo del mio nobile fiore, e mentre mi allontanavo colla signora, pensavo con ingannevole fiducia: «Quella bestiolina verde gli parlerà di me.»
* * *
La bella signora mi fece attraversare parecchie sale e gabinetti, e finalmente giunta ad un salottino giallo, aperse la finestra e mi pose accanto ad un magnifico Garofano rosso, in tutto il vigore d'una vegetazione ridondante.
Oh lo splendido fiore! I bei petali vivaci! Le belle foglie tese e verdeggianti! Il suo olezzo profumava l'aria tutt'intorno, e mi pareva che la presenza di quel fiore bello e forte, dovesse allietarmi la vita.
Nel nostro linguaggio di profumi, egli diceva cose sorprendenti; ne diceva molte e mi faceva passare di meraviglia in meraviglia. Pensai al linguaggio degli altri fiori, e mi parve triviale, e tornai ad ascoltare il Garofano.
Pensai al Tulipano bruno; ed anche il Tulipano non mi parve più bello.
— Che cosa gli dirà la bestiolina? — dicevo nel mio cuore. — Ed in fondo al calice una voce gelosa mi rispondeva:
— La bestiolina strisciante non gli parlerà per te ma per sè stessa. Si farà amare e tu sarai dimenticata. —
E tornavo a guardare il Garofano, poi rispondevo:
— Oh, che m'importa? . . . . . .
Qui l'olezzo della povera Viola usciva lento ed a sbalzi, come se si vergognasse di quanto diceva. E non aveva torto. Io le dissi:
— Come! Amavi già anche il Garofano, Viola? Scusa, ma non posso farti complimenti sulla tua costanza.
— Te ne ho forse domandati? — ribattè con arroganza scotendo le foglioline, per dissipare l'abbattimento che le avevano cagionato quelle memorie. — Io ti racconto la mia storia al momento di finire questa vita. È un esame severo che faccio a me stessa; non cerco nè lodi nè biasimo. Non so se fra gli uomini sia lo stesso, ma nei fiori il sentimento si impone molte volte alla volontà ed alla ragione. Sentivo di dover tutto il mio cuore al Tulipano; ma mi trovavo sola, perduta in luoghi ignoti; e senza volerlo subivo il fascino di quell'altro fiore, più ardito, più appariscente, più forte.
* * *
Una volta il Garofano mi disse:
— Tu mi guardi, Viola, ed anch'io ti guardo... Accanto a te sento di star bene; i tuoi petali sono freschi e vellutati, ed il tuo olezzo lieve mi piace. Ma tu, non ami un altro fiore?
Ed io rinnegai il primo amore. Rinnegai l'amico buono e generoso che mi aveva salvata, e rivolsi la faccia al Garofano. — Allora il Garofano mi disse che mi amava, e quella parola, antica come il mondo, mi parve nuova, olezzata da lui. Egli mi avvolse nella sua ombra, ed io dimenticai il mondo dei fiori per lui. Stese verso di me le sue foglie acute con tanto impeto, che ne fui punta. Ma io amai il dolore e pensai:
— Se la bella signora mi ponesse nel suo vaso le nostre radici potrebbero congiungersi.
Egli indovinò il mio pensiero, e ripetè sommesso ed amoroso:
— Se la bella signora ti ponesse nel mio vaso le nostre radici potrebbero congiungersi.
In quella passò il vento, e sibilando mi gridò:
— E il Tulipano bruno! —
Ma io non l'ascoltai, ed il fischio del vento si perdette nello spazio.
* * *
Si faceva buio ed era vicina la notte. La bella signora venne alla finestra, sollevò col braccio destro il Garofano, prese me coll'altra mano, e ci portò dentro. Dove andavamo? Io non pensai al dove. Che mi importava dacchè partivo con lui?
Fece pochi passi e mi depose sopra una tavola del suo salotto. All'altro capo della tavola vidi il Tulipano bruno. La bella signora collocò lo splendido Garofano nel posto più evidente, ad un angolo del caminetto presso la lampada, poi andò a chiudere la finestra.
Ad un tratto una farfalla dalle ali azzurre si spiccò dalla parete e si pose a svolazzare intorno al lume accanto al Garofano. Era la bestiolina verde che aveva messo le ali. Allora il Garofano esalò verso di lei il suo profumo più acuto, per invitarla a posarsi sulle sue foglie.
A quella vista il mio povero calice si strinse per l'angoscia, e gridai al fiore brillante:
— Perchè non mi guardi più, Garofano? Non ti ricordi che hai detto d'amarmi! E che se la bella signora mi porrà nel tuo vaso le nostre radici si congiungeranno?
Egli mi rispose ridendo:
— Oh la piccola scimunita, che prende sul serio tutte le parole olezzate al vento! Non vedi ch'io sono grande e bello ed ho più profumo degli altri fiori? Sogni, povera violetta. A me la farfalla, che vive nell'aria, che sorvola alla terra, che domina lo spazio!
— Bada — gli dissi: — quando splendeva il sole, quella farfalla era un bruco, e strisciava sulla terra, strisciava sullo stelo dei fiori, e ne succhiava gli umori, e nella loro morte cercava la vita.
— Che m'importa il passato? Il bruco è scomparso, io amo l'oro e l'azzurro della farfalla.
Io tacqui, chinai la testa pensosa, e tutte le mie foglie stillarono. Ma il Garofano non lo vide. Allora il Tulipano mi disse:
— Viola; piangi perchè il Garofano non t'ama più, o piangi d'averlo amato?
Io scrutai profondamente il mio calice. Pensai al passato; pensai a tutto; guardai ancora una volta il Garofano vanitoso smemorato che folleggiava col bruco alato, e risposi:
— Piango d'averlo amato. —
Il Tulipano riprese:
— Vedi? il mio amore era più calmo, più ragionevole; inebbriava meno; ma era più durevole del suo. La bestiuccia verde strisciò sul mio stelo, salì sino ai miei petali; ma appena passò il vento, io mi agitai con esso e la respinsi, perchè amavo te sola. Il tempo e lo spazio si frapposero tra noi, e t'amai ancora. Mi dimenticasti per il Garofano, e ti amo sempre. Vuoi che ti perdoni? Dimmi che mi ami e ti perdonerò. —
Chinai il capo umiliata e commossa, e raccolta in me stessa, stetti pensando come rispondere a quella voce dolce e tranquilla che mi ripeteva la profferta clemente. Ero delusa del Garofano. Vedevo dov'era la verità, e mi sentivo felice di quel perdono.
Ma sarebbe troppo comoda la vita, se quando l'inganno non ha più seduzione per noi, bastasse tornare ai primi amori, per trovare ancora tutte le gioie dei cuori innocenti.
Mentre meditavo così la mia risposta, un dolore inatteso, acuto, infinito, mi strappò ai sogni della speranza.
Era la bella signora che m'aveva staccata dal ceppo. Ella mi porse ad un giovane in abito nero e guanti grigi, che uscì portandomi via.
Poco dopo egli mi pose in un foglio di carta scritta, la ripiegò, e rimasi qualche tempo nell'oscurità, sbalestrata in ogni senso.
Poi sentii lacerare la carta, spiegarla, e mi trovai qui.
Mi restavano pochi minuti di vita; tu li prolungasti colle tue cure, e muoio ringraziandoti.
— Un momento, Viola! — gridai — non morire ancora. E la morale da mettere in fondo?
— Chiama Tizio e Caio il Garofano ed il Tulipano, chiama la Viola Sempronia, e la morale salta agli occhi di tutti.
— E se a qualcuno non salta agli occhi?
— Vuol dire che è cieco e peggio per lui.
Non ebbe forza di dir altro. Rimase appassita; e così finì la storia della Viola.
UNA PICCOLA VENDETTA.
Nel salotto della contessa Ipsilonne era rimasta una sola visitatrice, quando entrò la signora Icchese tutta accesa in volto.
— Così tardi? — disse la contessa — Non ti aspettavo più.
— Sta zitta; non contavo di venire prima di pranzo, perchè ti ho destinata tutta la sera. Ma sai, al solito; ho dovuto salire per forza.
— Ancora?
— Sempre.
— Ma è una persecuzione! — esclamò la contessa. — Poi, accorgendosi che quel discorso misterioso non era di buon genere dinanzi all'altra visitatrice, ripigliò:
— Con questa signora possiamo parlare apertamente; è una mia intima e vecchia amica, sebbene sia giovane. — E presentò: — La signora Icchese, la signora Zeta.
Le due dame s'inchinarono, e si porsero la mano in atto di simpatia.
La signora Zeta era una donnina attraente, senza essere quel che si suol dire una bella donna. Era magra e piccolina; aveva due grandi occhioni intelligenti, una bocca espressiva, una fisonomia aperta, schietta, buona.
Vestiva con molta eleganza ma senza affettazione; portava il suo lusso colla noncuranza d'una gran dama; non era mai preoccupata di rialzare lo strascico per non sciuparlo, nè di assicurarsi colla mano inquieta se non aveva perduto i ciondoli dell'orologio. Sapeva presentarsi in una sala, rimanervi, ed uscirne, come la signora di Genlis d'elegante memoria.
Non faceva consistere il riserbo nel parlare a monosillabi, nel porgere appena la punta delle dita, nel far la preziosa come una provinciale. — Sapeva che nelle case che frequentava non poteva trovarsi con signore equivoche, e trattava tutte con vera cordialità, e non prendeva altra misura per regolare la sua maggiore o minore espansione, che il grado di simpatia da cui si sentiva animata.
La signora Icchese, con una figura affatto differente, alta, bionda, fresca come un fiore, aveva gli stessi modi schietti e signorili, era altrettanto attraente, e più bella. S'erano scontrate parecchie volte in visita nelle stesse case, avevano scambiato qualche parola, e, senza conoscersi altrimenti che di nome, si erano trovate simpatiche a vicenda.
Così la proposta della contessa Ipsilonne di metter a parte la signora Zeta del mistero di cui s'era parlato, piacque ad entrambe le visitatrici, che accostarono le poltroncine in atto d'intimità.
— Figurati, — disse la contessa, — che questa povera signora Icchese è perseguitata da un cavaliere più innamorato che cortese, il quale ha l'indiscrezione di seguirla in istrada come una crestaia.
— Che mascalzone! Così sono educati i nostri giovinotti! — Esclamò con disprezzo la signora Zeta.
— Le pare? — entrò a dire la signora Icchese. — Io ne sono così mortificata, che appena mi accorgo d'essere seguita, salgo nella prima casa d'amici che trovo, per togliermi da quel ridicolo.
— La prego di considerare anche la mia casa come una casa d'amici, — disse graziosamente la piccola bruna. — In queste circostanze le signore debbono aiutarsi fra loro. La farò accompagnare da mio marito, che è serio, ed educato anche; non come questi giovani che hanno soltanto gli abiti da gentiluomo, ma la cortesia la vanno studiando nelle botteghe delle modiste, o fra le quinte del palco scenico.
— Grazie di cuore. Permetterà ch'io venga a ringraziarla a casa sua, anche senza che mi ci costringa quel signore.
Si scambiarono gl'indirizzi, si domandarono a vicenda in che giorno ricevevano, ed entrarono poi nel cordiale rapporto delle visite, recandosi volta a volta i complimenti dei rispettivi mariti, ed il loro desiderio vivissimo di conoscere le amiche delle rispettive mogli. — Complimenti e desiderii improvvisati dalla gentilezza delle dame, e di cui i mariti non avevano il più lontano sospetto.
Un giorno la signora Zeta stava per andare a colazione, quando udì una scampanellata forte, nervosa, sconveniente; — e quasi subito vide entrare la signora Icchese più accesa, più agitata ancora di quando l'aveva scontrata dalla contessa Ipsilonne.
— Oh, cara. A quest'ora? È ancora quell'indiscreto?
— Appunto. Ho dovuto rifugiarmi qui. Mi scusi, sa.
— Che! La ringrazio della fiducia. Ma è incorreggibile quell'uomo!
— Peggio che mai. Si figuri che ha osato accostarsi per parlarmi.
— Un insulto addirittura..... Malcreato! E dire che vi sarà una povera signorina che sposerà un facchino di quella sorta.
— L'avrà magari già sposato.
— Oh Dio, no! «Prendendo moglie si fa giudizio». Ma anche il sapere che ha trattato così da giovanotto, gli fa torto. Pensi se gli toccasse un giorno o l'altro di imparentarsi con una sua amica, ed essere presentato a lei dinanzi alla moglie. Che figura ci farebbe lui. E che scena!
— La moglie non ne saprebbe nulla.
— Che! certe cose non isfuggono. Ma lei è sempre agitata. Posso offrirle un po' di vermouth?... No? Un caffè? Un tè? Allora una goccia d'acqua di tutto cedro?
E tirarono in campo la rosoliera e centellarono il calmante zuccherino; ed intanto una interrogava, e l'altra narrava come fosse uscita a quell'ora del mattino, — era mezzodì, — per fare qualche spesuccia; e come, appena fuori, avesse scontrato quel tale, che le si era posto dietro; — e come lei, trovandosi lì presso, si fosse affrettata verso casa Zeta, e mentre svoltava nella porta lui si fosse accostato togliendosi il cappello come per rivolgerle la parola, e lei via su per le scale...
Ma omai era più di mezz'ora che era salita; l'importuno aveva avuto tempo d'annoiarsi aspettando e d'andarsene; poteva avventurarsi ancora in istrada. Suo marito l'attendeva a colazione.
— In questo caso la lascio andare; ma non sola; mio marito l'accompagnerà.
E la signora Zeta suonò il campanello e domandò alla cameriera:
— È in casa il signore?
— Sissignora, è entrato or ora. È in sala da pranzo. Debbo chiamarlo?
— No, andiamo noi a raggiungerlo.
— Ecco mio marito — disse la signora Zeta entrando nella sala da pranzo, e presentando un giovane piccoletto, biondino, mingherlino ed azzimato. E rivolgendosi a lui proseguì:
— Ti procuro la fortuna d'accompagnare la signora Icchese fino a casa sua. Bada che è un'impresa cavalleresca. Si tratta di proteggerla contro un mascalzone che ha la villania di seguirla in istrada.
Il marito s'inchinò muto e confuso..... a tanto onore. La signora Icchese si fece rossa d'indignazione.
Quel marito, quel cavaliere cortese, quel paladino che doveva difenderla contro il galante malcreato, era lo stesso galante, lo stesso malcreato.
— E stia di buon animo, che con Giorgio è ben raccomandata. — Disse la signora Zeta salutando l'amica.
Fede di moglie!
Il cavaliere non osava parlare; ma la signora non gli si mostrò sdegnata. Anzi, dopo il primo momento di sorpresa, parve mettersi di buon umore. Appiccò discorso sul tempo e sul ballo nuovo della Scala. Non gli fece più il viso serio delle altre volte. Che! gli sorrideva mostrando certi dentini...
— Sarebbe possibile che il sapermi marito di mia moglie l'avesse persuasa... Mi sembra strano! — Pensava il signor Zeta — Eppure sì. Sorride con civetteria; mi guarda furtiva... Oh le donne! Le amicizie delle signore!
— Eccomi giunta, — disse la bella dama bionda fermandosi ad un portone. — Ma, spero, non mi pianterà qui sulla porta. Favorisca, la prego. Potrei trovare il _mio persecutore_ sulla scala.
— La civettuola! Ha paura di non trovarlo, e vuol assicurarselo, — pensava caritatevolmente il marito esemplare. — Ed io che credevo d'aver ad espugnare una fortezza! Ecco l'onestà delle dame.
E, con onestà da cavaliere, salì gongolando come un conquistatore, dall'amica di sua moglie.
La signora traversò l'anticamera, l'antisala, il salotto, e tirava innanzi. Il cavaliere credette conveniente fermarsi; per la prima visita....
— Favorisca, favorisca; la tratto in confidenza, — disse la signora sorridendo sempre.