Chapter 24
Il padre la strinse molto affettuosamente al petto e reclinò su di lei la faccia commossa:
--Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto; è ferito, ma vive.
--È ferito? esclamò con profondo sgomento l'infelice.
E il padre con amarezza:
--Una ferita leggiera... Partirò quest'oggi stesso per andarlo a vedere dove si trova.
Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:
--Anch'io... Partiremo insieme... Non negarmelo!... Lo voglio.
Il capitano esitò un momento: il suo primo pensiero fu quello di contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:
--E sia.
Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano tremò in quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e colà arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per poterlo vedere.
L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere più. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto, affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un istante pensò di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi poteva a stento camminare, entrò nella stanza ove l'attendevano i suoi, più pallido e più turbato che mai, la fronte per vergogna madida di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza forza, senza voce, quasi senza respiro.
Ma benchè gli occhi tenesse bassi, pure travide di presente la fronte severa del suocero che stava dritto colla sua alta statura all'altra estremità della stanza in molto nobile e dignitoso contegno, e quella vista lo atterrò anche più; gli parve l'aspetto stesso della virtù e dell'onestà, cui egli aveva abbandonate con tanto infame trascorso; avrebbe voluto sprofondare. Lisa stette un poco, quasi esitante, quasi non riconoscesse subito in quella larva che le veniva dinanzi l'adorato marito; poi l'impeto dell'affetto successe sollecito e veemente; si gittò al collo di Gustavo e pianse lagrime dirotte, e parlò incomposte parole di traboccante passione.
Anch'egli si stemperò in lagrime così abbracciato da sua moglie; quindi, come non potendo regger più in piedi, si lasciò calar ginocchioni per terra, e tendendo le due braccia verso il capitano, che punto non si era mosso, esclamò con voce arrangolata:
--Perdono! perdono!
Biale s'avanzò lentamente verso il colpevole, muto, severo, solenne. Il suo sguardo piombava inesorabile e grave sopra il reo; e questi curvava il capo sotto di esso e si rannicchiava al suolo, da toccar quasi colla fronte lo spazzo.
--Sciagurato! disse il capitano, quando gli fu presso, fermandoglisi innanzi. Che hai tu fatto dell'onor nostro?
--Perdono! perdono! ripetè balbettando il miserabile.
--Perdono?... Sapete voi che l'onore era la sola nostra ricchezza e tutta la mia superbia? E doveva io allevarvi e farvi due volte mio figlio perchè voi ne lo rapiste? Meno ingrato sareste, meno infame, se mi aveste ucciso. In nome di vostro padre, onoratissimo uomo, vi rinnego e vi maledico.
Lisa gittò un grido e fece a cingere colle sue braccia il capo del marito, come per difenderlo dalla maledizione paterna; ma Gustavo ne la rimosse, si alzò, le lagrime aveva rasciutte, il volto più bianco, le mascelle contratte, e una nuova risoluzione appariva in lui. Si volse allo suocero e parlò con voce ferma e pacata.
--Fui traviato. Sono un infame; non ho discolpa, lo so. Non merito il vostro perdono, non lo chiedo più nemmanco. Solo un'ultima grazia imploro, e conviene che la dimandi a voi solo, che nessun altro orecchio mi possa udire, nemmeno quello della mia carissima Lisa.
Biale stette un momento affisando il genero con quel suo occhio franco e penetrativo: poi accennò col capo d'acconsentire. Il custode che era presente al colloquio contrastò allegando i regolamenti; ma una buona mancia fece tacere i suoi scrupoli. Si ritrassero amendue da una parte, e Gustavo cominciò tosto a favellare sommesso. Lisa, come tramortita, guardava con occhio senza luce, quasi non si rendesse ben conto delle condizioni in cui si trovava, nè di quanto le succedeva dintorno.
--Signore, disse Gustavo non osando più dar titolo di padre al capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M'è fallita la mano una volta, ma la seconda non mi fallirà più. Se voi avete ancora alcuna pietà per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto tempo e con tanta generosità portato, usatemi la carità di procurarmi modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.
Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.
--Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la colpa! Non sapete voi che è viltà anche quella?
Pannini abbassò il capo e mormorò con accento pieno di terrore:
--L'espiazione!... Il patibolo, forse!... La gogna... la folla curiosa e crudele... il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti delle vie... Oh no, no... non lasciatemi a questo troppo supplizio.
E il capitano con accento profondo:
--Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna, pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando perdono dalla società e da Dio?
--No, no... E con voce ancora più bassa soggiunse: Sarei vile.
--La vostra mano e il cuore son fiacchi; già una volta fallirono alla vostra volontà. Non avrete neppure il coraggio del suicida.
Gustavo levò alquanto il capo e rispose fermamente:
--L'avrò!
Il capitano esitò ancora un momento, poi curvandosi all'orecchio del genero gli disse ratto:
--Va bene.
Poi tuttedue s'avvicinarono alla povera Lisa.
--È tempo di partire, le disse il padre.
Essa lo guardò attonita, come se non avesse ben capito.
--Salutate vostra moglie, Gustavo: rispose Biale.
Pannini s'accostò a Lisa e le pigliò una mano. Allora la donna si riscosse tutta, e come se una segreta voce la preavvisasse di quanto avea da succedere, la si buttò al collo del marito, sclamando per disperata:
--Oh, non mi dividerò più da te! Oh, non voglio più lasciarti!
Povera donna! Ella amava: per lei non esisteva delitto, per lei non c'era argomento che valesse contro l'amor suo. Il padre le si fece dappresso, accennando volerla tirar seco per avviarsi.
--Un momento, ella esclamò; ancora un momento.
E tornando a baciare fra le lagrime il marito:--Quando ti rivedrò, Gustavo?
--Fra pochi dì, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora è forza partire.
E così Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta esistenza sì lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone dell'oro.
Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo stesso metodo del giorno precedente, cioè con una vistosa mancia, riuscì a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando tornò a casa aveva la fronte più annuvolata e lo sguardo più scuro che par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e più cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.
Il capitano uscì, ma non istette guari a ritornare. Era sì terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca più che cadavere, le labbra illividite, e senza potere articolar parola fissò con ansia il volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.
--Gustavo, disse Biale solennemente, si è sottratto alla giustizia degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.
Lisa non comprese. Continuò a star lì a quel modo, fissa, immobile: solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma senza pur mandare un suono. Il padre aspettò un istante; poi, visto che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente intorpidita della infelice, soggiunse:
--Gustavo è morto...
La donna gettò un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.
XXX.
Giovanni Selva tutti i giorni andava in casa dello zio d'Antonio a vedere la moglie e i figli di codestui. Era graditissimo a tutti, e il droghiere si compiaceva parlare con lui del perduto nipote. Giovanni, trascorso un po' di tempo, s'appigliò ad un modo singolarissimo per consolare lo zio e la moglie del pittore scomparso, e fu quello di porre in dubbio, prima apertamente, poi non espresse parole la morte d'Antonio, e far nascere in loro la speranza che un giorno o l'altro l'avrebbero potuto rivedere vivo e sano, in questo mondo. Infatti la morte di lui non era menomamente provata; di cadavere nè in Po nè altrove non se n'era trovato: non poteva egli invece che uccidersi essere andato in lontano paese?
In quella, ecco diffondersi la voce del fatto di Pannini e dell'uccisione d'Orsacchio in quel rimoto villaggio. Selva pensò tosto alla povera Gina che sarebbe stata là sola senza sapersi trarre d'impaccio e senza avere alcuno che si curasse di lei: e tenne a questo proposito una lunga conferenza con una persona che da parecchi giorni egli teneva accuratamente nascosta nelle sue camere.
Non farò il torto alla vostra sagacia, cari lettori, di dirvi che questa persona era Antonio Vanardi, non morto altrimenti, ma d'accordo coll'amico Giovanni decisosi a scomparire per un poco alla vista del mondo, affine di eccitare in favor suo quella carità della gente che sempre si commuove quando non è più a tempo.
In seguito a questa conferenza fu stabilito che i due amici partirebbero subito alla volta di quel villaggio, dove era succeduta la catastrofe, per pigliar Gina quando la ci fosse ancora, o scoprire almeno che fosse divenuta e dove andata; e perchè in questa fatta impresa una donna è sempre più acconcia, deliberarono condur seco la moglie di Giovanni, la quale, buona e pietosa com'era, appena udito il fatto, s'affrettò a consentire di gran cuore.
Antonio voleva prima riabbracciare la moglie, i bambini e lo zio; ma Giovanni nol permise, parendogli che meglio fosse il tardare anche pochi giorni a restituirsi loro, che, restituito appena, ripartirne subito per altri interessi. Però, a tranquillare vieppiù i parenti del pittore, Selva fu da loro e disse, avere scoperto finalmente dove Antonio s'era ritirato coll'animo di non ritornare mai più se lo zio non gli perdonava; partir tosto per raggiungerlo e rimenarlo nelle braccia de' suoi cari, fra pochi giorni l'aspettassero pure, ch'egli giurava l'avrebbe dato ai loro amplessi.
Fu immensa la gioia nel droghiere e in Rosina. Lo zio volle promettesse da sua parte ad Antonio ogni maggior cosa; non che perdono gli avrebbe concesso assoluta padronanza in sua casa; venisse solamente, e non più un zio ed un padrino avrebbe trovato in lui, ma un amorosissimo padre.
Gina da quel nuovo colpo della sorte aveva ricevuta una forte scossa, che invece di nuocere aveva piuttosto giovato alla sua ragione. Le sorse di botto il pensiero che ella era libera finalmente di quella tirannia feroce che l'opprimeva, di quella vendetta implacabile e crudele che le affannava ogni istante della vita. Un tale rimutamento si fece in lei, che mentre agli occhi della gente parve stupidita dalla capitatale sciagura, nel suo interno avveniva un travaglio per cui si ricostruiva, a così dire, la sua ragione. Che cosa le toccava di fare? Era sola, era libera, senza affetti al mondo, senza legami di sorta. Dove andare? Non aveva luogo a cui niente l'avvincesse più. Ricordò con alcun aggradimento la quiete dell'ultimo suo asilo, e le parve quello fosse il solo luogo in cui potrebbe vivere. Decise recarsi colà a passarvi quella vita che Iddio le avrebbe ancora voluto concedere.
Selva, sua moglie e Vanardi trovarono ancora Gina a quel villaggio, e la ricondussero tutti insieme alla villa di Marone.
Ed ora in poche parole mi sbrigherò di quanto ancora mi rimane a dirvi.
Vanardi ha rinunziato all'arte e fa il droghiere. Il suo padrino è felicissimo, e Rosina è diventata molto migliore. Marone continua a fare il torcicollo ed ha venduto la sua villa alla vedova d'Orsacchio, la quale prese con sè come dama di compagnia Anna, la nipote dello speziale, e conserva come coltivatori Matteo e Teresa. Questi non parlano mai di loro figlio Tommaso, ma non vi dico che non ci pensino, e quando ci pensano sospirano dolorosamente. Il cavaliere Tommaso Salicotto fa sempre il filantropo e guadagna denari: è deputato, sarà ministro. Vi pare felice? Solo, senz'affetti, finirà nella vecchiaia del celibe egoista, a cui nessuno s'interessa, e che anima al mondo non ama.
E in questa condizione trascina i suoi dì lo speziale Agapito, il quale è cascato sotto le unghie di una governante quasi giovane, mezzo belloccia, che lo tiranneggia e lo ruba a man salva. Egli trova ogni suo spasso e consolazione nel dir male di tutti e nel fare degli stupidi giuochi di parole.
La moglie di Gustavo è sopravissuta. Suo padre l'ha menata seco lontana da Torino. Poveretti! Perchè in questo mondo gl'innocenti hanno sì spesso da espiare le colpe altrui?
FINE.
NOTA DEL TRASCRITTORE: sono stati corretti i seguenti refusi (tra [parentesi] l'originale):
fare invidia ad un banchiere e ad un impresario[imeprsario]. candele, un sesto una matassa di cotone e via [va] --Che? interrogò Rosina, pensi forse tu[fu] cui quella brutta e cattiva Mimì[Mimi] stesse poco tre mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopportò[soportò] se il padrone non c'era. A queste parole[porole] ispira confidenza e v'impone rispetto; una di [di di] zigomo[zigoma], piegandovisi sotto, alle gote, in una rete Il cassiere trasse dal taschino del panciotto[panciatto] mentre[mentro] un terzo veniva portando in giro una fraintese[frantese] affatto il sentimento del vecchio costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo[seguiguitandolo] visto che i pochi avanzi dei denti di Mimì[Mimi] si con troppa buona voglia; Lombrichi[Lambrichi] invece --La riverisco[rivevisco], signor dottore: poi girando sia la marchesa stessa che me lo consegni, dichiarandomi [dicharandomi] voleva fare, voleva correre, e non sapeva[sasapeva]
End of Project Gutenberg's La carità del prossimo, by Vittorio Bersezio