Chapter 23
E come per una spinta possente, tutta quella massa s'avviò verso le soffitte della casa di Marone. Il rumore di essa che saliva chiamava sulle porte ad ogni ripiano i casigliani; s'interrogava, si rispondeva: la curiosità, la pietà, l'indignazione accrescevano la frotta, e di questa guisa giunsero, come vi dissi, nella stanzaccia del pittore.
--Che cosa c'è? domandò il segretario stupito, e poco tranquillo di quella invasione. Salicotto s'avanzò e cominciò un bel discorso in cui Marone era acconciato pel dì delle feste: ma Rosina, che si stava abbandonata e come sbalordita in un angolo, serrando a sè i suoi bambini, sollevò la testa, vide Giovanni Selva, e di botto, con impeto disperato, si slanciò verso di lui gridando:
--E mio marito? Dov'è? Che cosa è di lui?... Ditemelo per amor di Dio.
Quest'atto, queste parole, e l'accento con cui furono pronunziate, commossero tutti.
--Cara signora Rosina, rispose Giovanni non senza imbarazzo ed osservandola bene: io veramente non so bene... credo che suo marito starà assente qualche tempo...
Messer Agapito frattanto s'era accostato al segretario e gli disse a mezza voce in aria di mistero:
--Lasci tranquilla questa povera famiglia: il misero Vanardi è morto.
In altri momenti, altre parole, la Rosina non avrebbe udite; ma a quel punto la terribile frase giunse chiara e precisa al suo orecchio. Essa gettò un grido straziante e corse allo speziale.
--Morto!... Mio marito?... Lei lo ha detto... Lei lo sa!... O mio Dio!... Mi dica tutto... mi dica il vero.
Agapito era più imbrogliato che un gatto nella stoppa; si strinse nelle spalle, nicchiò, balbettò, si grattò il naso e finì per dire che egli lo aveva inteso da Selva.
Allora Rosina tornò da quest'ultimo ansiosa, affannata, tremante, disfatta nelle sembianze, come persona che attende sentenza di sua vita o di sua morte.
Giovanni, all'aspetto di quel dolore, parve sentire un pentimento e stette un poco in bilico, non sapendo come farla; poi rispose esitando:
--Coraggio!... La non si disperi così... La cosa non è affatto sicura... ho delle buone speranze che non sia...
La donna si abbandonò tutta al suo dolore. Strinse a sè i suoi piccini e si diede a singhiozzare con tanto tormento che era una pena il sentirla.
--Signori, disse il segretario, io non domanderei di meglio che lasciar in pace questa sventurata famiglia: ma come si fa? Ho il mio dovere da eseguire...
Lo speziale saltò in mezzo, il naso illuminato da una buona idea.
--Signori, signori, gridò: qui c'è un ingordo padron di casa che vuol essere ad ogni modo pagato... Ebbene, propongo che si faccia una colletta per pagarlo noi...
--Sì, sì! fu gridato da ogni parte: facciamo una colletta, e tutte le mani corsero al borsellino.
Ma in questa una voce trafelata ed ansiosa si fece udire di dietro la folla, gridando:
--Largo, largo, per carità.
Ed un uomo, facendosi dare il passo a spintoni, penetrava nella camera e dirigendosi di botto al segretario, diceva:
--Faccia grazia, sospenda tutto; son qua io, pago tutto io.
Era il droghiere, zio e padrino d'Antonio.
Quella mattina questo signor zio aveva ricevuto per la posta dalla città una lettera, la cui scrittura gli era affatto sconosciuta. Apertala e lettala, gli si offuscò la vista, gli si misero a tremare le gambe, e un forte pallore gl'imbiancò subitamente la faccia.
In quella lettera Giovanni Selva, che il droghiere conosceva di nome e sapeva amicissimo di suo nipote, gli annunziava come Antonio, datosi del tutto al disperato, fosse sparito, scrivendogli i fieri propositi che aveva contro sè stesso, ed abbandonando nella più terribile miseria la sua famiglia, la quale, non osando più raccomandarsi allo zio, si raccomandava all'amico Selva; soggiungeva che di quel giorno medesimo il padrone di casa e moglie e figli di Antonio avrebbe scacciato e fatto vendere la roba loro; aver perciò pensato di scrivere allo zio di cui conosceva il buon cuore, il quale non avrebbe certo abbandonato quegl'innocenti che erano suo sangue e che portavano il suo nome.
Il buon droghiere, che in fondo amava pur sempre il suo figlioccio, rimase come tramortito, voleva fare, voleva correre, e non sapeva nè che cosa, nè dove: aveva un dolore che gli faceva groppo alla gola e confusione alla mente. Si disse, maledicendosi, ch'egli, ch'egli solo era cagione di tanta sciagura. Perchè era egli stato così crudele verso il figlioccio? Suo figlioccio! Era lui che lo aveva tenuto a battesimo. E con questo fatto, e con aperta parola, non aveva egli preso impegno di vegliare continuo sulla sorte e sui giorni di quel ragazzo? E' l'aveva promesso a suo fratello, al padre del piccino: ed era così che aveva mantenuta la sua parola? La colpa d'Antonio che prima gli pareva una montagna ora non era più che un granellino di sabbia. Ricordava la buona indole del giovane e il rispetto che aveva sempre avuto per lui; ricordava il brutto modo con cui egli l'aveva accolto l'ultima volta che era venuto a supplicarlo. Ahimè! Quella era pure stata l'ultima volta ch'ei l'aveva visto. Chè non poteva allora tendergli le braccia e chiamarlo al suo seno nell'amplesso della riconciliazione? Capiva, ora che gli era tolto, tutto il piacere che avrebbe provato nel perdonare.
Ad un punto si alzò di scatto battendosi colla palma la fronte, e cercò tutto affannato colle mani tremanti la sua mazza e il suo cappello. Quando già fuori dell'uscio, tornò indietro, si riempì le tasche di denaro e corse precipitoso verso la dimora del nipote. Gli si era fatto presente che in quel giorno, forse in quel momento medesimo, la povera famigliuola di Antonio veniva cacciata di casa.
Il sopraggiungere del droghiere pose fine alla scena che aveva avuto luogo nell'abitazione del pittore. Per quanto fosse tenace la curiosità di quella gente, dovettero pure sfilare tutti, lasciando soli lo zio, la moglie e i figliuoli di Antonio e Giovanni Selva.
Il dolore dava alla Rosina le buone ispirazioni. Quando ebbe conosciuto che quel vecchiotto soprarrivato era lo zio di Antonio, e l'ebbe visto sì efficacemente soccorrer loro, ella, spingendosi innanzi i suoi bimbi, venne a cadergli ai piedi, tutto lagrimosa, e con quell'accento che parte dal cuore e giunge altresì commovente al cuore altrui, gli disse:
--Il Cielo la benedica, o signore... Grazie, non per me, ma per questi innocenti... Per loro la prego, per loro poverini; non per me che sono causa di tutto il male: perdono, perdono!
E la povera donna, smarrita, chinava il capo sino al suolo nel più umile atto di pentimento.
Quei due forti dolori furono di botto simpatici l'uno all'altro. Lo zio ebbe dimenticato in un attimo tutte le sue ire passate: non vide più che una povera donna amata dal caro e rimpianto nipote, e che gli veniva innanzi come parte di lui. Per impulso interno sollevò la misera, la prese tra le sue braccia e la strinse al seno. Piansero amendue in quell'amplesso. Ella prese i suoi bimbi e li serrò alle gambe del vecchio intenerito, e il più piccino gli pose in collo. Quando Giovanni vide il buon droghiere seduto con sulle ginocchia i figli d'Antonio che lo chiamavano zio e lì presso la Rosina che gli baciava la mano, capì che era tempo d'andarsene anche per lui, e corse via commosso e con tanta sollecitudine, che pareva s'affrettasse a portare a qualcheduno la lieta novella.
Poche ore dopo tutta la famiglia del pittore era stabilita in casa dello zio. La Rosina da quel giorno cominciò ad essere una tutt'altra donna. Non c'è nulla che sublimi maggiormente l'animo umano che un forte dolore fortemente sentito. Ogni volgarità, ogni meschinità, quando in fondo la tempra sia buona, sparisce dall'animo colpito da suprema sventura. Esso si rialza, ed estrinseca a così dire, tutte le sue interne virtù affine di esser pari al suo stato, perocchè nulla v'abbia di più osservabile al mondo dell'uomo che soffre.
Oltrechè Rosina s'accusava pure d'essere cagione di tanta sciagura, ricordava ancor essa quell'ultima scena che aveva mandato fuor di sè Antonio, e, che troppo aveva ella ragione di temere fosse stata l'ultima spinta ai disperati propositi del marito. E questa le chiamava in mente tutte le scene precedenti; e questo suo ultimo gran torto le rifaceva vivi innanzi tutti gli altri suoi, ed essa capiva ad un tratto come la sua condotta e il carattere e le maniere fossero state riprensibili e disgraziate. Così in lei pure l'amore pel marito, ora perduto, veniva manifestandosi tutto e maggiore d'assai di quello che avrebbe creduto ella medesima: e quest'amore concentrandosi ne' suoi bambini che le erano già sì cari, ne conseguiva che in essa, verso lo zio che li aveva accolti e che facea loro godere agi cui non avevano goduto mai, erano nate ed una riconoscenza sterminata ed un'osservanza affettuosa che la facevano riguardosissima a non dispiacergli per nissun modo. Di che ne conseguiva eziandio che ad ogni giorno passasse, il droghiere, il quale era scevro da tanto tempo della vita di famiglia, cui pure aveva così cara, ponesse maggior affezione a quella donna e a quei ragazzi, e si lodasse sempre più di averli seco.
Ah! s'egli avesse potuto ancora avere il caro Antonio!
XXVIII.
In alto d'una piccola collina, verso la frontiera, c'è un piccolo villaggio, il quale, all'epoca della nostra storia, possedeva ancora una posta di cavalli. Nessuna linea invaditrice di strade ferrate s'era spinta tuttavia sin là a togliere ai poveri quadrupedi il privilegio di sobbalzare i pochi viaggiatori che di quando in quando passano anche adesso per quella strada, per lo più affatto deserta.
Appena superata la salita s'entra nel villaggio, e lì a capo c'è subito un gran casone bianco, con una spianatella dinanzi da cui si domina maravigliosamente la strada che si contorce al disotto sulla falda del colle e la pianura che si stende a' suoi piedi.
Sopra il portone della casa un'insegna di latta verniciata che strideva al vento continuo che soffia dai monti, portava scritta, sotto un corno da caccia dipinto, la leggenda: _Albergo della Posta_.
La strada postale traversa per lo lungo la via maestra del villaggio, e poi comincia, a poca distanza da questo, un'altra salita che si caccia in una gola delle montagne, le quali si drizzano sublimi e solenni a limitar molto presso l'orizzonte.
Tempo addietro quel passaggio era frequentatissimo, e le scuderie della locanda albergavano buon numero di cavalli a cui l'accorrenza di viaggiatori non lasciava troppo lungo il riposo, e il locandiere non aveva grand'agio da stare, com'era al momento di cui vi parlo, sulla soglia della sua casa, le mani dietro le reni, il berretto negli occhi, l'aria di cattivo umore, sbadigliando inoperoso.
E sì che lo avrebbe dovuto rallegrare l'inopinato arrivo di due viaggiatori che si trovavano appunto nello stanze superiori; un signore ed una signora, de' quali il primo aveva detto si sarebbero fermati per riposarsi un'ora. Ma che valeva ci fossero codestoro, se avevano rifiutato di prendere la menoma refezione, defraudando così il povero locandiere dell'onesto guadagno ch'egli aveva già immaginato di fare sulle loro borse?
Vi dirò subito che quei due viaggiatori erano Orsacchio e sua moglie. Sapete già come e perchè essi viaggiassero sempre per le strade meno frequentate e con che sollecitudine il marito volesse ora portarsi colla povera Gina fuori Stato. Non vi stupirete quindi nel trovarli in questo rimoto villaggio, fermi per un'ora soltanto, affine di riposarsi, come ne avevano assoluto bisogno, e riprendere poi la loro rapida corsa, che meglio sarebbe chiamar fuga addirittura.
Nella scuderia c'erano giusto due buscalfane, alte, magre, sfiancate, che mangiavano la profenda con dente affamato ed aria triste per aver l'onore di fare di lì a poco una trottata sino all'altra posta a benefizio degli inaspettati viaggiatori.
Gina, poichè la era stata spiccata da quel luogo a cui aveva posto affezione, pareva scema del tutto e si lasciava regolare come un bambino, senza volontà, senza forza, senza parola. Il marito, facendola entrare in una delle camere di quella locanda, le aveva detto:--Sedete; ed ella si era seduta. Quando egli fosse venuto a comandarle:--Sorgete e seguitemi; ed ella ciò avrebbe fatto colla stessa indifferenza. Ogni sensitività, come ogni intelligenza, pareva non che smussata, distrutta in lei.
Tre quarti d'ora dopo l'arrivo d'Orsacchio e di sua moglie, l'albergatore, che v'ho detto star sulla porta inoperoso ed ingrognato, ebbe ragione di stupirsi molto e di rallegrarsi alcun poco, vedendo nella pianura che si distendeva sotto quella collina, sulla strada che conduceva al villaggio, un'altra carrozza che veniva al trotto serrato di due cavalli cui la sferza del postiglione sollecitava, proprio come se colla loro rapidità avessero da guadagnargli una buona promessa mancia.
Il fatto era così straordinario che il buon ostiere si fregò gli occhi due o tre volte, prima di credere alla loro testimonianza. Era da anni ed anni che non aveva più visto il miracolo, che due carrozze in un giorno passassero per quel villaggio.
La carrozza intanto aveva lasciato il trotto pel cominciare della salita, che a giri tortuosi menava alla spianatella dell'albergo. L'oste, il quale figgeva su quel legno l'occhio che uccel grifagno figge sulla preda, vide la testa d'un uomo farsi fuori dello sportello, come per guardare qual fosse la cagione di quella nuova lentezza, poi volgersi al postiglione, e certo invitarlo a più frettoloso andare, poichè quest'ultimo con una mezza dozzina di buone sferzate obbligava le povere bestie, che apparivano stanchissime, a sollecitare il passo su per l'erta.
Appena fermo il calesse innanzi la porta dell'albergo, quell'uomo, il cui capo l'oste aveva visto porgersi in fuori dello sportello, saltò giù. Era solo. Giovane, pallidissimo, le chiome arruffate, le sembianze turbate, gli occhi inquieti ed incavati come chi da qualche tempo non riposa ed è in continuo disagio o per fatica fisica o per passione morale o per l'una e l'altra insieme.
E' si rivolse tosto all'oste, il quale gli era mosso all'incontro e l'accoglieva con profondi inchini:
--Un boccon di colazione, disse, e presto. Fra mezz'ora al più voglio ripartire.
--Sì, signore, come comanda: rispose il locandiere raddoppiando i suoi inchini.
Il viaggiatore s'avviava per entrar nella casa; intanto il postiglione, sceso di sella, erasi sollecitato a staccare i cavalli ed aiutato da un mozzo venuto fuori al rumor della carrozza, in un attimo s'era fornita la bisogna. Il postiglione, col suo cappello di cuoio in mano, arrestò il giovane viaggiatore e gli chiese la mancia.
Il nuovo arrivato trasse di tasca il portamonete e vi prese dentro del denaro; ma in quell'atto un'idea parve sovraccoglierlo.
--Voi volete tornare indietro subito? dimandò al postiglione.
--Signor sì: questi rispose.
Il viaggiatore si volse all'oste.
--Ci avete bene dei cavalli qui?
--Ne abbiamo due, cominciò a risponder l'oste; ma il postiglione che ebbe tosto compreso tutto il pensiero del viaggiatore interruppe:
--Tanto e tanto con queste mie povere bestie non si potrebbe far più un'altra posta. Appena se le avranno abbastanza di forza da tornarsene a casa.
Il giovane non soggiunse più parola, diede la mancia al postiglione ed entrò nell'albergo.
Sedette ad una tavola vicino alla finestra, a pian terreno; e mentre stava aspettando, appoggiati i gomiti al desco e il mento nella palma delle mani, si diede a guardar giù nel piano dove serpeggiava la strada per cui egli era venuto. Ma parve che tosto un interno forte pensiero sorgesse a dominarlo e lo distogliesse dalle cose circonvicine, per portare la mente chi sa in quale regione, poichè il suo sguardo si fece fiso e senza luce come quello d'occhio che non vede, la fronte gli si annuvolò e le guancie gli si contrassero come se fosse assorto in una profonda e dolorosa meditazione.
Ne lo riscosse l'oste, il quale venne a mettergli innanzi l'asciolvere. Il giovane viaggiatore accennò volersi dar tutto a codesta occupazione; si rassettò di meglio al desco, e volse un'ultima sguardata a quella vista di paese che gli appariva dalla finestra. Parve ci vedesse alcun che di spaventoso, poichè diede in un sussulto e le sue sembianze si turbarono forte. Si mosse di subito come dietro impeto irriflessivo, per levarsi e partirne; ma si trattenne, facendo forza a sè stesso, guardò con occhio irrequieto l'oste, e poi di nuovo la campagna, e sforzandosi a parer calmo, disse:
--Sarà bene che incominciate a far attaccare i cavalli alla mia carrozza.
L'oste si grattò dietro l'orecchia tutto impacciato.
--Signore, balbettò egli, ci ha bene, come ho detto, due cavalli, ma il guaio è che....
--Che cosa? interruppe vivamente il giovane, di cui lo sguardo pareva non potersi più spiccare da ciò che stava mirando nella sottoposta pianura.
--Che sono già allogati ad un viaggiatore arrivato prima di lei, e che sta per partire a momenti.
Il giovane gittò là bruscamente la salvietta e si levò di scatto, tutto turbato.
--E non ce ne sono altri?
--Signor no.
Il forastiero guardò nuovamente giù nella campagna, poi pigliando l'oste pel braccio e traendolo seco nel cortile, soggiunse:
--Conviene assolutamente ch'io parta subito. Quel signore non può certo aver tanta fretta quanta ho io. Qui ci sono due napoleoni d'oro per voi, se fra due minuti io posso partire.
E senza aspettare fece scorrere nella mano del locandiere le promesse monete. Siffatto argomento persuase affatto quel brav'uomo che si pose egli stesso con molto zelo ad aiutare lo stalliere nell'opera dell'allestire i cavalli.
Il viaggiatore uscì sulla spianata, e tornò a guardar giù con ansietà. Due carabinieri a cavallo erano giunti appiè della collina e cominciavano a salir lentamente su per l'erta che menava al villaggio.
Questo viaggiatore ho io bisogno di dirvi chi fosse? Era Gustavo Pannini perseguitato già dal rimorso e dalla paura dell'umana giustizia. Partitosi, come vi ho narrato, con un treno di ferrovia, non aveva tardato a pentirsi d'aver scelto questo mezzo di fuga: troppe erano le persone che ci s'incontravano. Alla prima stazione abbandonò quella strada e quella direzione, e si diede a studiare come farla, camminando solo traverso la campagna. Stabilì, nel primo luogo in cui ciò gli fosse possibile, di procurarsi una carrozza e di affrettarsi con essa, per istrade meno usate e più fuori mano, verso la frontiera.
Giunse appunto in una piccola città in cui gli venne fatto di eseguire il suo disegno. Comprò un paio di pistole, risoluto in ogni caso, prima ad uccidersi che cascar vivo nelle mani della giustizia; si procurò un calesse da viaggio, e via con tutta la rapidità che gli concedevano le strade e i mezzi di trasporto: ed ecco di qual guisa era arrivato quel mattino al villaggio, dove, spinto da ragioni presso che le medesime, colla medesima intenzione era già Orsacchio.
Questi stava appunto per chiamar l'oste ed ordinargli attaccasse i cavalli, quando udito lo scalpitar di questi nel cortile, si fece alla finestra e vistili usciti dalla scuderia coi fornimenti si persuase che si allestisse la carrozza di lui alla partenza. Fece quindi levare la povera Gina, e con essa discese le scale e s'avviò fuori del portone sulla spianata, dove in vero una carrozza da viaggio stava bella e pronta a partire.
Ma colà giunto Orsacchio s'avvide che la carrozza non era la sua, e che un altro viaggiatore sollecitava gli stallieri che finivano di attaccare i cavalli. Si volse all'oste aggrottando in modo molto minaccioso le sopracciglia.
--Non è dunque per me che si allestiscono questi cavalli.
L'albergatore si inchinò molto impacciato.
--Signor no: rispose.
Orsacchio proruppe con violenza:
--E per me, quando si vuole aspettare? L'ora che avevo detta è passata. Fuori altri cavalli e si attacchino subito al mio legno.
Il locandiere si fece piccin piccino, si curvò nelle spalle con aria desolata e confessò che di cavalli non ce n'erano altri che quelli.
Orsacchio dalla collera divenne rosso come un tacchino. S'aggiunse che in quella il suo occhio corse a caso giù per la scesa della strada e ci vide i due carabinieri che ne avevano già superato un buon terzo. Anche a lui premeva sfuggirli, ancor egli aveva buone ragioni per credere cercassero di lui; lasciò Gina là dove si trovava e corse da Gustavo che stava appunto per salire nella carrozza.
--Signore, questi cavalli erano promessi a me: diss'egli bruscamente, arrestandolo pel braccio; ed io ho fretta di partire.
Gustavo fece a sciogliersi dalla stretta d'Orsacchio, ma nol potè.
--Anch'io ho fretta, rispos'egli. Mi lasci andare... Che modo è codesto?
Orsacchio colla coda dell'occhio vedeva i carabinieri avanzarsi sempre più.
--Le dico che non sarà lei a partire, ma io...
Anche Gustavo osservava con ansia l'avvicinarsi sempre più degli agenti della forza pubblica.
--Signor no: interruppe egli col tono di uomo risoluto a tutto. Mi lasci, o guai per lei!
E con uno strappo si liberò dalle mani di Orsacchio e saltò nel legno; ma Orsacchio lo prese ai panni.
--Mi lasci, urlò di nuovo Gustavo che vedeva i carabinieri sempre più presso.
--No, rispondeva con pari accanimento Orsacchio spinto dalla ragione medesima: no per Dio!
--Avanti! gridò Pannini al postiglione, il quale già in sella, la frusta in mano, stava rivolto a veder quella scena: avanti... e di galoppo.
Il postiglione accennò colla frusta ad Orsacchio che era mezzo nella carrozza colla sua persona.
--Vuole ch'io schiacci questo signore?
E Gustavo, quasi fuor di sè, lottando sempre a respingere Orsacchio:
--Due napoleoni se tu parti tosto di galoppo.
--Quattro, gridò il marito di Gina furibondo, se tu scendi da cavallo.
Il postiglione pareva infradue senza sapere a quale obbedire.
Gustavo guardò nuovamente giù della scesa; il suo aspetto si sconvolse vieppiù; gli occhi balenarono; trasse di tasca le sue pistole e le appuntò al petto d'Orsacchio.
--Si ritragga o sparo.
Orsacchio, invece d'arretrarsi, tentò abbrancare le canne delle pistole. Un colpo partì: vi rispose un grido soffocato. Gustavo fu libero; sorse in piedi, s'abbrancò al piccolo schienale del seggiolo del cocchiere e puntando la pistola al postiglione, gli gridò:
--A te ora... di galoppo o ti spacco il cranio.
Orsacchio era caduto sanguinoso; a quello sparo, a quella vista, Gina si riscuoteva tutta, mandava un urlo e si rappiattava spaventata contro la parete della casa. L'oste sul ciglio della spianata chiamava colla voce e coll'agitar delle braccia i carabinieri, i quali all'udire quel colpo avevano alzato la testa e stavano guardando qua e là per vedere che fosse. La carrozza partiva di gran galoppo.
Pochi istanti dopo, i carabinieri, i quali ai cenni dell'oste avevano sollecitato il passo delle loro cavalcature, giungevano sul luogo. Orsacchio era morto sul colpo. Gina dalla vista di quel sangue era mandata in una di quelle crisi che l'assalivano di quando in quando. I carabinieri, udito sommariamente il fatto, cacciarono gli speroni ne' fianchi ai cavalli, e via di gran corsa dietro la carrozza di Gustavo, la quale era già sparita al fine della strada che attraversava il villaggio.
XXIX.
Già erano parecchi dì che sopra il volto severo e patito del capitano Biale non appariva più cosa che pur di lontano somigliasse a un sorriso; come poi la povera Lisa fosse dal suo dolore distrutta ve lo lascio immaginare, essendo cosa più facile figurarsi che dire. Pure un giorno, il capitano venne innanzi alla moglie di Gustavo con una cera tanto più disfatta del solito, che essa tutta si scosse pel subito timore d'ogni peggior male: mandò un grido, si gettò perdutamente sopra il seno del padre, affissandone ansiosa le sembianze, e non osando o non avendo tampoco la forza di formulare le varie affannose interrogazioni che si accalcavano sulle labbra, tutte le espresse in una sola parola che parve le erompesse proprio dal fondo dell'anima:
--Gustavo?