Chapter 21
Ad una stazione intermedia della strada da percorrersi incontravansi i due treni, l'uno che veniva, l'altro che andava alla capitale. In questa sosta di pochi minuti in cui i due treni si trovavano allato, Vanardi, guardando per caso nell'altro treno, vide due occhi grifagni che stavano fisi su di lui, e riconobbe la brutta faccia di Orsacchio; bene si ritrasse egli vivamente all'indietro, ma era troppo tardi: il marito di Gina l'aveva visto e riconosciuto ancor'egli.
La cagione che aveva menato Orsacchio in città era sempre quel benedetto ritratto che egli voleva possedere ad ogni costo. Informatosi se il pittore fosse in casa, e saputo dalla portinaia ch'egli era assente, Orsacchio era salito al quartieretto di Vanardi, ed alla Rosina aveva detto senza preamboli, additandole il quadro:
--Datemi questa tela e vi pagherò cinquecento lire....
La donna allargò tanto d'occhi.
--Cinquecento lire! ripetè essa.
Orsacchio scambiò la meraviglia di lei per irrisoluzione, e pressato qual era di finirla, soggiunse:
--Seicento... ottocento, via, e non esitate più...
Rosina non esitò punto.
--Manderò a prenderlo domani o dopo domani. Lo consegnerete a chi ve ne recherà il denaro.
--Mandi al mattino dallo dieci alle undici; a quell'ora mio marito non c'è.
--Va bene.
Alla vista di Antonio che veniva dalla direzione di Valnota, un subito sospetto entrò nell'animo di Orsacchio. Un istinto lo avvisò che gli era per lui che quel maledetto pittore aveva fatto tal viaggio, che il suo asilo era scoperto, e che contro di lui l'amico d'Adolfo avrebbe eccitata la vendetta della legge. Provò una tal rabbia che dirlo è nulla. Quel mondo ch'egli aveva con tanta cura sfuggito tendeva ancora un braccio a ghermirlo.... Che fare? oh non si lascerebbe prendere. Fuggire di nuovo, ramingar sempre, cercare un ancora più nascosto ricetto in estera contrada!
Giunse a casa con un turbinio di siffatti pensieri pel capo che non gli lasciavano requie. Andò diviato verso la camera di sua moglie, e in quella che precedeva si arrestò e tese l'orecchio. Gina piangeva e andava pronunziando tratto tratto con immensa effusione di affetto il nome di Adolfo.
Al vedere entrare inaspettato il marito, la donna si drizzò pallida e spaventata cessando immantinente dal piangere, quasi dal rifiatare. Anna, che le era compagna, si ritrasse in un angolo timorosa ancor essa.
L'uomo guardò intorno con occhi che mandavano luce di sangue. Indovinò tutto. Incrociò le braccia al petto, si rivolse ad Anna, e fulminandola con quel suo sguardo tremendo, le disse:
--Un uomo è entrato qui, quest'oggi, ed ha parlato a mia moglie.
Anna non ebbe neppure in pensiero di negare, curvò il capo e si tacque.
--Uscite! soggiunse imperiosamente Orsacchio: e qui dentro non verrete più.
La fanciulla partì, Gina guardava stupidita e non si mosse. Orsacchio fece due o tre giri per la camera, poscia piantandosi ritto innanzi a lei:
--Domani, le disse, noi ripartiremo.
E la lasciò sola.
Il domani infatti Orsacchio fu alla più vicina città, e verso sera ne tornò con una carrozza a due cavalli di posta. Aveva messo in poche valigie egli stesso tutto ciò soltanto che poteva dirsi indispensabile; e quando le ebbe fatte caricare sul legno, entrò nella stanza di Gina, e senz'altri preamboli le disse brusco:
--Venite.
La donna alzò il capo, guardò un poco il marito e parve tutto disposta ad obbedire.
Orsacchio s'avviò primo verso l'uscio, ed essa lo seguì; ma quando il suo piede ebbe tocca la soglia, Gina s'arrestò.
--Dove andiamo?
--Che v'importa saperlo? Noi partiremo di qui.
Ella indietreggiò.
--Partire di qui! esclamò. Non voglio.
Orsacchio la prese ad un braccio e ripetè più fieramente:
--Venite!
Ma ella, scrollando il capo, con una pacatezza da scema, rispose:
--No, no, non voglio... sto bene qui... sto molto bene... amo il mio giardino... benchè ci sia la neve... ma la neve andrà via e torneranno i fiori...
Il marito le strinse violentemente il braccio e accostando le sue labbra all'orecchio di lei, quasi da toccarlo:
--Non obbligatemi a mezzi di rigore, le disse. Voglio essere ubbidito, lo sapete.
La poveretta diede in uno scossone come chi da una placida quiete venga improvvisamente turbato per un alto terrore. Mandò un grido, e fece a sciogliersi dalla stretta della mano di lui.
--Lasciatemi, lasciatemi!... Ah, voi mi fate male... Lasciatemi stare per carità.
La si dibatteva per divincolarsi; egli s'avviò verso la porta, trascinandola a forza dietro sè: Gina gettava grida di spavento e s'attaccava dall'uno all'altro a tutti i mobili della stanza.
--Tacete! tacete! le diceva sommesso il feroce.
--No, no, urlava essa: non voglio partire, voglio rimaner qui... Uccidetemi piuttosto.
Orsacchio l'afferrò per le due braccia, la tirò violentemente a sè, la strinse riluttante al suo petto, le pose innanzi al volto il suo orribilmente contratto, e con accento crudelissimo le disse spiccato:
--Sì... come ho ucciso Adolfo.
Gina puntò le sue deboli braccia alle spalle di lui per rigettarsene indietro, si dibattè per isciogliersi da quell'orribile amplesso, ma le forze le mancarono a un tratto, e svenne.
Così priva di sensi ei la portò sollecito nella carrozza.
--A Torino, diss'egli al postiglione: e di galoppo.
Quindi si slanciò nella vettura che partì di furia.
L'infelice donna abbandonava quella casa come c'era arrivata, svenuta.
XXIV.
Due giorni dopo, era il mercoledì, Antonio, che non poteva pagare il padrone di casa non ostante la dilazione, si vedeva in giudizio condannato al pagamento mediante lo staggimento e la vendita delle sue poche robe.
Vanardi, che il giorno prima erasi tutto occupato per Gina, presentando all'autorità competente una sua denuncia contro Orsacchio, ora pensò di tornare agli uffizii del signor Bancone a ricevere da Gustavo Pannini la promessa risposta.
Vedendo uscire il marito per tempo, Rosina si rallegrò molto; perchè essa aspettava ogni mattina l'acquisitore del quadro, il quale venisse a pigliar questo ed a recarne il prezzo, e assai si turbava al pensiero che in tal momento Antonio si trovasse in casa.
Vanardi camminava inquieto alla volta del palazzo del banchiere. Era l'ultima sua speranza, era l'ultimo filo di salute; se quella riesciva a non altro che ad un disinganno, se questo gli si rompeva tra mano, egli era senza redenzione perduto. La sua famiglia sarebbe stata cacciata sulla strada, e il freddo e la fame si sarebbero disputato a chi più tosto l'avrebbe morta.
Introdottosi nell'afa calda di quegli ufficii, dov'era già penetrato una volta, Antonio si ricordò che il meno scortese di tutti colà dentro era stato il cassiere; epperò tirò dritto sino allo scompartimento di lui, e venuto alla cancellata, dimandò:
--Ci sarebbe il signor Pannini?
Il cassiere sussultò come se gli avessero dato all'impensata un forte pizzicotto.
--Pannini! gridò egli con accento tra la meraviglia e l'indignazione. Voi cercate di Pannini?
La fronte stretta del brav'uomo aveva una certa ruga che poteva credersi volesse significare severità e corruccio, e gli occhi di vetro del buon cassiere avevano una certa fissità a cui se si fosse potuto attribuire un'espressione, si sarebbe detto esser quella del dubbio e del sospetto.
--Sì signore: aveva risposto Antonio.
Il signor Busca parve meditare una qualche cosa importante da dire, e come meglio dirla; ma due minuti di riflessione evidentemente profondissima non gli valsero che a trar fuori la seguente richiesta:
--Sapete voi dove sia Pannini? Ne avete voi novelle?
Fu per Antonio la volta di mostrarsi meravigliato.
--Eh no! esclamò: se vengo qui a cercarlo....
--Qui! qui! proruppe il signor Bernardo; ma non sapete dunque niente voi? Ah! quel birbone certo non metterà più i piedi qui dentro, a meno che due carabinieri ve lo menino.... Il ladro è lontano chi sa quanto!... È scappato chi sa dove!... Lo scellerato ci ruba dai cencinquanta ai dugento mila franchi.
Vanardi cadde dalle stelle. Oh sì che adesso poteva servirgli la protezione di quel tale per entrare negli uffizii della banca! Si partì di là disperato del tutto, persuaso che oramai per lui non c'era più scampo di sorta, e la sciagura lo voleva senza riparo nel fondo della miseria.
S'avviò per tornare a casa che non aveva più la testa a segno; ed entrò nel suo camerone sui tetti colla faccia d'un Amleto che si apparecchia a dire il famoso monologo. La Rosina, che da un momento all'altro aspettava chi venisse a pigliare il quadro, si stupì sgradevolmente e si stizzì maledettamente del così sollecito ritorno del marito. Egli entrò nel secondo scompartimento della stanza e si buttò a sedere senz'aver pure il coraggio di parlare; essa cercava modo di mandarlo via di nuovo, quando venne a turbarla per l'affatto un picchio dato all'uscio.
Era il padrone d'un piccolo e riposto albergo a cui Orsacchio, arrivato il mattino, era andato a pigliare stanza sotto un supposto nome. Per non abbandonare la moglie egli aveva pregato il locandiere di recarsi colà, a quell'ora, ed alla donna dare i denari ritirandone il quadro; che se ci trovasse il marito fingesse uno sbaglio, non parlasse di nulla e se ne venisse via tosto tosto.
L'albergatore, che non era de' più furbi, entrato, e non visto innanzi a sè che la Rosina, credette poter parlare senza più cautele.
--Siete voi la moglie del pittore Vanardi?
--Sì signore.
--Bene: vengo per quel certo quadro che avete venduto l'altro jeri, e qui ci sono i denari.
Antonio udì queste parole e saltò fuori con impeto di dietro il paravento; l'oste rimase in asso, guardò la donna, la vide farsi bianca bianca, poi rossa rossa di volto, capì che l'aveva sgarrata e non pensò ad altro che a battere in ritirata.
Se Vanardi fosse stato in chiaro dei patti, chi sa se l'assoluto bisogno non l'avrebbe fatto cedere: ma egli non dovette nemmanco cimentarsi con siffatta tentazione, perchè l'oste che ricordava le pressanti raccomandazioni del suo committente di non dir nulla al marito, accortosi che giusto quest'esso gli stava dinanzi, non attese altro, e già era fuor dell'uscio che Antonio aveva ancor da aprir bocca.
Marito e moglie si trovarono a fronte e si guardarono tra impacciati e stizzosi. Ma nella Rosina non fu tarda a dominare del tutto la stizza; ne nacque una lite del diavolo, in cui anche il marito, che aveva l'anima per traverso, fece la parte sua, e che finì colla partenza di Antonio il quale, dato di piglio al suo cappellaccio, fuggì protestando che piuttosto che vivere con un basilisco simile di donna gli era più caro qualunque caso, mentre la Rosina gli gridava dietro che il fistolo lo portasse; sapete bene, i soliti spropositi che fa dire la collera e che a sangue raffreddo pare impossibile si sieno potuti dire.
Antonio girò lungamente pei viali fuor di città come una mosca senza capo. Ad un punto si lasciò cadere sopra un panca, e coprendosi colle mani la faccia si domandò con infinita angoscia dell'animo:
--Ed ora che cosa debbo fare?
Di botto mandò un'esclamazione, fece un trasalto e si battè la fronte come uomo a cui si affaccia l'inspirazione d'un'idea. Si frugò in tutte le tasche finchè da quella del petto nel soprabito trasse fuori un giornale ripiegato: era quello che parecchi giorni prima gli avea imprestato messer Agapito, perchè facesse leggere alla moglie il pietoso caso di quel povero diavolo che non sapendo più come provvedere alla sua famiglia s'era buttato nel fiume. Dopo il luttuoso avvenimento, narrava il giornale come la carità dei concittadini si fosse desta ed avesse provvisto agli orfani ed alla vedova del disgraziato.
Vanardi lesse e rilesse quell'articoletto; si vedeva che ci faceva su delle meditazioni profondissime; ma in mezzo alla serietà del suo aspetto passava tratto tratto un lampo di malizia, quasi di buon umore. Dopo una buona ora di siffatta meditazione, ripiegò accuratamente il giornale, lo ripose in tasca, s'alzò e si diresse verso l'abitazione di Giovanni Selva.
Questi era eziandio molto conturbato ed afflitto a cagione dell'orrenda disgrazia avvenuta alla famiglia del signor Biale, disgrazia che vi racconterò nel capitolo venturo; ma alla vista della desolazione impressa sul volto di Vanardi obliò tutto il resto per non darsi cura che di lui.
Il pittore espose come quella medesima disgrazia della famiglia Biale togliesse anche a lui ogni speranza, raccontò la scena avvenuta colla moglie e finì per confessare che aveva presa una grande risoluzione.
--Quale? domandò con inquietudine Selva.
Antonio mostrò all'amico l'articolo del giornale che glie l'aveva ispirata, e soggiunse:
--Un uomo, perchè il mondo lo soccorra e i nemici lo perdonino, conviene che muoia... Io non ho che un mezzo per ridurre mia moglie un agnellino, per fare che mio zio torni un padre ai miei figli, perchè tutto si aggiusti in bene della mia famigliuola: e questo mezzo è quello di morire.
XXV.
Se vi ricorda, gli era il lunedì a sera che Marone doveva recarsi da Pannini per averne le sue novanta mila lire, e quel giorno medesimo un agente di cambio era venuto a portare delle cartelle del debito pubblico pel valore di sessanta mila franchi.
Ora quel giorno, Gustavo Pannini, infelicissimo nelle sue speculazioni di borsa, doveva pagare dalle sessanta alle settanta mila lire di differenza per la liquidazione di fin di mese. L'infelice era disperato, e benchè non sapesse come trovarci un rimedio, aveva pregato quell'agente a cui doveva pagare tal somma, quel cotal Borgetti che ci avvenne d'incontrare in quegli uffici quando la prima volta ci entrammo in compagnia di Antonio, di tornare verso sera che in qualche modo avrebbe provvisto.
Pensò ad implorare il principale, e fattosi coraggio salì al piano superiore dove il signor Bancone, tormentato dalla podagra, stava sdraiato nella sua camera. Il milionario banchiere non lo lasciò manco terminare; disse a Gustavo che gli era un babbuino ad aver giuocato al rialzo, mentre egli, Bancone, aveva giuocato al ribasso: che quel tanto e più cui Pannini perdeva era egli a guadagnarlo, e che non lo avrebbe soccorso manco d'un centesimo per mostrargli ad essere più accorto nell'avvenire: intanto pensasse a pagare, perchè in difetto egli non avrebbe più tenuto nella sua banca un tale che non avesse fatto onore ai propri impegni, altro che dargli il posto di primo commesso; e con questa pillola confortativa, facendo smorfie orribili per la gotta, lo congedò.
Pagare! come lo poteva Gustavo? Era dunque l'onore perduto e l'impiego?.. In quella gli venivano ricapitate quelle tali cartelle che ho detto. Se avesse potuto disporre delle medesime!... Cotal pensiero si era appena affacciato alla sua mente che Borgetti sopraggiungeva ad esigere la somma dovuta. Fu un atto più d'istinto che di ragionamento. Gustavo prese quelle cartelle e le pose in mano all'agente di cambio che lieto di vedersi così assicurato s'affrettò a partirsi colla sua preda. Fu quando Borgetti era partito che Gustavo si rese conto dell'azione che aveva commessa. Raccapricciò. Che cosa direbbe al principale? che cosa allo suocero? sentì la testa dargli in ciampanelle. Non c'era che un modo: partire, allontanarsi, fuggire. Ma come, se non ne aveva manco i mezzi?... In quella ecco aprirsi l'uscio e il signor Bernardo Busca, cassiere della banca, presentarsi con fra mano alcuni sacchetti ed un grosso viluppo di biglietti di banca.
--Ecco le novanta mila lire richiestemi per questa sera. Vuole che le riscontriamo insieme?
--Oh, non occorre: rispose Gustavo; le deponga costì, ed io glie ne do tosto il discarico.
--Le cose in regola, disse il formalista cassiere. Potrei aver commesso un errore nel contare, ed ella non deve accettare la somma senz'esser certo del fatto suo. Verifichiamo.
--Lei non commette errori, signor Busca, ne son di là di sicuro. Pure, se ciò le garba...
Il cassiere si pose a versare sulla scrivania i sacchetti di napoleoni. Fu un'onda d'oro che coprì il tappeto verde, fu un suono d'armonia seduttiva che, ripercossa dalle pareti di quel camerino, destò, per così dire, il demone della voluttà del guadagno. A quel rumore ed a quella vista gli occhi di vetro del cassiere rimasero quei medesimi; ma le pupille di Gustavo s'accesero stranamente, mentre le sue guancie impallidivano. Nel toccare, nel fare scorrere, nel rammentare a pile quelle lucenti e tintinnanti monete, le dita del giovane fremevano; con una tenacità carezzevole e desiderosa esse palpavano i dischi metallici e la carta delle polizze di valore.
Quand'ebbero finito di contare, Bernardo rimise i napoleoni ne' sacchetti, sovrappose l'una all'altra le polizze di banco, lasciò il tutto lì dinanzi a Gustavo e si ritrasse.
Il marito di Lisa rimase solo. Solo? No: v'era colà dentro un tremendo demone tentatore, e quei sacchetti e quei pezzi di carta esercitavano sul suo spirito un funesto fascino irresistibile.
Lì avrebbe potuto avere i mezzi per fuggire: lì avrebbe potuto avere almeno assicurata la sua esistenza avvenire... S'alzò e si pose a passeggiare per la stanza agitato:
--Perduto ad ogni modo, lo sono: disse egli ad un punto, tanto vale adunque...
S'arrestò e passò la destra sulla fronte madida di freddo sudore.
--Fra poco Marone verrà a pigliare i suoi denari... tanto meglio!.. Oh venga presto...
In quella si picchiò all'uscio del gabinetto.
--Gli è lui, pensò Gustavo, il sogno è finito; e ratto il suo sguardo corse al denaro, e, come un lampo, gli passò per la testa l'idea di gettarvisi su, d'arraffarlo e fuggire per l'altra porta.
Fermò il viso, mandò un sospiro, e con voce non calma del tutto, disse:
--Avanti.
Ci entrò, non Marone, ma la vecchia di lui fante.
Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era caduto giù dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita compitezza.
Negli occhi di Gustavo balenò una fiamma di gioia. Non fu riflessione, fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Piegò la carta, vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane, pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbrancò sacchetti e involti delle polizze, serrò tutto fra mani, fra le braccia, al suo petto, con febbrile passione.
--Tutto questo è mio, esclamò; fuggirò... Prima di domani a sera non si saprà nulla... Andrò in America... Là in pochi anni mi farò ricco a milioni... Ricco!.. ricchissimo!..
Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come assalito dalla terzana: non era più in sè: uscì ratto e dovette tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva sulla faccia l'impronta più della pazzia che del delitto. Quando fu nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota; la chiamò, ci saltò dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e colà. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza egli ci pensò. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed alla moglie? E poi conveniva partire il più presto possibile, e che i suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli passò pel capo in un baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entrò dal portinaio e chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi così senz'altri saluti, ma necessità lo voleva.
Diede la lettera al portiere perchè la recasse tosto su a Lisa, e tornato nella carrozza ordinò al cocchiere lo menasse in fretta allo scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un treno.
Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come, venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco un bacio d'addio. Passò una notte agitatissima ed insonne, e pareva, tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.
E il fulmine precipitò verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata risuonò dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perchè, sentì il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si udì nella stanza precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata che diceva:
--Non c'è?... È partito?... Voglio veder sua moglie... suo padre... voglio parlare a qualcheduno, io!
Il signor Biale voleva andare a vedere egli stesso che cosa fosse, quando la serva entrò di fretta.
--Gli è un signore tutto accalmanato, disse, che dimanda di sor Gustavo, e vuole ad ogni modo venire innanzi.
--Introducetelo, comandò l'antico capitano.
In questo mentre lo sguardo di costui si posò sulla figliuola. Ella era sì pallida e turbata ch'egli se ne atterri.
--Lisa, esclamò, c'è qualche cosa? che sai tu?...
--Niente, niente: ebbe tempo appena di rispondere la donna.
Il signor Bernardo, il cassiere di Bancone, si precipitava nella stanza coll'impeto d'un masso che precipita giù da una china.
--Signora! gridò egli avanzandosi quasi minaccioso verso Lisa: dov'è suo marito? Ho bisogno di parlargli, ho bisogno d'averlo qui subito.
Lisa confusa, quasi spaventata, non seppe nemmeno rispondere. Il capitano, facendo un passo verso il nuovo venuto, disse con accento asciutto e risentito:
--Signore, mio genero non è a Torino.
Busca si volse di scatto verso di lui.
--Ah, proruppe, il birbone è proprio scappato...
Il signor Biale gli troncò aspramente la parola.
--Chi siete voi? che modo è codesto? che impertinenza è la vostra?
E il dabbene Bernardo con tutto il calore di cui era capace:
--Chi sono? Sono il cassiere della banca a cui vostro genero ha portato via cencinquanta mila lire.
A questa brutale sortita, Lisa cadde seduta, mandando un grido: Biale indietrò come colpito a mezzo il petto da una botta.
--Signore! sclamò quest'ultimo: voi mi darete ragione di queste parole.
Il cassiere contò senz'altro come la mancanza di Pannini dal suo posto e quella delle cartelle del debito pubblico avessero già desto alcun sospetto in Bancone; come una lettera di Marone avesse avvisato che egli non aveva ricevuto i denari; come la misteriosa partenza di Gustavo troppo confermasse i concepiti sospetti.
--È impossibile, è impossibile, disse Biale diventato pallido, che pure sentiva entrare in suo cuore lo spavento che quella potesse essere la verità.
Lisa si drizzò con impeto, presa da nuova energìa, e gettò le braccia al collo del genitore.
--Sì, è impossibile: grida ella: oh! difendetelo voi, padre mio, non lasciatelo calunniare il mio Gustavo. Egli è innocente, ne sono sicura...
E la meschina ruppe in pianto.
--Sta di buon animo: le disse il capitano abbracciandola; sarà uno sbaglio che tosto si metterà in chiaro... Io vengo con voi, signor cassiere: voglio parlare al vostro principale.
Ed abbracciata amorosamente la figliuola, partissi tosto col signor Bernardo.
XXVI.
Bancone soffriva della podagra anche più del giorno precedente; e il fatto della fuga di Gustavo l'aveva mandato in un'irritazione da non dirsi.
Bernardo entrò primo nel gabinetto del banchiere.
--Ebbene? dimandò Bancone appena lo vide: quel mariuolo ce lo menate voi qui per le orecchie?
--Egli è fuggito davvero: rispose Busca, coll'aria mortificata d'un segugio che si lasciò scappar la lepre.