Chapter 6
DOTTORE. Ecco che tocco il ciel col dito. Chi è al mondo piú felice di me, che della acquistata vittoria porto meco il trionfo e le spoglie de' nemici, e avendola acquistata, ancor non credo di averla? Era il mio amor stato vinto da altrui astuzia, or il mio valore ha vinto l'altrui malizia. O voi che fastosamente altieri schernivate la mia semplicitá, o voi che solo pensavate sapere al mondo, ecco ch'io sovrasto a voi quanto pensavate di calcar me. O Dio, quanto è grande la forza della sua bellezza, perché non basta la nera tinta a nasconderla, anzi la rende piú chiara e piú risplendente! Lo splendor che scintilla da' tuoi chiari soli, non bastava un uomo a sostenerlo; or fatto un poco piú opaco, ricevé tal temperamento che confortano non abbagliano, rischiarano non acciecano, avvivano non uccidono l'altrui viste. Or quanto sarai bella, quando sarai bianca divenuta? Ecco, carissima Melitea, sarai padrona della casa o mia regina; e se mi facci un figlio, mia carissima moglie, per te obliarò la perdita della mia amata consorte e la rapina dell'unica mia figliuola Alcesia. Anzi reputa, da oggi innanzi, che io sia tuo servo, e in dono ti do tutta la mia robba e me medesimo. Che dici, cor mio? rispondi, dolce anima mia; fa' che senta il suono di quelle parole che solo portano consolazione all'anima mia. Ma tu ridi, scherzi e balli: o che allegrezza, o che giubilo ha d'esser scampata dalle mani di quello importuno e fastidioso di Pirino, ed esser in mio potere! Sempre mi son accorto, ben mio, che tu mi amavi: è del tuo sommo giudicio sprezzar i giovani e amar uomini di consiglio e di riputazione. Ma perché non entro, non volo in casa mia, in camera, in letto? Entra, vita mia: questa è tua casa.
SCENA X.
FILIGENIO, FORCA.
FILIGENIO. La ragion n'insegna, l'esperienza ne dimostra, l'autoritá ne conferma che camina piú tardi un bugiardo che un zoppo. Quel scelerato di Forca mi avea dato ad intendere molte girandole; ma non sono state molto tempo a scoprirsi. Ma ecco il liberator delle puttane, il venditor de' liberi per schiavi, l'ingannator de' ruffiani, l'assassino de' vecchi, la ruina de' giovani, la fucina e l'architetto d'inganni, e la forca che conduce gli uomini alla forca; e che rispondi?
FORCA. Io non posso trovar cosí belle parole per ringraziarvi di cosí illustri titoli che mi date.
FILIGENIO. Io non so che dir piú, né posso dir tanto che non sia mille volte piú di quel che dico.
FORCA. A chi fo male io?
FILIGENIO. Agli amici, agli inimici, a quanti puoi.
FORCA. Nessuno stima questo di me.
FILIGENIO. Perché tutti lo tengono per fermo.
FORCA. Quei che sono cattivi, stimano che tutti gli altri sieno cattivi.
FILIGENIO. Dunque, io son un tristo che stimo te il piú tristo uomo del mondo?
FORCA. Non dico questo io, né è convenevole a un servo dirlo: ma guardatevi che non lo dica altri a cui piú conviene. (A tuo dispetto ti sommergerò in un mar di bugie, e se scamperai da un scoglio, romperai in un altro). Padrone, voi mi avete per un tristo, perché son troppo buono: ché a tempi d'oggi per esser stimato buono dal tuo padrone, bisogna rubbarlo, assassinarlo a tutto suo potere. Ma perché mi stimate cosí tristo, che effetto cattivo avete di me veduto?
FILIGENIO. Puoi negar tu che non sia il maggior ribaldo del mondo?
FORCA. A me non convien negarlo né affermarlo: ché negandolo farei voi bugiardo, e affermandolo direi bugia. Ma io nacqui al mondo sotto cattivo pianeta, assai disgraziato. Ma se voi deposta la còlera e l'ira, volete intendere il vero, il dico liberamente: e vo' che siate il mio giudice, poi ch'io purgherò le mie calunnie, e m'averete per un uomo da bene.
FILIGENIO. Vien qua, rispondimi a quanto ti domando.
FORCA. Eccomi.
FILIGENIO. Non hai tu tinto la faccia di carboni a mio figlio e vendutolo al ruffiano? poi tinta la faccia di carboni alla puttana, e l'hai fatta comprar da me, facendomi pregar da Alessandro?
FORCA. Giesú! vostro figlio va libero per la cittá con la faccia bianca per testimonio della veritá e di colui che vi ha detto il contrario. Ma ditemi, di grazia, la puttana, che avete comprata con la faccia tinta, l'avete lavata la faccia per scoprir la veritá?
FILIGENIO. Non io.
FORCA. Perché dunque, per far la prova delle altrui astuzie e della mia furfantaria, non faceste tal esperienza? Dio vel perdoni! ché, chiarito della veritá, or con giusta cagione avresti cagione di uccidermi di bastonate, disgraziar vostro figlio e dolervi di Alessandro senza scusa.
FILIGENIO. Non m'hai tu chiesto cento scudi per dargli al dottore, con darmi ad intendere che voleva rifiutar la puttana?
FORCA. Voi li avete dati a me, io al dottore.
FILIGENIO. Egli m'ha detto che ciò non fu mai, e che ha duomila scudi al banco per suo servigio.
FORCA. Chiamo in testimonio Iddio!
FILIGENIO. Chiami in testimonio chi è tuo nemico capitale.
FORCA. Dubito che v'abbia negato questo per farsi qualche altra somma di maggior importanza: però state in cervello, perché è un gran baro, vostro nimico, del figlio e mio; e dubito che non ve l'abbi attaccata giá; e faccia Dio che il mio dubitar sia vano!
FILIGENIO. Ma a vostro dispetto io ho ricoverati i miei cento ducati e scacciata la puttana di casa.
FORCA. Che cento scudi? che puttana?
FILIGENIO. Quella che m'avea pregato Alessandro ch'avesse comprata per lui.
FORCA. O padrone, avete avuto gran torto creder piú ad un bugiardo che ad Alessandro, gentiluomo amico e mio vicino. Com'egli sappia questo, s'adirerá con voi.
FILIGENIO. Tu sei un gran ladro.
FORCA. Sarò piú tosto un grande indovino.
FILIGENIO. Tu pensi aggirarmi di nuovo, ma non m'aggirerai.
FORCA. È vero, perché sète stato aggirato giá.
FILIGENIO. Sempre tu meschi un poco di veritá per darmi ad intendere una gran bugia.
FORCA. Ed or avete creduta una gran bugia senza punto di veritá. Vi dico il vero, non vi sono adulatore, se non l'avete per male; ma Iddio m'aiutará.
FILIGENIO. Iddio non aiuta forfanti pari tuoi.
FORCA. Ma ecco Alessandro. Oh, siate il ben venuto: da lui potrete intendere il vero.
SCENA XI.
ALESSANDRO, FILIGENIO, FORCA.
ALESSANDRO. Vengo desioso a trovar Filigenio mio amicissimo.
FILIGENIO. Anzi capitalissimo inimico; e vo' piú tosto l'odio di molti, che la tua amicizia, ...
ALESSANDRO. Questo è un principio d'una grande ingiuria.
FILIGENIO. ... poiché cosí trattate gli amici vostri.
ALESSANDRO. Oimè, che dite?
FILIGENIO. Il vero. Con iscusa che fate piacere ad un mio figliuolo, fate a lui e a me un grandissimo dispiacere.
ALESSANDRO. Questa è una maniera di notarmi d'infideltá, e queste parole pungenti fanno disconvenevole ogni convenevolezza, e io da ogni persona aspetterei di udir simili parole fuorché da voi, il qual non offesi mai in cosa alcuna, se pur non ho offeso in averlo soverchiamente riverito e onorato.
FILIGENIO. Cose indegne di buon vicino.
ALESSANDRO. La sinceritá della mia fede credo l'avete veduta agli effetti.
FILIGENIO. Non merita questo l'amore.
ALESSANDRO. Lassatemi dire.
FILIGENIO. Non voglio.
ALESSANDRO. Ascoltate.
FILIGENIO. Non piú parole.
ALESSANDRO. Io, io ...
FILIGENIO. Anzi io ...
ALESSANDRO. Tacete, ché non sapete quello che voglia dire.
FILIGENIO. Né voi sapete quello che voglio rispondere. Non meritava questo l'amor che vi ho portato; e v'ho stimato gen-* *tiluomo, né vi diedi cagion mai di dolervi di me, ma servirvi di quanto ho potuto.
ALESSANDRO. Confesso aver ricevuto da voi molti favori, e confesso parimente non averli riservíti non per mancamento d'animo, ma d'occasione.
FILIGENIO. Voi me l'avete resi con iniquo cambio che non sarebbe stato fatto ad un turco; ma dice bene il proverbio: che molti benefíci fanno un uomo ingrato.
ALESSANDRO. Orsú, perché avete sfogata l'ira con ingiuriarmi, sarebbe di ragione, se non prima, mi dicesti la cagione di che vi dolete di me; perché le vostre parole mi sono ferite mortali che mi trapassano il core. Non mi fate piú penare.
FILIGENIO. Guarda simulazione.
ALESSANDRO. In che v'ho offeso, accusandomi tanto d'ingratitudine?
FILIGENIO. Anzi di sfacciataggine e di furfantaria.
ALESSANDRO. Ah, dir cosí sfacciatamente mal degli uomini è ufficio di tirannica lingua! però, di grazia, ponete freno alla lingua nell'ingiuriarmi, accioché non la scioglia allo sdegno per difendermi.
FILIGENIO. Perché, con iscusa di farmi comprar un schiavo per un vostro amico, me avete fatto comprar l'amica del mio figliuolo e fattalami condurre a casa?
ALESSANDRO. Mi fo la croce; overo ciò dite per schernirmi, o forse vi movete da alcuna falsa informazione.
FORCA. Vedrete, padrone, che tutto sará falsitá quanto vi è stato detto.
FILIGENIO. Ed in cose di niente farmi ruffiano di mio figlio?
ALESSANDRO. Ditemi se di giá avete comprato lo schiavo e dove sia.
FILIGENIO. L'avea comprato giá e ridotto a casa; poi, venuto il dottore, mi disse ch'era la bagascia di mio figlio, tinta la faccia di carboni, vestita da maschio; l'ho cacciata di casa e lasciatala a lui.
ALESSANDRO. O Dio, che cosa mi dite? O fortuna traditora, a che son condotto! io son il piú disperato uomo del mondo! Sappiate che il dottore è mio capital nemico, e per cagion di costui non l'ho voluto comprar io, ma pregatone voi, accioché mi aveste a ciò favorito.
FORCA. Che vi dissi, padrone?
ALESSANDRO. Vo' scoprirvi l'importanza. Gli mesi a dietro, in una battaglia navale si fe' giornata tra il re di Marocco e il re di Borno: fu sconfitto il re di Borno, e il figlio, il quale è costui, fuggendo in una nave sbattuta dalla furia della tempesta, venne in Italia; non essendo conosciuto, fu venduto per ischiavo. I suoi parenti han perciò inviato trentamila scudi per lo suo riscatto e restituirlo al suo reame. Il dottor ha lettere del re de' mori per inviarlo a lui: avendolo in mano, o lo fará morire in una prigione o li taglierá la testa. Onde il dottore, per guadagnarsi questi danari, m'ha fatto il tradimento.
FILIGENIO. Egli m'ha dato i cento scudi. Eccoli qui.
ALESSANDRO. Io non vo' ricevere altramente i cento scudi; ma vo' lo schiavo overo oprare in modo me si restituisca.
FILIGENIO. Come può esser che il fatto non sia fatto? Io non stimava tal cosa: essendo come voi dite, io mi pento di averlo venduto.
ALESSANDRO. A che mi giova ora il vostro pentimento? Convien ad un uomo della qualitá ed esperienza che voi sète, dar cosí subita credenza ad un uomo senza onore e senza anima, che con un velo d'ipocresia cuopre ogni sua sceleraggine, e stima, non dico me, ma vostro figlio che è un de' piú gentili giovani della cittá nostra, per un tristo uomo?
FORCA. Non vi dissi ch'era vostro inimico?
FILIGENIO. Ecco i cento scudi.
ALESSANDRO. Or questa sarebbe bella: per cento scudi pagarne trentamila! Egli se li guadagnará, e mandará quel povero giovane al macello overo ad una perpetua prigionia; ed io volea restituirlo al suo regno.
FILIGENIO. Ho peccato semplicemente; confesso l'errore, e se vi piace, confermarò con giuramento la mia ignoranza. Poiché siam qui, facciasi quel che si può per rimediarci.
ALESSANDRO. Se avevate comprato lo schiavo in nome mio e con i miei danari, quello era mio, e voi non avevate piú potestá sovra quello; e avendolo venduto, sará in vostro pregiudizio, perché avete venduto quello che non era vostro. L'error vi costerá caro. Andrò a' superiori e mi farò far giustizia: forse sarete condannato agli interessi.
FILIGENIO. Dio me ne guardi! ecco i vostri danari.
ALESSANDRO. Io non gli torrò per non far pregiudicio alle mie ragioni. Andrò a Sua Eccellenza, raccontarò il fatto: ella dará ordine di quello che ará a farsi. M'incresce nell'anima ch'abbia a venir con voi, che v'ho stimato mio padre e padrone, a termini cosí fatti.
FILIGENIO. O Iddio, che intrighi son questi ove mi trovo? Va', Forca, e vedi se puoi far nulla.
FORCA. Padron, perdonatemi, sète stato frettoloso a credere ed estimar vostro figlio e un amico come Alessandro, un assassino--ché l'uno vi fu sempre ubidientissimo e l'altro venti anni un buon vicino,--e me per un ladro, che v'ho servito venti anni fedelmente.
FILIGENIO. Eccoti i cento scudi: almeno non arò rimordimento di conscienza di aver fatto cosa con malizia. Togli anco questa catena d'oro che val quattrocento, e vedi si puoi rimediare.
FORCA. Non lascierò tentar per ogni via, per amor vostro. Io vo.
FILIGENIO. Camina.
SCENA XII.
DOTTORE, FILIGENIO, PANFAGO, MUTO.
DOTTORE. Férmati, Filigenio, non entrare ancora: avemo a trattare alcune cose insieme.
FILIGENIO. Pur hai animo comparirmi dinanzi, giuntatore: non vedo io che porti scolpita nella fronte la sfacciataggine?
DOTTORE. Che hai tu meco? vuoi esser forse il primo a gridare, per mostrar in un certo modo che abbi ragione o dar qualche color di giustizia alla tua ingiustizia?
FILIGENIO. Mi dái ad intendere che lo schiavo era la bagascia di mio figlio, ed era il figlio del re di Borno, qual con inganno m'hai tolto di mano per farlo essere decapitato?
DOTTORE. Che re di Borno, che decapitare? io non so se tu stai ne' tuoi sensi. Io pensava riscattar la mia innamorata Melitea; poi, avendola condotta a casa e lavatagli la faccia, ho ritrovato un maschio e altro di quel che pensava: eccolo qui.
FILIGENIO. Chi è dunque?
DOTTORE. Tanto ne so io quanto tu.
FILIGENIO. O Dio, che girandole son queste? che vuoi tu dunque da me?
DOTTORE. Che ti togli il tuo schiavo e mi torni i miei cento scudi.
FILIGENIO. Che so io se lo schiavo che m'hai tolto di casa sia quel che mi rimeni?
DOTTORE. Che so io che Melitea che fu portata in casa vostra non sia stata scambiata e posto costui in suo luogo?
FILIGENIO. Eccomi diversamente incappato in una lunga rete di artifici: e quanto piú cerco svilupparmene, piú mi ci trovo dentro, senza trametter tempo di mutar consiglio. Se tu non stavi sicuro che fusse quella che desiavi, a che venire a chiederlami con tanta voglia?
DOTTORE. E se non stavi securo che fusse l'innamorata di tuo figlio, perché subito non consignarlami?
FILIGENIO. Io dubito che con l'arte non vogliate schernir l'arte. Ma vien qua: chi sei tu che ti hai lasciato vendere? perché non rispondi? di', parla. Sta saldo, come se a lui non dicessi.
PANFAGO. Non vedi che con le mani fa ufficio della lingua, e con tacito parlar dice che non sa nulla?
DOTTORE. Non so che voglia dir, io. Panfago, dove vai?
PANFAGO. Questo è quel pazzo di poco anzi, nol conoscete?
DOTTORE. Certo che mi par quello: ride, salta e cava fuor la lingua.
PANFAGO. Scampa, dottore, ché non ti còglia un'altra volta.
FILIGENIO. Vien qui. Dimmi: chi sei tu? parlavi poco anzi come un filosofo; come hai or cosí perduta la lingua? Se non rispondi, ti rompo la testa. Oimè, oimè; aiuto, aiuto, ché costui non m'ammazzi! Chi mi ha portato costui dinanzi? a me con beffe? sarò uomo da vendicarmene.
ATTO V.
SCENA I.
CAPITANO de birri, FORCA, ALESSANDRO, PIRINO, PANFAGO.
CAPITANO. Eccoci qui apparecchiati a servirvi.
FORCA. Or ponetevi qui in agguato; e passando quel furfante, lo pigliarete e strascinatelo in prigione.
PIRINO. Ecco Alessandro. La cosa va bene.
FORCA. Tolto che voi l'arete, andremo in casa sua, che quivi troveremo le vesti e le robbe che ha rubate, e le porteremo in Vicaria.
CAPITANO. Cosí faremo.
FORCA. Eccolo che giá viene.
PANFAGO. Quel maledetto pazzo ha mancato poco a strangolarmi: ho passato un gran pericolo.
FORCA. (In un maggior incorrerai).
PANFAGO. Son stato tutto oggi in travaglio, e non ho potuto tòrre un maledetto boccone.
FORCA. (Via piú gran travaglio ti sta apparecchiato, e non cenerai per questa notte, ché dormirai in un criminale).
PANFAGO. Quel dottoraccio sta arrabbiato, ché non ha trovato la sua innamorata: né ha cenato egli né ha fatto cenar me.
FORCA. O voi, togliete questo ladro traditore.
PANFAGO. Io ladro, eh? voi m'avete rubbato il pasto, e io sono il ladro! Che volete da me?
FORCA. Lo saprai quando starai attaccato alla corda, e il confessarai a tuo marcio dispetto.
PANFAGO. Lasciate le mani voi: perché mi ligate?
ALESSANDRO. Legatelo bene che non vi scappi; ché non è questa la prima volta che ha patiti simili affronti. Vuoi tu negar, ladronaccio, che non sia entrato in casa mia, rubbatemi certe vesti da raguseo d'un mio amico, quelle di uno schiavo e molte cose da mangiare, come provature, salcicciotti e barili di malvaggia?
PANFAGO. Quelle vesti con le quali v'ho servito oggi e che voi mi prestaste?
ALESSANDRO. Io non so chi tu sia, e non t'ho visto fin ora: questi sono i testimoni che ti han visto entrare in casa mia, rubbarle e portarle via.
PANFAGO. Ed è questo atto da gentiluomo? Cosí vi sète concertati con Forca, per vendicarvi dell'offesa che v'ho fatta.
ALESSANDRO. Che offesa? Capitano, ecco la sua casa: voi lo serrate qui ligato; e voi altri entrate e cercate la casa, ché le trovarete, se non l'ará sbalzate in altra parte.
PANFAGO. O Dio, che cosa avete inventato contro di me! Troppo acre vendetta per sí picciola offesa.
ALESSANDRO. Che vendetta, ladronaccio? pensi con le tue paroline scappare ch'oggi il boia non ti abbia a far una pavana senza suoni sovra le spalle?
FORCA. Ecco le vesti, ecco le robbe toltemi! cosí, furfantaccio, s'entra nelle case di gentiluomini e si vuotano le casse? Su, strascinatelo in Vicaria.
PANFAGO. O Dio, lasciatemi tor prima un bicchiero di vino, ché la gola mi sta tanto asciutta che non ne può uscir parola.
FORCA. Te la stringerá il capestro, la gola.
PANFAGO. O gola, mi farai morir appiccato per la gola.
ALESSANDRO. Su, caminate, andate via.
PANFAGO. Vorrei sapere il vostro disegno, io.
ALESSANDRO. Il nostro disegno? non lasciarti mai finché tu non muoia appiccato.
PANFAGO. Merito questo io per avervi cosí ben servito?
ALESSANDRO. Non si trova gastigo che basti a meritar la tua ladreria. Capitano, di grazia, fatelo strascinare, ch'io mi muoio di voglia di vederlo appicato presto.
PANFAGO. Oimè, oimè, perché con tanta fretta?
ALESSANDRO. Perché cosí meritano i pari tuoi.
SCENA II.
RAGUSEO, MANGONE, ISOCO.
CAPITANO. Io non so che hai tu meco né che cerchi da me: che sai tu chi sia io, se questa è la prima volta che pongo il piede in questa terra? e tu come una infernal furia mi persegui!
MANGONE. Vo' che mi restituisca la mia robba, poiché per tuo conto io son stato miseramente assassinato.
CAPITANO. O che tu sei infernetichito o devi star ubbriaco, poiché cerchi da un uomo che mai vedesti, che ti restituisca la tua robba.
MANGONE. Io non ho visto te, ma sí ben il tuo fattore che, vendutomi un schiavo in tuo nome, m'ha rubbata la schiava mia.
CAPITANO. Io non ho fattori, ma disfattori sí bene; e il fattore servo e mastro di casa e padron della nave son io stesso.
MANGONE. Tanto è: egli mandatomi da te venne a cercarmi a casa, con dir che volevate tener conto meco di vendere e comprar schiavi.
CAPITANO. Come si chiamava quell'uomo?
MANGONE. Maltivenga.
CAPITANO. Mal ti venga e mille cancheri e mille ruine!
MANGONE. E non contento di avermi rubbata la mia schiava, per svillaneggiarmi mi mandasti un presente pieno di furfanterie, con dirmi ch'eran le miglior robbe di Raguggia.
CAPITANO. Le robbe di Raguggia son buone: e stimo che le robbe di Napoli, come tu sai, sieno piene di furfantarie e di sporchezze; e se tutti i napolitani sono come tu sei, dal cattivo saggio che me ne dái, son uomo da tornarmene in nave or ora, far vela e girmene all'Indie nuove, per non aver a far con simili uomini.
MANGONE. Qui in Napoli avemo buona ragione.
CAPITANO. A me par che ve ne sia molto poca; perché tu mi richiedi di cose senza ragione, mi molesti con poca ragione e mi provochi a ira con molta ragione.
MANGONE. Oh, seria bella certo, ch'essendo tu solo e forastiero, senza aver alcuno per te, volessi vincer me che ho parenti e amici nella mia terra.
CAPITANO. Dimmi, ch'è l'arte tua?
MANGONE. Comprare schiavi e schiave belle e venderle poi a' giovani che se n'innamorano.
CAPITANO. Come se dicessi ruffiano.
MANGONE. Come se tu lo dicessi e io ci fussi. Non mi vergogno dell'arte mia; ma qual arte è la tua?
CAPITANO. Di corseggiar mari e lidi de' nemici e andar facendo prede.
MANGONE. Come si dicessi un spogliamari, saccheggialidi, cacciator d'uomini; come si dicessi un ladro publico.
CAPITANO. Piacesse a Dio che il mar ben spesso non spogliasse e rubasse me!
MANGONE. Or tu che osi rubar i lidi e i mari e gli stessi ladri, hai osato rubar ancor a me.
CAPITANO. O ruffiano, lassemi stare.
MANGONE. O ladro de' ladri publichi, tornami quel che m'hai rubato.
CAPITANO. Un corsaro si chiama soldato e non ladro.
MANGONE. Tu sei un di quei soldati che non dái batterie se non alle case private e alle porte delle botteghe.
CAPITANO. O fussi incontrato piú tosto con la nave in un scoglio che in costui!
MANGONE. O fussi venuto piú tosto in Napoli un diavolo che tu! Ma qui arai condegno castigo delle tue opere, ché vendi i cristiani per turchi e per mori.
CAPITANO. E tu fai peggio.
MANGONE. Qui ti saranno scontati i tuoi ladronecci.
CAPITANO. E a te le tue poltronerie.
MANGONE. E come un publico ladro morirai nell'aria publica.
CAPITANO. E tu per il tuo mestiero nel foco.
MANGONE. E tu che vai pescando gli uomini per lo mare, sarai pescato dal mare.
CAPITANO. E tu lapidato da' giovani che rovini.
MANGONE. E se pur il mar ti rifiuta per un cattivo guadagno, un giorno i turchi ne faranno vendetta per me, ché sarai impalato.
CAPITANO. Ed il boia la fará per me, ché sarai arrostito.
MANGONE. Mi pensava aver fatto un gran guadagno, che cotal mercatante fusse venuto ad alloggiare in casa mia: bella mercanzia che hai portata in Napoli!
CAPITANO. Ci ho portata una gran mercanzia di legne; e se le cerchi, te ne darò a buon mercato quante ne cerchi.
MANGONE. Orsú, vieni innanzi al Reggente.
CAPITANO. Tu cerchi briga e n'arai.
MANGONE. Se non vieni di bona voglia, ti strascinarò a forza.
CAPITANO. Dubito che lo strascinato sarai tu.
ISOCO. Io son stato tacito insino adesso, stimando che la tua importunitá avesse pur a far qualche fine; ma veggio che sei soverchiamente temerario, e dubito che non facci temerario ancor me. Ma forse non v'intendete l'un l'altro.
MANGONE. La ragione che ho, e l'importanza del fatto che importa cinquecento ducati, faranno o che io uccida costui o che sia ucciso da lui, perché non è cosa che ne possa passare.
ISOCO. Che costui non sia stato mai piú in Napoli e questa la prima volta che sia sbarcato di nave, ne son buon testimone.
MANGONE. O che testimone! Mi venne un uomo da parte di costui e mi chiamò per nome--Mangone!--e dissemi:--Poiché sei mercadante di schiavi, il mio padron Rastello Fallatutti di Monteladrone ...
CAPITANO. Menti per la gola, ché rastello di Monteladrone sei tu!
ISOCO. Lascia dire.
MANGONE. ... ne ha portato una nave, e si vuol accomodar teco.
ISOCO. Férmati, di grazia. Tu sei colui che vendi schiavi e schiave, che ti chiami Mangone?
MANGONE. Io son: mal per me!
ISOCO. Lasciamo il primo e cominciamo un altro ragionamento piú importante. Son d'intorno a tre anni che certi uscocchi depredando i lidi della Schiavonia, da una villa dove io abitava mi tolsero una giovane bellissima; e mi fu riferito che la vendero in Napoli per ducento ducati ad un mercadante di femine, detto Mangone.
MANGONE. È vero; e si chiama Melitea.
ISOCO. Non, no: quella si chiamava Alcesia.
MANGONE. Ho inteso ben dir da lei che si chiamava Alcesia; ma allora che la comprai, si chiamava Melitea.
ISOCO. Che n'è di questa giovane?
MANGONE. Di questa giovane ragioniamo ora, che sotto nome di costui m'è stata sbalzata da casa.
ISOCO. Sappi che quella Melitea, che tu dici, è donna libera e gentildonna cristiana e non schiava; è figlia di un napolitano molto ricco e importante.
MANGONE. Fusse alcuna altra trappola ordita tra voi, per rubbarmi alcuna altra cosa?