Chapter 5
MANGONE. Dubitate forse che Pirino e Forca non me l'abbino tolta?
DOTTORE. Non lo dubito, ma lo tengo per certo: perché intendo che da Pirino e da Forca ti sia stata sbalzata di casa.
MANGONE. Saranno eglino prima sbalzati da una forca.
DOTTORE. Di grazia, toglimi da tale ambascia, ché mi bolle nel cor un strano desiderio di vederla.
MANGONE. Volentieri. O Filace, o Filace!
FILACE. Che volete?
MANGONE. Che cali giú Melitea, ché la vuole veder il dottore.
FILACE. Vado.
MANGONE. Filace è un gran custode, molto astuto e sospettoso, e teme insin delle mosche. Poi, gabbar me? son un tristo e son ruffiano--bastavi questo,--e son il maggior ruffiano di tutto il ruffianesmo.
FILACE. Mangone, la camera è aperta e dentro non v'è alcuno.
MANGONE. Oimè, che m'hai ucciso!
FILACE. Come ucciso?
MANGONE. Parli pietre, me n'hai dato una in testa che m'ave ucciso. E per dove potria esser scampata?
FILACE. Io non mi son mosso oggi di casa né fuor dell'uscio; e se non ha poste l'ali e scampata per le fenestre, non ha potuto scampar altronde.
DOTTORE. Che dici ora? non parli?
MANGONE. No, né può uscir fiato dalla gola: Forca m'ha strangolato.
DOTTORE. Che ti dissi io?
MANGONE. E mi fa peggio ch'egli m'abbi ingannato, ch'ogni altro forastiero. O Forca, ti veggia alzato in mezzo due forche che arrivino insin al cielo! o che Dio ti dia la mala ventura!
DOTTORE. Tu l'hai avuta giá. Ma perché non cominci il lamento sopra i cinquecento ducati? Il lamento fallo sopra di te: che tu l'hai perduti, che colpa n'ho io?
MANGONE. Son piú misero di quanti uomini sono stati o saranno o sono. O tristo me!
DOTTORE. Anzi, me!
MANGONE. Son rovinato.
DOTTORE. Son rovinato ben io.
MANGONE. Ho perduto cinquecento ducati.
DOTTORE. Ho perduto l'innamorata.
MANGONE. Son punito delle beffe che m'ho fatto di lui.
DOTTORE. Come t'hai lasciato ingannare?
MANGONE. Non son stato ingannato altrimente da lui, ma ben da un raguseo il qual m'ha portato un schiavo a vendere, che, or che vi penso bene, avea tutte le fattezze di Pirino. Quel raguseo è stato la cagione della mia ruina.
DOTTORE. Come ti colse quel raguseo?
MANGONE. Con un presente di molto prezzo; e non m'accorsi che sotto la maschera di quel presente stava nascosta la trappola.
PANFAGO. Ditegli che vi mostri quel presente.
DOTTORE. Di grazia, fammi veder quel presente per isgannarmi.
PANFAGO. Filace, conduci qui quel presente che mi portò il raguseo.
DOTTORE. Sai tu come si chiamava quel raguseo?
MANGONE. Sí bene, Rastello Fallatutti di Monteladrone.
DOTTORE. Se ti disse che si chiamava Rastello, ché ti rastellava, e Fallatutti, ché fallava e ingannava tutti, come non ti guardavi che non fallasse ancor te?
MANGONE. E il suo fattore si chiamava Rampicone di Maltivegna.
DOTTORE. Venghi il malanno a te e a lui; ma il mal t'è venuto.
MANGONE. E gli feci una buonissima collazione.
DOTTORE. Questo è il peggio, che facesti una collazione a chi te ingannava.
MANGONE. Prego Iddio che gli facci mal pro.
PANFAGO. A te porta il presente, Filace.
MANGONE. Ponnosi veder le piú belle provature, formaggi, bottarghe e barilotti di malvagía?
PANFAGO. Diteli che le provi un poco.
DOTTORE. Di grazia, provatene alcune.
MANGONE. Odorerò il vino. O gaglioffo traditore! il barilotto è pieno di piscio, le bottarghe sono di mattoni, il formaggio di pietra e le provature vessiche piene di sporchezza! O Dio, non gli bastava l'ingiuria, se non giongeva ingiurie ad ingiurie!
DOTTORE. Con tutt'i mei guai pur mi vengon le risa. Fa' cercar meglio per la casa se forse Melitea si fusse nascosta.
MANGONE. Camina su, bestiaccia; non lasciar luogo da cercare. Ma che dispiacer feci mai a quel raguseo, ché mi avessi a trattar cosí male?
DOTTORE. Deve essere amico di Pirino e di Forca, e per far piacere a loro è stato ministro del tuo danno.
MANGONE. Or che mi ricordo, avea una ciera di furfantaccio, d'un malandrino, d'un ladrone, e rassomigliava tutto a costui.
PANFAGO. Menti per la gola, ch'io non ho ciera di malandrino.
MANGONE. Possa morir di mala morte, se tutto non rassomigliava a te!
PANFAGO. Mio padre fu raguseo, e in Raguggia ho un fratello che tutto rassomiglia a me. Io non ce ho colpa né in fatti né in parole.
MANGONE. O Dio, che mi giova di essere uomo da bene, se la disgrazia mi persegue e altri invidiano il mio guadagno? Se vi dovesse spendere tutta la mia robba, io il porrò in mano del boia.
SCENA IV.
FILACE, DOTTORE, MANGONE, PANFAGO, MUTO.
FILACE. Padrone, ho ritrovato costui nascosto con le vesti di Melitea.
MANGONE. Ecco qui il ladro, ecco qui l'assassino, che ancor tiene adosso le vesti di Melitea.
DOTTORE. Mangone, da costui si potrá sapere il fondamento del fatto.
MANGONE. Vien qui, traditore; onde hai tolte le vesti, ove è colei a cui le togliesti?
DOTTORE. Mira come sta saldo, come se non dicesse a lui! non si degna respondere. Dimmi, dove è quella donna padrona delle vesti che tieni adosso?
MANGONE. Il manigoldo finge non intender; che parliamo noi arabo o greco? Dimmi, come sei qui?
DOTTORE. Finge il sordo: noi parliamo ed ei mira altrove.
MANGONE. Mira che ride. Fa del fastoso e alieno; or si fa beffe di noi e cava fuori la lingua.
DOTTORE. Balla, salta e fa atto da pazzo.
MANGONE. Filace, tienlo che non ti scappi, ché ne scapperebbe la speranza di non averne a sapere mai piú il fatto come è passato.
DOTTORE. Finge il muto e il sordo.
MANGONE. Dubito che da dovero non sia sordo e muto.
DOTTORE. Parlagli con i cenni e con le mani, se forse t'intende.
MANGONE. Appunto. Bisogna parlargli con le mani da dovero.
DOTTORE. Zappiamo nell'acqua.
MANGONE. Non v'accorgete della industria di Forca? S'ha servito per stromento di questa trappola d'un sordo, muto e pazzo, accioché, essendo qui ritrovato e dimandato dalla giustizia, ei non possa dar indicio di alcuna cosa.
DOTTORE. Chi ha fatto la pentola, ha saputo ancor far la manica. Non v'accorgete che è matto e pazzo?
MANGONE. Filace, recami qui un bastone, ché quel solo ha virtú di far intendere a sordi e parlare a muti.
DOTTORE. Mentre egli viene, io vo' far prova se nelle pugna e ne' calci fusse la medesima virtú. Vòlgeti qua, se non mi racconti il fatto come sia gito, arai per ora un saggio di pugna. Non vuoi rispondere? toccherai delle busse.
MANGONE. Giá ti è stato detto due volte; alla terza viene il buono. Dimmi, in tua malora, chi t'ha posto in dosso queste vesti? Ragiona, se vuoi. Io ... oimè, oimè, mi uccide; aiutami, aiutami, dottore!
DOTTORE. Oimè, che mi stringe; aiutami, Panfago!
PANFAGO. Oimè, dottor, aiutami, che m'ha posto le mani alla gola e mi stringe cosí forte che mi strangola, che non potrò inghiottir mai piú intieri i ravioli!
DOTTORE. Di nuovo è tornato a me. Panfago, dove fuggi?
PANFAGO. Per trovar armi e amici.
DOTTORE. Férmati, pazzo indemoniato, dove mi strascini?
MANGONE. Tieni, para, Panfago, ché non ne scappi.
PANFAGO. Non vo' impacciarmi con pazzi, io.
MANGONE. Tieni, tieni!
PANFAGO. Lasciatelo andar in malora, che si rompa il collo!
FILACE. Ecco il bastone.
MANGONE. Vieni con l'armi dopo la rotta! Io vo' andare a trovare il raguseo, chiarirmi del tutto e ricuperar il mio; tu resta guardiano della casa.
DOTTORE. La dovevi far guardar prima: ti porrai la celata dopo rotta la testa!
FILACE. Cosí farò.
SCENA V.
DOTTORE, PANFAGO, FORCA, PIRINO.
DOTTORE. Panfago, non star piú nascosto: il pazzo è gito via.
PANFAGO. O a che periglio mi son oggi trovato d'esser strangolato e non poter piú mangiare! Or non poteva attaccarmisi piú tosto con i denti al naso, strapparmi l'orecchie o ficcarmi i diti negli occhi? Parve che il diavolo proprio gli drizzasse le mani alla gola per farmi dar in preda della disperazione, e che mi appicassi con le mie mani o fusse precipizio di me stesso.
DOTTORE. Una tempesta di pensieri non mi lascia riposare: ardo d'un doppio fuoco d'amore e d'ira: l'uno mi spinge a tor vendetta di costoro, l'altro m'incende d'amore; vorrei sfogar l'ira, ma l'amor mi tien ligato; l'ira m'inferma e il desiderio m'accende; e sí grande è l'una e l'altro, che la bilancia sta dubbia dove debba calare. Panfago, se non mi aiuti non posso riposare.
PANFAGO. Se prima non fo un poco di collazione e mi beva duo bicchieretti di vino, non arai ben di me tutt'oggi.
DOTTORE. Se mi darai modo che ricuperi Melitea e mi vendichi di costoro, ti darò tal mancia che non arai piú a morirti di fame mentre sarai vivo.
PANFAGO. Mi dá l'animo che la trappola che han tesa contro te scoccherá contro loro: gli faremo un tratto doppio, che avendola comperata per cinquecento ducati, l'abbi per cento, anzi per nulla.
DOTTORE. Tu mi curerai di due malatie, di amor, di gelosia: e dell'una risanandome, dell'altra riempiendomi di speranza. Fa' questo, ch'io non ti mancherò di quanto ti ho promesso.
PANFAGO. Ascolta quanto dico.
FORCA. (Giá espugnata la fortezza e soggiogati i nemici, potrai entrar in una casa e goder delle spoglie de tuoi nemici).
PIRINO. (Taci, che gli inimici ancor sono in campagna. Veggio Panfago e il dottore a stretti ragionamenti).
FORCA. (Chi sa se gli scuopre i nostri secreti?).
PIRINO. (La fortuna comincia i suoi cattivi effetti: siam rovinati).
FORCA. (Lo so: vorrei che dicesse cosa che non sapessi. Scostiamoci e ascoltiamo che dicono).
PANFAGO. Poiché costoro han tinto di carbone la faccia a Melitea e l'han fatta comprar da quel buon vecchio--e or è in casa sua,--andiamo a Filigenio, scopriamogli la veritá; essageraremo il negozio, che arderá di sdegno contro il figlio, porrá Forca in una galea, cacciará Melitea di casa sua per i capegli a bastonate.
PIRINO. (Intendi?).
FORCA. (Intendo, sto attento; taci).
DOTTORE. Egli nol crederá.
PANFAGO. Anzi lo crederá prima che s'apra la bocca, che i vecchi son di natura sospetti, e giá del fatto v'è in sospetto; e quando fusse restio a crederlo, della veritá ne potremo far veder subito l'isperienza: ché lavatole la faccia restará bianca e, se vuol toccar con mano se sia femina o maschio, le scalzi le brache e lo vederá.
PIRINO. (O Dio, che odo, che veggio! o che fusse nato sordo e cieco! ecco disperate le mie speranze).
FORCA. (Ecco rovinata l'occasione di condur ad effetto cosí bell'opera).
DOTTORE. Io non vo' che la cacci altrimente; ma diamela di buona voglia, ch'io gli rimborserò i suoi cento scudi.
PANFAGO. Se volete far questo, vo' che allegramente ...
Pirino (O diavolo ...)
PANFAGO. ... vi porti a casa sua ...
PIRINO. (... porti te, e quanti sono de' tuoi pari).
PANFAGO. ... e te la consegni per la mano. Cosí gli faremo conoscere che, se la volpe è maliziosa, piú malizioso è chi la prende: ché uno pensa la volpe e altro chi ordina la tagliola.
DOTTORE. M'hai tirato nel tuo parere e m'hai posto in nuova speranza di riaverla. Orsú, andiamo a casa di Filigenio.
PANFAGO. Io l'ho visto or ora a' Banchi: andiam per costá, ché l'incontraremo per fermo. E sará bene che né Pirino né Forca ci veggia insieme; ma, mentre che stanno addormentati in tanta allegrezza né curan piú d'altro, non s'accorgano che vogliamo rovinargli e possano preveder l'apparecchio.
PIRINO. O fortuna, sei piena d'aggiramenti! sperava da te mia madregna qualche effetto di madre, ma m'accorgo ch'ancor sono ammogliato con la disgrazia, perché non fo un disegno, che la fortuna non ne faccia un altro in contrario.
FORCA. Ma io, sciocco ignorante, come non avessi mai fatto altra truffa, ho avuto fede ad uno che ha mancato sempre di fede.
PIRINO. O Forca, Dio tel perdoni! io te ne avisai prima, che costui ci avrebbe tradito, ché era uomo che parlava con tutti e d'ogni cosa che li vien in bocca; non essendosi saputo da lui, non si sarebbe saputo altronde.
FORCA. Voi foste piú presto a esseguire ch'io a dirlo, e non mi deste tempo a mutar proposito.
PIRINO. E quel che piú mi molesta è che l'impresa cominciata e proseguita con tanta gloria, or ci partorisca contrario effetto; e ci assassinano con l'astuzie imparate da noi.
FORCA. Ho fatto quanto ho saputo e potuto, e v'è successo ogni cosa contra la vostra opinione: questo è vizio della imperfetta nostra umana natura, ché discorgendo un ingegno, per savio che sia, sempre suol restare ingannato.
PIRINO. Ma cosa si ha piú astuta della disgrazia? Oimè, oimè!
FORCA. Rincora te stesso e sta' in buon animo.
PIRINO. Come starò di buon animo, se ho perduto l'animo? e togliendomesi Melitea, mi si toglie l'anima mia; con la perdita di costei io perdo tutte le mie speranze: o dolore insopportabile, ecco finita ogni cosa!
FORCA. Io ti dico che non è finita ogni cosa: fa' buon cuore.
PIRINO. Io son tanto atterrito dalle fortune passate e dalla disperazione delle presenti, che non oso sperar nelle cose avvenire. La nostra rappresentazione ha mutato faccia: rappresentiamo una favola contraria a quella di prima! Mio padre, in sentir questo, cacciará subito Melitea di casa, e io non arò piú animo di comparirgli dinanzi.
FORCA. Ed a me bisogna far voto a san Mazzeo per la schena.
PIRINO. Son in un mar di travagli; né per tanti travagli l'amor scema, anzi piú cresce: o disgrazia senza rimedio!
FORCA. Dico che non è senza rimedio, né questo è tempo di consumarlo in lamenti.
PIRINO. Il piangere è fatto mio famigliare.
FORCA. Vo volgendo per l'animo molte cose. O bel tiro mi sovviene! facciamo cosí, ché racconciaremo l'errore e daremo miglior perfezione all'opra, anzi--o bel pensiero!--castigheremo l'ardir loro, e vostro padre ancora, per avergli dato credenza, e ci vendicheremo di Panfago, e io provederò alla mia schena: faremo tre servigi ad un tempo.
PIRINO. Deh, conservator della mia vita, ritornami vivo con qualche speranza!
FORCA. Andiamo a trovare il pazzo, che stará in casa di Alessandro, conduciamolo in casa tua, tingiamoli la faccia con carboni e vestimolo delle vesti che tien or adosso Melitea; e sbalziamo Melitea fuor di casa tua e conduciamola in quella di ALESSANDRO. Qua verrá il dottore a lamentarsi con Filigenio, gli consegnerá il pazzo, pensandosi consegnargli Melitea; e se li laveranno la faccia, troveranno altro che pensano: restará l'uno e l'altro schernito, anzi verranno insieme a cattive parole. Poi troveremo un capitano di birri e faremo tor Panfago, con dir che ha rubato le vesti del schiavo e del raguseo ad Alessandro; e andaremo in casa sua, dove si troveranno, perché ivi se l'ha spogliate; e noi serviremo per testimoni: ché se non sará appicato, almeno lo faremo andar in galea in vita e ci vendicheremo di lui. Poi informaremo Alessandro del tutto e lo mandaremo a Filigenio per lo schiavo: ei gridará e gli dirá ingiurie. Alessandro gli dirá che è figlio di un gran signore; e che non s'accordi, se non gli cava di mano almen trecento scudi. E li faremo costar tanto l'aver creduto al dottore; voi ve lo restituirete in vostra grazia, ed io schivarò un maligno influsso di bastonate che mi sarebbon piovute dal Cielo.
PIRINO. O Forca mio dolce, o Forca mio di zucchero, Forca che dái la vita a' morti e non la togli a' vivi, ho preso animo e giá con la speranza abbraccio Melitea; ma non perdiam tempo, ché potria venir mio padre.
FORCA. Andate in casa, lavate la faccia a Melitea, fatele spogliar le vesti, e scampate per la porta di dietro; ch'io fra tanto vi condurrò il pazzo.
PIRINO. Cosí farò: _toc, toc._
SCENA VI.
MELITEA, PIRINO, FORCA, MUTO.
MELITEA. Che dimandate, padron mio caro?
PIRINO. Il tesoro della bellezza, la monarchia delle grazie, la dolcissima mia padrona, accioché mi rallegri cosí il cuor con la sua presenza, come gli occhi con la sua bellezza.
MELITEA. In questa casa per ora non ci abita persona di tanto momento; ma se cercate una schiava nera, venduta per vilissimo prezzo, vile, brutta e disgraziata, che non ha altro in sé di buono che amore e fede, l'avete dinanzi agli occhi.
PIRINO. Non cosí splende il sole, quando ha alquanto ricoperti i suoi raggi di nuvoli, come le due chiare stelle de' vostri begli occhi lampeggiano sotto la nera tinta, ché a pena posso soffrire i suoi ardentissimi lampi; né cosí i carboni rilucono sotto il cenere, come porporeggiano i vostri labrucci di rubini: anzi la tinta istessa par troppo festosa e superba nella vostra faccia, né scorgono gli occhi miei cosa piú bella di lei. Deh, lascia questo non tuo, ma suo falso colore! sparisci via, invidioso carbone, e non celar piú al mondo quella faccia di rose, quelle carni impastate di perle, quel raro paragon di bellezza, dinanzi al quale ogni cosa, per bella che sia, par brutta; e come fin ora son stato uditore della suavissima sua voce, cosí sia spettatore della sua leggiadria: e se la voce mi rallegra, quanto mi fará beato la sua bellezza?
MELITEA. Queste lodi non convengono alla schiava che ben conosce il suo proprio merito, ma alla generositá dell'animo del suo padrone.
PIRINO. Dove è vero amore, non ci sono lusinghe e inganni.
FORCA. Padrone, questo non è tempo da scherzi: abbiam bisogno di prestezza e che i fatti prevengano le parole, se non, siam rovinati.
MELITEA. Oimè, non sono ancor finiti i nostri affanni? infelici noi, quando saremo felici? abbiam scampato da ladri, dalla casa e dalle mani del ruffiano, e in casa vostra ancor temo? chi piú infelici di noi, se anco nelle felicitá siamo infelici?
PIRINO. Fate conto, signora, che la fortuna per questa volta ha fatto come il buon cuoco che, per tor la soverchia dolcezza delle vivande, ci mescola un poco di agresto; cosí per aver acquistata Melitea, per moderar tanta gioia, mi fa assaggiar questo poco di molestia: però, vita mia, entriamo e spogliatevi le vesti.
MELITEA. Non si potrebbe ciò far senza spogliar le vesti?
PIRINO. Perché, cor mio?
MELITEA. Perché avendole vestite voi prima e or vestendole io, par che da tutte le parti sia abbracciata da voi.
FORCA. Entrate, signora, e senza lasciar ponto di sollecitudine avanziamogli di prestezza. Eccovi la tinta di carboni, tingete la faccia del pazzo e vestitelo de' panni di costei; ma presto entriamo, ché veggio il dottore e Panfago e di lá spunta FILIGENIO. Fate presto e fuggite per la porta di dietro.
SCENA VII.
DOTTORE, PANFAGO, FILIGENIO.
DOTTORE. Sappiate, Filigenio caro, che non è sí brutto il fatto istesso, come il modo con che l'han fatto; perché si son serviti della vostra persona per intermedio della propria furfantaria, e farvi ruffiano di vostro figlio; e se nol credete, potrete or ora vederne l'esperienza, perché lavando la faccia a quello schiavo che avete in casa, diverrá bella, bianca e pulita, e se volete veder piú innanzi, la troverete femina in carne e ossa.
PANFAGO. E se ben, innamorato di quella puttana, la poteva aver con alcuni dinari, Pirino e Forca, per maggior vostra beffe e per ridersene fra loro alla sgangherata, se hanno voluto servir de' vostri dinari: eccoli scelerati contro voi, ingiuriosi contro me e profani contro Iddio.
FILIGENIO. So che tutto è vero quanto dite, e conosco che tanto eglino sono stati astuti quanto io sciocco. Ah Forca ribaldo, ah figlio iniquo, ah traditore Alessandro! cosí sono da tutti voi egualmente beffato! Quando io diverrò savio, se a capo di sessanta anni mi lascio beffar da giovani? Or m'accorgo che quello schiavo ch'io comprai avea piú fattezze donnesche che virili, e con un parlar delicato e toscano, anzi--o sciocco me!--con un scherzevol riso, con certe cerimoniose e oscure parole significava esser innamorata di mio figlio; e io sempliciaccio non me n'accorgeva. Ma che sciocchezza fu la mia a credergli cosí subito! Veramente, quando le stelle s'accordano alla ruina di alcuno, alla prima gli togliono la prudenza. Ma io ne farò ben vendetta! Contro la puttana mi saziarò ben di schiaffi, pugna e calci e tirare de' capelli; Forca porrò in una galea; al figlio darò perpetuo bando di casa mia. O che rabbioso sdegno! lo sdegno avanzará l'amore, la rabbia la pietade.
DOTTORE. Fermatevi, non bisogna alcuna di queste cose: l'error è giá fatto; delle strade cattive eleggasi la migliore.
FILIGENIO. Dite, di grazia, ch'io son cosí riscaldato dall'ira che dubito con qualche precipitoso consiglio non mi condur a qualche sproposito.
DOTTORE. Io vo' che voi non perdiate nulla: non scacciarete il figlio e non perderete i danari; anzi con un bel fatto resteranno scherniti dal lor scherno. Rendetemi lo schiavo e io darò a voi or ora gli cento ducati.
FILIGENIO. Io non mi curo di perderli per saziarmi di sangue e con un castigo barbaro vendicarmi d'ingiurie sí vituperose.
DOTTORE. Questo non vorrei io, ch'ella non patirebbe alcun male che non lo patisca io: ecco i vostri cento scudi.
FILIGENIO. Questi sono i cento scudi che vi ho prestati per man di Forca?
DOTTORE. Che Forca? che scudi? chi v'ha dato ad intendere una simil favola?
FILIGENIO. Me l'ha chiesti Forca da vostra parte.
DOTTORE. Ho sempre un par di migliara di scudi al mio comando, che pèrdono tempo al banco.
FILIGENIO. Misero me, che da ogni banda sono aggirato.
DOTTORE. Entriamo in casa e ve li contarò.
FILIGENIO. Entriamo.
DOTTORE. Panfago, va' a casa, apparecchia un banchetto a tuo modo, ché vogliamo tutti rallegrarci: to' gli danari.
PANFAGO. Sia benedetto Dio che pur m'è toccato di apparecchiare un desinare a mio modo e di far un pignato grasso.
SCENA VIII.
PIRINO, MELITEA, FORCA.
PIRINO. Non vi dogliate, vita mia, che, se ben i frutti d'amore nel principio son amari, sempre nel fin la radice è dolce. E perché in tanti travagli la fortuna non ha bastato a scompagnarci, fo fermo augurio che i Cieli v'abbino servato per me, e che saremo nostri.
MELITEA. Io non mi affligo per me ma per voi, stando io sicura che mi aiutarete, se non quanto io, almeno quanto merita l'amor mio; e travaglimi la fortuna quanto gli piace.
PIRINO. Vita mia, con tanta cortesia piú m'obbligate e mi sforzate ad esser piú vostro che mio, e se il destino facesse che non avesse ad esser vostro, almeno non sarò d'altri. Questo allontanarci da casa nostra non è per altro che per schivar una burasca che n'è sovragionta, ché portavamo pericolo di affogarci nel porto.
FORCA. Or che nôtate nel golfo delle dolcezze, non si fa piú memoria del povero Forca, cagion del vostro giubilo.
PIRINO. Forca, sta' sicuro che mentre arò core arò memoria di tanto beneficio, accioché venendo l'occasione possa premiar l'amor e la fede verso me.
MELITEA. Ed io riserbo la ricompensa, quando sarò in miglior stato; ché adesso non posso mostrar segno del mio buon animo.
FORCA. Ed io pregherò Iddio che mai scompagni cosí bella coppia di sposi i quali, per etá, per nobiltá e costumi e bellezza, son degnissimi l'un dell'altro. Intanto, entrate in casa di Alessandro, e il passato pericolo vi renda assai piú cauti e diligenti: ché qui, di fuori, vi potrebbe vedere il dottore o Mangone o il padre istesso, e ad una tempesta se ne aggiongerebbe un'altra. Informate Alessandro di quello che abbia a dire a vostro padre e inviatelo fuori; fra tanto io m'armerò d'una corazzina di falsitadi e di bugie, che possa star saldo ad ogni gran bòtta di veritá: e gli farò credere che voi siate il piú onesto figlio che si trovi, io un santo e i nostri emuli traditori. Ma la sua porta s'apre: sgombriamo tosto.
SCENA IX.
DOTTORE, MUTO.