Part 9
— Chi sa dove diavolo hanno spedito il buon Ughes quelli della sua setta? Non mi meraviglierei niente affatto di ricevere un bel giorno notizie da Parigi, di saperlo diventato qualche cosa di grosso laggiù: che dell’ingegno ne ha da rivendere mio genero, e senno, e tenacia, e coraggio... Del resto potrebbe anche essere scappato per sottrarsi a qualche funesto giuramento, a qualche impegno delittuoso e terribile. Così si spiegherebbe il segreto assoluto, il silenzio prolungato... Un’altra ipotesi: non potrebbero averlo, per così dire, rapito e rinchiuso per punirlo d’aver abbandonato il partito? Non potrebbero averlo assassinato? Nei tempi in cui siamo tutto è diventato possibile!
Quando si sparse la voce che in parecchi luoghi, come a Carignano, a Chieri, a Cuorgnè, un certo numero di repubblicani erano stati fucilati a furor di popolo, l’avvocato osservò che suo genero poteva aver finito così, e che in questo caso non si sarebbe saputo mai più nulla di lui.
— Santo Dio! — diceva egli — le combinazioni sono tante, tante le possibilità, che a volerle scoprir tutte c’è di che ammattire... E il Governo è stato abile, bisogna dirlo. Col bando del 24, il Re concede perdono ai colpevoli dei tumulti accaduti fino a quel giorno per il caro delle granaglie ed esorta i municipi a provveder d’armi le persone dabbene e i possidenti contro i sediziosi... Ecco trovato il modo di separare i campagnuoli dai repubblicani. Questo non è che il tuono; due giorni dopo scoppia anche il fulmine. Data facoltà a chiunque di accoppare quelli che saccheggiano le case o commettono violenze; gli arrestati in flagrante, puniti di morte... E poi Giunte locali, giudizi sommari, esecuzioni immediate, insomma la legge marziale con tutte le sue conseguenze. Il provvedimento è energico; purchè non si ecceda.
La prima domenica di agosto, mentre i murellesi uscivano da messa grande, sentirono che in piazza si batteva il tamburo. In pochi minuti uomini, donne, vecchi, fanciulli furono tutti adunati davanti all’albo pretorio. Chetato il bisbiglio confuso, l’inserviente Antonio Boscario, con a lato Giambattista Spertino e Domenico Godano, quali testimoni, ad alta ed intelligibile voce di grida, proclamò il seguente:
«Premendo alla pubblica tranquillità per soddisfazione dei buoni e terrore dei reprobi che si esterminino i nemici dello Stato e del buon ordine, la Regia Giunta stabilita nella presente città, valendosi delle facoltà da S. M. accordatale nel suo Editto delli 26 ora scorso luglio, dichiarando esposti alla pubblica vendetta Carlo Gallo del vivente medico Carlo e Gio. Battista Comino di Revello, sedicenti Generale, e Luogotenente Generale, comandanti la Repubblica piemontese nella Valle del Po, promette ed accorda impunità e premio di lire millecinquecento Regie di Piemonte a chi non essendo degli autori e promotori principali, ancorachè complice nel tumulto ed attruppamento sedizioso occorso nei passati giorni in detto luogo di Revello, darà vivo nelle forze della Giustizia, li detti Gallo e Comino, ed altri simili; ed a chi uccidesse alcuno di essi, siccome resta lecito ad ognuno di fare, il premio di lire mille oltre l’impunità.
«A chi poi non essendo complice in tale orrido eccesso arrestasse, o consegnasse vivo nelle forze alcuno d’essi Gallo o Comino, o loro correi, se gli accordi facoltà di poter liberare altro reo di altri delitti, ancorachè meritevole di morte, od altro complice di tale attruppamento e tumulto, purchè non sia degli autori o promotori principali suddetti del medesimo, ancorachè fosse di quelli che in qualche occasione si fossero in pubblico mostrati sedicenti sediziosi, e se gli accorda in oltre il premio di lire tre mille. «Se poi non gli riuscisse di consegnarli vivi nelle forze, ma soltanto di ucciderli, resta loro accordato il premio di lire tre mille.
«Si persuade la R. Giunta che pentiti li Rei ed animati da giusto zelo li buoni, vorranno profittare di questa opportunità per rientrare nella classe degli amanti del buon ordine, e gli altri maggiormente animati dal desiderio di ristabilire la pubblica tranquillità s’impiegheranno tutti, giusta le loro forze, ad estirpare cotesti infesti sediziosi.
«Saluzzo, il 5 agosto 1897.
«Per detta R. Giunta
«ISASCA, segretaro».
La folla cominciò a sciogliersi; i più tiravano via verso casa, come se ciò che avevano udito fosse una cosa lontana, d’altri tempi o d’altri paesi. La piazzetta rimase seminata di capannelli e di crocchi nei quali correvano blandi commenti.
— Le cifre sono tonde — osservava un contadino, — non c’è che dire.
— Già, già, rispondeva un altro — ma, ehi! pensa che si arrischia anche la pelle. Credi tu che quel signor Gallo, o quel signor Cornino si lascierebbero arrestare senza far resistenza?
— Non credo niente io; parlo dei quattrini.
— Ecco — diceva un giovinotto — dato il caso, bisognerebbe mettersi d’accordo, fare come una squadra, e poi...
— E poi e poi — interrompeva un vecchio, — credi a me: certe cose è meglio lasciarle fare a chi tocca.
— Bravo! Sicuro! Questa è giusta! — gridarono tre o quattro voci. — Che se la sbrighino un po’ fra di loro.
E si tornò ai tranquilli discorsi delle altre domeniche.
L’avvocato Oliveri, che era stato presente alla pubblicazione, si guardò bene dal parlarne alla figlia. Non gli pareva d’averla mai veduta così, neppur quando Ughes aveva dovuto fuggire, dopo la scoperta della prima congiura.
— E sì che anche allora era già innamorata — pensava, — bisogna dire che il suo amore sia ancora aumentato!
Egli temeva sempre che, perduta ad un tratto ogni speranza, ella scoppiasse in un accesso di disperazione terribile, oppure si mettesse a far atti o a dir parole di estremo dolore. Ah quando si fermava su quest’idea, subito si sentiva divenir meno quieto, meno imperturbabile! Perciò s’ingegnava in tutti i modi di tener lontano da lei il pensiero che Ughes potesse non tornar più.
— Diamine! — egli diceva a Liana ogni tanto. — Tuo marito è già risuscitato una volta; non vuoi che risusciti questa? Dopo i fatti del ’94 egli corse ben altro pericolo. Caspita! era compromesso, ricercato, condannato. Invece ora, per quanto io sappia, nessuno ha pronunciato il suo nome.
In certi momenti Liana gettava le braccia al collo di suo padre e stava così senza piangere e senza parlare. Altre volte, rabbrividiva tutta e lo scongiurava di dirle la verità qualunque essa fosse; poichè quello stato lì era il peggiore di tutti. Venne un giorno in cui parve che le parole tante volte ripetute da suo padre non entrassero più nella sua mente. Le dimostrazioni d’affetto, le premure non la crucciavano, non le davano noia, ma le riuscivano indifferenti. Ora stava lunghe ore chiusa in casa, come se avesse ribrezzo del sole, della luce, del verde, di tutto ciò che ispira idee di serenità e di gioia; come se fosse priva di volontà, piena d’avversione per ogni piccolo sforzo, ogni movimento. Ora invece si aggirava per il giardino e per le stanze con gli occhi lagrimosi, le labbra convulse, occupata a visitare tutti i luoghi in cui la memoria le rappresentava suo marito, a raccogliere mentalmente, con minuzia affannosa, tutti i ricordi lasciati da lui. Sul piccolo cancello di legno egli aveva posate tante volte le sue mani! Su quella panca sedevano spesso insieme di sera. A quel vecchio tronco mancava un pezzetto di scorza, tagliato da lui, un giorno che si baloccava col suo temperino. Ella cercava le sue orme nella terra dei viali. Apriva l’armadio e maneggiava i suoi abiti; sfogliava i suoi libri, toccava le penne, la carta, tutti gli oggetti che si rammentava d’aver veduto toccare da lui. Quando, tornando, suo padre non la trovava in casa, sapeva dove andarla cercare: ella era nel cimitero, inginocchiata sulla tomba del vecchio zio Vietti.
L’avvocato riceveva lettere a tutte le poste. Andava egli stesso ad aspettare il procaccio, si faceva dare quello che portava il suo indirizzo e correva a chiudersi in camera per leggere più tranquillamente. Erano risposte ad altre lettere scritte da lui, che lo informavano del modo con cui erano andate le cose nelle varie città e in parecchi paesi.
Si narravano in tutte presso a poco gli stessi fatti; i realisti avevano il sopravvento in ogni luogo.
Arrivò finalmente anche la lettera del signor Fraschini. L’avvocato seppe così che in nessun altro luogo l’agitazione era stata lunga e grave come in Asti. L’amico mandava una relazione molto ben particolareggiata dei fatti, e concludeva: — Si sono già fucilati Arò, Berruti, Testa, Trinchero, Rattino, Manzo, Celotto, Rivella, Chiomba, Raspo, ecc.
— Eccetera! — brontolò l’avvocato. — Purchè quest’eccetera non voglia dir Ughes. Bisognerà ch’io riscriva, pregandolo di mandarmi i nomi in disteso.
Ma ben presto comprese che a voler aver i nomi di tutti quelli che cadevano in quei giorni condannati dalle Giunte e giustiziati dai soldati era cosa difficilissima, per non dire impossibile.
Quando seppe che le esecuzioni si facevano a intervalli di alcuni giorni e che si lasciavano i cadaveri esposti sino alla sera, Oliveri tornò a mettersi in moto.
Fu a Saluzzo, a Racconigi, a Carignano, a Moncalieri. Tornava a casa un po’ pallido e non sorrideva più. Appena arrivato, se la sera non era troppo inoltrata, andava a cercare il parroco o il notaio, per raccontare quello che aveva visto o sentito.
— Si eccede, si eccede. Io sono per il Governo; mi duole il dirlo, ma si eccede. Sapete chi hanno fucilato a Moncalieri? Carlo Tenivelli. Un uomo dotto, che ha dato alle stampe molte opere, anche poesie. L’ho conosciuto un pochino. Costui capo degli insorti? Ci sarebbe da ridere, se il caso non avesse avuto una fine così lagrimevole. Dite che l’insurrezione era condotta, capitanata da un bambino di tre anni e sarà tal e quale. Aveva un viso serio e mansueto, quel povero Tenivelli, dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole, la sua compagnia era mite e soave. Era anche miope come una talpa. Dicono che abbia fatto dei discorsi sediziosi, terribili. Ma se aveva l’aria di non saper nemmeno in che mondo vivesse! Per me non capisco! Gli amici, forse gli stessi che l’avevano cacciato nell’imbroglio, lo persuasero a scappare. Girovagò per la collina e finì col rifugiarsi in casa di un altro amicone, che lo denunziò per trecento lire. Fu arrestato, ricondotto a Moncalieri da un drappello di cavalleria, e fucilato senza complimenti l’altra mattina alle cinque. Prima di morire scrisse una lettera alla sorella, e andò al supplizio come se andasse a passeggio.
A Savigliano non v’era stato che qualche tentativo di rivolta, represso subito energicamente dagli stessi abitanti. Un giorno l’avvocato vi andò col legno per diporto e tornò con una buona, con un’ottima notizia.
— Un altro editto! — diss’egli lietamente a sua figlia. — Il Re ordina alle Giunte di desistere da ogni procedimento verso coloro che non sono stati nè autori, nè capi di ribellione e che sono rientrati nel dovere deponendo spontaneamente le armi. Adesso vedremo. Sono quasi certo che tuo marito non era fra i capi, l’avrei saputo dai miei corrispondenti. A meno che egli avesse cambiato nome, preso un nome di guerra, ciò che non credo, non rispondendo all’indole sua. Ad ogni modo penso che questo ci lasci facoltà di sperare.
Egli chiacchierò assai a cena e dopo. Spiegò a sua figlia quello che erano le Giunte, e come gl’ispirassero ben poca fiducia perchè composte di persone anticipatamente e naturalmente nemiche di quelli che dovevano giudicare.
— Lasciamo a parte la capitale, dove a formar la Giunta intervengono membri affatto speciali, ma nelle altre città! Il comandante militare, il prefetto civile, l’intendente, l’avvocato fiscale... Quasi tutte persone troppo ligie al Governo, vincolate, inclinate a provare la loro fedeltà, la loro devozione, con degli atti di rigore, e santo Dio! anche di crudeltà. E nota che per l’arresto dei rei, essi possono servirsi di mezzi straordinari: premi, impunità, salvacondotti, e simili. Puoi immaginare quante vie vengano aperte alle accuse, alle delazioni, alle vendette, ai tradimenti...
Qui cominciò a fare spensieratamente un lugubre quadro di quello che era stato il Piemonte nei giorni antecedenti, ma voltatosi per caso a guardar Liana, restò non so con qual parola ammezzata a fior di labbra.
Non l’aveva mai vista così pallida, così mortalmente pallida.
— Insomma — diss’egli, tagliando corto — quelli che fanno veramente compassione sono i soldati. Dopo aver combattuto valorosamente per quattro anni contro un nemico fornito di pratica e di ferocia, vedersi costretti a far il mestiere del birro, e diciamolo pure, anche del boia. Meno male che adesso è finita.
Quando fu noto che in parecchi luoghi si celebravano funzioni religiose per ringraziare Dio della ricuperata tranquillità; e si banchettava, e si danzava per festeggiare il ristabilimento della pace, parve a Oliveri che si dovesse far qualche cosa anche a Murello; e invitò alcuni dei notabili a trovarsi di sera in casa sua.
Venne il parroco, vennero i sindaci (che allora erano due e si cambiavano a ogni semestre) venne il notaio, il chirurgo, il barbiere.
Oliveri, ritto vicino alla tavola nel salotto da pranzo, sembrava un professore in attesa di veder a posto tutti i suoi scolari per principiar la lezione. Accennò a ognuno di accomodarsi ed espose bellamente le ragioni che l’avevano indotto a fissar l’adunanza.
Tutti approvarono.
— Allora — riprese l’avvocato — poichè siamo d’accordo che si debba far qualche cosa, resta a vedere, a decidere che cosa si deve fare.
— Però — disse a mezza voce Susta, il barbiere — qui a Murello non abbiamo fatto niente di male; non so perchè si debba chieder perdono.
— Oh! — esclamò il notaio — non avete capito? Si tratta di fare una festa, non di chieder perdono.
— Vorrei saper solamente se è un affar di premura? — domandò Godano, il sindaco allora in carica.
— No — rispose Oliveri; — perchè mai?
— Eh niente! Tanto così per sapere.
— Bisognerebbe anche essere certi che questa storia è finita — osservò il chirurgo Formica. — Ieri sera ne ho ancor visto freddar uno a Racconigi.
— È l’ultimo — disse Vallero, l’altro sindaco.
— Doveva essere l’ultimo quello a cui hanno presa la pelle giovedì.
— Sì, ma stamattina, a Racconigi, si diceva piano e forte che il principe Carignano è andato dal Re e si è fatto sentire...
— Cioè — interruppe Oliveri, — avrà pregato, avrà interposto uffici in favore degli imputati che ancora rimangono.
— Sarà così; e pare che il Re stavolta abbia proprio promesso il perdono.
— Ecco! — esclamò l’avvocato. — È questo che dobbiam festeggiare.
— Io sarei d’avviso d’aspettare ancora un pochino — mormorò Godano.
— Anch’io, anch’io, anch’io! — gridarono tre o quattro altri.
— Cinque o sei giorni, una settimana — disse don Prato. — Potrebbe darsi che fosse qui anche sor Luigi, allora sì che si starebbe allegri!
— È vero — mormorò l’avvocato, e soggiunse fra sè: — Toh! come diamine questo è venuto in testa a lui e non a me?
— Chi sa che non torni anche Bechio — disse il barbiere.
E si cacciò a ridere.
— A proposito — esclamò l’avvocato — ho sentito a parlare di questo Bechio, scomparso anche lui come... E nessuno sa dove sia?
— Eh no, signore — rispose Godano, — non si sa proprio niente. C’è chi assicura d’avergli visto in mano un passaporto del signor generale Bonaparte, ma la credo una favola.
— Che uomo era?
— Peuh! — brontolò il chirurgo. — Io dico che se gli hanno empita la testa di piombo, hanno fatto un vantaggio a lui che l’aveva leggiera e un gran servizio al paese!
Menica entrò col vassoio e si cominciò a discutere allegramente sul vino.
Pochi giorni dopo accadde il fatto di Govean, che tolse all’avvocato ogni velleità di proporre festeggiamenti. Pietro Francesco Govean, capo degli insorti di Racconigi, veduta fallita l’impresa, si era salvato in Francia. Saputo che il Re aveva accordato il perdono, tenendosi sicuro, rimpatriò. La Giunta, che a Racconigi s’intitolava Consiglio di guerra, non fece altro che tanto: lo agguantò e lo condannò a morte. Il 4 settembre Govean andò al supplizio fra due file di soldati, intrepido come chi ha fatto da tempo il sacrifizio della propria vita. La gente, attediata oramai dal ripetersi di quei casi, lo guardava passare cupa e angustiata. Egli cercava di giustificare le opere sue con voce alta, solennemente squillante nel silenzio mortale. Si narra che il luogo in cui cadde, un quieto, ombroso viale che serviva alle passeggiate e ai ritrovi, rimanesse per molti anni abbandonato, quasi che il terreno durasse tuttavia bruttato di sangue.
L’impressione del caso fu enorme da per tutto e sollevò innumerevoli dispute. Anche Oliveri n’ebbe una, e relativamente assai viva, col chirurgo Formica. Secondo lui la Giunta, o Consiglio che fosse, aveva fatto benissimo a non considerare altro che l’articolo 1º dell’editto 14 agosto, il quale escludeva dal perdono giust’appunto gli autori ed i capi.
— Ma chi sono gli autori? — diceva il chirurgo. — Chi sono i capi? Come li classifica lei, come li distingue? Si doveva tener conto delle parole del Re, non badar ad altro che a questo!
— Un accusato di delitti comuni...
— Un’altra adesso! Lo so bene che si sono fondati su ciò. Ma mi dica un poco: non è vero che il bando non fa distinzioni? E dunque! E poi: delitti comuni? Quali? Specifichi. Forse perchè Govean ha messo taglie?
— Sicuro!
— Oh bene! Perchè le ha messe? Per motivo di rivoluzione. Dunque il delitto cessa di esser comune per diventar strettamente politico. Ma poi cosa andiamo cercando! Era tornato fidando sulla parola d’un Re; ecco quello che lo doveva salvare!
E la contesa durò su e giù per la strada della Madonna degli Orti, finchè quasi non ebbero più fiato. Usciti prima del tramonto, rientrarono in paese che era già notte.
— Basta — disse il chirurgo, barattando il saluto — intanto quelli che sono fuori faranno bene a restarci.
L’avvocato non disse più nulla, accelerò il passo, arrivò a casa, salì diviato nello studio di Ughes, dove era certo di trovar Liana.
Ella lo vide, si riscosse, balzò in piedi palpitando.
— Oh niente — diss’egli, — niente di nuovo, sta pur seduta. Ti volevo solo dir questo: se tuo marito, come seguito a credere, è salvo e lontano, prega Dio che non torni, ma pregalo, sai.
X.
Una bella mattina di settembre, Massimo dormiva ancora tranquillamente, quando una voce che da piè del letto lo chiamava: — Sor contino, sor contino — lo fece riscotere. Aprì gli occhi e raffigurò subito il vecchio cameriere di suo padre.
— Il signor conte vorrebbe parlare al signor contino.
— C’è premura?
— Non credo, ma sarà meglio che venga subito. E faccia anche il piacere di mettersi l’uniforme...
— Cos’è successo?
— Non so niente... Badi che il signor conte s’è fatto svegliar prima del solito ed è già alzato...
Massimo inquieto, stimolato dall’immagine del padre impaziente, si vestì in fretta, uscì dal suo quartierino a terreno, attraversò l’atrio, salì lo scalone. Credeva di trovare il conte nel suo gabinetto particolare, ove lo riceveva quando voleva consigliarlo, rimproverarlo, ammonirlo; fu introdotto invece nella stanza da letto.
Il conte Annibale prendeva il caffè, voltando le spalle all’uscio, ritto davanti a una finestra. Sentì il passo di suo figlio, la voce rispettosa che gli domandava come avesse passata la notte, ma non rispose, nè si mosse finchè non ebbe vuotata e posata sur un tavolino la bella tazza di porcellana filettata d’oro.
Padre e figlio si considerarono per qualche tempo, come si vedessero per la prima volta.
Il conte Annibale era di piccola statura, assai curvo; aveva i capelli bianchissimi, gli occhi grigi, i lineamenti del volto fini come quelli d’un ritratto in miniatura. Faceva stupore la sua voce robusta e sonora.
— No, che non ho dormito bene — diss’egli poi; — ma non importa. Leggi questo e quindi discorreremo.
Massimo prese il foglio che gli porgeva il padre con la punta delle dita, e si avvicinò alla finestra. Chi scriveva si dichiarava amico dei nobili e particolarmente di casa Claris. Avvertiva il conte che in certi discorsi ultimamente tenuti, suo figlio Massimo aveva dato non equivoci contrassegni di aderire alle recenti sfrenate opinioni di Francia. La lettera non aveva firma. Il giovane alzò le spalle, ripiegò il foglio per restituirlo.
— No, no! — esclamò il conte — straccia e butta via.
— Sono insinuazioni stupide e maligne — disse Massimo, — cose che vengono dal basso; e lei, signor padre, fa benissimo a...
Il conte alzò la mano:
— Sì: ma c’è pur Qualcuno che sta in alto, molto in alto, il quale si meravigliò non poco quando seppe che non avevi voluto entrare nei battaglioni che combattono gl’insorti.
— In tutti questi anni ho sempre cercato di fare il mio dovere...
— Cosicchè credi di poter riposar sugli allori?
— Non dico questo, ma...
— E ti par d’essere un militare perfetto?
— No, signore, ma senta...
— Credi che basti mostrar intelligenza, fermezza, coraggio? No, caro, no. Sai cosa manca a te? Un’idea chiara di quel complesso di leggi, di regolamenti, di norme atte a stabilire, a mantenere severamente l’ordine in un esercito, e che si chiama disciplina. Senza la disciplina, la gente armata può riescire più dannosa ai suoi che ai nemici.
— Hm! — fece Massimo, quasi involontariamente.
Il conte, che camminava innanzi e indietro per la stanza, si fermò su due piedi e squadrò severamente suo figlio.
— La disciplina militare degli antichi romani era ferrea! — soggiunse egli, alzando la voce. — Essi ne lasciarono al mondo mirabili e terribili esempi. Non sai che Tito Manlio condannò a morte suo figlio per essere uscito in campo contro un Gallo insultante, senza l’ordine espresso del console?
— Era già di moda anche allora lasciarsi insultare dai Galli? — voleva dir Massimo, ma si morse la lingua.
— Gli storici poi narrano questo — continuò il conte. — Durante un’accanitissima pugna, un legionario aveva atterrato un nemico, lo teneva sotto il piede e già alzava il braccio per finirlo, quando s’udì suonare a raccolta. Che credi tu ch’egli abbia fatto?
Massimo crollò il capo e inarcò le ciglia.
— Ritenne il colpo e ubbidì — ripigliò il conte. — Vuoi ancora un fatto? Un giorno, una legione pose il campo in un luogo ov’era un bellissimo albero carico di pomi maturi; vi passò la sera, vi passò la notte. La mattina di poi, quando si allontanò, non mancava neppure uno di quei frutti, neppure uno!
Il giovane ascoltava a capo basso. Poichè tutto pareva risolversi in una semplice ramanzina, conseguenza della lettera anonima ricevuta, l’inquietudine procurata dalla chiamata improvvisa scemava via via. Però non capiva perchè il cameriere gli avesse detto d’indossar la divisa.
Un servitore venne ad avvertire ch’era attaccato.
Il conte guardò l’orologio e prese il braccio di suo figlio, come fosse inteso che doveva venire con lui. Scesero lo scalone in silenzio.
Massimo immaginava che si andasse ad assistere a qualcuno di quei tridui che certe pie associazioni facevano celebrare or in una chiesa, or in un’altra, per implorar l’aiuto divino contro i nemici della pubblica tranquillità. Credette prima che la funzione religiosa dovesse aver luogo a San Filippo, vedendo la carrozza voltar da quella parte; poi a Santa Teresa, vedendo che proseguiva senza fermare.
Altri legni precedevano o seguivano il loro. Le strade erano assai popolate. Nella gente era un fermento, un’aspettativa che pareva tener tutti agitati. Notò che i più andavano verso la Cittadella: gli uni chini chini come sopraffatti da un gran dolore, gli altri guardandosi attorno come rintontiti.