La bufera

Part 8

Chapter 83,808 wordsPublic domain

Questa adesso era quasi libera. Un po’ prima la folla aveva cominciato a tumultuare per una voce che s’andava spargendo, che correva di bocca in bocca. S’era scoperto un magazzino, due magazzini, tre magazzini pieni, riboccanti di granaglie. Si gridava che bisognava dare il sacco, fare giustizia, impadronirsi di tutto a qualunque costo. Ma dove fossero questi magazzini nessuno sapeva dirlo.

In questo mentre era uscito da un vicoletto un ragazzo del popolo che suonava sur un tamburo poche battute di una marcia militare francese. Parve un avviso, un segnale. Dove piacque al garzoncello d’avviarsi, quelli che aspettavano il momento di mettersi alla testa si avviarono anch’essi; e la turba con impeto unanime li aveva seguiti.

Il sole stava per tramontare; il castello, colorito da una luce vermiglia, campeggiava sopra un cielo d’una bella tinta d’acqua marina. Liana raccapezzò subito da che parte doveva volgersi per ritrovare il legnetto.

Gabriel, con la flemma e il buon senso comune ad una gran parte dei contadini, aveva pensato di non allontanarsi dal luogo ove lo aveva lasciato la sua padrona. Spinta la scorratta in un angolo ombroso, mandato un ragazzo a comperare un po’ di fieno in un vicino stallatico, s’era acconciato ad aspettare pazientemente, barattando chiacchiere con gli amici e i conoscenti che venivano a passare.

Si rallegrò molto quando vide ricomparire la signora. Si faceva tardi, e da certe parole che aveva udite, da certi indizi che aveva notati, gli pareva che la sera dovesse essere meno tranquilla del giorno.

Ripassando per la strada che conduceva al ponte, la trovarono ancora sparsa di crocchi, e si vedeva su quasi tutte le facce un non so che di stanco, di cupo, di annoiato. L’insurrezione durava appena da due giorni, e molti cominciavano ad averne assai ed a preoccuparsi del come sarebbe andata a finire. Su molte finestre stavano lucerne, candele, lumi d’ogni specie pronti per essere accesi al sopravvenire della notte. Era un ordine venuto non si sapeva bene nè di dove, nè da chi, ma al quale nessuno osava disubbidire.

— La finirà male — disse Gabriel, appena furono di là dal torrente. — Vedrà. Non sanno nemmeno loro cosa vogliano. Hanno per generale un certo Govean, un bravo giovane, che non ha bisogno di nessuno; adesso lo portano in palma di mano, dicono che lo vogliono far re, quando ci sarà la Repubblica. Che bestie! Che cosa ha saputo fare? Mettere taglie su due o tre ricchi, ecco tutto... E la gente? Ieri ha voluto provare le cucine dei frati e delle monache. A quanto ho sentito, stamattina si parlava di tassare il grano a quattro lire, dieci soldi l’emina; stasera si va già a dare il sacco ai magazzini. Bisognerà vedere quando sarà qui la truppa: fanteria, cavalleria e qualche pezzo. Ah! ah!... C’è chi prevede il caso e parla anche di fare resistenza. Con che se vi piace? Con le molle, le palette, i bastoni? Ho sentito parlare di una spingarda puntata laggiù, sulla strada di Torino. Eh, già sarà proprio quella che farà tornare indietro i soldati!... Toh, e ora? Che c’è egli? Mi pare che si batta la generale!... Senta, senta, anche la campana a martello!

Voleva fermare, guardare indietro per vedere di comprendere da qualche segno che cosa succedesse nel luogo che avevano lasciato. Ma Liana, assorta nel nuovo pensiero che le occupava la mente, gli ordinò invece di stimolare il cavallo. Le pareva di abbreviare così il tempo che la separava dalla sua partenza per Torino. Non vedeva l’ora di mettersi di nuovo in viaggio. Riesaminava le circostanze che avevano accompagnato la partenza di Luigi: concordavano tutte per farle parer più fondata la nuova speranza.

Teneva l’occhio immobile; le cose che le passavan davanti a poco a poco diventavan tutte d’un colore, ondeggiavano, si confondevano insieme in un miscuglio ottenebrato. Ella cominciava a sognare, a sognare con gli occhi aperti: — Ecco, Luigi era seduto al suo fianco. Non parlava perchè non avrebbe saputo esprimere quello che sentiva neanche lui, ma la guardava sorridendo, con significazione di grandissimo affetto, e ogni tanto le baciava appassionatamente la spalla...

— Ah, Luigi, Luigi — pensò ella, quasi svegliandosi — perchè non sei qui con me!

Erano ormai giunti molto vicino a Murello. I tetti del villaggio si discernevano appena nell’aria bruna.

— Cosa c’è? — chiese Liana, sentendo Gabriel fare un brusco movimento come di chi vede cosa che non s’aspettava.

In quel punto scorse anch’ella un uomo ritto all’imboccatura della stradetta per cui si doveva voltare.

— Oh, madama! — susurra Gabriel — se fosse...

— Dio!

Liana guarda attentissima, tutta l’anima sua è negli occhi:

— No, non è lui. Luigi è meno alto. E poi, e poi...

— Ohe! — grida una cara voce nota — Liana sei lì?

— Oh babbo, babbo, babbo!

IX.

— Piangi pure — diceva l’avvocato Gaetano Oliveri, camminando innanzi e indietro per il salottino, — piangi, sfogati che ti fa bene.

Ma Liana, entrando, s’era lasciata andare in un seggiolone e ne stringeva nervosamente i bracciuoli; non piangeva, non parlava, non aveva che singhiozzi convulsi.

— Quieta, quieta — continuava l’avvocato, — quello che non mi puoi dire adesso, me lo dirai poi. D’altronde la tua cuoca mi ha già informato... Oggi sei stata a Racconigi, eh? Tutto sossopra anche là? Se tu avessi visto a Carignano! Il popolo tumultuava attorno al palazzo comunale: voleva armi, voleva che si diminuisse il prezzo del grano, voleva questo, voleva quello. Quando son passato io, il giudice, il sindaco erano lì lì per cedere. Ho sentito dire che anche a Virle, a Piobesi è principiato il tafferuglio. Tra due o tre giorni sarà da per tutto così. Il Piemonte è in combustione, tutto in combustione, figlia mia.

La tavola era apparecchiata. L’avvocato sedette, e cominciò a sbocconcellare una pagnotta.

— Scusa — ripigliò poi — non ho preso che una tazza di cioccolata stamattina, prima di partire. Volevo fermarmi a Carignano, ma poi... figurati! Ho lasciato riposare il cavallo in una cascina, dove fu grazia trovare un po’ di fieno...

All’apparire di suo padre, Liana aveva provato un senso di gioia ineffabile, credendolo apportatore di liete notizie. Non avendole egli detto nulla alla prima, s’era sentita ripiombare nelle tenebre; adesso immaginava ch’egli cercasse di prepararla a qualche cosa di terribile. Non la rassicuravano nè gli atti, nè l’espressione del viso; sapeva che neppure l’amarezza del dolore, neppure l’acerbità dello sdegno non modificavano quello stato di calma sbadata e singolare in cui viveva quasi costantemente il buon avvocato. La sua faccia era sempre colorita, la fronte spianata, la bocca composta al sorriso anche nelle circostanze più gravi della vita.

Menica entrò con la zuppiera fumante e la posò sulla tavola. Oliveri spiegò il tovagliuolo, si servì, poi, prima di mettersi a mangiare, considerò di nuovo sua figlia.

— Non ti senti proprio di prendere niente, tu?

Liana si alzò, venne a sedere di fronte.

— Dimmi tutto — esclamò angosciata, — dimmi subito tutto quello che sai di Luigi.

— Ma io non so niente — rispose l’avvocato. — La cuoca mi ha detto che è andato via, che non ti ha ancora scritto, che non ha più data contezza di sè. Non è tutto? Se c’è altro, parla.

Liana raccontò minutamente, febbrilmente quanto era accaduto in quei giorni.

— Bene; questo lo sapevo... — diceva suo padre. — Questo no. Ecco un punto che va rilevato... Ecco la conferma di ciò che pensavo.

Liana tacque.

L’avvocato contemplava il suo bicchiere tentennando la testa.

— Ma tu — diss’ella — come va che sei qui?

— Niente di più semplice. Non avevo forse promesso di venire a passare qualche tempo con voi? E poi, quando ho visto che vento spirava, ho pensato: qui è meglio muoverci prima che siano rotte le comunicazioni tra la capitale e le provincie. E son venuto. — Vuotò lentamente il bicchiere e ripigliò: — Del resto a Torino non si sta male. Non fa nemmeno poi tanto caldo. E quanto a guai, c’è stato un po’ di chiasso l’altro giorno contro un fornaio, che non voleva vendere il pane a un prezzo conveniente; ma c’è truppa, il Governo sta all’erta...

— Ma dunque — interruppe Liana — cosa pensi possa essere accaduto a mio marito?

— Finora niente; il ballo è appena cominciato...

Liana fece un atto d’impazienza.

— Aspetta — proseguì suo padre. — Il partito delle persone avverse all’attuale sistema è numeroso, più numeroso di quel che si crede, tanto numeroso che il Governo forse non osa prendere alcuna determinazione per non svegliare imprudentemente un formidabile vespaio. Io immagino come una gran rete che tiene lo Stato da un capo all’altro. In ogni paese ci deve essere uno o più uomini fidati, pronti a mandar nuove, lettere, istruzioni. Si tengono adunanze segrete, conventicole d’ogni specie. Non c’è dubbio che adesso, per esempio, si cerca di dar ad intendere ai contadini che la roba c’è, ma che chi non vuol far le cose a dovere è il Governo. E si mette a rumore città e villaggi, con un pretesto che ha già servito in tanti tumulti: la carestia. Sicuro che i presagi per quest’anno sono sinistri: le pioggie, i bruchi, le scarse raccolte degli anni precedenti, l’abbandono dalle campagne, le provvigioni enormi che si sono dovute fornire, le contribuzioni, lo scapito della carta monetata, della moneta eroso mista...

— Ma parlami di Luigi! — disse Liana, giungendo le mani. — Dimmi dove credi ch’egli possa essere andato.

Oliveri stese dolcemente la destra verso sua figlia, poi riflettè un momento. — Tutto m’induce a credere che tuo marito appartenga sempre al partito dei novatori. Perciò si possono far tante supposizioni. Egli si può essere recato in qualche città dello Stato per combinar coi faziosi il giorno e i modi della sollevazione. Può essere stato mandato dai capi a dirigere, ad arrolar gente, a dar il segnale... È un male, vedi, ch’io non ci abbia pensato prima: sarei venuto qui, l’avrei tenuto d’occhio. Vedendolo pensieroso, cogitabondo, l’avrei interrogato...

— E ora — domandò Liana — cosa farai per aiutarmi?

— Stasera niente, sono stracco morto. Domani, la notte mi avrà portato consiglio. E adesso vediamo dove mi hai messo a dormire.

Liana condusse suo padre nella stanza che gli era stata preparata. L’aveva già lasciato, era già sull’uscio, quando tornò indietro e gli si slanciò nelle braccia, piangendo a calde lagrime stavolta, pregandolo d’aiutarla a ritrovare Luigi.

— Ma sì, ma sì, ma sì — diceva l’avvocato, accarezzandole i capelli. — Non son più il babbo, eh? Non ci ho che te al mondo, diamine!

La mattina seguente, quando Liana picchiò all’uscio di suo padre per sapere come avesse passata la notte, si sentì gridar: — avanti! — dal vicino studio di Ughes.

Oliveri, seduto al tavolino, scriveva una lettera; quattro altre lettere stavano già davanti a lui piegate e sigillate.

Sorrise, ma non alzò gli occhi, e Liana andò a sedere sul sofà per aspettare che egli avesse finito.

Anche a Torino, egli passava una parte della mattina a scriver lettere. Benchè laureato in legge, Oliveri non aveva mai esercitata l’avvocatura, preferendo applicarsi agli studi letterari, storici e filosofici; e viaggiare. Aveva una copiosa libreria; amicizie e relazioni con molti dei migliori ingegni del Piemonte.

— Ecco — diceva Liana fra sè — ecco come ha pensato a me! Egli ha già preso le sue abitudini... Oh Signore! Soccorretemi voi! Non ho un cuore in cui versare il mio, non un aiuto, non un conforto! — E ripeteva a sè stessa una domanda già fatta altre volte: ogni volta che si trovava alle prese col carattere di suo padre. Era così per la forza della ragione, o per ottusità di affetti? Era ponderato e tranquillo? Od era freddo e insensibile?

L’avvocato ricominciò a sorridere, questo significava che egli era per terminare. Firmò, piegò, fece l’indirizzo e collocò la lettera accanto alle altre.

— Ho scritto a Biella — diss’egli, fregandosi lietamente le mani, — Novara, Vercelli, Asti, Mondovì, pregando tutti i miei amici, di mandarmi ragguagli su quanto accade, o quanto sarà per accadere. Sta tranquilla che mi sono spiegato in modo da farmi capire. Se tuo marito si trova in una di queste città, lo sapremo. Nei luoghi più vicini, andrò io con la vostra scorratta. Va bene così? Se poi, malgrado tutto quel che si farà, non si saprà nulla di lui ancora per qualche giorno, non ti dovrai turbare.

— Oh babbo! — esclamò Liana, dolorosamente.

— Senti: potrebbe aver avuto una missione, un mandato dai capi del suo partito. Credi tu che non ne abbiano dei capi? Che siano tutti liberi ed uguali perchè parlano di libertà e di uguaglianza? Potrebbe essere in Liguria o in Lombardia, ove sono rifugiati tutti i principali mestatori.

— Perchè non mi ha avvertita? — domandò Liana, con infinita amarezza. — Perchè non mi ha scritto?

— Avrà promesso il segreto; avrà giurato di non dir nulla a nessuno, pena la vita. Del resto poi queste son tutte ipotesi. Non mi stupirei niente affatto di vederlo ricomparire qui un momento o l’altro, fresco come una rosa. Chi sa mai? E se il segreto, invece d’esser politico, riguardasse la sua professione? Il caso sarebbe tutt’altro che nuovo.

La giornata passò assai tranquilla; Oliveri passeggiò, meditò, desinò con appetito, scrisse due altre lettere dopo il sonnerello pomeridiano, poi uscì per dar un’occhiata al paese.

Il parroco e il notaio, informati del suo arrivo, vennero subito dopo cena. L’avvocato e sua figlia erano ancora a tavola. La conoscenza fu presto fatta; Menica arrivò coi bicchieri e la conversazione s’avviò. Si parlò un poco del caldo, della siccità che cominciava a farsi grave.

— Tant’acqua, tant’acqua e poi adesso più niente! — diceva don Prato. — Speriamo nel triduo che incominceremo domani sera...

Arignani guardava in terra, con certe tentennatine di testa, che parevano voler dire: — Questo è niente: se a questo mondo ci fossero solamente la siccità ed il caldo!

Tanto che l’avvocato se ne accorse, si voltò a lui, e gli disse:

— E lei, signor notaio, cosa ci racconta di bello?

— Di bello?... Eh, veramente non so. Dipende dalle opinioni... quelli che possono averne... perchè già... Insomma la rivoluzione di Racconigi è bell’e finita.

Liana si riscosse, puntò le mani sulla tavola come per alzarsi, poi si lasciò ricadere fissando in faccia a suo padre gli occhi smarriti.

— Sentiamo i particolari — disse l’avvocato.

— Ieri sera sono arrivati i soldati...

— E poi?

Arignani e don Prato affermarono di non saper nulla più. L’avvocato credette che rifiutassero di parlare per non spaventar Liana, e per il momento non domandò altro. Però quando si furono congedati, li accompagnò nel cortile come per cortesia, e quivi, prima di lasciarli, rivolse loro parecchie domande:

— Mi sanno dire se la resistenza è stata accanita? Se si son fatti molti arresti? Ricordano per caso il nome di chi comandava la regia truppa? C’era solamente la fanteria, o anche un po’ di cavalleria?

Rientrò subito.

— Niente — diss’egli a Liana, — non sanno proprio altro.

Liana aveva il viso nascosto tra le mani. Oliveri contemplò un poco i folti capelli dorati, fregandosi dolcemente le ciglia come per non lasciarle aggrottare.

— Di che cosa hai paura? — susurrò poi. — Tuo marito non era mica a Racconigi?

Liana si riscosse, raccontò concitatamente a suo padre la visione avuta; come avesse creduto di veder Luigi entrare in un portone, e non fosse riuscita nè a rivederlo, nè ad accertarsi che si era ingannata.

Oliveri ascoltò attentamente, pensoso, ma non turbato; come al solito, si sarebbe detto che udiva una cosa semplice, ovvia, ch’egli aveva perfin preveduta.

— Ho capito — disse poi. — E con questo io vado a letto.

Liana si sentì stringere il cuore: conosceva suo padre, ma non si sarebbe aspettata in simile circostanza, tanta freddezza. Si alzò per accompagnarlo, come la sera prima.

— Si va a dormire all’ora delle galline — diceva Oliveri, salendo la scala, — ma che farci? Ieri sera ero stanco, domani mi dovrò alzar presto...

— Perchè? — chiese Liana, distratta.

— Eh, figlia mia, bisognerà pur veder questa faccenda un po’ da vicino. Ma per mezzogiorno spero d’essere a casa.

— Dove vai?

— Oh bella, a Racconigi!

— Oh babbo! — esclamò Liana, spaventata — per amor di Dio...

— E cosa vuoi che mi accada? Ti par ch’io abbia il viso d’un cospiratore? E poi sono prudente... Sta quieta, sta tranquilla...

Liana gli aveva afferrato una mano e gliela baciava.

— Oh babbo, non andare! Se succedesse qualche cosa anche a te! Pensa! Che orrore, che rimorso...

— La vuoi finire! — esclamò l’avvocato, ritraendosi. — Chi vuole vada, chi non vuole mandi. Ora siccome io voglio... voglio fare quel che si può, domani vado a Racconigi.

Quella notte Liana non dormì quasi affatto, più che mai tormentata da oscuri e sinistri presentimenti. Voleva alzarsi prima che partisse suo padre per salutarlo, per raccomandargli ancora di non esporsi in nessun modo, a nessun pericolo. Avrebbe voluto accompagnarlo, ma pensava che in un serra serra sarebbe stata un impaccio e non altro.

Stanca di mente e di corpo, si assopì al nascer dell’alba e non si risentì che verso le sette. L’avvocato era partito da mezz’ora. Ecco, era di nuovo sola! Che fare? Come passare il tempo? Come distrarre la mente? Desiderava tanto ardentemente un po’ di pace: dove trovarla?

Si aggirò per la casa, senza riuscire ad occuparsi. Poi sentì bisogno di aria, di moto, e uscì in giardino. Gabriel le venne subito incontro: erano tre giorni che aspettava un certo ordine. Le parlava, le parlava, ed ella, per quanto facesse, non riusciva a raccogliersi così da poter rispondere a tono. Laggiù, in fondo al viale, il cancelletto che metteva alla parrocchia era spalancato. Le parve un invito. Sì, sì, rifugiarsi in chiesa, pregare, pregare, pregare.

Vi andò subito. A quell’ora, là dentro, non c’era nessuno. Sedette nel suo banco col viso tra le palme, e cominciò a raccomandare fervorosamente a Dio suo padre; ma il pensiero corse tosto a Luigi, si trovò trascinata nella ricerca affannosa. Oh non avere un luogo in cui poterlo vedere almen con la mente! Si sentiva come sollevata da una mano potente e terribile, in alto in alto, in luogo di dove la vista spaziava su città e villaggi brulicanti di uomini furibondi. Luigi era là, si trattava di scoprirlo in quel formicaio. Una cosa tanto impossibile! Almeno esser certa ch’egli era vivo! Cercava di rammentare quello che aveva provato l’altra volta, quando egli aveva dovuto fuggire. Anche allora aveva sofferto, ma almeno era stata avvertita! Oh una parola, una sola parola, scritta o pronunciata! Ma che strazio questa ignoranza assoluta, questo trovarsi perduta fra tenebre fitte!... Abbandonarsi a Dio, non c’era altro... Ebbene, ecco si abbandonava. Ascoltava il cuore batter forte forte e aspettava, parendole di sentirsi già spuntar dentro una lieve, repentina speranza. Subito cercava di vedere, d’immaginare uno scioglimento felice, impensato. Una lettera di Luigi, che si diceva sicuro a Genova, a Milano, e l’invitava a partire, a venirlo a raggiungere. Oppure no: egli rientrava in casa all’improvviso e la stringeva fra le braccia. Raccontava subito tutto. Era stato chiamato a veder un malato in una villa, in un castello lontano. L’uomo era agli estremi, ma egli aveva intravveduto il mezzo di ridargli la vita. Solamente bisognava assisterlo continuamente, stabilirsi lì al capezzale, e combattere il male senza dargli un minuto di tregua. Era rimasto, e l’aveva salvato. — Perchè non scrivere? — Ma sì, aveva scritto. — Dunque la lettera era andata perduta?! — Ecco! — E Liana si metteva in ginocchio e tenendo giunte al petto le mani, alzava il viso e gli occhi al cielo e tornava a pregar Dio, affinchè concedesse che la cosa fosse così, per l’appunto come ella la immaginava. Tutto questo non era forse possibile, assolutamente possibile?

— Mio Dio, alla fin dei conti io non vi domando un miracolo!

Una rondine, entrata per la porta spalancata, andava su e giù per la navata di mezzo; s’udiva il cinguettare d’alcune altre posate al di fuori sul cornicione. Dalle finestre lunghe del coro si vedeva il cielo azzurro, il tremolar delle fronde nel sole.

— Mio Dio — ripeteva Liana, supplicando — non fatemi soffrire di più!

Ad un tratto le parve di sentire un leggero rumore di ruote; la via traversa che dalla strada di Racconigi conduceva a casa, passava appunto lì dietro la chiesa.

Si alzò, uscì, riattraversò rapidamente il giardino, pieno il cuore d’una nuova e forte ansietà.

L’avvocato, sceso allora allora dal legno, aveva domandato subito di lei alla serva. Le veniva incontro adagio, ridente, con la faccia di chi ha in pronto una barzelletta, una celia:

— Come va? Come hai dormito? — domandò egli, baciandola.

— Bene — rispose Liana. — E dunque?

— Oh tutto tranquillo. Racconigi pareva un cimitero, stamattina. Ho avuto modo di saper molte cose; ho trovato un conoscente, un certo Ghersi, mio antico compagno di scuola, che credevo morto da anni e che invece è più in gamba di me. È un realista sfegatato; informato di tutto. Per farla corta: alcuni dei capi sono fuggiti o nascosti; gli altri sono stati arrestati. Tuo marito fra questi non c’è.

Liana chinò la testa, mise un sospiro.

— Cosa vuoi di più? — conchiuse suo padre.

Più tardi uscì per rendere la visita al parroco, al notaio, e sentire se c’erano nuove in paese.

— Domani vado a Moretta e a Villafranca — diss’egli poi, tornato a casa. — Pare che il tafferuglio sia cominciato anche là.

Infatti il giorno dopo andò via al mattino e tornò verso sera. S’era fermato poco a Moretta, ma a Villafranca lo aveva divertito assai lo spettacolo degli insorti, che, ordinati militarmente, perquisivano le case dei nobili e demolivano i molini ed i forni feudali.

Egli seguitò così; in quei giorni fu continuamente in moto, malgrado l’afa, malgrado i disagi. Partiva, arrivava, ripartiva; sempre solo, sempre franco, sempre sereno.

Quando si seppe che in Asti era stata proclamata la repubblica, annunziò a Liana ch’egli andava anche là.

— Da quanto ho inteso, là le cose sono molto più serie che altrove. Chi sa...

Liana lo lasciò andare anche questa volta. Si sentiva così stanca oramai, così spossata dalla continua attesa! Durante le assenze di suo padre, o lunghe o brevi, non usciva quasi più. Tutto il giorno ella stava seduta nella finestra dello studio di Luigi, senza leggere, senza lavorare, con gli occhi fissi sulla stradetta per cui, secondo la sua immaginazione, egli doveva tornare. Durava così delle ore ad essere come fuori del mondo.

Partito al mattino, Oliveri prima di sera era già di ritorno.

— Caspita! — diss’egli, dopo aver abbracciato strettamente la figlia. — Non c’è stato modo d’andar avanti; nei paesi per i quali passavo, tutti mi consigliavano a non tentar l’impossibile. Par che in seguito all’ultimo editto la gente di campagna si sia armata per il Re; fatto sta che le strade sono impedite e che ci si arrischia la pelle... Del resto notizie da Asti ne avremo ugualmente. Sai che ho scritto all’amico Fraschini; o prima o poi arriverà la risposta.

Oliveri non si mosse più da Murello; cominciò un’altra vita. Si alzava assai tardi, passava il resto della mattina leggendo o scrivendo, e dopo pranzo andava a casa di Arignani, ove convenivano le notabilità e le autorità del paese. Dimostrava a Liana una tenerezza quasi materna, ma non le parlava più di suo marito.

Si apriva invece col parroco e col notaio, esponendo loro placidamente, con lo stesso tono di voce, tanto le supposizioni più rosee, quanto le più nere.