La bufera

Part 5

Chapter 53,742 wordsPublic domain

— Ehehe! — fec’egli con voce nasale — siam rovinati, se Dio non ci provvede. Bisognava combattere le radici del male. Ormai le gazzette arrivano da per tutto; son lette persin dai contadini. Poi ci sono le adunanze massoniche. E poi, e poi, e poi... Insomma per quanto faccia la polizia, gli aderenti a quel vertiginoso, scellerato sistema che ha messo in combustione gran parte dell’universo, aumentano sempre più. Nei nostri paesi, quando non è giacobino il notaio, lo è il maestro di scuola; quando non lo è il medico, lo è lo speziale...

S’interruppe e rivolgendosi a don Prato con un’aria cupa e maliziosa, soggiunse:

— A Murello poi son giacobini tutti e due.

Il parroco, che masticava gagliardamente, si scosse e guatò don Macari.

— Già — balbettò poi — ma... ma bisogna distinguere.

— Cosa volete distinguere? — domandò l’altro quasi ruvidamente. — Non è più il tempo di fare distinzioni.

Le orecchie di don Prato diventarono purpuree.

— Santa pazienza! — diss’egli — lasciamo star Bechio, che, con riverenza parlando, non è che un bestione; ma io dico così che se tutti i giacobini fossero come sor Luigi, cioè come il dottor Ughes, si potrebbe... si potrebbe...

— Toh! — fece bruscamente il cavaliere Mazel — Ughes, eh? Adesso mi ricordo: Iunod, Chantel, Pico, Cerise, Botta, Pelisseri, Ughes, e via dicendo. Insomma uno dei fanatici del ’94. Con quel viso? Con quel fare? Fidatevi dell’apparenza! Cospetto, cara contessa, siete stata nelle mani d’un congiurato; dovete il miglioramento della vostra salute a un fautore d’idee democratiche a tutta oltranza!

La dama Ghigliestra giunse le mani e alzò gli occhi per ringraziare il cielo, che aveva scampato la contessa da tanto pericolo. Domandò poi:

— E adesso è qui?

— Adesso è a Murello — rispose don Macari; — in grazia dell’amnistia.

— Tu non sapevi niente? — chiese la contessa Polissena a suo figlio, affissandosi in lui.

Massimo crollò il capo.

Don Prato si andava contorcendo sulla sedia, guardava attorno sottecchi, si asciugava la bocca ad ogni momento, martoriato dalla brama di dire ancora qualche cosa in difesa di sor Luigi, e dall’ossequio ai nobilissimi interlocutori.

— Basta — susurrò finalmente, approfittando d’un momento di silenzio — non ch’io voglia portarlo in palma di mano, ma giurerei che è cambiato, che non la pensa più come una volta. Prima di tutto ha preso moglie...

A queste parole, alcuni dettero in una grande risata:

— Bravo, don Prato! Bravo, bravissimo!

— Ecco trovato il mezzo di acquietare i novatori — disse Nizzati.

— Un mezzo infallibile — aggiunse Acquadro: — ammogliarli tutti!

— Per amore o per forza! — gridò Gausier.

— Li vedremo metter subito il capo a partito — riprese Acquadro. — Ma bisogna spicciarsi.

— Il male è questo — gemette la vecchia dama, — che gli ammogliati alle volte sono peggiori degli scapoli.

— Non importa — disse Mazel, — si può provare.

— E sentiamo un po’ — domandarono Canalis e Di Pranero. — Com’è la giacobina?

— Ah! bella — rispose Mazel. — Cospetto! La veste rosa, non è vero, Massimo?

Massimo maneggiava un bel coltellino di _vermeil_ dal manico di porfido, come fosse stato un pugnale; e mentre i visi dei commensali erano lieti e, qual più e qual meno, coloriti di benessere, il suo era pallido; gli errava sulla fronte e nella guardatura un’ombra scura di malcontento.

Faceva caldo là dentro, benchè le finestre fossero già state aperte, e si cominciava a respirare male.

La contessa Polissena posò sulla tavola il suo tovagliuolo, girò l’occhio intorno, mosse leggiermente la sedia; s’udì per un istante il ronzìo delle mosche rifugiate tra i viticci della lumiera dorata. Il cavaliere Mazel fu tosto in piedi, col capo chino, col braccio curvato in dentro, davanti alla sua dama. Ella si alzò, si pose con lui innanzi a tutti, per indicare la via.

La bella comitiva passò per un ridotto tutto bianco con contorni a oro, dove pendeva e regnava un gran ritratto al naturale del defunto Vittorio Amedeo III, uscì in giardino e andò alla cupola verde che stava nel mezzo. Il caffè, versato allora nelle chicchere, profumava l’aria tutt’intorno alla gran tavola di pietra. Fu sorbito prestamente dagli uni, lentamente dagli altri, gustosamente da tutti. Poi la contessina Acquadro scappò, seguita dai suoi adoratori, verso l’altalena, che sorgeva nel centro d’un praticello, all’ombra di certi bellissimi alberi.

Le altre due gentildonne, più contegnose e mature, rimasero tranquillamente sedute; mentre il conte Acquadro, il barone Nizzati, il vassallo Ghigliestra e don Macari si strinsero in disparte in crocchio politico. Mazel ora si accostava e si tratteneva un momento con loro, ora andava a dare un’occhiata dalla parte dell’altalena; ma ritornava sempre, senza indugio, vicino alla sua dama, caso mai si presentasse qualche gradita opportunità di servirla.

La moglie del vassallo raccontava la storia d’un suo vecchio fratello, comandante d’un borgo remoto, dove l’aria era cattiva e pessimo il vino; si trattava di far noto il gran desiderio che aveva colui d’essere trasferito più vicino alla capitale, ma ella non osava parlar chiaro e andava per le lunghe noiosamente, e non la finiva con le digressioni, le circonlocuzioni, le pause.

— Un uomo che finchè fu giovane ha servito il paese nella milizia... e sempre con onore... La rivalità d’un superiore lo fece cadere in disgrazia, sicchè non ottenne mai gli avanzamenti che si meritava... Non li ottenne proprio mai! Poveretto, e adesso ch’è vecchio gli tocca fare una vita!... L’ho già detto, eh, che ha coltura, dottrina? Non è mica solamente un soldato, un _sabreur_: mi scrive delle lettere che non finiscono più... Ma il suo forte sta nella musica. Se sentisse, contessa, come tocca il cembalo! È poi anche molto abile in fare la calza, e potrebbe competere con una donna... Non dico questo per fargliene merito, lo dico perchè è la pura verità.

La contessa accennava di tanto in tanto del capo mostrando d’intendere appieno; ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altro.

I politicanti stavano tutti e quattro con la testa alta, col petto in fuori, con aria di gravità e d’altura, quasi che da quel colloquio potesse nascer cosa di gran conseguenza. Parlavano moderando la voce e il gesto, da persone bennate, implicitamente e incondizionatamente d’accordo. Tenevano in mano le lor tabacchiere; or l’uno or l’altro batteva la sua e l’offriva aperta ai compagni. Seguiva un coro di rumori nasali, un lungo scoccar di dita nelle gale del petto.

Don Prato e don Bonhomine giravano passo passo intorno alla vasca, chiacchierando bonariamente del più e del meno, e cercando d’intravvedere qualche pesce.

— E Massimo? — pensava la contessa, che nè lo vedeva, nè distingueva la sua voce fra gli strilli, le risate, le esclamazioni di tripudio e di maraviglia che scoppiavano nel prato. — Che cosa fa? Dove può essere andato?

Massimo, che alzandosi da tavola moriva di voglia di star un po’ solo, aveva prima pensato di chiudersi in camera, poi invece s’era semplicemente sdraiato sul piccolo canapè del ridotto. Maledetto pranzo! Senza di questo, egli se ne sarebbe andato tranquillamente a Murello. Poteva darvi almeno una scappata e tornare prima che gli invitati lasciassero la villa? Adagio un po’: per un ufficiale, per un nobile, per un giovane appartenente a una famiglia che tributava alla monarchia un culto quasi divino, frequentare la casa di Ughes, diventava adesso una cosa assai grave. Adesso, pur troppo sapeva chi egli era!... Ma, santo Dio, lo sapeva anche prima! A che negare! Appena conosciuto il medico, appena udito il suo nome, aveva immaginata la verità, perdendola poi tosto di vista, incantato, rapito dalla bellezza di Liana, dalla dolcezza dei suoi modi. Ecco: il pensiero di lei l’aveva occupato subito tutto, abbacinandogli e gli occhi e la mente. Che fare, ora che non era più lecito conservare neppure l’ombra d’un dubbio? A che partito appigliarsi? Poteva sperare che il medico avesse cambiato opinioni? Sentiva bene che non era possibile. Doveva renderselo benevolo, amico, guadagnarne l’animo e cercar di convincerlo? Ardua impresa! Ughes era riservato, sagace, troppo superiore d’ingegno e di forza... E intanto che rispondere alla contessa, se lo avesse interrogato? Che opporre nel caso in cui gli avesse vietato di tornare a Murello? Come mettere d’accordo la sommissione, il timor figliale con la brama di continuare a veder Liana? Non era forse un pretendere di voler conciliare l’inconciliabile?

Si sentiva pieno il cuore d’un’incertezza, d’un’angustia indefinibile, parendogli vedere anche in questo l’infallibile indizio d’una fatalità che lo perseguitasse.

— Basta — diceva tra sè — mi governerò secondo le circostanze... Vedremo stasera... Vedremo domani.

Cercò col pensiero qualche altra cosa importante, per applicarvelo tutto; non ne trovò nessuna. Non potendo distrarre la mente, volle almeno occupare gli occhi: si rizzò a sedere e si affissò nel ritratto del Re, che pendeva dalla parete di contro. L’aveva sempre veduto lì, e non s’era forse mai fermato a guardarlo. Chi sa perchè? Non s’intendeva di pittura e non poteva giudicar dal suo valore come dipinto, ma gli pareva pure assai grossolano. Era almeno rassomigliante? — Sì e no.

Vittorio Amedeo era rappresentato con una piccola testa bianca e rosa, dai lineamenti spiccati e sottili, dalla fisonomia lieta, piacente, graziosa, posta sur un corpo grande e robusto, atteggiato da despota. Ritto in piedi, appoggiava la destra sur un bastone scarlatto, seminato di croci; nella sinistra, arrovesciata sul fianco, stringeva i guanti rabescati, di pelle. Portava un abito rosso di nobil tintura, con rivolte turchine; una sottoveste turchina, l’uno e l’altra riccamente gallonati d’argento. Una gran sciarpa azzurra gli cingeva la vita; una tracolla dorata sosteneva la sua spada; e non gli mancava nè il collare della SS. Annunziata, nè la croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro in mezzo alla corazza. Le gambe calzate di ghettoni attillati e guerniti di sproni, si disegnavano scure sulla porpora d’un manto amplissimo, foderato d’ermellino, scendente con inverosimile ragione di pieghe da una tavola d’oro, fra un barocco affastellìo di emblemi.

Il giovane, davanti a quell’effigie, ch’era stato abituato a considerare come il simbolo d’un’autorità sacra e illimitata, smarriva insensibilmente ogni idea del presente, si sentiva avvolto in un movimento confuso di ricordanze lontane.

Si vedeva piccolino, condotto a spasso dalla governante sotto i portici della contrada di Po. Il tempo era dolce e piovoso. Ad un tratto la gente cominciava ad agitarsi; correva di bocca in bocca una voce: — Il Re! il Re! — La governante si fermava, e gli metteva prestamente in mano il cappello. Re Vittorio, _barba Vittorio_, come lo chiamavano tra loro i soldati, compariva e veniva avanti col collo un po’ torto, come il gran Federico, su cui si modellava; con una divisa militare semplice e usata; accompagnato da un sol gentiluomo; seguìto da due soli camerieri in modesta livrea.

La folla riverente faceva posto, ed egli a ringraziare con atti e sorrisi, con un viso che pareva dire: — Sicuro, sì, sono Sua Maestà, ma amatemi pur tutti come un padre!...

Infatti nelle cose tutte della città, del piccolo Stato quieto, si sentiva in quel tempo larga e paterna l’ingerenza reale. Nel nobile ceto poi nulla si deliberava, nulla si faceva senza riferirsi alla suprema autorità. Non passava giorno senza che Massimo udisse nominare il Re; in casa, a proposito di questa o di quella faccenda domestica; fuori, dai parenti e dagli amici, a proposito di questo o di quel partito da prendere.

Rotta la guerra, per lui subito questo nome era diventato sinonimo con quello di patria.

L’aveva gridato tante volte in battaglia, mentre intorno intorno la Morte menava freneticamente la falce. E come aveva sofferto quando gli era parso di vedere che il Re, il suo Re, non si mostrava della casa ond’era nato, e piegava la fronte, invece di alzarla arditamente e provare di avere per nulla il destino; come aveva fatto novant’anni prima un altro Vittorio Amedeo, al quale pure non era rimasto altro bene che la sua spada e le sue pistole!

Ma il povero Re era morto, ed egli ora gli rendeva giustizia. Alla fin dei conti aveva saputo sostenere quattro anni di guerra contro ai primi soldati d’Europa; mentre doveva guardarsi e dall’alleato che gli stava a tergo, e dai rivoluzionari disseminati per tutto.

E Luigi Ughes era stato uno di questi!

Balzò in piedi, uscì nel cortile, poi nel viale, poi nei campi. Andò vagando a lungo, senza direzione, senza riuscire a dar corso alla passione che lo agitava.

Tornò a Robelletta che già principiava a farsi buio. Fastidiose a udire in quell’ora, aspre voci si rispondevano da lontano.

Trovò al cancello il maestro di casa, che pareva lo aspettasse.

— Quei signori sono andati via che sarà un’ora — prese a dire costui. — Poi è arrivato un corriere a spron battuto. Ho l’ordine di avvertire il signor contino, che la signora contessa desidera di vederlo. Devo anche...

Ma il signor contino s’era già lanciato su per le scale.

La contessa Polissena aveva il lume e stava scrivendo.

— Sei tu? — diss’ella, senza voltar la testa. Indicò un foglio che aveva vicino e soggiunse: — Ecco una lettera di tuo padre. Leggi l’ultima pagina, c’è urgenza.

Massimo, preso il foglio, cercò, trovò e lesse.

V’era scritto:

«Ieri, Iº del mese di giugno, il Re si portò con la Regina, con sua zia, e col Duca di Monferrato dal castello della Veneria, ove si trovano in campagna, al castello di Rivoli a fare una visita al Duca d’Aosta ed alla Duchessa, che ivi si trovano a villeggiare. Dopo pranzo partirono per ritornare al loro soggiorno. Appena arrivati alla Veneria, il Re ricevette una staffetta da Torino, spedita per avvertirlo che sulla strada che doveva fare, lo aspettavano certi sediziosi armati, con uno scritto in mano, calamaio e penna, per forzarlo a firmare un atto di rinunzia a favore del popolo, ed in caso di resistenza da parte sua, lo volevano rapire e condurre nella Cittadella di Torino, non aspettando la città altro che questo per rivoltarsi. O la staffetta partì troppo tardi, o il Re e i suoi partirono da Rivoli troppo presto; il fatto fu che essi passarono per quel luogo, ov’erano i detti sediziosi armati, e questi non li videro o furono sbigottiti da qualche cosa veduta. Nella carrozza erano i soli quattro sunnominati, con qualche servo, ma senza alcuna scorta di soldati o di guardie. Sua Maestà crede questa cosa un vero miracolo o almeno una grande grazia della Madonna SS.ma, imperocchè alla voltata della strada grossa di Rivoli, d’onde s’introducevano in istrada più solitaria e poco battuta, uno di loro suggerì agli altri tre di recitare il Rosario, cosa che fu da tutti accettata con piacere. Stanotte e stamattina sono già stati arrestati alcuni dei detti malandrini, venendosi sempre più in chiaro dell’attentato che meditavano, ma i più colpevoli la scamperanno pur troppo.

«Il paese è agitatissimo per i guai di questi tempi, e ritengo _qu’avant peu nous aurons du fil jacobin à retordre_.

«Vi prego di salutare Mazel, e di partecipare a Massimo, per sua regola, che lo attendo a Torino nel più breve tempo possibile, poichè da un momento all’altro si può avere bisogno di lui.

«Son tutto vostro «ANNIBALE CLARIS».

VI.

— Liana! — disse Ughes, ritto sull’uscio. — Se tu vedessi che nuvola! Sembra un animale favoloso: un drago, un grifone. Era bruna e adesso s’è fatta di fuoco; tutta di fuoco sur un cielo verdognolo... Un brutto cielo anche, un cielo da cataclisma.

Liana si avvicinò pian piano, gli venne a fianco senza aprir bocca.

Ughes voltò subito il viso e la guardò attentamente.

— Tu non ti senti bene? — chies’egli.

— Benissimo — rispose Liana.

— Tu hai qualche cosa?

— Ti assicuro che non ho niente.

— Allora vieni, facciamo due passi.

— Scusa, ma stasera voglio proprio scrivere al babbo; e scrivergli un po’ lungamente, come ho promesso e non ho ancora fatto. Domani è giorno di posta.

Ughes si trasse di tasca alcune lettere, ne scelse una, la mostrò a sua moglie: era uno scritto di Massimo, conteneva un breve, un singolarmente breve saluto.

Liana, che l’aveva già letta alla mattina, vi diede appena un’occhiata.

— Ebbene? — diss’ella freddamente.

— Eccola qui, la causa del tuo malumore! — esclamò il marito, celiando.

— Può darsi... Anzi, non nego: questa partenza così inaspettata m’ha fatto una certa impressione.

— Vedi! Il contino veniva qui tutti i giorni, ti stava attorno, si mostrava devoto, e volere o no...

Liana battè un piede a terra.

— Lasciami dire — ripigliò concitata. — Sì, questa partenza mi ha fatto impressione, ma sai perchè? Perchè mi giunge come un presagio, un avviso o una minaccia del cielo.

— Oh questa è bella! Mi spiegherai almeno l’enigma.

— Impossibile! Come vuoi spiegare?... La stessa cosa che oggi vi cagiona un effetto nel cuore o nello spirito, te ne cagionerebbe un altro domani... Alle volte si sente come un urto, o solo un contatto leggiero... Di chi? Di che? Non si sa, non si capisce, non se ne può ragionare, eppure vi resta nell’anima una malinconia, un’uggia tenace e confusa... Anche tu, un momento fa, mentre guardavi il cielo, hai avuto un brivido come quando si dice che passa la Morte. Ho visto benissimo... E adesso vado, per non far tardi.

Rientrò nel salotto.

Ughes stette un momento con la fronte aggrinzata, come per una contrazione dolorosa, poi si voltò:

— Sono ancor qui! — disse Liana, con voce soffocata. — Sono ancor qui!

E gli si slanciò nelle braccia.

Le loro anime, in quel punto, si unirono come due fiamme accostate, si trasfusero l’una nell’altra, formarono un’anima sola. Dopo un abbraccio lungo, appassionato, che pareva non dovesse finir più, si separarono quasi bruscamente, senza articolare parola.

Ughes saltò giù dalla soglia, andò a sedere in faccia alla finestra di sua moglie, sotto il cipresso ch’era dietro alla casa. Un non so che di vivo, di forte saliva dal petto alla gola, agli occhi e glieli inumidiva. Li chiuse per assaporare più intensamente la sensazione inenarrabile; quando li riaprì, la finestra era illuminata. Liana era là; Liana eternamente sua. Che bene puro e verace! Che campo immenso si apriva davanti a lui giovane, forte, libero e felice!

Immaginava l’avvenire. Dove sono uomini, son guai, contrasti, dolori: si sentiva pronto ad affrontar tutto, a sopportar tutto. Lotte contro vecchi pregiudizi, vecchi errori, vecchi sistemi; lotte contro i profanatori del tempio, contro gli smoderati distributori di specifici senza sufficienti cognizioni scientifiche e senza raziocinio. I suoi antichi compagni di studi lo guardavano meravigliati, poi cominciavano a disapprovare, a schernire. I medici vecchi sogghignavano e alzavano le spalle. Si trovava anche chi gli buttava addosso fango ed ingiurie... Era una vita laboriosa, piena d’ansie e di timori, ma quanto viva di liete speranze! — Liana non gli stava forse sempre vicino? Si sentiva stanco, scorato, abbattuto? Una sua parola, una carezza, e il sangue tornava a scorrer caldo nel cervello e nel cuore. Avanti, avanti, avanti! E finalmente riusciva a vincer la prova. Non poteva determinare ancora in che dovesse consistere la sua vittoria. In una scoperta destinata a salvare migliaia, milioni forse di vite? Oppure in una nuova dottrina saldamente fondata nei suoi principii, validamente sostenuta dall’esperienza e dalla pratica, applicata con prudenza e con senno, proclamata con alta e sicura parola?

Si concentrò tutto in cotesti pensieri.

Il tempo passava. Sotto la luce lunare, il giardino pareva pieno d’un vapor latteo, trasparente e leggiero; pieno d’un silenzio arcano e vivente; già pieno di quell’inesprimibile senso di speranza e d’attesa, che rende incantevoli le notti d’estate.

Improvvisamente s’udì un mormorìo, poi una voce acuta ed ingrata.

— Dottore! Ehi, dottore, dottore!

Ughes scattò in piedi, con l’idea di non rispondere, di celarsi anzi, addopandosi dietro al cipresso; poi pensò che lo speziale aveva forse urgente necessità di parlargli; che non trovando lui avrebbe certo disturbato sua moglie.

— Eccomi! — rispos’egli. E quand’ebbe voltata la cantonata, soggiunse seccamente: — C’è forse qualcuno che ha bisogno di me?

— Neppur per sogno! — rispose Bechio. — La stagione è bella, le malattie son poche e leggiere. Lei lo sa, eh? Oh poi, se c’è un paese in cui si potrebbe far senza del medico, quest’è Murello. Un veterinario o un flebotomo, e non occorre altro. Diavolo! Abbiamo un chirurgo che fa le amputazioni a meraviglia con un semplice coltellaccio da cucina. È vero che per liberarvi d’un callo, lui vi taglia il dito, ma è perchè gli tremolano già un poco le mani. Poi ci sono io e la mia bottega sempre in ordine. Cosa si vuole di più?

Rientrarono nel salotto e andarono a seder presso la tavola, sulla quale stava una lucerna e il solito vassoio. Mentre Ughes, distratto, guardava oscillar la fiammella, Bechio mesceva senza verun riguardo. Chiacchierava sempre.

— E madama s’è già ritirata, eh? Stracca morta, magari? Chi sa dove diavolo lei l’ha fatta andare quest’oggi! E sì che incomincia a far caldo! — Tracannò e riprese: — Buono! Proprio sempre quello; siamo amici vecchi. Lo dicevo già a sor Battista: meglio di così non si può bere; vino amaro tienlo caro...

Si chetò tutt’a un tratto e andò curvo, in punta di piedi, ad accostar l’uscio che rispondeva sulla stanzetta d’ingresso. Tornato poi alla tavola e alzato il testone ronchioso, lo tenne immobile, piegandolo un poco su un lato come chi tende l’orecchio.

— Fidarsi è bene — brontolava, — non si fidare è meglio...

Stato così un momento, strabuzzò gli occhi, li piantò in viso al medico e fece un gesto rapido e strano.

Ughes, che assuefatto alle sue giuocate era altrove, si scosse e impallidì.

— Cosa c’è? — diss’egli con voce alterata.

— C’è che gli _amici_ hanno bisogno di lei — rispose subito Bechio.

— Gli amici! Quali amici?

— Quei di Racconigi. Ma come? Lei non sa che essi si valgono di me per comunicare di straforo con Moretta, Villanova, e talvolta perfin con Saluzzo? Ieri sera c’è stata adunanza. A Torino par che la polizia abbia subodorato di nuovo qualche cosa; si fanno arresti, e si acchiappano naturalmente quelli che sono al buio... D’altronde la bolle tanto forte che converrà anticipare. Si tratterebbe di saltar su ai primi di luglio, o al più tardi alla metà, senza aspettare l’agosto. E questa volta nessuno dovrà mancare. Bisogna, come diceva Boschis appunto ieri sera, che gli anelli della gran catena siano tutti a posto e stiano saldi come un acciaio. Tutti quelli che hanno fatto il giuramento dovranno... Basta, sentirà. Io ho già detto anche troppo.

Ughes intanto, coi gomiti appoggiati alla tavola ed il mento nelle mani, s’era posto a pensare.

Bechio riempì il suo bicchiere, lo votò, si asciugò il muso con la manica e ripigliò:

— Non che non mi fidi di lei, sa; ma Fidati e Nontifidare eran fratelli... E la lingua non ha osso ma fa rompere il dosso. Insomma l’affare è bene incamminato; questo glielo posso ancor dire. Stavolta non c’è pericolo di restar isolati. Ma bisogna decidersi, ohè! Come diceva Govean ieri sera: — Se non diamo fuoco in tempo alla mina, troveremo chi ci strapperà di mano la miccia. — Parole d’oro, eh? Non le pare?

— Cosa devo fare? — domandò Ughes, ritornato interamente padrone di sè.