La bufera

Part 4

Chapter 43,840 wordsPublic domain

— Sentirai. Racconterò qui, quello che ti volevo raccontar per istrada. È un fatterello che rimonta al tempo in cui ero giovane, molto giovane. La buon’anima di mio zio, che voleva avviarmi per medico, cominciava allora a condurmi qualche volta con sè, forse per agguerrirmi, per avvezzarmi forse a veder soffrire... Un dopo pranzo d’estate, non saprei dir di qual anno, venne gente a chiamarlo perchè andasse più in fretta che poteva alla cascina della Torre, ove il capo di casa, già allettato da parecchi giorni, aveva fatto a un tratto un grave peggioramento. Ci mettemmo in cammino... L’uomo giaceva in un misero letticiuolo, attorno al quale stavano inginocchiati piangendo un giovinetto e tre ragazze di lui minori; una donna, ritta vicino al capezzale, ogni tanto gli bagnava la bocca e balbettava parole di conforto. All’entrar del medico, cedè il posto. Il moribondo ci salutò; e si mise a parlare con significazione di tanto dolore della sua condizione, dello strazio di lasciare una vedova e quattro orfani in mezzo alla strada, che la moglie e i figli scoppiarono in lagrime. Venne il prete, un buon cappellano, che cominciò subito a discorrere del dovere di rassegnarsi al volere di Dio, di sperare ciecamente in Lui, e sacrificargli senz’altro ogni pensiero terreno. Quindi porse un Crocifisso al poveretto. Questi lo baciò con gran compunzione, benedisse i figli, disse addio a colei con la quale aveva vissuto trent’anni d’amore e d’accordo; poi, rivoltosi verso il prete, gli disse: — E adesso non mi parli più che di Nostro Signore e della Madonna degli Orti. — Il buon sacerdote temendo che l’accoramento degli astanti non distraesse l’agonizzante, li fece ritirare nella stalla contigua. Seguii lo zio nell’aia e sedetti vicino a lui sur una trave. Mi ricordo che udivo distintamente il rantolo aspro e precipitato dell’infelice che lottava con la morte, i gemiti e i singhiozzi dei suoi, ed a quando a quando, qualcuna delle parole che il prete andava pronunziando con una dignità così soave che m’inteneriva e meravigliava. Io non aveva ancora assistito alla morte d’alcuno, ero in un’età in cui il morire par cosa tanto impossibile, che mi sentivo l’anima scossa in modo nuovissimo. Era un misto di stupore, di ribrezzo, di compassione, di paura. Lo zio pareva di pietra; nè parlava, nè si muoveva. Pregava? Meditava? Non lo saprei dire. Dopo un’altra mezz’ora, o forse più, d’agonia, il malato spirò. Rientrammo in casa. Mentre il cappellano cercava di confortare il giovinetto e le ragazzine, il medico soccorse la donna di consigli e credo anche d’un po’ di denaro, poi si congedò. Il sole era tramontato da un buon poco, e l’aria si abbuiava di più in più. Tutti e due avevamo il cuor pieno e la mente occupata, e si camminava rapidamente e in silenzio. A un certo punto provai la sensazione d’aver qualcuno alle spalle e mi girai di netto. Che rizzar di capelli! Lì, a quattro passi, c’era, che so io? una cosa... una cosa smorta, ignea, aeriforme, indescrivibile. Misi uno strido, mi gettai addosso allo zio, che s’era pur voltato, e mi aggomitolai dietro di lui perchè mi servisse di scudo. Lo zio guardò un momento, poi dette in una bella risata: — Bestia! — mi disse — è niente. Su via, acchiappa e porta qui. — Accortosi che mi mancavano le ginocchia, mi pigliò per la mano e mi tirò verso l’oggetto. Questo balzò indietro, tornando a inseguirci non appena ci fummo rimessi in cammino. Lo zio mi spiegò poi che quello non era altro che un fuoco fatuo, uno di quei vapori luminosi che si sollevano di notte dai terreni umidi e grassi, paludi o cimiteri, e sono generati da sostanze animali in istato di decomposizione; meteore innocue, e così vane e leggiere, che la corrente d’aria prodotta dai passi basta ad attirarle o a respingerle. La spiegazione era semplice e chiara, ma io ne avevo trovata un’altra che mi pareva anche più verosimile. Che meteora! Che vapore! Quello era lo spirito del povero contadino a cui avevo veduto chiuder gli occhi, e ci seguiva per ringraziare alla meglio il dottore di quanto aveva fatto per i suoi.

Mentre parlava, Ughes s’era avvicinato più famigliarmente a sua moglie; e questa stava tutta attenta a udirlo. Massimo, a cui essi non badavano più, li guardava fissamente; era un po’ pallido, con qualche cosa di convulso negli angoli della bocca. Quando il medico tacque, egli scattò in piedi.

— Non vuole aspettare che spiova? — chiese Liana, credendo che volesse andar via.

Il contino non rispose, pareva assorto in un altro pensiero.

Ughes pure si alzò, andò ad aprir l’uscio che rispondeva sul giardino.

— Qui cade appena più qualche goccia — diss’egli; — ma laggiù, dalla parte ove deve andar lei, sor contino, piove a ciel rotto. E come lampeggia! Misericordia! Creda a me, stia ancora un poco con noi.

L’orologio, posto in un angolo, dentro una stretta ed alta cassa di noce, battè alcuni tocchi. Nel salotto nessuno li contò, ma la serva comparve sulla soglia e dette alla padrona un’occhiata espressiva. Questa intese e rispose con un gesto.

— Cosa c’è? — domandò Ughes, spensieratamente.

— C’è — rispose Menica, facendosi avanti con le mani arrovesciate sui fianchi — che ho fatto la zuppa _alla giacobina_; e adesso è cotta e bisognerebbe pigliarla nel suo vero punto.

— E pigliamola! — esclamò Ughes. Si rivolse a Massimo e soggiunse con accento franco e cordiale: — Se volesse restar servito?

— Luigi! — mormorò Liana, confusa. — Ti pare?...

— Dico se vuole, se crede... Ci farebbe un favore, ecco.

— Non vorrei guastare — disse Massimo, che moriva di voglia d’accettare senz’altro.

Menica non si tenne di ficcar nuovamente il suo naso.

— Non guasta niente affatto. Si figuri! Quando ce n’è per due, ce n’è per tre. Poi, posso anche aggiungere un piatto di piccioni _all’improvviso_. Son già morti, spennati, vuotati...

— Basta — interruppe il padrone; — aggiungi i piccioni e apparecchia. Il signor contino gradirà il buon cuore. La casa è piccola, la cucina corrisponde alla casa, la mensa alla cucina, e via dicendo.

Il modo con cui era stato fatto l’invito, quello con cui era stato accolto, promettevano una cena piacevole, lieta, senza cerimonie, qual fu realmente. Liana ed Ughes, considerando la naturalezza del contegno di Massimo come indizio d’una gran semplicità di abitudini, non si sentivano per nulla impacciati. Menica, rassicurata, incoraggiata, imbaldanzita dal vedere ch’egli mangiava e beveva gustosamente come e forse più che i padroni, andava e veniva moltiplicandosi.

— Ecco qui due belle trote, trote alla _ussara_. Mezz’ora fa sbattevano ancora la coda. — Pollastra _in calzoni_; cucinata proprio secondo una ricetta stampata nei libri. — Crema alla _sultana_. Ho fatto la crema invece dei piccioni, pensando che c’era già la pollastra...

E proclamò così, trionfalmente, ogni portata, senza badare ai cenni di Ughes ed agli occhi di Liana, che le dicevano di smettere.

Alzandosi da tavola, passarono in giardino, avvertiti dal chiacchierìo delle passere, che fuori le cose si mettevano bene.

Il temporale, cacciato dal vento, girava sulle Langhe; un immane ammasso cinereo si trasmutava continuamente, pieno d’un balenìo arrabbiato e silenzioso. In alto però il cielo era nitido come il cristallo e già ricco di stelle.

— Che sera, eh! — esclamò il medico, giulivo. — Chi l’avrebbe detto due ore fa?

— Che bellezza! — disse Liana, indicando una stella. — Come brilla!

— Non è la mia! — mormorò Massimo, sorridendo.

— Eh! — fece Ughes. — Chi sa!

— Son nato sotto un’altra — rispose il contino; — una stelluzza modesta, dimessa, confinata in un angolo appartato del firmamento; una di quelle che si mostrano tardi e spariscono presto. Signora Ughes, cerchiamola insieme?

— Eppure — osservò il medico — molti e molti piglierebbero il suo stato, e lei si lamenta!

— Infatti... può darsi ch’io abbia gran torto a non contentarmi. Se si sta alle apparenze, sicuro che dovrei essere felicissimo... Ma la felicità non è cosa di questo mondo. Ecco tutto.

Pareva avesse già detto più di quanto voleva dire, ma ad un tratto, quasi portato irresistibilmente ad aprire il suo cuore, ricominciò a parlare abbandonatamente di sè. Discendeva da una famiglia che in Torino, per titoli e per ricchezze, primeggiava da tempo immemorabile. Il conte Annibale, suo padre, godeva molta reputazione di onestà e di senno, e in addietro era stato incaricato di tante pubbliche ingerenze, che non aveva avuto l’agio necessario ad educare l’unico suo figliuolo. Per questo, e perchè v’era l’uso di vivere in famiglia con sostenutezza e con cerimonia, lo aveva sempre veduto di rado. Così pure la contessa Polissena, sua madre, non era mai stata con lui quanto sarebbe bisognato. Da piccino egli s’era sempre trattenuto ora con la sua governante, donna di mente ottusa e di sentimenti volgari, ora con una sua vecchia parente, che mostrandogli soverchio affetto, lo educava male e lo viziava goffamente. Dagli otto ai dodici anni era stato affidato a un certo pedagogo, che ogni giorno, a quell’ora precisa, lo conduceva a dar il buon giorno alla mamma; poi in chiesa a servire la messa; indi a casa a far colazione, studiare i rudimenti del latino, ripassare l’albero genealogico della famiglia; che dopo desinare lo menava al passeggio, e daccapo in chiesa, al rosario; infine a risalutar la contessa e a letto.

Il giorno stesso in cui compiva dodici anni, suo padre lo aveva presentato all’ufficio del soldo, e così era entrato nell’esercito, prima soldato, poi cadetto, poi ufficiale; seguendo le guarnigioni, addestrandosi negli esercizi militari, adempiendo sempre con voglia e con cura le incombenze che gli venivano assegnate. Era scoppiata la guerra, ed egli...

Qui tacque, si morse il dito, e alzandolo, lo scrollò minaccioso. Si calmò quasi subito, lasciò cadere le braccia, piegò il collo, come se quell’assalto di passione, provocato da memorie amarissime, lo avesse spossato.

— Basta — ripigliò poi, con voce sommessa, — tiro via, che adesso non mi vo’ confondere con certi pensieri. Tutto muta nel mondo, e verrà pure il tempo in cui i padri e le madri non terranno più lontani da sè i loro figliuoli; non si contenteranno più d’ammetterli ad ore fisse a una udienza di formalità, introdotti dall’aio, dall’aia, dal prete, dal servitore, dalla cameriera ad offrire una specie d’omaggio di sudditanza... Non so se le cose vadano da per tutto così...

— No! — esclamò Ughes — no che non vanno da per tutto così. Ve ne sono, sa, delle madri che si rammentano che Dio pone nelle loro mammelle il cibo dell’infanzia, e non isdegnano affatto d’essere le nutrici dei loro piccini; padri che li menano seco al passeggio quando son grandicelli; case nelle quali i figliuoli conversano gaiamente con chi è del sangue loro, e ricevono insegnamenti, ammonizioni, carezze da labbra e da mani che sono loro care.

— Lei pensa ai suoi? — chiese il contino.

— Il babbo è morto l’anno in cui son nato; e non avevo ancor l’uso della ragione quando morì la mia mamma.

Vi fu un silenzio. La quiete solenne componeva i loro cuori a soave mestizia; destava in loro un turbamento di affetto che non avrebbero saputo esprimere.

— Mia madre è buona, però — mormorò Massimo, raumiliato, pentito del suo sfogo, — tanto più buona di me. E mi ama veramente. Anche mio padre mi vuol bene... Ma, santo Dio, con lui bisogna rigar diritto, troppo diritto!... E il troppo stroppia!

V.

Era il gran giorno, quello in cui doveva aver luogo il pranzo che la contessa Claris offriva ai signori ed ai preti del contorno. Don Prato arrivò tutto trafelato all’ingresso del viale, mise la mano al taschino e non vi trovò l’orologio. Si ricordò subito che l’aveva lasciato sul cassettone. Meno male, non l’aveva perduto; ma intanto si trovava al buio!

Era tardi? Era presto? Gl’invitati erano già entrati? Avevano ancor da giungere? Come fare a saperlo? — Si levò il cappello, e asciugandosi il viso col fazzoletto e soffiando, considerò il cancello e le finestre della villa. — Uhm! Andar avanti e arrischiar d’essere il primo?... E se la contessa, l’illustrissima signora contessa, fosse ancor nelle sue stanze? Disturbare, frastornare una dama di quel calibro! Far la figura dell’affamato con la servitù! Oibò, oibò!... Ma l’idea di presentarsi e veder tutti a tavola, gli metteva i brividi fin nei capelli. Egli era sempre venuto col cappellano della Madonna, timido come un coniglio anche lui, e si facevano animo a vicenda. Ma il poveretto era morto sei mesi prima. Si sentiva il cuor piccolo e riboccante di dubbi: — Aveva poi capito bene? L’invito era poi davvero per quel giorno? E per mezzodì?

— Piovono novità da tutte le parti — diceva tra sè; — le mode cambiano secondo i gusti o i capricci, non potrebbe darsi che nelle case aristocratiche quest’anno si pranzasse alle tre, come si pranzava una volta? Bene; e se invece or fosse in uso l’anticipare? Questa è pur una gran tribolazione!

Sedeva or sull’una or sull’altra delle panche che si facevano riscontro; s’avviava verso il cancello; tornava sulla strada, guardava a destra ed a sinistra, ora gemendo, ora bofonchiando.

Ad un tratto sentì un chiasso di voci allegre e, quasi nel medesimo tempo, vide venir avanti una piccola brigata composta di quattro uomini e di una donna. Questa era una brunetta, molto elegantemente abbigliata, e pareva piena di brio e d’una certa arditezza. Le stavano ai fianchi due giovinotti attillati, leggiadri, disinvolti, pronti ad assisterla nei passi difficili.

Così la sostenevano quando trovavano sassi od ingombri, l’alzavano da terra ove fosse polvere, fango o pacciame. Li seguiva il cicisbeo in titolo, dispensato dai servigi ordinari e forte del suo diritto di porgere il braccio alla dama a tempo opportuno. Veniva ultimo, tutto flemma, il marito, percotendo le frasche con una graziosa mazzettina d’ebano guernita d’argento.

Voltarono nel viale; ma prima di entrar nel cortile, i due minori serventi posero a terra un ginocchio, e la bella donnetta favorì l’uno con l’appoggiargli una mano sulla spalla, mentre accordava all’altro la grazia di spolverar le scarpette.

Don Prato, pensando non si convenisse ad un prete entrare con una compagnia così allegra, aspettò.

Dalla parte di Polonghera arrivò un legnetto scoperto, tirato a sghimbescio da un gran cavallo grigio. Vi stava rannicchiata una coppia di vecchietti pomposi: il maschio in parrucchino ad ali di piccione, con un abito verde-porro ed un panciotto marrone; la femmina con una veste cangiante ed un cuffione alto mezzo metro, adorno di sgonfi e di gale.

Il parroco salutò e indugiò ancora. Vedeva avvicinarsi, tenendosi con gran riguardo nel mezzo d’una via traversa che faceva capo alla strada, un gentiluomo di bella presenza; questi portava il suo cappello sotto il braccio, per non sciupare la mirabile anellatura del crine, e si riparava dal sole con un ombrello di seta; non si discerneva che cosa diavolo avesse intorno alle gambe.

— Stivali non sono — diceva il parroco, sbirciandolo così da lontano, — ghette nemmeno; paiono fogli di carta... E lo sono! Ha i piedi e le polpe rinvolti e legati in tanti fogli di carta. Uhm! ecco una moda che non abbellisce nessuno.

Il nobil signore si approssimò, rispose alla levata di cappello del prete; sostò e, sciolte speditamente le sue estremità impacchettate, tirò avanti lindo e illibato come se uscisse in quel mentre di casa.

Don Prato, che ora non temeva più di arrivar troppo tardi, pensava già a superare le difficoltà dell’entrata; era sempre un affare, nella confusione del primo momento, discernere la padrona di casa tra l’altre dame e andar diritto a lei, senza scambiare. Decise di prendere il gentiluomo per guida; gli si cacciò dietro, entrò con lui nel salotto ov’erano quelli che li avevano preceduti. Si sentì subito sollevato, scorgendo che la compagnia era assai minore degli altri anni.

Egli non aveva ancor finito di far riverenze, quando l’uscio della sala da pranzo fu aperto, e si vide la tavola bellamente apparecchiata.

La contessa prese il braccio del cavaliere Mazel e andò a mettersi dirimpetto all’uscio dal quale entravano i piatti. Tutti gli altri presero posto a piacimento. Si recitò il _benedicite_; e, fatto il segno della croce, ciascuno ricambiò coi vicini un saluto e l’augurio d’un buon appetito. Cominciò allora l’andirivieni silenzioso dei servitori, il tintinnìo riguardoso delle posate, l’acciottolìo prudente dei piatti.

La tovaglia e i tovagliuoli erano finamente damascati; la porcellana di Sassonia, di ricca e graziosa fattura; ma dell’antica stupenda argenteria di casa Claris, non si vedeva più che quello ch’era strettamente necessario. Il conte e la contessa avevano ottemperato con vero zelo al Regio Editto del 14 ottobre 1792, nel quale si ordinava ai sudditi tutti, come pure ai luoghi pii, chiese e monasteri, di mandar alla Zecca il metallo prezioso superfluo. Non v’erano poi sulla mensa nè bottiglie, nè bocce, nè bicchieri. Due domestici a ciò designati, s’accostavano a chi accennava, porgendo sur una sottocoppa calici e ampolle. Un altro, abbigliato severamente di nero, attendeva a trinciare. Il maestro di casa soprintendeva al servizio.

La contessa Polissena, in capo di tavola, aveva a destra il bel barone Nizzati, a sinistra il cavaliere Mazel; a un lato sedeva la vispa contessina Acquadro, coi suoi tre patiti; all’altro il conte Acquadro, Massimo Claris, la veneranda dama Ghigliestra col venerando marito; in fondo stavano don Bonhomine, don Prato e un altro prete, certo don Macari da Racconigi.

I tre reverendi mangiavano appetitosamente, in silenzio; mentre la conversazione cominciava alquanto ad animarsi qua e là. La bruna contessina ora interrogava l’uno dei damerini con una paroletta discreta; ora rispondeva all’altro con una risatina sommessa; cinguettava un momento col terzo; e, di quando in quando, chinava la testolina vezzosa, come per concentrarsi in sè stessa, poi la rialzava pian piano e fissava Massimo con due occhi scintillanti e procaci.

Ma il contino non le dava alcun contraccambio; mangiava poco, parlava meno e pareva facesse tutti i suoi sforzi per attendere a quanto gli dicevano il conte Acquadro e la vecchia dama, fra i quali sedeva.

Il vassallo Ghigliestra, poi, era pieno d’una voglia che non lo lasciava ben avere. Uomo ambizioso, ma di poca accortezza, non aveva saputo porsi vicino alla padrona di casa ed ai cospicui signori che le stavano a lato. Sentiva in confuso che parlavano del Re, della real famiglia, della Corte, dei ministri, del gran mondo; e s’immaginava che s’andassero comunicando Dio sa quali notizie curiose ed importanti. Poterne afferrar qualcheduna e portarla con sè a Lombriasco!

C’era di che farsi un bell’onore coi maggiorenti del paese! E li vedeva, colla fantasia, tutti raccolti sotto il suo pergolato, attenti a lui solo, come contadini alla predica. Perciò si sporgeva, e, mirando la contessa Polissena, inarcava le ciglia e arrischiava di tanto in tanto qualche sorrisetto, qualche cenno del capo, secondo la frase o le parole che gli veniva fatto di raccapezzare.

Parendogli poi venuto il momento di far sentire anche la sua voce:

— Mi gode proprio l’animo — diss’egli, mellifluamente, — mi gode proprio l’animo nel sentire che il nostro amatissimo Sovrano s’è rimesso bene in salute.

Siccome s’era detto per l’appunto il contrario, nessuno rispose. E poichè il marito aveva parlato, la moglie volle seguirne l’esempio.

— Ah! — diss’ella — bisogna che sia robusta davvero Sua Maestà, per star bene con tanti pensieri, tante cure, e in tempi come questi!

— Tempi brutti, tempi calamitosi — brontolò don Bonhomme, col naso nel piatto.

— Il frumento si paga lire otto l’emina — riprese flebilmente la dama, — il miglio lire nove, i ceci dieci, le lenticchie dodici. La gente soffre e si lamenta; non sa con chi sfogarsi e se la piglia con noi.

— In questo ha torto — disse il conte Acquadro; — ma chi ha fame non ragiona. Credo però che bisognerà prender presto qualche nuovo provvedimento.

— Se ne son già presi tanti — osservò il barone Nizzati.

— Per questo ho detto _nuovo_, qualche _nuovo_ provvedimento. Tutto accenna a rincarare.

— Però io non capisco! — esclamò la contessina vivace. — Perchè non mangiano pane e formaggio? Piuttosto che patire! Non è poi una cosa tanto cattiva, pane e formaggio!

— Infatti! — mormorò Massimo, con ironia.

— La difficoltà forse sta nell’averne — susurrò la contessa Polissena, col suo sorriso fine.

— Non si stenta solamente nelle campagne — disse il marchesino Canalis, che sedeva a sinistra della Acquadro. — Si stenta anche nelle città.

— A Saluzzo c’è perfino un po’ di fermento! — esclamò il cavalierino Gausier, che sedeva a diritta.

— Saluzzo è niente — disse il giovane conte Di Pranero, suo vicino, — m’hanno scritto da Asti...

— Ma che Asti! Che Saluzzo! — interruppe Canalis. — È la capitale che bisogna vedere. La capitale che è come dire la testa dello Stato. Un braccio, una gamba si possono tagliare, ma quando il male è nella testa... Sabato scorso ho visto una scena che mi ha fatto impressione. Ero andato a Torino, così senza proposito, per trattenermi un poco e tornare alla Prata. Trovo Giacinto Violant sotto i portici che m’invita a colazione con Di Cimalta, La Torretta e Spadafora; alle frutta capitò poi anche Francastel. Eravamo ancora a tavola e si chiacchierava, quando ci parve di sentire rumore in istrada. Andiamo alla finestra e vediamo molta gente che si accalcava davanti al forno che sta dirimpetto al portone; voleva del pane per una donna ch’era caduta per terra e non dava segno di vita. Il fornaio, ritto sull’uscio, si sfiatava a dire con la mano al petto che a quell’ora non aveva più in bottega neanche una crosta; ma si insisteva, si alzava la voce; alcuni cominciavano anche ad alzare le mani. Allora Francastel, sapete che è un po' matto, cosa fa? Corre alla tavola, piglia una pagnotta e la getta, gridando: — Ecco qui, ecco qui, fatele mangiar questa! — In un battibaleno tutta la marmaglia fu sotto il palazzo. Nessuno pensava più alla donna, ciascuno chiedeva per sè. Si buttò giù tutto il pane avanzato; si fece portar quello che c’era in dispensa. Bisognava vedere che barabuffa, che parapiglia! Erano tre, quattro, sei, dieci a disputarsi ogni tozzo come disperati; facevano a pugni, a calci, a graffi, a morsi. Violant ne aveva trovata una: mirava diritto al viso, lui, e di tutta forza...

— Euh! — fece Massimo, con i denti stretti, tagliuzzando qualche cosa che aveva nel piatto. — Come vorrei esser stato presente! E l’avete lasciato fare, voialtri?

— Figurati se non glie l’ho cantata chiara! Il popolo bisogna lasciarlo cuocere nel suo brodo, come diceva ieri la mia signora nonna.

— Sicuro — mormorò la Ghigliestra — adesso bisogna guardarci bene da provocar lo sdegno della bassa gente.

— Tanto più che c’è chi l’aizza — aggiunse Canalis.

— Eh, ma la polizia vigila — disse Nizzati. — Non temete.

— Io ho sempre una gran paura dei ladri, dei banditi, dei briganti — mormorò la contessina, rabbrividendo graziosamente. — Cosa volete? non mi sento sicura se non ho con me almeno tre uomini.

— I banditi! i briganti! — saltò su il marito. — Cosa vuoi che ti facciano? Sono i facinorosi, le teste calde che mi tengon sempre in pensiero. E ce n’è da per tutto.

— Ma la polizia li vigila — ripetè Nizzati, con gran convinzione.

— Siamo d’accordo, pienamente d’accordo; ma forse bisognava cominciare un po’ prima.

— Molto prima! — esclamò Mazel. — Almeno sette od otto anni fa. E mettere in pratica il consiglio che il mio caro amico, il marchese di Cordon, dava al Re al tempo dei torbidi di Vercelli: — Maestà faccia impiccare, faccia impiccare, faccia impiccare, e tutto sarà quieto. Ah se a Parigi avessero fatto così! — Vi ricordate, Nizzati?

Don Macari alzò quella sua testa sbiancata, emaciata così da lasciare distinguere sotto la pelle i contorni delle mandibole e l’ossatura del cranio; i suoi occhi lampeggiavano sinistramente.