Part 1
MASCHERE NUDE
TEATRO DI LUIGI PIRANDELLO
L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTÙ
APOLOGO IN TRE ATTI
FIRENZE R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI MCMXXII
PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._
Copyright 1922 by R. Bemporad & F.
1520-1922. — Firenze — Stabilimento Tip. E. Ariani, Via S. Gallo, 33
PERSONAGGI.
Il trasparente signor PAOLINO, professore privato — La virtuosa signora PERELLA, moglie del — CAPITANO PERELLA — Il dottor NINO PULEJO — Il signor TOTÒ, farmacista, suo fratello — ROSARIA, governante del signor Paolino — GIGLIO e BELLI, scolari — NONÒ, ragazzo di 11 anni, figlio dei Perella — GRAZIA, domestica di casa Perella — Un marinajo.
In una città di mare, non importa quale. — Oggi.
ATTO PRIMO.
Stanza modesta da stadio e da ricevere in casa del signor Paolino. Scrivania, scaffali di libri, canapè, poltrone, ecc. La comune è a sinistra. A destra, un uscio; un altro in fondo, che dà in uno sgabuzzino quasi bujo.
SCENA PRIMA.
ROSARIA E IL SIGNOR TOTÒ.
Al levarsi della tela, la stanza è in disordine. Parecchie seggiole in mezzo alla scena, le une sulle altre, capovolte; le poltrone fuori di posto, ecc. Entra dalla comune Rosaria con la cuffia in capo e ancora i diavolini attorti tra i capelli ritinti d’una quasi rossa orribile manteca. Ha l’aspetto e l’aria stupida e petulante d’una vecchia gallina faraona. La segue il signor Totò col cappello in capo, collo torto da prete, aspetto e aria da volpe contrita. Si stropiccia di continuo le mani sotto il mento, quasi se le lavasse alla fontana della sua dolciastra grazia melensa.
ROSARIA.
Ma scusi, ma perchè vuole entrarmi in casa ogni mattina? Non vede che è ancora in disordine?
TOTÒ.
E che fa? Oh, per me, cara Rosaria....
ROSARIA
(_con scatto di stizza, voltandosi, come volesse beccarlo_).
Ma come, che fa?
TOTÒ.
(_restando male, con un sorriso vano_).
Dico che io non ci bado.... — Vi lascio la chiave, perchè la consegniate a mio fratello, il dottore, appena ritorna, poverino, dalla sua assistenza notturna all’ospedale.
ROSARIA.
Va bene. Potrebbe darmela sulla porta, la chiave, e andarsene, senza entrare.
TOTÒ.
Per me è ormai una cara abitudine, questa....
ROSARIA.
Ma dica un brutto vizio!
TOTÒ.
Mi trattate male, Rosaria....
ROSARIA.
Ho da fare! Ho da fare! E poi secca, capirà! Io sono ancora così (_indica i diavolini ai capelli_) — e, qua, le seggiole, vede? a gambe all’aria. La casa, quando è onesta, ha anch’essa i suoi pudori; come la donna, quando è onesta.
TOTÒ.
Ah, lo credo, lo credo bene; e mi piace tanto sentirvi dire così....
ROSARIA.
Già! lo crede, le piace, e intanto lo.... lo violenta!
TOTÒ.
(_come inorridito_).
Io?
ROSARIA.
Sissignore! Il pudore della casa! (_Così dicendo, rimette sui quattro piedi le seggiole capovolte e abbassa con grottesca pudicizia la fodera di tela che le ricopre, come se nascondesse le gambe a una sua figliuola_). Dio sa quanto ci bado, io, con un padrone che.... (_fa con la mano un gesto di rammarico, indicando l’uscio a destra_) — farebbe prendere la fuga anche.... anche alle seggiole, sissignore, per non stare a sentirlo, così sempre sulle furie.... Io, se fossi seggiola di questa casa, vorrei essere.... guardi, piuttosto seggiola d’uno di quelli che vendono cerotti per le strade, che vi montano sopra. (_Di nuovo, alzando una mano verso l’uscio a destra_). — Sgarbato! Le afferra così (_afferra la seggiola per la spalliera_) — quand’è arrabbiato — le scrolla, le pesta, le scaraventa anche....
TOTÒ.
Voi le volete bene, come se fossero vostre figliuole....
ROSARIA.
Le vorrei tener linde come sposine! M’affeziono, io!
TOTÒ.
Ah, avere una casa!
ROSARIA.
E come? Non ce l’ha, lei; la casa, di là? Dica che non vuol tenere una donna di servizio.
TOTÒ.
Ma casa, oh, casa, io intendo famiglia, mia buona Rosaria....
ROSARIA.
E lei prenda moglie, allora! O una governante affezionata! Sarebbe un bene anche per suo fratello il dottore.
TOTÒ.
(_subito, con orrore_).
Io? moglie? No! (_Poi, sospirando_). Eh.... lui, se mai, mio fratello! E vi giuro che ne sarei tanto contento. Ma non la prende. Non la prende, perchè ci sono io.
ROSARIA.
E che può fargli da moglie, lei, a suo fratello?
TOTÒ.
No! Ma perchè bado io a tutto, capite? E così egli non ne sente nessun bisogno. Più tardi, rientrerà dalla sua assistenza notturna; verrà qui a domandarvi la chiave, e troverà di là tutto in ordine, rassettato, con tutti i suoi bisogni prevenuti....
ROSARIA.
Ah, è comodo per lui.
TOTÒ.
Lo faccio con tutto il cuore, credetemi. Per me, mio fratello è tutto! La casa è per lui, non è per me....
ROSARIA.
Già, perchè lei se ne sta tutto il giorno in farmacia....
TOTÒ.
No, non per questo. Anche lui, poverino, allora, è tutto il giorno in giro per le sue visite.... La casa, cara Rosaria, credete a me, non è mai quella che ci facciamo noi e che ci costa tanti pensieri e tante cure. La vera casa, quella di cui sentiamo il sapore quando si dice _casa_.... un sapore che nel ricordo è così dolce e così angoscioso, la vera casa è quella che altri fece per noi, voglio dire nostro padre, nostra madre, coi loro pensieri e le loro cure. E anche per loro, per nostro padre e nostra madre, la casa, la vera casa _per loro_, qual’era? Ma quella dei loro genitori, non già quella ch’essi fecero per noi.... È sempre così.... Oh, ma ecco qua Paolino.
SCENA SECONDA.
PAOLINO E DETTI.
Il signor PAOLINO entrerà precipitosamente dall’uscio a destra. È un uomo sulla trentina, vivacissimo, ma di una vivacità nervosa, che nasce da insofferenza. Tutte le passioni, tutti i moti dell’animo traspajono in lui con una evidenza che avventa. Subitanei scatti e cangiamenti di tono e d’umore. Non ammette repliche e taglia corto.
PAOLINO.
(_al signor Totò_).
Carissimo.... (_E subito, rivolgendosi a Rosaria_). Non gli avete dato ancora il caffè? Ma dateglielo, per Dio santo! Con quante chiacchiere volete che ve la paghi, ogni mattina, una tazza di caffè?
TOTÒ.
Oh! Dio, no, Paolino! non è per questo!
PAOLINO.
Totò, fammi il piacere: non essere ipocrita, oltre che spilorcio!
TOTÒ.
Ma io parlavo....
PAOLINO.
(_attaccando subito_).
Della casa, mezz’ora che parli della casa; t’ho sentito di là: della poesia della casa.
TOTÒ.
Ma la sento davvero!
PAOLINO.
Non ti dico di no. Ma te ne servi per vestire davanti a te stesso, con decenza, la tua spilorceria.
TOTÒ.
No....
PAOLINO.
È così come ti sto dicendo io! Tant’è vero che, come Rosaria t’avrà dato il caffè, tu te n’andrai stropicciandoti le mani giù per le scale, tutto contento della tazzina di caffè che vieni a scroccarmi ogni mattina con codeste chiacchieratine poetiche.
TOTÒ.
Ah, se credi così.... (_mortificato, fa per andarsene_).
PAOLINO.
(_subito, acchiappandolo per un braccio_).
Che? Tu ora il caffè, perdio, te lo devi prendere! Io credo così, perchè è vero così!
TOTÒ.
Ma no....
PAOLINO.
Ma sì!... E appunto perchè è vero così, ti devi prendere il caffè!
TOTÒ.
Non me lo prendo, no!
PAOLINO
(_seguitando con foga crescente_).
Due caffè! tre caffè! quattro caffè! Perchè tu ora te lo sei guadagnato con lo sfogo che m’hai offerto, capisci? Quando una cosa mi resta qua (_indica la bocca dello stomaco_), caro mio, sono rovinato! Te l’ho detta, pago. Un caffè al giorno, puoi contarci! Vattene! (_Lo spinge fuori come se fosse un affare concluso; e poichè il signor Totò accenna di voltarsi, incalza_). No, vàttene, vàttene senza ringraziarmi!
TOTÒ.
No, non ti ringrazio! Ma sarei più contento, se tu me lo facessi....
PAOLINO.
(_con scatto iroso_).
Pagare?
TOTÒ.
(_umile come sempre_).
A fin di mese, per come te n’ho fatto la proposta!
PAOLINO.
E che sono io, caffettiere? che è, un caffè, la mia casa?
TOTÒ.
No: è che io di là, vedi, non ho chi me lo faccia. Tu hai qua la tua governante. Non fai mica il caffè per me, per venderlo. Lo fai per te. Ne fai una tazzina di più, e io te la pago.
PAOLINO.
Eh già! Prendo moglie. Non la prendo mica per te, per vendertela. La prendo per me. Ma te la cedo, ecco, per soli cinque minuti, ogni giorno. Va bene? Che cosa sono cinque minuti?
TOTÒ
(_sorridendo_).
No, che c’entra! La moglie....
PAOLINO
(_subito_).
E la governante?
TOTÒ
(_non comprendendo_).
Come?
PAOLINO
(_gridando_).
Ma il caffè non si fa mica da solo! Ci vuole la governante per fare il caffè. Animale, o perchè credi che un operajo sia più ricco d’un professore? Perchè un operajo, se vuole, può farsi tutto da sè, mentre un professore no: ha bisogno di tenere la governante, il professore!
ROSARIA
(_interloquendo, melliflua e persuasiva_).
Che lo serva, lo curi e faccia di tutto per dargli quelle comodità....
PAOLINO
(_comprendendo il fiele di quel miele, per troncare_).
Lasciamo andare! lasciamo andare!
ROSARIA
(_risentita e con sottintesi di riprovazione_).
Ma io dico, perchè fuor di casa non abbia poi a mostrarsi disordinato o distratto.
PAOLINO.
Grazie tante! (_Al signor Totò_). La stai a sentire? E io sì, di questa bella fortuna d’esser professore debbo piangere le conseguenze, e tu farmacista, no? — Va’ al diavolo! — Ohi, Rosaria: per oggi, glielo darete, il caffè; da domani in poi — più niente!
TOTÒ.
Scusa, m’hai dato anche dell’animale....
PAOLINO.
Ah, già! Glielo darete allora anche domani! Ma vattene! Vorresti che ti caricassi d’insulti, per avere una tazza di caffè per ogni insulto che ti faccio?
TOTÒ.
No, no, me ne vado.... Grazie, Paolino.... (_Via con Rosaria per l’uscio di sinistra_).
SCENA TERZA.
PAOLINO, _poi_ GIGLIO _e_ BELLI.
PAOLINO.
Dio, che gente! Dio, che gente!... Ma com’è? Tutti così?
GIGLIO
(_dall’interno_).
Permesso, signor professore?
PAOLINO.
Uh, ecco già la prima lezione. Avanti!
Entrano, coi libri sotto braccio, e con le sciarpe di lana al collo — uno, rossa; l’altro, turchina — GIGLIO e BELLI. Hanno anch’essi un aspetto bestiale che consola: GIGLIO, da capro nero, e BELLI, da scimmione con gli occhiali.
GIGLIO.
Buon giorno, signor professore.
BELLI.
Buon giorno, signor professore.
PAOLINO.
Buon giorno. Sedete. (_Indica la scrivania_).
GIGLIO
(_sedendo_).
Grazie, signor professore.
BELLI
(_sedendo_).
Grazie, signor professore.
PAOLINO
(_sedendo anche lui e rifacendo loro il verso, prima all’uno e poi all’altro, accennando un inchino_).
Non c’è di che, caro Giglio! Non, c’è di che, caro Belli! (_Li guarda e sbuffa esasperatamente_) Ahhh! (_Prendendosi la testa tra le mani_). Dio mio! Dio mio! Dio! Dio! Dio! Io veramente credo che la vita _fra gli uomini_, tra poco, non mi sarà più possibile!
GIGLIO.
Perchè, signor professore?
BELLI.
Dice per noi, signor professore?
PAOLINO
(_tornando a guardarli con ira contenuta_).
Ma quant’anni avete?
GIGLIO.
Diciotto, signor professore!
BELLI.
Diciassette, signor professore!
PAOLINO
(_tentennando il capo in contemplazione del loro aspetto bestiale_).
E già così uomini tutti e due! Dite un po’: come si dice in greco commediante?
GIGLIO.
In greco?
PAOLINO.
No: in arabo! Lei non lo sa! (_A Belli_). E lei?
BELLI.
Commediante? Non ricordo.
PAOLINO.
Ah, lei non ricorda? Perchè vuol dire che prima lo sapeva, è vero? e ora non lo ricorda più!
BELLI.
Nossignore: non l’ho mai saputo.
PAOLINO.
Ah, così si dice! (_Sillabando_) Non — lo — so! — Ve l’insegno io: — Commediante, in greco, si dice: _upocritès_ — E perchè _upocritès_? (_a Belli_). A lei: che cosa fanno i commedianti?
BELLI.
Mah.... rècitano, mi pare.
PAOLINO.
Le pare? Non ne è sicuro? E perchè rècitano, si chiamano _ipocriti_? Le pare giusto chiamare ipocrita uno che recita per professione? Se recita, fa il suo dovere! Non può chiamarlo ipocrita! — Chi chiama così lei, invece, cioè con questo nome che i greci davano ai commedianti?
GIGLIO
(_come se tutt’a un tratto gli si facesse lume_).
Ah, uno che finge, signor professore!
PAOLINO.
Ecco. Uno che finge come un commediante appunto, che finge una parte, poniamo di re, mentre è un povero straccione; o un’altra parte qualsiasi. Che c’è di male in questo? Niente. Dovere! professione! — Quand’è il male, invece? Quando non si è più così _ipocriti_ per dovere, per professione sulla scena; ma per gusto, per tornaconto, per malvagità, per abitudine, nella vita — o anche per civiltà — sicuro! perchè civile, esser civile, vuol dire proprio questo: — dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo, fiele; in bocca, miele. O quando si entra qua e si dice: — _Buon giorno, signor professore_, invece di: — _Vada al diavolo, signor professore!_
GIGLIO
(_balzando_).
Ma come! scusi! per questo?
BELLI
(_c. s._).
Dovremmo dirle: — «_Vada al diavolo_?».
PAOLINO.
L’avrei più caro, l’avrei più caro, v’assicuro! — O almeno, santo Dio, non dirmi nulla, ecco!
GIGLIO.
Già! E lei allora direbbe: — Che maleducati!
PAOLINO.
Giustissimo! Perchè la civiltà vuole che si auguri il buon giorno a uno che volentieri si manderebbe al diavolo; ed essere bene educati vuol dire appunto esser commedianti. — _Quod erat demonstrandum._ — Basta. Storia oggi, è vero?
BELLI
(_risentito_).
Ma no, scusi, professore....
PAOLINO.
Basta v’ho detto! — Chiusa la digressione. Questa civiltà, figliuoli miei, questa civiltà mi sta finendo lo stomaco! — Chiusa, chiusa la digressione. — Storia. — A lei, Giglio. (_Si sente picchiare alla porta_). Chi è? — Avanti!
SCENA QUARTA.
DETTI e ROSARIA.
ROSARIA
(_entrando per la comune e chiamando a sè il signor Paolino con un comico gesto della mano_).
Qua un momentino, signor professore!
PAOLINO.
Che volete? Sto a far lezione; e sapete bene che quando sto a far lezione....
ROSARIA.
Lo so, benedetto Iddio, lo so! Ma appunto perchè lo so, se sono entrata, mi scusi, è segno che debbo dirle qualche cosa che preme.
PAOLINO
(_agli scolari_).
Abbiate pazienza un momento. — (_Appressandosi a Rosaria_) — Cosa che preme?
ROSARIA.
È venuta una signora, con un ragazzo, che — dice — lei la conosce bene.
PAOLINO.
La mamma di qualche allievo?
ROSARIA
(_sospettosa_).
Non so. — Sarà! — Ma è agitatissima....
PAOLINO.
Agitatissima?
ROSARIA.
Sissignore. E, chiedendo di lei, si è fatta bianca, rossa.... di cento colorì.
PAOLINO.
Ma chi è? il nome! V’ho detto mille volte di domandare il nome a chi viene a cercar di me!
ROSARIA.
E l’ho fatto! Me l’ha detto. Si chiama.... — aspetti.... — la signora.... la signora Pe....
PAOLINO
(_con un balzo, quasi atterrito, in vivissima agitazione_).
Perella? — La signora Perella, qua? — Oh Dio! E che sarà avvenuto?... Aspettate.... aspettate.... — Ditele che attenda un po’.
ROSARIA.
Ah, la conosce dunque davvero?
PAOLINO
(_facendole gli occhiacci_).
Non mi seccate! Ditele che attenda un po’.
ROSARIA.
Va bene.... va bene.... (esce).
PAOLINO
(_cercando di dominare l’agitazione e riaccostandosi alla scrivania_).
Ragazzi, non.... non perdiamo tempo. — Guardate: invece della storia e della geografia, mi.... mi farete anche oggi una versioncina....
GIGLIO e BELLI
(_protestando_).
Ma no, scusi, professore!
PAOLINO.
Dall’italiano in latino!
GIGLIO e BELLI.
No, professore, per carità!
PAOLINO.
Facile facile.
GIGLIO.
L’abbiamo fatto jeri!
BELLI.
Sempre latino! sempre latino!
PAOLINO.
È il vostro debole!
GIGLIO.
Ma non ne possiamo più!
PAOLINO
(_severo_).
Basta così!
BELLI.
Non abbiamo neanche i dizionari.
PAOLINO.
Ve li darò io! (_Li cava in fretta dallo scaffale_). Eccoli qua! — A voi!
GIGLIO.
Ma professore....
PAOLINO.
Basta così, ho detto! (_Prende dalla scrivania un libro e comincia a sfogliarlo_) — Tradurrete.... tradurrete.... (_Cercando, si distrae e comincia a parlare tra sè_). Qua?... così per tempo?... E quando mai?... Che.... (_s’accorge che i due scolari guardano curvi, e intenti nel libro ch’egli tiene aperto in mano, come se vi cercassero le parole da lui proferite, e si riprende_) Che cercate?
GIGLIO.
Eh.... la traduzione....
BELLI.
Quello che lei leggeva....
PAOLINO.
Io non leggevo un corno! — Tradurrete — ecco — qua.... questo passo qua.... breve breve. — Oh! Mi farete il piacere.... (_va ad aprire l’uscio dello sgabuzzino in fondo e li attira a sè col gesto delle mani_) qua, venite qua.... — di mettervi qua, in questo camerino.... abbiate pazienza!
BELLI
(_con orrore_).
Là?
GIGLIO
(_c. s._).
Professore, ma non ci si vede!
PAOLINO.
Abbiate pazienza, per un momentino! Andiamo! (_Li spinge dentro_). Traducete ciascuno per conto vostro, mi raccomando! Al lavoro, al lavoro. Non perdiamo tempo! (_Richiude l’uscio e corre alla comune per invitare la signora Perella a entrare_). Signora, venga.... venga avanti....
SCENA QUINTA.
_Il signor_ PAOLINO, _la_ SIGNORA PERELLA _e_ NONÒ _poi, dietro l’uscio in fondo_, GIGLIO _e_ BELLI.
Entra per l’uscio a sinistra la signora PERELLA con NONÒ. La signora PERELLA sarà la virtù, la modestia, la pudicizia in persona; il che disgraziatamente non toglie ch’ella sia incinta da due mesi — per quanto ancora non paja — del signor PAOLINO, professore privato di NONÒ. Ora viene a confermare all’amante il dubbio divenuto pur troppo certezza. La pudicizia e la presenza di NONÒ le impediscono di confermarlo apertamente; ma lo lascia intendere con gli occhi e anche — senza volerlo — con l’aprir di tanto in tanto la bocca, per certi vani conati di vomizione, da cui, nell’esagitazione, è assalita. Si porta allora il fazzoletto alla bocca, e con la stessa compunzione con cui vi verserebbe delle lagrime, vi verserà invece di nascosto un’abbondante e sintomatica salivazione. La signora PERELLA è molto afflitta, perchè certo per le sue tante virtù e per la sua esemplare pudicizia non si meriterebbe questo dalla sorte. Tiene costantemente gli occhi bassi; non li alza se non di sfuggita per esprimere al signor PAOLINO, di nascosto da NONÒ, la sua angoscia e il suo martirio. Veste, s’intende, con goffaggine, perchè la moda ha per sua natura l’ufficio di render goffa la virtù, e la signora PERELLA è pur costretta ad andar vestita secondo la moda, e Dio sa quanto ne soffre. Parla con querula voce, quasi lontana, come se realmente non parlasse lei, ma il burattinaio invisibile che la fa muovere, imitando malamente e goffamente una voce di donna malinconica. Se non che, ogni tanto, urtata o punta sul vivo, se ne dimentica, e ha scatti di voce, toni e modi naturalissimi. Nonò ha un bellissimo aspetto di simpatico gatto, con un magnifico cravattone rosso a farfalla e un collettone rotondo inamidato. Non sarebbe male che impugnasse con molta convinzione un bastoncino di quelli per ragazzi con testina di cane. Ride spesso, e più spesso ancora tira sorsi col naso per risparmiare il fazzoletto che gli fa bella comparsa sporgente dalla tasca in petto, ben ripiegato e intatto.
PAOLINO
(_subito, scambiando uno sguardo d’intelligenza con la signora e smorendo alla vista di lei che con gli occhi gli fa cenno di badare alla presenza di Nonò_).
Sì? Ah Dio... sì?... (_Volgendosi a Nonò, per rispondere al cenno della signora_). Caro Nonò.
NONÒ.
Buon giorno!
PAOLINO.
Buon giorno! Bravo, il mio Nonò.... S’accomodi signora — (_Piano, porgendole da sedere_). Non c’è più dubbio? proprio certo? (_A un nuovo e più pressante cenno degli occhi della signora, voltandosi verso Nonò_). Eh, sei venuto a trovare il tuo professore, Nonotto bello?
NONÒ
(_fa cenno di no col dito, prima di parlare, con un verso che gli è abituale_).
Siamo andati a Santa Lucia, allo Scalo.
PAOLINO.
Ah si? A veder le barchette?
NONÒ
(_c. s._).
A domandare a che ora arriva papà col «_Segesta_». (_Poi, con un sorriso da scemo, guardando e indicando a Paolino la madre che, appena seduta, apre la bocca come un pesce_). Ma ecco che mamà apre di nuovo la bocca!
PAOLINO
(_rivoltandosi di scatto_).
Chi? come? la bocca? (_Spaventato alla vista della bocca aperta della signora_). Oh Dio! che è?... che è?... (_E accorre a lei che, alzandosi col fazzoletto alla bocca, ora si reca in fondo alla scena, presso l’uscio dello sgabuzzino_).
SIGNORA PERELLA
(_appoggiandosi sfinita a uno degli scaffali, col fazzoletto sempre alla bocca e facendo cenni disperati a Paolino di non accostarsi e di badare per amor di Dio a Nonò_).
Per carità.... per carità....
NONÒ
(_a Paolino che si volge a lui come basito, placidamente e sorridente_):
Da tre giorni apre la bocca così!
PAOLINO.
Ah, ma non è niente sai, caro Nonò.... Niente! La.... la mamma... la mamma sbadiglia, — ecco. — Così.... — sbadiglia.
NONÒ
(_facendo prima il solito verso col dito, e poi con lo stesso dito, accennando allo stomaco_).
È cosa che le viene di qua.
PAOLINO
(_con un grido_).
No! Benedetto figliuolo, che dici?
NONÒ.
Ma sì, sì, debolezza di stomaco. L’ha detto lei!
PAOLINO
(_rifiatando_).
Ahhh — già.... — ecco, sì — debolezza, va bene. Un po’ di debolezza di stomaco, Nonò! Nient’altro!
SIGNORA PERELLA
(_gemendo dal fondo della scena_).
Ah! per carità....
NONÒ.
E ora sputa dentro il fazzoletto, guarda! tanto tanto!
SIGNORA PERELLA.
Per carità....
PAOLINO.
Ma Nonò! insomma? Sei impazzito? Sono cose che si dicono, queste?
NONÒ.
Perchè no?
SIGNORA PERELLA
(_lamentosa, senza forza di parlare_).
Le dice.... le dice anche davanti alla persona di servizio....
NONÒ.
E che male c’è?
PAOLINO.
Nessun male, no! Ma scusa, ti pare buona educazione, davanti a una persona di servizio?
SIGNORA PERELLA
(_c. s._).
E al padre! Subito lo dirà al padre, appena lo vedrà arrivare! (_A Paolino, con terrore, piano_). Arriva oggi! Arriva oggi!
PAOLINO
(_restando allibito_).
Oggi?
NONÒ
(_festante, battendo le mani_).
Oggi, sì! (_Subito accorrendo alla madre, con petulanza_). Oh, mi mandi, mi mandi col marinajo a bordo?
PAOLINO.
Ma Nonò! Scostati!
NONÒ
(_per rassicurarlo_).
Non è niente! Ora le passa. (_Alla madre_). Mi mandi a bordo, mamà? Sì, sì! Mi piace tanto quando papà dal ponte comanda la manovra d’attracco, col berretto da capitano e il cappotto di tela cerata! Mi mandi mamà?
SIGNORA PERELLA.
Ti mando, sì.... ti mando.... (_A Paolino, indicando Nonò_). Mi fa morire....
PAOLINO.
Ah, Nonò, ti perdo tutta la stima, sai? Non vedi che mamma soffre?
NONÒ.
Mi fa tanto ridere, quando apre la bocca così (_eseguisce_) come un pesce....
PAOLINO.
Bravo! La mamma soffre, e tu ridi! Bravo! E lo dirai anche a papà, che la mamma apre la bocca come un pesce, perchè ne rida anche lui, è vero? (_Va alla scrivania e ne prende un grosso libro illustrato_). Guarda: ti volevo regalar questo, oggi!
NONÒ.
«_La vita degli insetti_....». Oh bello! Sì! Sì!
PAOLINO.
No, caro! Tu sei cattivo, e non te lo darò più.
A questo punto si sente picchiare forte all’uscio in fondo, e contemporaneamente:
_Le voci di_ GIGLIO _e_ BELLI.
Professore! Professore!
SIGNORA PERELLA
(_ancora presso l’uscio, balzando e correndo avanti, atterrita_).
Oh Dio!... Chi è?
PAOLINO.
Ma sono quegli animali! Niente, signora, due scolari.... non tema!
NONÒ.
Oh bella! Nascosti là?
PAOLINO
(_recandosi all’uscio in fondo, aprendolo appena e introducendovi il capo_).
Che diavolo volete?
NONÒ
(_accostandosi curioso per vedere tra le gambe di Paolino_).
Li tieni lì in castigo?
SIGNORA PERELLA
(_richiamandolo_).
Nonò, qua!
_La voce di_ GIGLIO.
Un lume! una candela almeno, signor professore! Non ci si vede!
_La voce di_ BELLI.
Non riusciamo a decifrar le lettere nel dizionario!
PAOLINO.
Sta bene! Silenzio! Vi porterò una candela! (_richiude l’uscio_).
NONÒ.
E perchè li hai nascosti lì dentro?
PAOLINO.
Ma non li ho nascosti! Fanno una versione.
NONÒ
(_spaventato_).
Al bujo?
PAOLINO.
No, vedi? Vado a prender loro un lume (_s’avvia_).
NONÒ.
Io intanto guardo il libro.
PAOLINO.