L'Uomo di Fuoco

Part 7

Chapter 73,692 wordsPublic domain

— Un isolotto che cammina e che piange come un bambino, — esclamò.

Un rumor sordo, come quello che produce una cassa nel rinchiudersi lo avvertì di guardarsi da quell’isolotto.

— Che sia un caimano? — si chiese rabbrividendo.

Anche Alvaro aveva udito quei rumori e si era affrettato ad accorrere, portando i due archibugi.

— Che cosa fai Garcia? — chiese vedendo che il mozzo non si muoveva.

— Quella brutta bestia deve spiarci, signore, — rispose il ragazzo, — ammesso se sia veramente una bestia non vedendo io altro che delle canne che passeggiano sull’acqua.

— Non vorrei trovarmi nella bocca che si nasconde sotto quelle piante acquatiche, — disse Alvaro. — Non sono i caimani nè così enormi nè così feroci come i coccodrilli africani, tuttavia sono sempre pericolosi e non sdegnano la carne umana, anzi.

— Degni vicini dei selvaggi. In questo paese sono tutti divoratori d’uomini. Il soggiorno nel Brasile non riuscirà mai gradevole agli europei.

— Eh! Lo vedi? Cerca d’accostarsi inosservato al nostro isolotto.

Lasciamolo venire e andiamo a cenare prima che l’arrosto diventi freddo.

— Terrò gli occhi ben aperti, signore.

— Ed io gli archibugi pronti. —

Il signor di Correa che non sembrava molto inquietarsi della vicinanza del pericoloso rettile, il quale d’altronde si era fermato ad una quarantina di metri, celandosi in mezzo alle immense foglie delle _victoria_, tornò tranquillamente all’accampamento improvvisato fra le piante e si mise, per modo di dire, a tavola, squartando sgozzando i due _traira_. —

Quantunque mancasse il sale e non avessero nulla da sostituire il pane, fecero scomparire ben presto i due pesci, la cui carne fu giudicata da entrambi deliziosissima.

Avevano appena terminato, quando udirono fra le canne che crescevano sulle rive dell’isolotto dei fruscii sospetti.

— È il caimano che cerca di issarsi sulla sponda, — disse Alvaro sottovoce, armando rapidamente il suo archibugio.

Si gettò bocconi fra le erbe che erano alte e si mise a strisciare verso la riva, fiancheggiato dal mozzo che si era armato anche della scure.

Il fruscio continuava e si scorgevano le cime delle canne a ondeggiare, come se un grosso corpo cercasse di aprirsi il passaggio.

— Che sia proprio il caimano? — chiese Garcia con un filo di voce.

— Non ne dubito, — rispose Alvaro.

— L’affronterete?

— Gli scaricherò fra le mascelle l’archibugio. Vedremo se con una pillola di piombo che pesa due oncie sarà ancora in grado di tornarsene in acqua. —

Erano giunti presso la riva ma ogni rumore era cessato. Eppure il caimano non doveva essere lontano. Il venticello notturno portava fino ai due naufraghi un acuto odore di muschio, profumo che esalano quei brutti rettili delle savane americane.

— Che sia tornato nella palude? — si chiese Alvaro.

Stava per alzarsi sulle ginocchia, quando le canne che stavano dinanzi a lui si schiusero bruscamente e due mostruose mascelle, armate di una vera rastrelliera d’avorio, si spalancarono sprigionando quel fetore nauseante di carni corrotte che esalano le gole sanguinose delle belve.

— _Carraco!_ — esclamò Alvaro, puntando rapidamente l’archibugio già armato e cacciando la canna entro l’enorme gola del rettile. —

Risuonò una detonazione soffocata, giacchè le due formidabili mascelle si erano subito rinchiuse, credendo di stritolare come un fuscello la grossa canna del fucile.

Il caimano, che aveva inghiottita la carica, bruciandosi e fracassandosi la gola, si rizzò tutto d’un colpo sulla coda come un serpente che sta per scagliarsi sulla preda, lanciando un profondo muggito, poi cadde all’indietro agitando pazzamente le zampe larghe e palmate.

— Pare che abbia trangugiato malamente il confetto di piombo, — disse Alvaro. — Deve essergli rimasto in gola.

Troppo goloso, mio caro! Dovevi prima masticarlo bene! —

Si era alzato per spingersi innanzi, ma ad un tratto si sentì atterrare e scaraventare dieci passi lontano, in mezzo ad un fitto cespuglio che per sua fortuna gli attutì la violenza del colpo.

Il sauriano non era ancora morto non ostante la spaventevole ferita, e furioso aveva vibrato un colpo di coda colla speranza di abbattere ancora i suoi nemici. Se fosse stato ancora nella pienezza delle sue forze, Alvaro sarebbe stato certamente colpito a morte, possedendo quei rettili una tale potenza nella loro coda da fracassare perfino i fianchi delle scialuppe. Fortunatamente quel colpo non era stato vibrato che debolmente.

Il mozzo, vedendo il portoghese a cadere ed il caimano rivoltarsi ancora come se si preparasse a caricare, gli sparò precipitosamente una seconda archibugiata senza ottenere alcun successo. Ignorando la incredibile resistenza che offrono le scaglie ossee che ricoprono il dorso di quei mostri, aveva mandato il proiettile un po’ dietro le spalle e la palla si era schiacciata senza produrre alcuna lesione grave.

— Signor Alvaro! — urlò, atterrito, vedendo il sauriano riaprire le mascelle.

Il signor di Correa, quantunque intontito da quella volata assolutamente inaspettata, non aveva perduta la sua presenza di spirito.

[Illustrazione: Un serpente enorme lo aveva avvolto fra le sue spire. (CAP. X).]

Udendo il secondo sparo, aveva compreso che il ragazzo si trovava in pericolo. Si sbarazzò d’un colpo solo dei rami che lo tenevano in certo modo prigioniero e si slanciò, quantunque zoppicante, verso la riva, frapponendosi fra il mozzo ed il caimano.

Questi non aveva ancora assalito il ragazzo e d’altronde non poteva più servirsi delle sue mascelle una delle quali, la superiore, completamente fracassata presso la gola, gli pendeva in parte come una enorme suola da scarpe.

Poteva però voltarsi e far ancora uso della sua formidabile coda.

— Ah! Canaglia! — gridò Alvaro. — Hai la pelle ben dura tu!

— Prendete signore! — disse il mozzo, porgendogli la scure.

Il portoghese con una temerità straordinaria in un lampo fu addosso al rettile, tempestandogli il cranio di colpi così terribili da farlo risuonare come una gran cassa.

Al terzo colpo l’ossatura cedette e la scure rimase infitta nella materia cerebrale.

Questa volta il rettile aveva avuto davvero il suo conto. Si distese quanto era lungo, abbassò il muso cacciandolo in mezzo alle erbe, un lungo brivido scosse tutto il suo corpo, poi cadde bruscamente mandando un lungo sospiro che parve un gorgoglío soffocato.

— Sono ben duri da ammazzare questi bestioni! — esclamò Alvaro, guardando con vivo interesse il rettile. — Hanno una vitalità incredibile che è quasi pari a quella dei pesci-cani!

— Signor di Correa, non vi ha ferito questo mostro? Credevo che con quel colpo di coda vi avesse ucciso.

— Ho le costole ancora tutte indolenzite, ma mi pare che non vi sia nulla di guasto nella mia macchina, — rispose il portoghese sorridendo. — Mi ha fatto fare una volata magnifica senza conseguenze. Se non fosse stato però gravemente ferito, non so se sarei ancora qui a raccontartela. Sai che questo caimano misura almeno sette metri?

— Che sia uno dei più grossi?

— Lo suppongo.

— È almeno buono a mangiarsi?

— Puah! Mangiare della carne di caimano? Non senti come puzza di muschio?

— Allora non ci servirà a nulla.

— Si potrebbe utilizzare la sua pelle per fare delle scarpe; siccome però le nostre sono ancora in ottimo stato lo lascieremo ai serpenti se ve ne sono.

Mio caro Garcia, andiamo a dormire.

— E se ne vengono degli altri? — chiese il mozzo.

— Veglieremo per turno. —

Lasciarono il caimano che non dava più segno di vita e tornarono all’accampamento.

Colla scure falciarono delle erbe formando due soffici giacigli e si coricarono lasciando che il fuoco si spegnesse.

Alvaro s’incaricò del primo quarto di guardia.

Contrariamente alle loro previsioni, la notte trascorse tranquillissima, senza allarmi, solamente dopo la mezzanotte udirono a più riprese quell’inesplicabile muggito che li aveva tanto sorpresi, risuonare sotto le nere acque della palude.

CAPITOLO VIII.

La zattera vivente.

L’indomani una brutta sorpresa, che poteva avere gravissime conseguenze, attendeva i due naufraghi. Il mozzo che si era recato sulla riva per ricaricare la _canoa_, non l’aveva più ritrovata al suo solito posto.

Spaventato per quell’inaspettata scoperta, il ragazzo si era slanciato verso l’accampamento dove Alvaro, che aveva fatto l’ultimo quarto, sonnecchiava ancora.

— Signore! — esclamò, con accento di terrore. — Non avete veduto alcuno avvicinarsi all’isolotto durante la notte?

— Perchè mi chiedi questo, Garcia? — chiese il portoghese, sorpreso vivamente da quella domanda.

— Hanno rubata la nostra scialuppa, signore.

— Rubata! E chi?

— Che ne so io? Forse gl’indiani.

— Non è credibile, Garcia, — rispose Alvaro. — Durante i miei quarti di guardia ho fatto parecchie volte il giro dell’isolotto e se gl’indiani si fossero avvicinati li avrei certamente veduti.

— Eppure non c’è più signore. Venite e ve ne accerterete. —

Il signor di Correa, assai impressionato da quella cattiva notizia, si era vivamente alzato seguendo il mozzo.

Purtroppo dovette convincersi coi propri occhi che la _canoa_ non si trovava più fra il gruppo di canne dove l’avevano lasciata il giorno innanzi.

— La cosa è grave, — disse.

— Che l’abbiano rubata?

— Non lo credo. La è riva fangosa in questo luogo e se degli uomini fossero sbarcati avrebbero lasciate le loro impronte. Io credo che sia affondata.

— Ed infatti signore, faceva acqua.

— Abbiamo commesso una grave imprudenza Garcia, — disse Alvaro. — Invece di legarla a queste canne dovevamo tirarla in secco.

— Come faremo ora a lasciare questo isolotto e attraversare la palude? La riva più prossima si trova a non meno di tre miglia da noi.

— Siamo prigionieri, ragazzo mio.

— Se tentassimo la traversata a nuoto? Tre miglia non mi fanno paura, — disse il mozzo.

— Ed a me neanche cinque, ma io non oserò mai tuffarmi in queste acque che sono popolate da caimani e da serpenti giganteschi.

— È vero signore, mi dimenticavo che vi sono anche qui i mangiatori d’uomini.

Eppure non possiamo rimanere qui per sempre. Non abbiamo nè viveri nè acqua bevibile.

Alvaro non rispose, guardava i pochi alberi che crescevano sull’isolotto, chiedendosi se sarebbero stati bastanti per costruire almeno una zattera sufficiente a portarli fino alla sponda più prossima.

Erano cinque o sei alberetti, alti una mezza dozzina di metri, dal fusto piuttosto esile coperto da una corteccia molto bruna. Vi erano anche numerosi cespugli e molte liane, ma i primi a ben poco avrebbero potuto servire.

— Proviamo, — disse al mozzo, indicandoglieli.

— Volete costruire una zattera, è vero signore?

— Se avremo materiale sufficiente, — rispose Alvaro.

— Basterà che ce ne sia tanto da fare lo scheletro. Per la piattaforma utilizzeremo le canne.

— Ecco un’idea che non mi era venuta, Garcia, — disse Alvaro. — Dammi la scure e andiamo a distruggere la nostra piccola foresta.

Impugnò l’ascia e assalì vigorosamente la pianta più alta, ma al primo colpo che vibrò il filo della scure si guastò senza aver potuto nemmeno intaccare la corteccia.

— Ah! diavolo! — esclamò il portoghese, stupito. — Come va questa faccenda! Eppure le mie braccia sono ancora solide e la lama della scure era ben affilata.

— Che legno hanno queste piante? — si chiese il mozzo, non meno sorpreso.

Alvaro rinnovò il colpo e l’arma, invece di conficcarsi, rimbalzò come se avesse percosso una rupe di quarzo o un palo di ferro.

— È incredibile! — esclamò Alvaro.

— Vediamo, — disse il mozzo.

Si levò il coltello e si provò a piantarlo a tutta forza nel tronco della pianta. La lama lunga e piuttosto sottile, anzichè penetrare nel tronco, si spezzò come fosse stata di vetro.

— Ebbene, Garcia? — chiese il portoghese.

— Io dico signore, che queste piante sono di ferro e che non riusciremo mai ad abbatterle.

Alvaro passò ad un altro albero e si diede a menare colpi furiosi non riuscendo ad altro che ad intaccare a malapena la corteccia.

— Io ho udito parlare vagamente di certi alberi duri come rocce che crescono in America, — disse, asciugandosi il sudore che gli colava abbondantemente in seguito a quegli sforzi erculei. — Che questi appartengano a quella specie?

Non si era ingannato. Le poche piante che erano spuntate sull’isolotto erano quei famosi _pao de ferro_ che hanno reso celebri certe foreste del Brasile e dell’Amazzonia, duri come se le loro fibre fossero di ferro, che sfidano le scuri meglio affilate e che sono così pesanti da non poter galleggiare.

Anche se i naufraghi fossero riusciti ad abbatterli, non ne avrebbero cavato alcun vantaggio e avrebbero perduto inutilmente il loro tempo.

— Signore, — disse il mozzo, — non se ne farà nulla. È inutile che guastate la nostra scure e che sprecate le vostre forze.

— Dovremo dunque rimanere prigionieri su questo pezzo di terra? — si chiese Alvaro.

— Se potessimo ripescare la nostra scialuppa?

— Chissà dove sarà andata a finire. Queste acque non sono assolutamente immobili.

— Che cosa fare, signor Alvaro?

— Non lo so, — rispose il portoghese, con un gesto scoraggiato.

Assai tristi e molto preoccupati fecero il giro dell’isolotto, colla speranza di trovare qualche tronco d’albero arenato sulle sue rive o qualche cosa che potesse servire ad attraversare quella maledetta palude, poi scoraggiati dalla inutilità delle loro ricerche fecero ritorno al loro accampamento. Erano entrambi assai abbattuti e ne avevano ben il motivo. Come sarebbero usciti da quella situazione imbarazzante? Era bensì vero che, almeno pel momento, nessun pericolo li minacciava, tuttavia non si sentivano affatto disposti a finire i loro giorni su quel brano di terra che non offriva alcuna risorsa.

Alvaro invano frugava e rifrugava il suo cervello, non trovava alcuna via d’uscita. Senza una scialuppa o del legname, non vedeva la possibilità di sfuggire a quella prigionìa.

Le ore passavano senza che la loro situazione si modificasse.

Un calore estremo regnava sulla vasta palude le cui acque fumavano come se il loro fondo ribollisse. Il sole dardeggiava i suoi raggi quasi a piombo rifrangendo la luce con tale intensità che gli occhi dei due naufraghi ne venivano dolorosamente feriti.

Di quando in quando il silenzio che regnava nella palude, veniva improvvisamente rotto da una volata di _gallinago_ che sono una specie di beccaccini o di _pissoca_, uccelli che hanno le ali munite di lunghe dita e che si posano volontieri sulle larghe foglie delle piante palustri o da qualche banda di gallinelle acquatiche dalle penne turchino cupe.

Talora invece era un caimano che turbava la tranquillità della savana. Lo si vedeva avanzarsi pigramente attraverso le foglie delle victorie, col dorso ricoperto di piante e poi scomparire dietro gli isolotti sulle cui rive probabilmente andava a sdraiarsi per godersi un po’ di sole.

Il mezzodì doveva già essere trascorso, quando il mozzo che fino allora era rimasto sdraiato all’ombra dei _pao de ferro_ ruminando inutilmente progetti impossibili, si alzò dicendo:

— Signor Alvaro, noi non abbiamo pensato ad un grave pericolo che ci minaccia peggio della fame. Ho sete, brucio, signore e non posso più resistere. —

Il portoghese si era pure alzato, guardandolo con angoscia. Era vero: fino allora si era scordato che le acque della palude erano salmastre.

— Ma allora noi siamo perduti! — esclamò.

— Sì, se non troviamo un mezzo qualunque per andarcene, — rispose il mozzo.

— Ma quale? Invano ho tormentato il mio cervello.

— Signore, credete che vi siano degl’indiani intorno a questa palude?

— Può darsi.

— Se noi facessimo dei segnali accendendo le canne ed i cespugli che crescono qui e sparando di quando in quando dei colpi di fucile?

— Per farli accorrere?

— Sì, signor Alvaro.

— E farci prendere per poi finire sulla graticola? No, Garcia, preferisco morire di fame e di sete piuttosto che il mio corpo serva di cibo a quelle canaglie.

— Signor Alvaro.... —

Il portoghese aveva fatto un salto senza ascoltare la fine della frase e si era gettato dietro una macchia di cespugli, guardando attentamente verso la riva.

— Un altro caimano, signore? — gli chiese Garcia che lo aveva prontamente raggiunto.

— Pare che si tratti di qualche altro animale, — rispose il portoghese. — Ho veduto le canne aprirsi violentemente.

— Uno di quei grossi serpenti?

— Taci! —

Una forma ancora indecisa, assai larga e molto bassa, si sforzava di aprirsi il passo fra i canneti rompendoli a destra ed a sinistra.

— Che animale sarà? — si chiese il portoghese. — Giurerei che si tratta d’una tartaruga. —

Era infatti una testuggine della specie delle mydas che sono le più gigantesche che abitino le paludi ed i fiumi del Brasile. Non sono pregiate come le _careto_, dalle quali si estrae la tartaruga che si mette in commercio; sono invece ricercate per la mole dei loro gusci e per l’abbondanza delle loro carni.

Ordinariamente i loro gusci, che sono d’un color verdastro marmorizzato a squame esagonali, sono lunghi più di due metri e larghi cinquanta centimetri. Quella però che era approdata sull’isolotto era una delle più gigantesche della specie, lunga quasi otto piedi e larga almeno la metà, una zattera in miniatura.

— Garcia, non muoverti, — disse Alvaro, rapidamente. — Vi è là da cenare e da pranzare abbondantemente per una settimana.

La testuggine, apertosi il passo fra le canne, si era fermata sulla riva che in quel luogo era sabbiosa e sgombra d’erbe, mettendosi in ascolto.

Stette ferma qualche minuto poi proseguì la sua marcia con passo rapido e l’andatura inquieta, camminando sulla punta delle zampe, quindi si mise a scavare la sabbia.

— Si prepara a deporre le uova, — mormorò Alvaro. — A me Garcia! —

Entrambi si erano slanciati al di sopra del cespuglio, piombando addosso al rettile il quale si era accovacciato in fondo alla buca.

Afferrarlo e rovesciarlo violentemente sul dorso, fu un momento solo.

— È nostra! — gridò il mozzo con voce trionfante. — A voi la scure, signore!

Alvaro aveva impugnata l’arma e si preparava a vibrare un colpo sulla testa del rettile, quando un pensiero improvviso lo trattenne.

— No! — esclamò. — Stavo per commettere una grossa bestialità!

— Non l’uccidete signore? — chiese il mozzo.

— Ucciderla! Penso che questo rettile ci potrà essere più utile vivo che morto, mio caro.

— Ed in qual modo signore?

— Sarà quello che mi condurrà alla riva.

— Questa bestia?

— Credi che non possa servire da zattera ad uno di noi? Guarda come è largo il suo guscio.

— Ah! Signore! — esclamò il mozzo, scoppiando in una risata.

— Ridi! Ebbene, io ti proverò che non ho detto una sciocchezza.

— Ma, signore, se la rigettate in acqua affonderà subito e vi lascierà alla superficie.

— Tu lo credi?... Io no, perchè le impedirò di sommergersi. Quel caimano che è venuto a farsi uccidere fra i nostri piedi, ha avuto una gran buona idea.

— Non vi capisco, signor Alvaro.

— Vieni con me.

— E non fuggirà la testuggine?

— Non temere; quando questi rettili si trovano rovesciati sul dorso non sono più capaci di raddrizzarsi.

La ritroveremo ancora al suo posto.

Il mozzo lo seguì domandandosi che cosa potesse entrarci il caimano colla testuggine e colla traversata della palude.

L’_jacarè_ — tale è il nome che danno gl’indiani a quei pericolosi abitanti delle savane e dei fiumi — si trovava sempre disteso fra le canne. Il calore solare, sviluppando i gaz interni, l’aveva prodigiosamente ingrossato e pareva che il suo ventre giallastro fosse lì lì per iscoppiare.

— Com’è brutto! — esclamò il mozzo. — Già non era bello neanche prima, ma ora fa paura. —

Alvaro vibrò un colpo di scure sul fianco del rettile, balzando poi rapidamente da una parte. Gli intestini proiettati dai gaz interni, si contorsero sull’erba.

— Ecco quello che mi occorre, — disse.

— Le budella di questa brutta bestiaccia?

— Sì, Garcia.

— Vorresti fare dei salami di tartaruga, signore.

— No, d’aria.

Quella parola fu una rivelazione per l’intelligente ragazzo.

— Ah! Ora vi ho compreso! — esclamò. — Che superba idea, signore!

— Giacchè mi hai capito, aiutami. —

Con pochi colpi di coltello staccò gl’intestini e li trascinò sulla riva dove si mise a vuotarli ed a pulirli aiutato efficacemente dal mozzo.

La faccenda non fu lunga.

— Un pezzo di canna ora ed un po’ di spago, — disse Alvaro.

— Un marinaio non manca mai di corda, — rispose il mozzo.

Legarono solidamente l’estremità del budello, introdussero un pezzo di canna traforata nell’altro e Alvaro cominciò a soffiare a tutta forza.

Ci volle un buon quarto d’ora prima che l’intestino che era lungo ben dodici metri, fosse completamente pieno d’aria.

— Ora andiamo a legarlo intorno alla testuggine, — disse Alvaro quando ebbe chiusa l’altra estremità. Vedremo se il rettile sarà capace di lasciarsi affondare.

Alzarono con precauzione il budello onde i rami spinosi dei cespugli non lo guastassero e riattraversarono l’isolotto.

La povera _mydas_, non ostante i suoi sforzi disperati, si trovava ancora rovesciata sul dorso. Agitava pazzamente le larghe zampaccie e allungava ed accorciava comicamente il collo senza però riuscire nemmeno a scuotere il pesante guscio.

Alvaro ed il mozzo la circondarono col budello, assicurandolo solidamente sui margini della corazza ossea indi per meglio impedire al rettile di sommergersi e anche per riparare il leggiero galleggiante che poteva venire offeso dalle spine delle _victorie_, e scoppiare sul momento, legarono come meglio poterono alcuni fasci di canne, formando una specie d’armatura.

— Come si troverà male questa povera tartaruga, quando sarà in acqua, — disse il mozzo ridendo.

— Specialmente quando la cavalcheremo, — rispose Alvaro.

— E come farete a guidarla, signore?

— A colpi di bastone, mio caro che le applicherai a destra od a sinistra.

— Voi però avete dimenticato una cosa importantissima.

— E quale, mio buon Garcia?

— Io dovrò rimanere sull’isolotto, giacchè due saremmo troppi per la testuggine.

— Sarò io invece che aspetterò il tuo ritorno. Tu sei molto meno pesante di me e riuscirai meglio nell’impresa.

— E voi come attraverserete la palude?

— Con una zattera che costruirai. Vorresti tu che la testuggine fosse così sciocca da tornare da sola qui per prendermi?

— Trovate risposta a tutto, signore.

— Hai paura?

— Monterei anche un serpente purchè mi conducesse alla riva, — rispose il coraggioso ragazzo, senza esitare.

— Allora mettiti in viaggio. Porterai con te l’archibugio e la scure.

Bada di tenere le gambe ben raccolte sul guscio e se vedi qualche caimano accostarsi, spara senza far economia di palle e di polvere. D’altronde credo che nessuno oserà importunarti e sono certo che tu approderai alla riva senza incidenti.

— Sarò un cavaliere ben comico, signore. Cavalcare una tartaruga! Non me lo sarei mai immaginato.

— Sbrighiamoci, Garcia. Ho sete e anche molta fame e tu non devi averne meno. Questa sera però prenderemo una bella rivincita.

— Cucinando la mia cavalcatura?

— Dentro il suo guscio, — rispose Alvaro, ridendo.

Rovesciarono con precauzione la testuggine spingendola verso la riva. Il povero rettile, imbarazzato dalle canne che gli pendevano dai fianchi, pareva smarrito e tentava ad ogni istante di girare su sè stesso, ma una poderosa randellata lo costringeva a tirare innanzi.

Appena vide l’acqua vi si precipitò con impeto, sperando di sbarazzarsi delle canne e di scomparire sotto. Il mozzo lesto come un gatto si era già appollaiato sul largo guscio, incrociando le gambe come i turchi.

Sentendo quel peso gravitargli addosso e sentendosi trattenere a galla non ostante i suoi sforzi per lasciarsi colare a picco, il rettile parve che impazzisse.

Girava su sè stesso, battendo furiosamente le zampacce, allungava più che poteva il collo e dimenava la testa e la coda in tutti i sensi.

Vani sforzi. L’intestino, ben gonfio e le canne la mantenevano ostinatamente alla superficie.