L'Uomo di Fuoco

Part 6

Chapter 63,674 wordsPublic domain

Quel boa, che è realmente uno dei più enormi che vivono nelle savane brasiliane, misurava non meno di dodici metri di lunghezza ed era grosso quanto il corpo d’un uomo di media statura.

Il secondo colpo di fucile lo aveva quasi decapitato, mentre il primo gli aveva prodotto una ferita orribile dalla quale usciva il sangue in gran copia.

— È enorme! — esclamò il mozzo, che tremava ancora pel doppio pericolo che lo aveva minacciato.

— Questi rettili devono inghiottire un uomo senza soffrire nella digestione. Che fosse quello che la notte scorsa sibilava e che sollevava delle ondate?

— Non ne dubito, — rispose Alvaro. — Ecco due buoni colpi di fucile ma che non ci compenseranno della colazione perduta.

— Non oserò più andarla a raccogliere, signore, — rispose il mozzo, che rabbrividiva ancora. — Non so quale fondo abbia questa palude.

— Cercheremo d’altro, Garcia, — rispose Alvaro. — Toh! dimenticavamo che noi eravamo venuti qui per pescare.

— Ah! Signore!

— Cos’hai?

— Non l’avete ancora veduto?

— Chi?

— Ma sì, non m’inganno! È un canotto, signore!

— Dove lo vedi?

— Laggiù, abbandonato sulla riva, in mezzo a quel gruppo di piante acquatiche.

— Che i dintorni di questa palude siano frequentati dagli indiani? — si chiese Alvaro, lanciando uno sguardo sospettoso verso le canne e la foresta. — Se vi è una imbarcazione, ciò vuol dire che qualche volta vengono qui a pescare.

Che cosa dici, Garcia?

— Che il vostro ragionamento non fa una grinza, signore, — rispose il mozzo — e che noi dovremmo approfittare di quel canotto per andare a raccogliere gli uccelli che voi avete uccisi.

— E arrostirli, è vero Garcia?

— E su uno di quegli isolotti per non farci sorprendere dagl’indiani.

— Al canotto, — disse Alvaro, a cui sorrideva l’idea di attraversare quella palude per allontanarsi maggiormente dalle sponde meridionali della baia che ormai sapeva frequentate dai mangiatori di carne umana.

Attraversarono cautamente la distanza che li separava da quell’ammasso di piante palustri, guardandosi intorno per paura che vi fossero dei selvaggi nascosti fra le macchie, e giunsero presso il canotto il quale si trovava arenato all’estremità di un banco di fango.

Era una piccola imbarcazione scavata nel tronco d’un albero spugnoso, assai vecchia e tarlata, e pressochè inservibile. Infatti vi era un buon piede d’acqua nel fondo.

— Credi che potremo ripararla? — chiese Alvaro al mozzo.

— È in cattivo stato, signore; ci occorrebbe del canape e della resina. Mi pare che il fondo sia come un crivello.

— Nella foresta troveremo l’uno e l’altra, — disse Alvaro. — Ho veduto delle piante che avevano attorno ai tronchi dei filamenti che potranno bene o male surrogare il canape.

— Ci vorrà però del tempo prima di renderla navigabile.

— La pazienza non ci fa difetto.

— E la nostra famosa colazione, signore? — chiese il mozzo ridendo.

— Ci accontenteremo anche oggi di frutta o farò una nuova scarica contro qualche stormo di pappagalli.

Ritorniamo nella foresta, Garcia. —

Stavano per lasciare la riva quando a breve distanza udirono risuonare per l’aria un lamento che si ripetè parecchie volte di seguito:

— A... ih!... A... ih!...

— Chi è che si lagna? — chiese Alvaro, guardandosi intorno.

— Non vedo nessuno signore, — rispose il mozzo.

— Che sia qualche scimmia che si diverte a spaventarci? Non mi stupirei. Hanno delle grida così strane i quadrumani che abitano queste foreste! —

Un altro grido più lamentevole, più lugubre si udì e questa volta non pareva che risuonasse verso il suolo bensì in aria.

Alvaro ed il mozzo alzarono gli occhi e scorsero fra i rami d’un nespolo che cresceva isolato, e già privo delle sue frutta che sono grosse come le mele e assai gustose, una massa informe di peli lunghi e grigiastri che si teneva aggomitolata all’estremità d’un ramo, lasciando pendere una coda lunga più di mezzo metro.

— Ecco le costolette! — esclamò Alvaro. — A qualunque specie appartenga, quell’animale non lo lascierò sfuggire e lo metteremo sui carboni.

Badiamo che non ci sfugga, Garcia.

— Mi pare che non ne abbia il desiderio signore. —

Si accostarono alla pianta tenendo gli archibugi puntati su quello strano animale il quale continuava a lamentarsi con degli _a-ih!_ sempre più lugubri.

Vedendo avvicinarsi i cacciatori non faceva alcun tentativo per evitarli. Si manteneva ostinatamente aggrappato al ramo, muovendo appena appena e quasi a fatica, la coda.

— Che abbia le zampe rotte? — chiese il mozzo. — Una scimmia non rimarrebbe lì ad aspettare i nemici, anzi.

— È poi una scimmia? — disse Alvaro.

— Sia una scimmia o no, quell’animale si lascierà ammazzare colla miglior buona grazia. Sarà forse contento di offrire a due uomini affamati le sue bistecche. —

Erano giunti sotto la pianta che era pochissimo alta, e quello strano essere non aveva fatto ancora alcuna mossa per rifugiarsi almeno sui rami superiori.

Assai sorpreso Alvaro si era messo a osservarlo curiosamente, credendo che qualche grave ferita gl’impedisse di fuggire.

Sembrava una scimmia, ma aveva anche molto del tasso ed un po’ anche del gatto.

Non era più alto di mezzo metro, colle membra sproporzionate, la testa rotonda traforata da due occhietti neri e malinconici ed il corpo avvolto in un pelame fitto, lungo, grigiastro e assai ruvido. I suoi piedi erano armati di tre sole unghie, larghe e ricurve al pari d’uncini e così anche le dita delle mani.

— Non ha alcuna ferita e non fugge! — esclamò Alvaro. — Proviamo a farlo cadere. —

Afferrò il tronco del nespolo che non era più grosso del braccio d’un uomo e lo scosse vigorosamente. Fatica inutile! Il quadrumane non voleva saperne di lasciare quel ramo a cui pareva incollato e manifestava solamente la sua collera con degli _a-ih!_ sempre più lamentevoli.

— Non vuole scendere, signore, — disse il mozzo.

— Andrò a gettarlo giù io, — rispose Alvaro. — Deve essere un gran poltrone questo quadrumane.

— Badate che ha delle unghie assai lunghe.

— Non s’incomoderà ad adoperarle.

Salì lestamente sull’albero e si spinse sul ramo tenendo in pugno la scure. Il quadrumane vedendolo accostarsi si mise a soffiare come un gatto in collera e ad arruffare i peli senza però staccare gli artigli.

Alvaro che sentiva l’odore delle costolette con un colpo della sua piccola scure gli spaccò il cranio e lo gettò al suolo, dicendo:

— Pigraccio, va!

Pigraccio! era il suo vero nome poichè quel quadrumane è il più grande poltrone che esista sulla terra.

Era un bradipo, meglio conosciuto dai brasiliani sotto il nome di _ay_, così chiamato dagl’indiani pel suo grido. Sembra che quegli animali formino l’ultimo anello delle vere scimmie coi tassi e anche coi gatti, quantunque sia ben lungi dal possedere neanche in minima parte l’agilità degli uni e degli altri.

Vivono per lo più fra i rami delle _palme ambuibe_ delle cui foglie sono ghiotti e anche fra i mazzi di bambù della cui polpa si cibano, ma quanta fatica costa a loro salire su quelle piante! Prima di issarsi lassù, impiegano delle giornate, non muovendo le loro zampe e le loro braccia che dopo un lungo riposo.

Raggiunti i rami d’un albero non li lasciano più finchè non hanno divorata l’ultima foglia, poi, per risparmiarsi la fatica di ridiscendere, quei pigroni si lasciano cadere al suolo da qualunque altezza si trovino.

Anche a terra sono d’una lentezza incredibile e malgrado tutti i loro sforzi, anche se tormentati, non riescono a percorrere più di quattro o cinque metri all’ora.

Alvaro ed il mozzo, quantunque avessero desiderato qualche cosa di meglio d’un quadrumane, s’affrettarono a scannare l’animale che era ancora agonizzante malgrado quella spaventevole ferita, avendo l’esistenza tenacissima, lo infilzarono nella bacchetta di ferro d’uno degli archibugi che appoggiarono su due rami infissi nel suolo e accesero il fuoco.

— Mentre sorvegli l’arrosto, io andrò a far provvista di frutta ed a cercare del canape o qualche cosa che possa surrogarlo, — disse il signor di Correa. — Non avrai paura a rimanere solo!

— Oh no, signore, — rispose il mozzo. — Il mio archibugio è carico. —

Alvaro s’allontanò dirigendosi verso la foresta il cui margine si trovava a più di cinquecento passi.

Dei bellissimi alberi che crescevano a gruppi, e che prima di allora il portoghese non aveva mai veduti, ingombravano il suolo che si estendeva fra le rive della palude e la foresta vergine. Erano di forme eleganti, non più alti di sei o sette metri, col fogliame d’un bel verde cupo e carichi di frutta gialle, grosse e lucenti come zucche e che per una strana particolarità invece di pendere dai rami uscivano dai tronchi delle piante.

Erano delle _jabuti cabeira_, comunissime nelle foreste brasiliane e assai apprezzate per le loro frutta le quali, attorno ad un nocciuolo grossissimo, hanno una polpa carnosa, delicata e assai saporita.

Il portoghese avendone assaggiate alcune che erano cadute al suolo e avendole trovate eccellenti, ne fece una buona raccolta, poi proseguì la via facendo fuggire immensi stormi di _tico-tico_, specie di passere che non sono meno ciarliere delle nostre e di _azulae_ dalle belle penne azzurre. Attraverso le foglie secche, ancora imperlate della rugiada notturna, Alvaro vedeva ancora saltellare quelle brutte _parraneca_, dalle lunghe gambe, che la sera prima avevano invaso la radura della _summameira_ e anche, non senza un profondo ribbrezzo, certe serpi color verde, sottili come liane e appunto perciò chiamate dai brasiliani _cobra cipo_ ossia serpi liane, che è facile confonderle fra il caos di vegetali che ingombrano le foreste vergini.

Aveva già raggiunto l’orlo della foresta sempre cercando qualche pianta che gli potesse dare qualche materia fibrosa da surrogare il canape necessario alla riparazione del canotto, quando la sua attenzione fu attirata da un crepitìo incessante come se delle palle o delle zucche cadessero al suolo spaccandosi.

— Che vi siano degl’indiani qui? — si chiese, appiattandosi dietro un cespuglio.

Guardò attentamente verso il luogo ove si udivano quei crepitìi e vide cadere da un albero colossale che si ergeva venti passi più innanzi, delle frutta enormi che nello spaccarsi lanciavano intorno certe specie di mandorle.

— Chi può farle cadere? — si domandò. — Vengono lanciate con troppa forza e non piombano verticalmente. —

Alzò gli occhi verso quel colosso e scorse fra le fronde delle bruttissime scimmie che staccavano destramente le frutta e che le lanciavano a terra a tutta forza onde si spaccassero.

Era una truppa di brachieri calvi, i più brutti quadrumani che forse esistono, colla testa completamente calva, il muso rosso come quello degli ubbriaconi impenitenti e raggrinzato, che dava loro un aspetto decrepito ed il pelame lunghissimo giallo rossastro.

Gettata al suolo una grande quantità di frutta, le scimmie scesero lestamente e sedutesi attorno all’albero si misero a divorare avidamente le mandorle che erano balzate fuori da quelle noci enormi.

Un movimento del portoghese le avvertì della presenza d’un nemico. Raccolsero frettolosamente le frutta e fuggirono come frecce, cacciandosi in mezzo ai festoni foltissimi delle liane, entro i quali non tardarono a scomparire.

Alvaro si era avanzato verso l’albero, raccogliendo alcune di quelle noci enormi le quali, dalle fessure mostravano certi filamenti che se non valevano un buon canape, potevano in qualche modo essere utili.

— Ho trovato quello che cercavo, — disse. — Singolare caso!... delle scimmie che indicano a degli uomini ignoranti come me, dove posso trovare quello che mi occorre. —

Spaccò una di quelle noci e fra il guscio e le mandorle vide che vi era uno strato di filamenta. Se avesse meglio conosciuto l’albero ne avrebbe potuto trovare ben di più sotto la scorza, ma il portoghese ignorava completamente le ricchezze delle piante brasiliane.

Soddisfatto di aver del canape fece ritorno alla palude, giungendovi nel momento in cui il mozzo stava levando dal fuoco il bradipo.

— Cotto appuntino? — chiese Alvaro che fiutava il profumo squisito che esalava quella carne.

— Il cuoco della caravella non avrebbe potuto far di meglio, modestia a parte, — disse Garcia, ridendo. — Ho sorvegliato l’arrosto come un cuciniere perfetto.

— Bravo, ragazzo.

— Gli è che...

— Che cosa vuoi dire?

— Non vi pare che questa scimmia rassomigli ad un fanciullo cucinato al forno?

— Può essere, Garcia, — rispose Alvaro, colpito dalla giusta osservazione del mozzo. — Trovandoci però noi in un paese abitato da mangiatori di carne umana, cerchiamo di non mostrarci troppo schizzinosi.

E poi non abbiamo, almeno per ora, di meglio. —

Levò l’arrosto, lo depose su una foglia d’un banano selvatico e con pochi colpi di scure lo spaccò in varii pezzi.

— L’odore è squisito, — disse. — Proveremo a piantarvi i denti.

— Eh! Mi pare che non valga un pappagallo, signore, — disse Garcia che aveva addentato una coscia e che faceva sforzi sovrumani per inghiottire qualche boccone.

— Infatti è detestabile, — rispose il portoghese che si accaniva contro un polpaccio. Questa carne è più coriacea di quello d’un vecchio mulo.

— È carne pigra, signore.

— Ma che bene o male andrà giù. —

Il loro appetito, fece davvero miracoli. Il povero _a-y_ in buona parte passò, quantunque fosse durissimo come un merluzzo secco e avesse un sapore tutt’altro che gradevole.

Calmati gli stiracchiamenti delle stomaco, i due naufraghi s’avviarono per accomodare il canotto con cui volevano attraversare la palude e provarsi anche a pescare, supponendo che in quelle acque, quantunque nere, i pesci non dovessero mancare.

Avevano già vuotata la scialuppa e turati i fori che crivellavano il fondo, quando d’improvviso udirono verso la boscaglia delle urla terribili che non dovevano essere mandate da delle scimmie.

Si avrebbe detto che sotto gli alberi una terribile lotta si era impegnata fra due tribù rivali. Si udivano colpi formidabili come se delle mazze sfondassero degli scudi o si percuotessero reciprocamente, sibili di frecce e ululati spaventevoli, quegli ululati che già i due naufraghi conoscevano così bene.

Alvaro istintivamente s’era precipitato verso il canotto, temendo che i combattenti si inseguissero verso la palude.

— Signore ed i remi? — gridò Garcia.

Alvaro si guardò intorno e vedendo un piccolo albero che cresceva a breve distanza e che aveva delle fronde foltissime, con pochi colpi di scure lo abbattè.

— Ci basterà, — disse.

Troncò due rami e fuggì verso il canotto dove già il mozzo lo aveva preceduto, trascinandoli con se!

— Al largo, Garcia, — gridò. —

Senza assicurarsi se la scialuppa era ben riparata, tuffarono in acqua i rami e servendosene come di pagaie si scostarono rapidamente, scomparendo in mezzo agli isolotti che ingombravano la savana.

CAPITOLO VII.

L’assalto del «jacarè».

Il canotto, quantunque fosse in pessimo stato ed il suo legno spugnoso fosse inzuppato d’acqua, filava abbastanza bene sotto la spinta di quelle pagaie improvvisate.

I due naufraghi che temevano di veder comparire da un momento all’altro i combattenti, le cui grida echeggiavano sempre verso il margine della foresta, passarono senza arrestarsi dinanzi all’isolotto sul quale erano caduti i tucani, inoltrandosi risolutamente nel mezzo della vasta palude.

Procedevano però a stento, essendo il fondo ingombro di erbe acquatiche assai resistenti che erano costretti a lacerare o sfondare.

L’ostacolo maggiore era costituito da certe foglie smisurate, le quali opponevano una resistenza tenace, e che non si lasciavano lacerare se non dopo lunghi sforzi.

Erano le splendide _victoria regia_, piante acquatiche che ingombrano la maggior parte dei fiumi e delle savane dell’America meridionale, le cui foglie non hanno mai meno d’una circonferenza di un metro e mezzo con margini rialzati.

Sembrano vere zattere, dove gli uccelli acquatici nidificano volentieri, potendone sostenerne, senza affondare, parecchie dozzine.

Sono sopratutto ammirabili pei loro fiori, d’una tinta bianca vellutata, attraversata da leggiere sfumature rosee e purpuree del più splendido effetto e per le loro armature spinose le quali producono sovente delle ferite inguaribili.

Aprendosi il passo a colpi di remi ed a colpi di spadone, i due naufraghi non tardarono a giungere presso un isolotto di cinquanta o sessanta metri di circuito, coperto da splendide _bananiere_ che reggevano a fatica degli enormi grappoli di frutta squisite, che già Alvaro aveva assaggiate in Africa e che stimava assai.

— Ci nasconderemo sotto quelle foglie enormi, — disse al mozzo che cominciava a dar segni di stanchezza.

— Credo che sia tempo di prendere terra signore, — rispose Garcia. — O che il canotto è assolutamente inservibile o che lo abbiamo riparato male, fa acqua da tutte le parti e le mie scarpe cominciano a nuotare.

— Abbiamo dell’altro canape e lo calafateremo meglio. Perdinci! Questo isolotto è un vero paradiso e faremo una indigestione di banani. M’immagino che quelli americani non saranno meno gustosi di quelli africani e di quelli asiatici.

— E vi sono anche degli uccelli signore, se vorremo regalarci un arrosto più saporito di quello di stamane.

— E gl’indiani, te li sei dimenticati? Se udissero in questo momento uno sparo non tarderebbero ad accorrere.

Hanno troppa passione per la carne bianca.

— Già, la crederanno di pollo. — rispose il mozzo, sforzandosi di celiare.

Legarono il canotto sulla riva e sbarcarono portando con loro le armi e le munizioni.

L’isolotto era coperto d’erbe foltissime e da gruppi d’alberi sotto i quali regnava un’ombra deliziosa. Bande di leggiadri _trochilus minimus_, i più piccoli degli uccelli mosca, svolazzavano sopra i loro nidi in forma di cono rovesciato, trillando e battagliando con grande ardore, poichè per quanto siano piccoli non sono meno bellicosi degli altri volatili.

— Ci staremo bene qui, — disse Alvaro, — e potremo aspettare, senza troppo annoiarci, che gl’indiani se ne siano andati.

— Avremo però da risolvere l’eterna questione della colazione o del pranzo, signore, — disse il mozzo, — e mi pare che non sarà facile su questo pezzetto di terra.

— E non pensi che io ho degli ami?

— Ah! È vero, me n’ero dimenticato, signore.

— Facciamo il giro della nostra possessione e poi getteremo gli ami. Troveremo qualche vermiciattolo fra queste erbe.

Seguirono le rive dell’isolotto, battendo i cespugli coi calci degli archibusi, onde accertarsi che non vi fossero serpenti, poi si fermarono presso un gruppo di canne palustri osservando attentamente l’acqua.

— Ho veduto delle ombre a scivolare fra le foglie delle piante acquatiche, — disse Alvaro. — I pesci non devono mancare in questa palude.

Il mozzo aveva già raccolto parecchie larve e sfilacciata una sagola che gli serviva a sostenersi i calzoni. Tagliarono due canne, prepararono gli ami e si provarono a lanciarli in mezzo alle larghe foglie delle _victoria_ che proiettavano un’ombra sufficiente ad ingannare i pesci.

Due scosse li avvertirono ben presto che la cena era assicurata. Ritirarono con precauzione le lenze e s’impadronirono di due grossi _traira_, pesci che abitano le paludi e le savane, colla bocca larghissima armata di denti acutissimi ed il groppone nero.

Incoraggiati da quel primo successo avevano tornato a lanciare gli ami, quando con loro grande sorpresa udirono, sotto le acque, un ruggito strano e prolungato, come se fosse uscito dalla gola d’un leone.

— Avete udito signor Alvaro? — chiese il mozzo.

— Per bacco! Non sono sordo.

— Era un ruggito, è vero?

— Sì, Garcia.

— E veniva dal fondo della palude.

— Dall’alto no di certo.

— Chi può averlo mandato?

— Qualche pesce di nuova specie, forse.

— Deve essere ben grosso.

— Piccolo no di certo, ragazzo mio.

— Se fosse invece qualcuno di quegli enormi serpenti?

— Era venuto anche a me questo sospetto.

— Oppure un caimano?

— Sarebbe tornato a galla a respirare, mentre non ne vedo. —

In quel momento il mozzo provò una scossa così vigorosa, che per poco non fu trascinato nella palude.

Qualche pesce enorme doveva aver inghiottito l’amo e nel tentare di fuggire, aveva dato quello strappo.

Alvaro aveva appena avuto il tempo di trattenere il mozzo.

— Lascia andare le lenza! — gridò.

La funicella e la canna scomparvero subito sott’acqua, mentre una tromba d’acqua e di fango si sollevava dalla palude, rovesciandosi addosso ai due naufraghi, seguita da un ruggito più formidabile del primo.

— Perdinci!... — esclamò Alvaro, saltando rapidamente indietro. — È scoppiata una mina in fondo alla palude?

— Altro che una mina, signore, — disse Garcia. — Ho veduto, in mezzo al fango agitarsi una coda grossa come le vostre coscie. —

Era una di quelle bestiaccie che avete ucciso sulle rive dello stagno e che per poco non mi divorava.

— Un altro di quei serpenti?

— Ma sì, signore.

— Strano paese dove i serpenti invece di strisciare fra le erbe vivono nell’acqua come le anguille!

— Devono essere parenti stretti.

— Non disturbiamo oltre quel messere che deve essere molto irritato per aver inghiottito il tuo amo. D’altronde la cena è ormai assicurata e abbondantemente.

— Quando lascieremo l’isolotto?

— Ci fermeremo qui questa sera. Siamo più al sicuro in mezzo alla palude che nei boschi.

— Che gl’indiani abbiano terminata la battaglia?

— Non si ode più nulla.

— Saranno probabilmente occupati ad arrostire i morti.

— E anche i prigionieri, Garcia, — disse Alvaro.

— Che canaglie! Eppure la selvaggina e le frutta non mancano nelle loro foreste.

— Questione di gusti, ragazzo mio. Orsù, accendiamo il fuoco e prepariamoci la cena.

Il sole si abbassa rapidamente. —

Temendo che gl’indiani potessero scorgere la fiamma, dubitando che avessero già lasciata la foresta, scelsero un luogo riparato dalle piante.

Raccolsero delle canne secche e dei rami morti e si sedettero intorno al piccolo falò sorvegliando la cottura dei pesci.

Le tenebre cominciavano a calare e dalle acque si alzava una nebbiola carica di esalazioni pestifere, quella nebbia pericolosissima che produce febbri mortali e anche la terribile febbre gialla.

Miriadi di zanzaroni volteggiavano fra le canne, mentre in alto svolazzavano a zig-zag certi grossi pipistrelli che avevano delle ali di quasi mezzo metro, forse quei pericolosissimi vampiri rossi che succhiano il sangue alle persone e agli animali che sorprendono addormentati.

Sulle larghe foglie delle _victorie_, passeggiavano invece gravemente, sui loro lunghissimi trampoli i _piassoca_, lasciandosi trasportare dal venticello che spingeva quelle zattere verdeggianti, attraverso la palude, mentre i _bentivi_, ritti sulle canne, lanciavano il loro monotono e melanconico grido: _ben-ti-vi... ben-ti-vi_... ed i bianchi _uroponga_ nascosti fra i cespugli degli isolotti lanciavano in aria, rompendo bruscamente il silenzio, le loro note acute che somigliano allo squillo d’una campana od al battere d’un martello su un’incudine.

— Come è tetra questa palude, — disse Alvaro che sorvegliava la cottura dei due _traira_. — Mi mette indosso una tristezza infinita.

— E anche a me, signore, — rispose il mozzo, — e amerei meglio trovarmi sulle sponde della baia.

— Vi torneremo presto, ragazzo mio. Domani attraverseremo questa palude e marcieremo verso oriente fino a che l’avremo ritrovata.

Non dobbiamo essere lontani più d’un paio di miglia. Ah!

— Che cosa avete, signore?

— Hai assaggiata l’acqua di questa palude?

— Non ancora.

— Se fosse invece una laguna comunicante col mare?

— Faremo presto a saperlo. Finchè voi levate dal fuoco i pesci, io vado a bere una sorsata d’acqua, quantunque sia così nera da non far gola nemmeno ad un assetato. —

Il mozzo si alzò e s’avvicinò alla riva immergendovi una mano.

— È salmastra, — disse. — Che questa palude abbia qualche comunicazione col mare non v’è dubbio. —

Stava per rialzarsi quando vide passare, a dieci o dodici passi dalla riva una massa oscura che pareva formata da un ammasso di piante acquatiche e gli pervenne agli orecchi un vagito.