Part 3
Certo facevano i loro progetti per impadronirsene e saccheggiarla. Di quando in quando qualcuno si alzava e mandava delle grida mentre faceva volteggiare in aria la sua mazza come se fosse dietro a massacrare qualcuno, poi lo si vedeva spiccare dei salti innanzi ed indietro come se combattesse contro un invisibile nemico.
Verso la mezzanotte però tutti si stesero ed i fuochi a poco a poco furono lasciati spegnere.
Correa, in preda a tristi pensieri non osava chiudere gli occhi e nemmeno affidare la vigilanza della caravella al mozzo, per paura che quel ragazzo si addormentasse nuovamente.
Di tratto in tratto s’alzava e si spingeva fino al castello di prora, scrutando attentamente la acque della baia, parendogli sempre di veder apparire improvvisamente le quattro piroghe, poi tornava sul cassero per guardare l’oceano.
Avrebbe desiderato che un nuovo uragano scoppiasse, quantunque la caravella si trovasse in tali condizioni da non poter resistere ad un nuovo assalto delle onde.
Invece l’oceano si calmava e anche i nuvoloni che avevano ingombrato il cielo, cominciavano a rompersi mostrando qualche stella.
I cavalloni giungevano sempre più radi e meno violenti. L’intervallo fra l’uno e l’altro aumentava, segno infallibile che l’uragano che aveva sconvolto l’Atlantico stava per cessare.
— Se potessimo gettare la zattera, — disse Alvaro. — Credo invece che noi dovremo aspettare che la calma sia completa onde non vederla sfasciarsi sotto i nostri occhi.
E poi, dove fuggire? Le piroghe non tarderebbero a raggiungerci e preferisco difendermi qui. —
La notte trascorse in continue ansie. Il mozzo si era svegliato e lo aveva raggiunto poco dopo la mezzanotte, non essendosi potuto più riaddormentare.
Quando spuntò il sole la situazione non era cambiata. Vi erano sempre ondate entro la baia, però molto meno violente del giorno innanzi.
Gl’indiani si erano già alzati e stavano osservando la caravella dalla cima delle scogliere, mentre i battellieri stavano spingendo in acqua le piroghe che la bassa marea aveva lasciato a secco fra le sabbie.
— Si preparano ad assalirci, — disse Alvaro al mozzo. — Non spaventarti se li vedi venire e cerca di sparare meglio che puoi.
— Non sono un cattivo bersagliere, signore, — rispose Garcia. — Mio padre, che era sergente nel reggimento di Castiglia, mi ha insegnato per tempo a far uso delle armi.
— Allora tutto andrà bene. Eccoli che si radunano; armiamoci e cerchiamo di maltrattarli più che potremo.
Quegli antropofagi non meritano alcuna pietà e poi si tratta di salvare le nostre bistecche. —
Gl’indiani avevano lasciate le scogliere e cominciavano ad affollarsi confusamente nelle quattro lunghe piroghe, fra un gridìo assordante.
Pareva che tutto d’un tratto fossero diventati furibondi. Alzavano le mazze maneggiandole con supremo vigore e somma abilità e le loro cerbottane già pronte a scagliare le freccie intinte nel velenosissimo _curaro_, quella terribile miscela formata col succo di varie piante e che non aveva, in quell’epoca, alcun rimedio.
Ordinatisi alla meglio fra i banchi, i guerrieri girarono intorno allo scoglio che aveva protetto le loro piroghe dalle ondate e si spinsero al largo puntando sulla caravella.
Abituati ad eccitarsi con urla acutissime, ululavamo come belve, credendo di spaventare i naufraghi.
Il signor di Correa invece non si atterriva affatto. Esaminata la mina e trovata la sagola incatramata asciuttissima, aveva, con alcune casse e con alcuni barili, improvvisata una barricata sul cassero e vi si era nascosto dietro assieme al mozzo, mettendosi dinanzi gli archibugi ed i due spadoni arruginiti che potevano servire efficacemente in un combattimento corpo a corpo.
— Garcia, — disse Alvaro. — Abbiamo un sorso di vino di Porto, nel canestro, mi pare.
— Sì, signore.
— Trangugia un sorso prima che cominci la battaglia. Ti darà coraggio.
Il mozzo non si fece pregare a prendere la bottiglia che passò prima ad Alvaro.
— Così le nostre bistecche saranno più gustose, se dovremo finire sulla graticola, — ebbe l’audacia di dire il valoroso giovane.
— Giù un buon sorso, Garcia! I selvaggi sono a buon tiro. —
Le quattro piroghe, che s’avanzavano frettolosamente salendo e discendendo i cavalloni, si trovavano allora a soli trecento passi dallo scoglio contro cui si era infranta la caravella.
Alvaro prese uno dei due moschetti, si appoggiò contro una cassa e mirò qualche istante un gran diavolo di selvaggio che si dimenava sulla prora della prima scialuppa, avventando all’aria colpi formidabili di mazza e che urlava più alto di tutti.
Aveva appena tirato il grilletto, che già l’indiano cadeva in acqua, fulminato in pieno petto da una palla di un’oncia.
Udendo quello sparo, che dovevano scambiare per lo scoppio d’una folgore, gl’indiani si erano fermati guardando in alto invece che verso la caravella.
Nessuno si era occupato del loro compagno, già inabissatosi nelle profonde acque della baia.
Un altro colpo di moschetto, sparato dal mozzo e che fracassò un braccio ad un remigante, li avvertì finalmente che quei misteriosi messaggeri di morte non cadevano giù dal cielo che era tornato limpido, ma che partivano invece dalla nave.
Avevano scorto il lampo a balenare sul cassero e anche la nuvola di fumo che la brezza mattutina non aveva ancora dissipata.
Uno stupore impossibile a descriversi si era impadronito di quegli ingenui, per quanto feroci figli delle vergini foreste americane.
Muti pel terrore, guardavano la caravella senza osare più a toccare i remi. Quale bestia doveva essere quella che lanciava fuoco e fiamme e che ad una così grande distanza ammazzava o mutilava gli uomini?
Nondimeno lo stupore non durò molto in quei selvaggi abituati a vivere in continua guerra fra tribù e tribù. L’avidità fu più forte della paura e ripresero ben presto i remi spingendo rapidamente innanzi le loro piroghe per giungere presto sotto la caravella.
Ormai avevano scorti i due naufraghi e contavano di vincerli facilmente e anche di mangiarseli presto.
— Signor Alvaro, — disse il mozzo. — Continuano ad avanzarsi egualmente. Il tuono non basta a fermarli e nemmeno le nostre palle.
— Vi è la mina pronta e vedrai come salteranno. Aspetta che giungano sotto la prora.
— E noi?
— Ci rifugieremo nel quadro. Lo scoppio non farà troppi guasti. Hai finito di caricare?
— Sì, signore.
— Mira la seconda piroga; io m’incarico della prima.
Due altri spari rimbombarono a breve tratto l’uno dall’altro e altri due indiani caddero sui loro banchi, uno morto sul colpo e l’altro ferito.
Urla acutissime risposero a quella seconda scarica, poi una voce tuonante s’alzò sola, gridando replicatamente:
— _Caramurà!... Caramurà!_... —
Era una maledizione scagliata contro i possessori del fuoco celeste o voleva significare qualche cosa d’altro? Alvaro non ebbe il tempo di cercarne la spiegazione.
Le quattro piroghe con un ultimo sforzo erano già giunte sotto la prora della caravella che era la parte più bassa e che meglio si prestava ad un abbordaggio.
Il signor di Correa si era impadronito d’un pezzo di scotta che aveva accesa ancora prima che cominciasse il combattimento e che bruciava sulla murata.
— Nel quadro, Garcia! — gridò.
— No, signore, — rispose il ragazzo con voce risoluta. — Vi difenderò giacchè il mio archibugio è già carico.
— Grazie, — rispose Alvaro, impugnando uno dei due spadoni.
Mentre gl’indiani, certi di impadronirsi facilmente della nave, cercavano di arrampicarsi servendosi dei cordami del bompresso, il portoghese si slanciò attraverso la tolda cacciandosi sotto il castello di prora.
Con un colpo di spada tagliò parte della sagola, diede fuoco a quella che s’univa alla cassa, poi scappò a tutte gambe.
In quel momento il primo selvaggio saliva aggrappandosi alla polena. Stava per mettere i piedi sul castello, quando il mozzo lo abbattè con un buon colpo di archibugio, facendolo stramazzare addosso ai compagni che stavano pure arrampicandosi sulle funi della dolfiniera.
— Bravo Garcia! — gridò Alvaro salendo precipitosamente sul cassero. — Presto, nel quadro, ragazzo mio! La mina sta per scoppiare! —
I brasiliani, il cui coraggio cominciava a vacillare non già per le perdite subite, bensì in causa di quelle detonazioni che non riuscivano a spiegarsi, erano ridiscesi nei loro canotti non osando più issarsi sul rottame.
Si udivano però a gridare sempre, con accento di terrore:
— _Caramurà!... Caramurà!_... —
Ad un tratto una detonazione formidabile soffocò i loro clamori.
La mina era scoppiata gettando in aria casse, barili e gomene e disarticolando d’un colpo solo tutto la prora della caravella.
La spinta era stata così forte, che Alvaro ed il mozzo furono rovesciati al suolo, l’uno sull’altro e che tutti i quadri e gli attrezzi marinareschi che si trovavano appesi alle pareti, caddero con un fracasso indiavolato. Anche le porte delle cabine furono spalancate di colpo, sbattacchiando replicatamente.
— Perdinci, che cannonata! — esclamò Alvaro, rialzandosi e tastandosi le costole. — Se avessi versato nella cassa mezzo barile di polvere noi saremmo saltati.
Ehi, ragazzo, nulla di guasto?
— Il naso un po’ schiacciato, signore, — rispose il mozzo.
— Saltiamo fuori! —
Afferrarono i moschetti e gli spadoni e salirono sul ponte. Un denso fumo ondeggiava ancora sulla prora squarciata e delle lingue di fuoco serpeggiavano sotto i rottami del castello.
Le gomene incatramate e le vesti dei marinai rinchiuse nelle casse si erano incendiate.
— Ah! Diavolo! — esclamò Alvaro, aggrottando la fronte. — Non aveva previsto questo pericolo.
Saltò sulla murata aggrappandosi ai paterassi ancora sospesi al troncone dell’albero maestro e guardò verso prora.
La disfatta degl’indiani era stata completa. Delle quattro piroghe una era colata subito a fondo e le altre tre fuggivano disordinatamente verso la riva.
— Un bel colpo in fede mia, — disse il bravo giovane, ridendo. — Quei maledetti mangiatori di carne umana non torneranno più a rinnovare l’attacco.
Guardò verso lo scoglio contro cui si era arenata la caravella. Dei cadaveri, orrendamente mutilati, ondeggiavano fra la spuma che le onde avventavano sulle rocce insieme a frammenti di remi e di banchi.
— Se ne sono andati, signor Alvaro? — chiese il mozzo.
— Filano verso la costa come un’orca che ha il vento in poppa, — rispose Correa. — Giurerei che non hanno più una goccia di sangue nelle vene.
— Come arrancano! — esclamò il ragazzo che si era issato, a sua volta, sulla murata. — Devono aver provata una terribile paura.
— E parecchi di essi sono morti.
— Ed i pesci cani stanno divorandoli, signore. Oh! Le brutte bestie! Guardate quante ve ne sono! Aho! Che bocconi! Tagliano in due un corpo come se avessero fra i denti una immensa forbice! —
Correa guardò verso la prora e rabbrividì. Sette od otto mostruosi squali, di quelli che hanno la testa foggiata a martello e che si chiamano zigaene, si agitavano presso la scogliera mostrando le loro enormi bocche semi-circolari, armate di formidabili denti.
Si voltavano sul dorso, non potendo afferrare le prede d’un colpo, in causa della disposizione della loro bocca che si trova al di sotto dei due capi del martello, poi con un crac che metteva i brividi tagliavano in due i cadaveri, afferravano la parte più grossa e scomparivano fra un cerchio di sangue.
— Oh! gli orribili pesci! — esclamò Correa. — Se l’esplosione ci scaraventava in mare, ci toccava una bella fine! —
Una folata di fumo nero e fetente, impregnato dell’odor del catrame, lo avvertì che il pericolo non stava dalla parte degli squali.
— Perdinci! — esclamò. — Noi dimenticavamo che la prora della caravella sta tramutandosi in una fornace.
[Illustrazione: Poi, con una spinta più vigorosa, la catena attraversò.... (CAP. IV).]
Ragazzo mio, se gl’indiani se ne sono andati, non possiamo dire di essere ancora salvi. Bisogna sgombrare e senza perdere tempo.
— È vero signore ma.... e quei pesci cani?
— Hanno ben altro da fare in questo momento per occuparsi di noi. E poi abbiamo delle armi e se cercheranno di assalire la nostra zattera ci difenderemo. —
Diede un ultimo sguardo verso la costa. Le tre piroghe avevano imboccato uno dei cinque fiumi e stavano scomparendo sotto le vôlte di verzura che coprivano quei corsi d’acqua.
— Alla zattera, Garcia, — disse. — Porta in coperta un barilotto di polvere e del piombo.
Ci sono più viveri nel quadro?
— La dispensa è sott’acqua, signore. Ve lo dissi già.
— Andremo a guadagnarci la colazione alla costa. Vedo un gran numero di uccelli a volare fra gli alberi e non siamo cattivi tiratori. —
Si issò fino alla coffa portando con se una gomena che passò in una delle puleggie, poi legò un capo ad un angolo della zattera e avvolse l’altro intorno all’argano di poppa, che il mozzo aveva già provvisto di manovelle.
Bisognava spicciarsi. Le fiamme, trovando facile alimento nelle pareti incatramate della caravella, guadagnavano rapidamente.
Lingue smisurate s’alzavano fra i rottami del castello di prora, mentre fitti nuvoloni di fumo acre e pesante, avvolgevano tutta la nave.
Correa ed il mozzo si curvarono sulle aspe e fecero girare l’argano spingendo a tutta forza.
Essendo la zattera piccola e non troppo pesante, non fu difficile issarla e spingerla al di fuori della murata.
D’altronde lo stato del mare favoriva quell’operazione che sarebbe stata difficilissima a compiersi con delle forti ondate.
L’Atlantico si era calmato e solo di quando in quando qualche cavallone, poco alto, si distendeva nella baia, andando ad infrangersi contro le scogliere e gli isolotti.
La zattera appena toccata l’acqua si raddrizzò, rollando vivamente e beccheggiando e urtando contro il fianco della caravella.
Correa ed il mozzo, assicuratisi che galleggiava perfettamente, calarono i due barilotti contenenti le munizioni e qualche vestito di ricambio trovato nella cabina del pilota, presero i loro spadoni, la scure e gli archibugi e scesero sul galleggiante troncando le funi.
— Dove ci dirigeremo, signore? — chiese il mozzo, disponendosi a prendere i remi.
Correa lanciò un lungo sguardo verso la costa, poi indicando un fiume che si versava nella vasta baia, disse:
— Approderemo là; saremo abbastanza lontani da quello che hanno risalito i brasiliani. —
CAPITOLO IV.
Alla costa.
La zattera galleggiava perfettamente, mercè anche i quattro carratelli legati ai suoi angoli e manteneva fuori d’acqua la sua piattaforma malgrado le ondate che rumoreggiavano nella baia.
Il signor di Correa ed il ragazzo, dopo essersi orizzontati, si erano messi ad arrancare con lena, tenendo però gli sguardi quasi sempre volti alla foce del fiume entro la quale si erano cacciate le tre piroghe dei brasiliani.
Temevano che quei bricconi si fossero nascosti fra le piante che coprivano le due rive e che da un istante all’altro facessero la loro comparsa.
Nella baia non si scorgevano che degli uccelli marini d’una specie assolutamente ignota ad Alvaro ed al suo compagno e che si tuffavano nelle acque per dare la caccia ai pesci. Nessuna piroga solcava quell’immenso specchio d’acqua disseminato di superbi isolotti coperti di palmizi di varie specie, che davano loro un aspetto assai grazioso.
Nessun rumore sospetto turbava il silenzio che regnava entro quella specie di golfo che doveva diventare un giorno sede di una delle più opulente città dell’America meridionale e uno dei porti più ampii e più sicuri del mondo.
Solamente si udivano sempre a rumoreggiare e tuonare i marosi, arrestati nella loro corsa dalle scogliere.
La zattera, ora affondando pesantemente nelle pieghe dei cavalloni ed ora librandosi sulle creste, si era già allontanata dalla caravella sempre fiammeggiante, d’un centinaio di metri, quando alcune teste apparvero a babordo ed a tribordo, strappando al mozzo un grido di terrore.
— Signor Correa!
— Gl’indiani? — chiese Alvaro, che non si era ancora accorto della presenza di quei nuovi nemici, non meno formidabili dei mangiatori di carne umana delle selve brasiliane.
— No, gli squali, signore.
— Che siano tutti accaniti contro le nostre polpe e affamati di carne bianca in questo maledetto paese! La cosa comincia a diventare un po’ noiosa.
— Ci hanno circondati, signore. —
Alvaro ritirò il remo e si guardò intorno. Il mozzo non aveva esagerato il pericolo.
Sette od otto enormi pesci-martello, mostravano le loro orribili teste a pochi passi dalla zattera, aprendo e rinchiudendo le loro mascelle con uno scricchiolío per nulla rassicurante.
I loro occhi, bruttissimi, collocati alle due estremità del martello, dall’iride azzurro cupo, si tenevano ostinatamente fissi sui due naufraghi come se cercassero di affascinarli.
— Non sono meno pericolosi degl’indiani questi, — disse il giovane portoghese. — Non sarà però cosa facile per loro di inerpicarsi sulla zattera, giacchè la natura non li ha, fortunatamente, provvisti di zampe e di artigli.
Che boccaccie! Non ti senti gelare il sangue, mio piccolo Garcia?
— E anche girare la testa signore, — rispose il mozzo.
— Prendi uno spadone e picchia sodo se si avvicinano.
— Sarebbe meglio fucilarli.
— Degli spari! No, Garcia, non facciamo tornare gl’indiani o accorrere degli altri.
Ve ne possono essere ancora sotto quelle boscaglie. —
Gli squali si erano messi a girare intorno alla zattera, tenendosi ad una certa distanza, mostrando ora i loro dorsi potenti ed ora le loro code che sono così robuste da poter rovesciare d’un sol colpo un canotto di media lunghezza.
Di tratto in tratto qualcuno si inabissava fragorosamente ed i due naufraghi sentivano la sua pelle rugosa strisciare sul fondo della zattera.
— Si provano ad alzarla, — disse Correa il quale era meno spaventato di quanto avrebbe dovuto esserlo. Ritengo però che non ne avranno la forza. Anche noi pesiamo qualche cosa. —
Aveva afferrato il suo spadone e con un coraggio temerario si era accostato al margine di tribordo della zattera, tirando gran colpi che ricadevano sempre nel vuoto. Quei maledetti squali, furbi come pesci, appena vedevano l’atto si tuffavano rapidamente per ricomparire poco dopo dall’altra parte del galleggiante.
Parve però che uno perdesse la pazienza. Era un mostro di sei o sette metri di lunghezza, uno dei più enormi della specie, con una bocca così ampia che Garcia non avrebbe trovato alcuna difficoltà a starvi dentro ripiegato in due.
Sicuro della sua forza e fors’anche più affamato degli altri, con un poderoso colpo di coda si rovesciò sulla zattera urtandola in così malo modo da farla piegare sul tribordo d’un buon piede.
La scossa era stata così improvvisa che Correa per poco non cadde entro quella bocca spalancata che si teneva pronta a rinchiudersi.
— Ah per Bacco Baccone! — esclamò il portoghese, riprendendo subito il suo ammirabile sangue freddo. La faccenda comincia a farsi seria. — Se tutti ci piombano addosso ci faranno a pezzi. —
Vedendo il vorace mostro ritornare all’assalto, impugnò lo spadone con ambe le mani e gli tirò contro una tale botta, da tagliargli netto uno dei due capi del martello.
Lo squalo, così atrocemente mutilato, mandò un rauco sospiro che parve un colpo di tuono udito in lontananza, e s’inabissò subito lasciando alla superficie una larga macchia di sangue ed il suo pezzo di testa il cui occhio conservava ancora un terribile sguardo.
— Credo che quel briccone ne avrà abbastanza, — disse il portoghese.
— Ed anche il mio, — rispose il mozzo.
Il ragazzo incoraggiato dal felice esito del compagno, vedendo un altro squalo passare a buon tiro, gli aveva spaccata la testa con una destrezza sorprendente.
Disgraziatamente avevano ottenuto l’effetto opposto. Gli altri, invece di spaventarsi per quella brusca accoglienza, eccitati forse dall’odore del sangue erano diventati d’un colpo furibondi.
Urtavano la zattera da tutte le parti, ora spingendola da una parte ed ora dall’altra, facendola piegare a babordo od a tribordo e avventavano colpi di coda così tremendi che i carratelli si sfasciavano compromettendo la stabilità del galleggiante.
Quell’assalto stava per finire tragicamente non ostante i colpi di spadone dei due naufraghi, quando un rimbombo spaventevole echeggiò nella baia e un’ondata altissima si rovesciò addosso ai combattenti, portando la zattera verso la costa.
Era la caravella che saltava. Le fiamme, non combattute, avevano raggiunto il quadro ed i barili di polvere del pilota erano scoppiati con un fragore assordante, sventrando letteralmente il povero legno.
Quello scoppio era stato più efficace che i colpi di spadone di Alvaro e del mozzo.
Gli squali, atterriti, si erano subito inabissati rifugiandosi probabilmente nelle caverne sottomarine che servono ordinariamente di asilo a quei pericolosi abitanti delle baie americane.
Per qualche minuto una immensa nuvola biancastra si distese sopra la baia tutto oscurando, poi, quando si fu dissipata, Correa ed il mozzo scorsero fra le scogliere lo scafo della caravella tutto disarticolato ed infiammato.
— Povero veliero, — disse il portoghese, con una certa commozione. — Quale triste sorte doveva essere la tua. —
Una scossa che per poco non lo fece cadere in acqua, lo costrinse a voltarsi.
— Ancora gli squali? — chiese.
— No, signore, — rispose il mozzo, — ci siamo arenati sopra un banco e la spiaggia non è che a cinquanta passi da noi.
L’onda prodotta dall’esplosione ci ha portati meglio che una vela con buon vento.
— È profonda l’acqua?
— Appena un piede.
— Lasciamo il nostro galleggiante e andiamo a cercarci la colazione. —
Si caricarono dei due barilotti che non pesavano più di venti libbre ciascuno, raccolsero le vesti e le armi e saltarono sul banco che attraversarono senza difficoltà.
La boscaglia che si estendeva tutta intorno alla baia, finiva sulle sabbie, anzi talune piante bagnavano le loro radici nell’acqua del mare.
Era l’ultimo lembo di quella immensa foresta che anche oggidì copre buona parte dell’interno del Brasile non ostante gli sforzi continui degli emigranti e degli indigeni e che presenta ancora tutti i caratteri del suo stato primitivo, poichè i suoi alberi sono stretti da arbusti, da cespugli e da liane parassite d’ogni specie che si arrampicano intorno ai tronchi, che salgono fino ai più alti rami e che ridiscese a terra mettono nuove radici moltiplicandosi in modo spaventevole.
Dinanzi agli sguardi meravigliati di Correa e del mozzo si alzavano a perdita d’occhio piante superbe e svariate, strette da liane che ricadevano in enormi festoni formando in certi luoghi delle reti così fitte da rendere impossibile il passaggio non solo agli uomini ma ben anco agli animali.
Era un caos indescrivibile di mirti dalla scorza lucentissima; di cocchi più alti e più splendidi di quelli delle Indie orientali; di pekie che si direbbero produrre delle palle di cannone anzichè delle frutta e che mostravano i loro enormi calici ed i loro larghi petali dalle tinte svariate; di acacie, di cedri e di palmizi d’ogni specie.
Splendidi volatili, dalle penne variopinte, cicalavano in mezzo alle fronde, senza manifestare alcun timore per la vicinanza di quelle due persone.
Erano dei superbi _canindè_, somiglianti ai cacatoa australiani e grossi come pappagalli, colle ali d’un turchino brillante e le penne del petto gialle; degli _uruponga_ candidissimi, il cui canto fortissimo odesi, fra il maestoso silenzio delle foreste vergini, a ben tre miglia di distanza, all’alba, al mezzodì ed al tramonto e che squilla come una campana; delle arà tutte rosse che lanciavano, con una insistenza noiosa, il loro eterno _arà, arà_; poi degli _aracari_, specie di tucani non più grossi d’un merlo e col becco cartilaginoso grosso quanto l’intero corpo e che stridevano come ruote male unte.
— Che cosa ne dici di tuttociò, Garcia? — chiese Alvaro che guardava con stupore tutti quei volatili che scherzavano fra i raggi del sole, facendo brillare vivamente le tinte svariate delle loro penne.