L'Uomo di Fuoco

Part 2

Chapter 23,675 wordsPublic domain

A destra serviva di sponda il continente; a sinistra invece una grande isola[3] tutta coperta di palme e di noci di cocco; nel mezzo invece s’alzavano numerose isolette le une più pittoresche delle altre, veri giardini disseminati su quel golfo.

Dei fiumi, cinque o sei, dalla foce molto ampia, si versavano in mare lottando furiosamente contro le onde che tentavano di respingere le loro acque.

— Che paese meraviglioso! — esclamò Alvaro, entusiasmato. Non l’avevo prima osservato; peccato però che queste spiagge siano abitate da antropofagi ributtanti, che si dice abbiano sopratutto una passione spiccata per la carne degli uomini bianchi. Già è un piatto piuttosto raro che non abbonda in queste regioni, almeno per ora.

Saliamo più in alto e vediamo se qualche marinaio è riuscito a salvarsi.

Era ancora rimasto ritto un troncone dell’albero maestro, che sosteneva la coffa.

Il signor Viana s’aggrappò ad una delle funi e s’inerpicò fino lassù con un’agilità da far stupire anche il mozzo.

Da quell’altezza si poteva dominare tutta la baia e scorgere anche distintamente la costa più prossima, la quale non distava più di sette od ottocento passi.

Un fuoco brillava su quella spiaggia, alla base di un alto scoglio e seduti intorno vi erano degli uomini quasi nudi, occupati ad asciugare le loro vesti.

— I marinai della caravella! — esclamò Alvaro, con voce lieta. — Sono ben felice che quei disgraziati si siano salvati in buon numero, giacchè ero più che persuaso che le onde li avessero sbricciolati.

Riunì le mani a mo’ di porta-voce, le accostò alle labbra e lanciò per tre volte un «ohe!» prolungato.

Udendo quelle chiamate, i naufraghi si erano alzati spingendosi verso la spiaggia, che le onde, sempre altissime, di quando in quando spazzavano con un rombo continuo.

Erano una dozzina e parecchi zoppicavano. Il vecchio pilota si trovava fra loro, anzi pareva il meno maltrattato di tutti.

— Signor Correa! — gridò, dopo aver atteso che l’onda si fosse sfasciata. — Affonda sempre la nave?

— Non si muove più.

— Gettatevi in acqua e cercate di raggiungerci.

— Pel momento mi trovo troppo bene qui e non sbarcherò finchè la tempesta non sarà cessata, — rispose il giovane.

— Badate che le onde non vi spazzino via. È sempre furioso l’Atlantico.

— Mi guarderò dai colpi di mare.

— Se potete, preparatevi almeno una zattera.

— È quello che farò. Addio pilota e non fatevi sorprendere dai selvaggi. —

Ridiscese sulla tolda della caravella, dove il mozzo lo aspettava con ansietà.

— Tutto va bene, finora, — disse Correa. — Cerca una scure e prepariamo la zattera. L’uragano accenna a calmarsi e forse questa sera potremo anche noi approdare, senza correre alcun rischio.

— Ve ne sono parecchie di scuri nella cabina del pilota, — rispose Garcia.

— Ed il legname ed i cordami non mancano qui. Ma mi pare che sarebbe il momento di stritolare un biscotto.

Spero che troveremo qualche cosa da porre sotto i denti.

— So dove si trova la dispensa, signore. —

Mentre il mozzo discendeva nel quadro, Alvaro fece il giro del ponte per accertarsi se la caravella si trovava in grado di resistere a quei continui cavalloni che la urtavano poderosamente e senza tregua.

La sua immersione si era arrestata e pareva che si fosse incagliata così bene da non temere che venisse nuovamente spostata. Che potesse però opporre una lunga resistenza alle onde, vi era da dubitare.

I suoi fianchi, sconquassati, a poco a poco cedevano ed i madieri si spostavano sempre. Anche i corbetti dovevano essersi infranti in parecchi luoghi.

Degli squarci si erano aperti specialmente sul tribordo e le acque, volta a volta vi penetravano con un cupo rimbombo riempiendo la stiva e rimuovendo il carico, per uscire poi, in forma di cascate, dalle aperture di prora.

— È destinata a sparire, — disse Alvaro. — Sarà questione di qualche giorno se non di ore.

Peccato! Coi suoi rottami si sarebbe potuto ricostruire una grossa scialuppa e guadagnare le Antille.

Che cosa faremo noi su queste spiaggie così lontane da quelle abitate dagli uomini della nostra razza? Vorrei sapere come finirà, tutto ciò. —

Scrollò le spalle e fece buon viso al mozzo che risaliva in quel momento portando un canestro contenente dei biscotti e del lardo.

— È tutto quello che ho potuto trovare, signor Alvaro, — disse il ragazzo.

— I tuoi camerati sarebbero felici di poter avere altrettanto, — rispose Viana, — quantunque le piante da frutto non manchino sulle coste brasiliane. —

Stavano per sedersi su un barile, quando verso la spiaggia udirono il pilota a urlare.

— Signor Correa! Signor Correa! —

La voce del vecchio marinaio era improntata al più vivo terrore.

Alvaro era balzato in piedi, slanciandosi verso la murata di babordo, da cui poteva distinguere la spiaggia senza risalire fino alla coffa.

In quel medesimo istante, urla terribili s’alzarono fra le piante che ingombravano la costa. Erano ululati che parevano uscire da gole di belve, poi urla acutissime che terminavano in veri ruggiti.

Alvaro, pallido, angosciato, aveva volti gli sguardi verso lo scoglio alla cui base poco prima aveva scorto i naufraghi attorno al fuoco.

Non vi erano più. Fuggivano disordinatamente lungo la spiaggia, gridando a squarciagola:

— Aiuto!

— I selvaggi!

— Signor Alvaro!

— Stanno per piombarci addosso! —

Delle freccie si vedevano volare per l’aria e piantarsi nei dorsi o nei fianchi dei fuggiaschi.

— Signore! — gridò il mozzo che era diventato pallido come un cencio di bucato. — Uccidono i nostri compagni!

[Illustrazione: Alvaro, sul cassero di prua, tagliò con lo spadone la miccia e l’accese. (CAP. III).]

Una torma di uomini semi-nudi coi capelli lunghi, sciolti sulle spalle e adorni di mazzi di penne variopinte, era sbucata sulla spiaggia continuando a urlare spaventosamente.

Quegli uomini, una cinquantina per lo meno, erano di statura superiore alla media e ben complessi, colla pelle color del mattone a striscie rosse e nere che davano loro un aspetto pauroso, ed il viso ornato di penne disposte come baffi, trattenute da qualche mastice ed erano armati di clave lunghe sei piedi e larghe uno, colle coste frastagliate a guisa di denti di sega, armi certamente formidabili che dovevano ammazzare un nemico con un colpo solo. Altri invece tenevano certe specie di bastoni entro i quali soffiavano lanciando delle sottilissime freccie, intinte forse in qualche sostanza velenosa, poichè ogni marinaio che veniva colpito cadeva al suolo contorcendosi disperatamente e per non più rialzarsi.

I brasiliani, vedendo i naufraghi a fuggire, si erano slanciati a loro volta a corsa sfrenata, temendo forse che cercassero d’imbarcarsi.

Con un tremendo colpo delle loro mazze fulminavano i feriti dalle freccie, fracassando loro il cranio, poi continuavano la corsa per dare addosso agli altri che tentavano di trovare un rifugio fra le scogliere.

Il signor de Correa, assisteva inorridito al massacro, senza nulla poter tentare. Vi erano bensì a bordo dei fucili ma a nulla avrebbero potuto giovare, avendo le armi da fuoco in quell’epoca una portata limitatissima.

Anche se si fosse precipitato in acqua a rischio di venire scagliato fra le scogliere, il suo soccorso sarebbe stato assolutamente inutile, anzi i brasiliani avrebbero potuto contare una vittima di più da porre poi sui carboni.

Invano urlava e minacciava. Le grida dei selvaggi ed il fragore delle onde coprivano la sua voce.

— Fermatevi, canaglie! — gridava. — Fermatevi o quando approderò vi ucciderò tutti! —

I brasiliani non si erano nemmeno accorti della presenza del portoghese e del suo giovane compagno, anzi pareva che non avessero nemmeno notata la vicinanza della caravella, tanto erano accaniti nel perseguitare gli ultimi superstiti.

La caccia alla preda umana non doveva durare a lungo con quei veloci selvaggi che correvano più lesti dei daini.

Di dodici marinai non ne erano rimasti che cinque i quali si erano rifugiati sulla cima d’una scogliera, tentando di respingere gli assalitori a colpi di pietra. Fra essi vi era ancora il pilota, a cui l’imminenza del pericolo aveva messo le ali alle gambe.

Con una bordata di freccie i brasiliani ne fecero cadere tre, poi si scagliarono sugli altri due colle mazze alzate e li fracassarono con pochi colpi, riducendoli in un ammasso di carni sanguinolenti e di ossa spezzate. Un clamore assordante salutò la caduta dei due ultimi portoghesi.

— Miserabili! — gridò Alvaro, inorridito. — Sono belve feroci costoro e non uomini.

— Signore, — disse il mozzo, con voce tremante. — Verranno a trucidare anche noi ora?

— Mi pare che non si siano nemmeno accorti della nostra presenza.

— Non facciamoci vedere, signore.

— Vorrei anzi che venissero, — rispose Alvaro. — Ci sono dei fucili, ci difenderemo e anche vendicheremo i tuoi poveri compagni.

— Non chiamateli, signor Alvaro.

— Eppur darei qualche cosa per fucilarli.

— Che cosa faranno ora dei cadaveri dei nostri camerati?

— Li mangeranno: guarda! —

I brasiliani, raccolti i corpi dei marinai, erano tornati verso lo scoglio, alla cui base ardeva ancora il fuoco acceso dal pilota.

Mentre alcuni abbattevano delle foglie di cocco, altri raccoglievano nella vicina foresta rami d’alberi secchi che accumulavano con un certo ordine intorno alla fiamma.

Avevano allineati i dodici cadaveri presso le cataste, strappando loro lestamente le poche vesti che indossavano, i capelli e le barbe, servendosi di certi coltelli formati con pezzi di conchiglie che dovevano essere taglienti.

Lavati i corpi con acqua marina, costruirono una specie di graticola di proporzioni gigantesche, adoperando rami verdi, poi vi stesero sopra i dodici sciagurati, alimentando i fuochi.

Quando videro le fiamme alzarsi intorno agli arrosti, quei ributtanti mangiatori di carne umana si afferrarono per le mani eseguendo una danza scapigliata.

Saltavano come capretti, dimenando la testa ed il dorso e urlavano a piena gola, mentre due o tre, accoccolati presso i falò soffiavano disperatamente entro certi pifferi che parevano formati con tibie umane.

— Sembrano demoni, — disse il mozzo stringendosi al fianco di Alvaro, il quale osservava con un profondo senso di disgusto quei ributtanti selvaggi.

— Sì, demoni che io sarei ben contento di ricacciare all’inferno a colpi di cannone, — rispose il giovane. — Io mi domando se anche a noi toccherà l’eguale sorte.

— Sbarcheremo, signore?

— Ci saremo costretti, se non vorremo morire di fame e di sete o venire spazzati via dal mare.

— Non potremo noi costeggiare il Brasile fino al golfo del Messico?

— Con una zattera? Eh, ragazzo mio, non si andrebbe molto lungi. E poi saremmo costretti a sbarcare di quando in quando e ci troveremmo sempre alle prese cogli antropofagi.

— Sono tutti mangiatori di carne umana, gli abitanti di queste terre?

— Quasi tutti, ragazzo mio.

— Che cosa sarà allora di noi, signore?

— Non lo so di certo, — rispose Alvaro. — Tuttavia possedendo noi dei fucili, ti prometto che non ti lascierò massacrare senza difenderti.

So che tutti i selvaggi hanno sempre avuto una gran paura delle armi da fuoco, non riuscendo a spiegare il tuono che producono; può darsi quindi che anche questi si sgomentino.

— Non sbarcheremo però se non quando quei bruti si saranno allontanati.

— Non sarò così sciocco di andare ad espormi ai loro colpi. M’immagino che non rimarranno eternamente accampati sulla spiaggia e che torneranno al loro villaggio. —

Degli ululati spaventevoli interruppero il loro dialogo. I cuochi incaricati della cottura degli arrosti umani, dovevano aver avvertiti i loro compagni che gli uomini bianchi erano pronti a servire da colazione, giacchè si videro tutti quei ballerini interrompere bruscamente i loro salti disordinati e rovesciarsi verso i bracieri, con manifestazioni di gioia frenetica.

I marinai vennero levati dalle graticole semi-consunte mediante delle lunghe aste munite all’estremità di punte di selce e deposti su gigantesche foglie.

Un vecchio indiano che aveva sul petto molteplici file di denti di animali feroci e dei braccialetti d’oro, fece un piccolo discorso d’occasione, poi brandita una scure di pietra si mise a spaccare gli arrosti, gittando a quei mostruosi convitati a chi una testa, a chi una coscia, o una gamba od una natica o un polmone od ammasso di costole.

— Canaglie! — esclamò Alvaro che non poteva reggere a quell’atroce spettacolo. — E non poter impedire simili barbarie! Non guardarli, Garcia! Vomiterai la colazione. —

Si ritrassero verso la murata di babordo, guardando le onde che continuavano ad irrompere attraverso la baia, scuotendo sempre fortemente la caravella, tuttavia di quando in quando non sapevano frenare la loro curiosità per quanto quella scena di cannibalismo ispirasse ad entrambi un orrore invincibile.

I selvaggi si erano gettati sulle carni dei marinai coll’avidità di belve feroci a digiuno da una settimana. Lavoravano così bene di denti, che dopo qualche ora dei poveri naufraghi non ne rimanevano che i teschi già vuoti dei cervelli, delle costole spolpate e le ossa delle braccia e delle gambe.

Gonfi da scoppiare, i banchettanti si erano stesi beatamente, sulla rena della spiaggia, sotto l’ombra proiettata dalle palme per digerire pacificamente quella copiosa scorpacciata di carne bianca.

Solamente due o tre, per eccesso di precauzione, si erano seduti sulla cima dello scoglio guardando più verso la foresta che verso la baia. Eppure non doveva essere sfuggita ai loro sguardi la caravella, ancora abbastanza alta per poterla scorgere, malgrado che frequenti ondate la coprissero.

Era anzi quella tranquillità che non rassicurava affatto Alvaro, il quale invece avrebbe preferito un assalto. Cinquanta erano molti, ma con delle buone scariche si potevano tenere lontani o spaventarli in modo da rinunciare per sempre ad inquietare un uomo che possedeva delle armi così formidabili.

Egli temeva invece che aspettassero dei rinforzi per cercare di procurarsi degli altri arrosti.

— Mio povero ragazzo, — disse al mozzo che lo interrogava. — Guardiamoci dal chiudere gli occhi. Quei furfanti non ci lascieranno tranquilli.

— Che si siano accorti che ci sono delle persone su questa caravella.

— Non ne ho dubbio.

— E che cosa aspettano per assalirci?

— Probabilmente dei canotti. Il pilota mi aveva narrato che tutti i costieri brasiliani posseggono delle scialuppe scavate nei tronchi degli alberi e di cui se ne servono con abilità meravigliosa.

— Ah! Signore! Io mi sento gelare il sangue, pensando che anche noi dovremo misurarci con quei selvaggi.

— Non è questo il momento di perdersi d’animo, ragazzo mio, — disse Alvaro. — Se ti preme salvare la pelle, dovrai aiutarmi con tutte le tue forze. Sai maneggiare un fucile?

— Sì signore, — rispose Garcia. — Sono figlio d’un soldato.

— Allora va a prendere tutte le armi che potrai trovare e prepariamo la difesa. —

Finchè queste onde non si calmano, per quanto i brasiliani possano essere valenti canottieri, non oseranno spingersi fino a noi.

Se il mare è cattivo per noi, lo sarà anche per loro. —

Garcia, un po’ rinfrancato dalle parole del valoroso giovane, scese nel quadro frugando tutte le cabine! Ahimè! L’arsenale della caravella era ben poco provvisto, almeno quello poppiero. Forse ve n’erano altre delle armi nella camera comune di prora, ma non si poteva pensare ad andarle a cercare, avendo ormai l’acqua invasa tutta quella parte.

Tutto l’armamento consisteva in cinque archibugi di cui tre inservibili, in un paio di spadoni irruginiti ed in alcune scuri. Viceversa vi era abbastanza di munizioni, avendo scoperto quattro barilotti di polvere, destinati forse a qualche cacico indiano e molti sacchetti di palle.

Il mozzo si caricò di tutte quelle armi, sufficienti del resto per due persone e le portò in coperta, deponendole dinanzi ad Alvaro.

Il giovane esaminò, da persona che se ne intende, gli archibugi e gettò da una parte quelli inservibili.

— Ne abbiamo abbastanza per noi, — disse. — Temevo che le munizioni fossero rimaste sott’acqua; giacchè tu mi dici che abbondano, daremo una dura lezione a quei mangiatori di carne umana se vorranno tentare di abbordare la caravella.

Caricò i due archibugi, poi guardò che cosa facevano i selvaggi.

Quei furfanti non si erano ancora mossi e continuavano a sonnecchiare sotto i palmizi, senza preoccuparsi della caravella. Solamente le loro sentinelle avevano abbandonato lo scoglio per passare sopra un altro più alto, da cui potevano dominare tutta la baia.

Non guardavano però verso la caravella, bensì verso la foce del fiume vicino, come se attendessero da quella parte qualche cosa.

— Aspettano delle piroghe, ne sono certo, — disse Alvaro con un accento che tradiva una viva inquietudine.

Non la passeremo liscia. È impossibile che si ritirino prima di aver fatta una visita alla caravella. —

Quindi rivolgendosi al mozzo, continuò:

— Ragazzo mio, non perdiamo tempo e se l’Oceano questa sera sarà più calmo, ce ne andremo.

— Che cosa dobbiamo fare?

— Costruirci una zattera.

— Sono pronto ad aiutarvi, signor Alvaro.

— All’opera, mio piccolo Garcia. Giacchè abbiamo tempo ed i selvaggi ci accordano un po’ di tregua, approfittiamone. —

CAPITOLO III.

L’assalto degli antropofagi.

La costruzione d’una zattera, sufficiente per due persone, con tutti quei rottami e quei cordami, non era cosa difficile, nè doveva richiedere molto tempo.

Il più era a lanciarla in mare, però Alvaro contava di servirsi del troncone dell’albero maestro per issarla, mediante qualche puleggia appesa alla coffa, fino sulla murata, per poi calarla appena le onde si fossero un po’ calmate.

Servendosi della scure i due naufraghi spaccarono le antenne lunghissime delle vele latine, che poi legarono in quadro per formare il telaio del galleggiante, quindi si misero a demolire il casotto di poppa e parte delle murate per formare la piattaforma.

Onde renderla poi più leggiera, vi legarono ai quattro angoli alcuni carratelli vuoti, trovati nella stiva.

Avevano appena terminata la costruzione che aveva richiesto parecchie ore, non essendo nè l’uno nè l’altro troppo pratici, quando delle grida lontane attrassero la loro attenzione.

— Che siano altri selvaggi che giungono? — si chiese Alvaro, con una certa ansietà.

Guardò verso la spiaggia e vide i mangiatori di carne umana tutti in piedi, radunati intorno alla scogliera, sulla cui cima vegliavano le sentinelle.

Gesticolavano animatamente e guardavano verso il sud.

Alvaro osservò da quella parte e scorse, non senza una profonda ansietà, alcune lunghe piroghe che stavano per lasciare la foce d’uno dei cinque fiumi.

Erano quattro, scavate in giganteschi tronchi d’alberi, lunghe una trentina di piedi e larghe non meno di quattro, colle prore assai rialzate che raffiguravano rozzamente delle mostruose teste di caimano e montate ognuna da una decina di canottieri quasi interamente nudi.

Quantunque anche su quella costa le onde si rompessero con estrema violenza, le piroghe erano riuscite ad entrare nelle acque della baia e stavano radendo le scogliere coll’evidente intenzione di approdare là dove si trovavano radunati i mangiatori di carne umana.

— Mio caro Garcia, — disse Alvaro, — la va male per noi. Quelle scialuppe serviranno ai selvaggi per fare una visita alla nostra caravella.

Non ne hanno avuto abbastanza dei marinai che hanno divorati e contano di regalarsi un altro banchetto colle nostre carni.

— E noi? — chiese il mozzo.

— Porteremo in coperta un paio di barilotti di polvere e vi metteremo due buone miccie, — rispose il giovane freddamente.

— E salteremo?

— Assieme a quei bricconi, se non riusciremo a respingerli.

— Ah! Signore!

— Se preferisci la graticola, io non mi opporrò. Io ci tengo meglio alla morte dei soldati.

Tuttavia penso che noi potremo risparmiare le nostre pelli..... oh, si! una buona mina sotto il castello di prora, potrebbe dare uno splendido risultato. —

Misurò collo sguardo la lunghezza della caravella.

— Diciotto metri su per giù, — disse poi, come parlando fra se. — Potrà bastare questa distanza.

Tutt’al più verremo scaraventati in mare.

Dove sono i barili?

— Nella cabina del pilota. Ma che cosa volete fare signore?

— Che ci siano delle miccie a bordo? — chiese invece Alvaro.

— Un gherlino ben incatramato può sostituirle.

— Sei intelligente, ragazzo mio, — disse il giovane sorridendo.

Scese nel quadro e s’introdusse nella cabina del pilota, un bugigattolo ingombro di casse, di barili e di attrezzi d’ogni specie.

Non gli riuscì difficile a scoprire le munizioni che erano chiuse entro quattro barilotti cerchiati di ferro e coperti da velacci ancora umidi per preservarli da uno scoppio.

Alvaro ne prese uno, risalì sul ponte e si diresse verso il castello di prora che le onde avevano risparmiato, quantunque l’urto contro lo scoglio l’avesse sconquassato.

Anche là sotto vi erano casse e cassette appartenenti all’equipaggio, carratelli, ammassi di cordami e di catene e velacci sdrusciti.

— Ecco quanto mi occorre per preparare la mina, — disse Alvaro. — L’esplosione fracasserà la prora; a noi poco importa ora che questa caravella è diventata inservibile.

Prese una cassa, la sgombrò delle vesti, poi svitò con precauzione il barilotto e lasciò cadere tre o quattro libbre di polvere entro un cartoccio prima preparato.

— Basteranno, — disse. — D’altronde conto più sul fragore dell’esplosione per spaventare i selvaggi che sui danni che produrrà lo scoppio.

Prese una sagola incatramata che poteva sostituire benissimo una miccia, ne tagliò un paio di metri, introdusse una estremità nel cartoccio che poi legò strettamente.

— Ecco la mina pronta, — disse, accumulando sulla cassa barili, cordami e catene. —

Rinchiuse il barile e lo riportò nella cabina, coprendolo con un pezzo di vela ben bagnata, quindi tornò sul ponte.

Le quattro piroghe, abilmente manovrate dai battellieri, erano riuscite, dopo una viva lotta contro le onde, a porsi al riparo dietro la scogliera.

Tutti gli sguardi dei brasiliani si erano volti verso la caravella e la osservavano attentamente. Dovevano aver compreso che era su quel gigantesco canotto che gli uomini bianchi erano giunti nella baia e fors’anche avevano già notata la presenza del portoghese e del mozzo.

L’Oceano però era ancora troppo agitato per deciderli a intraprendere la traversata di quel vasto bacino d’acqua.

Quantunque il vento fosse scemato ed una calma relativa regnasse in aria, l’Atlantico rovesciava ancora entro la baia dei cavalloni tremendi i quali, sfasciandosi contro gli isolotti e le scogliere causavano delle contro-ondate che sarebbero state pericolose anche per delle grosse scialuppe.

E poi cominciava anche ad annottare e non era prudente impegnarsi coll’oscurità, fra tutti quegli scogli a fior d’acqua ed i banchi di sabbia.

— Non si decidono ancora, signore? — chiese Garcia ad Alvaro.

— Sono sicuri di tenerci e fors’anche di prenderci, — rispose il giovane Correa. — Aspetteranno che l’oceano si calmi un po’.

Tuttavia noi non dormiremo che uno alla volta. Tu che sei il più giovane, va a riposare.

— Appena sentirete i vostri occhi a chiudersi, chiamatemi.

— Non temere, ragazzo mio. —

Alvaro prese i due moschetti e salì sul cassero, dove le onde non potevano giungere e si sedette su un cumulo di cordami, tenendo gli sguardi fissi sulla spiaggia.

La notte era calata rapidamente, una notte tenebrosissima essendosi il cielo nuovamente coperto di pesanti nuvoloni gravidi di pioggia.

I brasiliani avevano accesi numerosi fuochi sulla riva e vi si erano accoccolati intorno.

Alvaro dall’alto del suo osservatorio li vedeva gesticolare e indicarsi lo scoglio contro cui si era infranta la caravella.