Part 11
— È troppo tardi per metterci in viaggio, signore. Questa notte fermiamoci qui, domani vedremo se la via è sgombra e allora c’incammineremo verso l’ovest.
Gli Eimuri non usano fermarsi molto e ritornano, dopo un certo tempo, nelle loro selve.
— Prepariamoci allora un buon letto e chiudiamo un occhio, ma uno solo, — disse Alvaro.
— Sì, come i marinai di guardia, — aggiunse il castigliano.
CAPITOLO XIII.
Gli Eimuri.
Rassicurati dalla tranquillità che regnava, almeno pel momento, nella immensa foresta, Alvaro, il castigliano ed il mozzo, avevano chiusi gli occhi.
Erano tutti stanchi dalle lunghe marce dei giorni precedenti ed una buona dormita era più che necessaria per prepararli al lungo viaggio che contavano riprendere l’indomani onde mettersi in cerca della tribù dei Tupinambi, che forse era tornata ai suoi villaggi.
Dormivano però, come aveva detto il castigliano, con un solo occhio, come i marinai di guardia. Ed infatti or l’uno o l’altro, temendo sempre una sorpresa da parte degli Eimuri che scorazzavano tutti i dintorni della baia, si svegliava per ascoltare.
Per parecchie ore ai loro orecchi non erano giunti che i fischi stridenti delle _parraneca_ ed i muggiti rauchi dei rospi, ma poco dopo la mezzanotte, al castigliano, che aveva l’udito più acuto degli altri parve di udire un sussurrio che non si poteva confondere colla atroce cacofonia dei batraci.
Abituato da tanti anni ai rumori delle foreste, non si poteva ingannare. Non volendo però rompere il sonno dei suoi compagni, che russavano beatamente, con un falso allarme, si rizzò ascoltando meglio.
In lontananza si udiva un brusìo che a qualunque altro orecchio meno esercitato sarebbe sfuggito. Pareva che degli uomini marciassero in gran numero in mezzo alla sterminata foresta.
Mise una mano sulla testa di Alvaro, scuotendola leggermente e dicendogli:
— Svegliatevi, signor Viana! —
Il portoghese che non aveva già il sonno troppo duro, aprì subito gli occhi e si alzò a sedere guardando il marinaio di Solis.
— Che cosa avete? — gli chiese.
— Si avanzano.
— Chi?
— Io non so se siano gli Eimuri od altri che fuggono dinanzi all’invasione.
Degli uomini e molti, a quanto mi sembra, s’avanzano attraverso la foresta e mi pare che non sarebbe prudente rimanere più a lungo coricati:
— Ah! Diavolo! Dormivo così bene!
— In questi paesi bisogna essere sempre pronti a fuggire. La tranquillità qui non è mai esistita.
— Dobbiamo andarcene?
— No, — rispose il castigliano.
Alvaro lo guardò con stupore.
— Allora perchè mi avete svegliato?
— Per cercare un asilo più sicuro.
— Senza fuggire?
— Non vi è bisogno. Io ho sovente ingannati gl’indiani che mi davano la caccia per mettermi allo spiedo o alla graticola, facendo appena pochi passi.
Guardate, vi è qui quest’albero che ci servirà a meraviglia e che imbroglierà maledettamente gl’indiani i quali si romperanno invano la testa per cercare le nostre tracce.
Svegliate il mozzo e non perdiamo il tempo. —
Garcia, udendoli a parlare, erasi già alzato. Informato rapidamente del pericolo che li minacciava, il bravo ragazzo si limitò a dire:
— Bah! abbiamo gli archibugi e sapremo bene accogliere quei mangiatori di carne umana.
— E gli avanzi del fuoco? — chiese ad un tratto Alvaro, mentre si disponevano a dare la scalata all’enorme _summameira_.
— Lasciate le ceneri e anche i tizzoni, — rispose Diaz. — Anzi serviranno ad imbrogliare maggiormente i selvaggi. —
Vi erano delle liane, delle _sipò_ che pendevano dalla pianta e che potevano servire a meraviglia per salire sull’albero, il cui tronco, troppo enorme, non si poteva abbracciare.
I due portoghesi ed il castigliano ne approfittarono per raggiungere i rami della pianta, poi le tagliarono per impedire ai selvaggi di servirsene, ma si guardarono bene dal lasciarle cadere al suolo onde non tradire la loro presenza.
— Vedrete che non verranno a cercarci quassù, — disse il marinaio di Solis. — Pare impossibile, eppure i selvaggi, allorquando sono inseguiti, non hanno mai pensato a cercare un rifugio sugli alberi. —
Salirono più in alto, dove i rami erano più grossi e la vegetazione più folta e attesero, con una inquietudine facile a supporsi, l’arrivo di quella truppa che marciava attraverso la foresta.
Fossero Eimuri, Tupy od altri selvaggi, il pericolo era eguale giacchè tutti erano nemici dei Tupinambi e terribili divoratori di carne umana.
Erano insomma, come diceva il marinaio di Solis, uomini che dovevano assolutamente evitare, per non correre il pericolo di finire, in un modo o nell’altro sulla graticola o allo spiedo.
Il rumore avvertito da Diaz continuava. Una banda e molto considerevole, a quanto pareva, attraversava la foresta, e sia che seguisse qualche traccia od a caso, si dirigeva appunto verso quella radura di cui il colossale _summameira_ formava il centro.
— Che siano i vostri nemici che vi davano la caccia? — chiese Alvaro che aveva preparate le sue armi.
— Lo sapremo presto, — rispose Diaz che ascoltava attentamente.
— Che possano essere i vostri?
— I Tupinambi? No, è impossibile! Ancora ieri gli Eimuri mi davano la caccia, dunque finchè non si ritireranno nelle loro selve, nessun indiano della mia tribù avrà osato tornare.
E poi so che sono fuggiti verso l’ovest e non già verso il mare.
— Così terribili sono questi Eimuri?
— Somigliano più alle belve che agli uomini e nulla risparmiano sul loro passaggio.
— Da dove vengono?
— Dalle regioni meridionali. Spinti chissà da quali bisogni, di quando in quando emigrano verso i paesi più ricchi, tutto distruggendo e nessuno ha mai saputo vincerli. Il loro solo nome sparge un tale terrore, che anche le tribù più valorose piuttosto che affrontarli preferiscono fuggire, lasciando i villaggi e le piantagioni indifese.
— Eppure sono uomini.
— Chi lo sa? — rispose il marinaio di Solis. — So che camminano come le belve, colle mani e coi piedi.
Sono scimmie od uomini? Io non lo so, signor Viana.
— Allora li giudicheremo meglio, se sono veramente gli Eimuri quelli che stanno avanzandosi. —
— Non devono essere lontani.
— Anzi ecco i loro esploratori, — mormorò Diaz. — Li vedete? —
Quantunque l’ombra proiettata dalle piante aumentasse considerevolmente l’oscurità, il signor Viana ed il mozzo, scorsero due forme che parevano più animalesche che umane, sbucare dai cespugli e avanzarsi cautamente nella radura.
Camminavano come le belve, colle mani e coi piedi e senza produrre il più lieve rumore.
— Eimuri? — chiese sottovoce Alvaro.
— Sì, — rispose il marinaio.
— Li avrei presi per due giaguari.
— Ne hanno infatti l’andatura.
— Che si arrestino qui o che proseguano?
— Se seguivano le mie tracce si arresteranno qui per cercarle. —
I due selvaggi attraversarono la radura, poi si fermarono entrambi mandando un grido rauco.
— Hanno scoperto gli avanzi del nostro fuoco e della cena, — disse Diaz.
— Che cosa faranno ora?
— Aspetteranno i compagni per consigliarsi.
— Purchè non venga a loro il sospetto che noi ci troviamo quassù.
— Non temete, — rispose Diaz. — E poi questi antropofagi non hanno mai conosciute le armi da fuoco e un paio di moschettate non mancheranno di spargere un terrore invincibile fra le loro file. —
I due selvaggi si erano messi a rovistare la cenere, per vedere se vi era ancora qualche scintilla ed accertarsi se la fuga dello stregone dei Tupinambi datava da pochi minuti o da parecchie ore.
Furono uditi a mormorare, poi uno di loro riattraversò la radura correndo come un lupo rosso e rientrò nella foresta, mentre l’altro si sedeva accanto alle ceneri.
Qualche minuto dopo Alvaro ed i suoi compagni udivano i rami e le foglie a muoversi nuovamente nella foresta. La banda che doveva essersi arrestata in attesa dei suoi esploratori, aveva ripresa la marcia.
Infatti cinque minuti più tardi, una trentina di selvaggi invadeva la radura, fermandosi a breve distanza del _summameira_.
— Sono in buon numero, — mormorò Alvaro che non si sentiva troppo tranquillo, non ostante le continue assicurazioni del marinaio di Solis. —
I selvaggi si sedettero in circolo mentre tre o quattro radunavano dei rami secchi e fregavano su dei piccoli bastoni d’un legno speciale di cui i brasiliani si servivano per accendere il fuoco, essendo a loro affatto sconosciuto l’uso dell’acciarino e delle selci.
Bentosto una fiamma brillò e la legna, ben secca, prese fuoco illuminando la radura.
— Come sono brutti! — non potè trattenersi dal mormorare il mozzo.
Ed infatti quei selvaggi erano davvero orribili. Avevano i lineamenti assolutamente scimmieschi, angolosi, la fronte bassissima, gli occhi cisposi, i capelli lunghi, neri e grossolani che somigliavano a crini di cavallo, i corpi magrissimi, coperti per la maggior parte di strati di colori e di sudiciume.
Intorno ai fianchi non avevano che qualche brandello d’una stoffa grossolana, presa probabilmente ai nemici vinti od un fascio di foglie secche.
Sopra il mento poi portavano tutti l’orribile _barbotto_ costituito da un pezzo di legno più o meno rotondo, incastrato nella carne e che rialzava schifosamente il labbro inferiore.
Le loro armi consistevano in mazze pesantissime di legno del ferro ed in bastoni appuntiti ed induriti col fuoco e in pochi archi con frecce lunghissime formate con bambù e munite sulla punta di pungiglioni delle acacie.
I selvaggi dopo essersi disputati accanitamente gli avanzi della cena e d’aver divorata cruda la testa della scimmia, tennero un breve consiglio, poi si dispersero per la radura esaminando le erbe.
Come già Alvaro aveva osservato, invece di tenersi ritti, camminavano come le fiere, posizione che a quanto pare preferivano a quella verticale.
Da dove venivano quei selvaggi che di quando in quando, ad epoche mai fisse, si rovesciavano in numero strabocchevole sulle immense selve del Brasile, devastando tutti i villaggi e divorando quanti prigionieri cadevano nelle loro mani?
Gli storici americani non sono mai riusciti a saperlo con precisione.
I brasiliani affermavano che venivano dalle regioni australi e poteva anche essere vero, essendo quei formidabili invasori molto più alti di statura degli altri indiani e può darsi che fossero gli avi dei Pampas e dei Patagoni.
Avevano però più somiglianza colle belve che cogli esseri umani anche pel loro modo di vivere.
La loro lingua, se si può veramente chiamarla tale, non era che un confuso e rauco suono da nessuno compreso, che pareva uscisse più dalle cavità del petto che dagli organi della gola.
La sola cosa che li distingueva dalle belve era quella di strapparsi tutti i peli del corpo, perfino le ciglia, e di tagliarsi di quando in quando i capelli.
Del resto andavano completamente nudi, non sapevano costruirsi capanne, dormivano nei boschi come i giaguari ed i coguari, limitandosi a ritirarsi sotto le piante più fitte quando sopraggiungeva la stagione delle grandi pioggie e preferivano camminare colle mani e coi piedi, correndo con tale velocità da non poterli raggiungere nemmeno coi cavalli.
Erano poi terribili divoratori di carne umana. Mentre i brasiliani mangiavano i loro nemici più per soddisfare le loro vendette che per altro, gli Eimuri li mangiavano invece per abitudine, come se si trattasse d’una selvaggina qualunque e quello che è più orribile, il più delle volte li divoravano crudi.
Il loro modo di guerreggiare, li rendeva estremamente pericolosi. Non correvano mai all’assalto; ma attendevano invece i nemici in mezzo alle foreste, sorprendendoli a tradimento e non avevano paura che d’una sola cosa: dell’acqua! Un fiumicello qualunque bastava ad arrestarli.
Anche quando i Portoghesi, alcuni anni più tardi, si furono solidamente stabiliti sulle coste brasiliane, innalzando opulente città, gli Eimuri fecero le loro periodiche invasioni e vi fu un’epoca che misero in grave pericolo le colonie, minacciando la rovina di Porto Seguro e di Os-Ilhèos.
Erano comparsi in masse enormi, assalendo fieramente i villaggi dei Tupinambi e dei Tupinichini, poi si erano rovesciati sulle capitanerie di Porto Seguro e d’Os-Ilhèos che erano popolatissime di portoghesi.
Questi, credendo che quei selvaggi non avessero l’audacia di assalire le città costiere, non se n’erano dati gran pensiero. Solamente il governatore, che era Men di Sa, un vero valoroso, era prontamente accorso con un buon nerbo di truppe, credendo di aver facilmente ragione di quei selvaggi.
Infatti attaccata una delle loro colonne, mentre questa era intenta a costruirsi dei ponti con dei tronchi d’albero, l’aveva, dopo un aspro combattimento, spinta verso il mare e sterminata, cacciando in acqua i superstiti.
Credeva di aver arrestata l’invasione, quando pochi giorni dopo i portoghesi, con grande stupore e anche spavento, videro le coste e le alture dominanti Porto Seguro coprirsi di selvaggi!
Men di Sa uscì coraggiosamente ad incontrarli e riuscì a respingerli dopo una lunga serie di battaglie sanguinosissime, ma la capitaneria d’Os-Ilhèos era stata già distrutta da quei formidabili selvaggi.
Ci vollero parecchi anni prima di sbarazzare il Brasile dagli Eimuri i quali furono finalmente quasi interamente distrutti.
Solo poche centinaia furono risparmiati e confinati a sessanta leghe dalle coste, coll’obbligo di non più mai avanzarsi. Altri furono condotti in schiavitù, ma erano quegli antropofagi così insoffribili d’ogni servitù, che morirono poco dopo quasi tutti di fame, preferendo la morte alla privazione della libertà.
CAPITOLO XIV.
La caccia agli uomini bianchi.
Gli Eimuri che avevano invasa la radura, dovevano aver seguite le tracce lasciate dal marinaio castigliano durante la sua fuga attraverso le foreste.
Quell’accanimento contro un uomo solo, era derivato dal desiderio di assaggiare le carni di quell’individuo di colore così diverso dai selvaggi brasiliani o da altro? Se si fosse trattato d’una tribù, i cui membri potevano fornire carne umana in abbondanza, quella caccia era spiegabile, ma ad Alvaro e fors’anche a Diaz non pareva naturale.
Gli Eimuri parevano furiosi di non ritrovare le tracce del fuggitivo che da parecchi giorni, con una costanza incredibile, seguivano risoluti, a quanto pareva, d’impadronirsene.
Dopo d’aver percorsa in tutti i sensi la piccola radura, erano tornati a radunarsi intorno al fuoco, manifestando il loro malumore con una serie di ruggiti e di urla rauche, che ben poco avevano di umano.
Certo la mancanza improvvisa di tracce, che il suolo umido della foresta avrebbe dovuto rendere facilmente visibili, doveva averli scombussolati e anche assai imbarazzati.
Gesticolavano animatamente, scambiandosi le loro idee ed impugnavano le loro pesanti mazze, agitandole forsennatamente.
Per fortuna nessuno di essi aveva rivolto uno sguardo al _summameira_. Il sospetto che l’uomo bianco potesse essersi nascosto fra le folte fronde dell’albero, almeno fino allora, non era ancora passato nei loro cervelli.
Per qualche ora tennero consiglio, poi Alvaro ed i suoi compagni li videro riprendere le armi e scomparire nuovamente nella foresta, divisi in parecchi drappelli.
— Cercano le mie orme, — disse Diaz, quando non li vide più, e ogni rumore cessò.
— Come spiegate tanto accanimento? — chiese Alvaro. — Forse pel desiderio di assaggiare della carne che ha la pelle bianca?
— No, rispose il marinaio. — Io credo che anche cadendo nelle loro mani, la mia vita non correrebbe pericolo alcuno.
— Spiegatevi meglio.
— Dai Tupinambi che hanno affrontato quelle orde, ho saputo che il loro _pyaie_ in un accanito combattimento è stato ucciso da una freccia.
Io suppongo che mi abbiano inseguito per tanti giorni, per fare di me lo stregone delle loro tribù.
Chissà, la fama che i Tupinambi possedessero un _pyaie_ dalla pelle bianca, può essere giunta fino a loro e mi hanno così ostinatamente inseguito, pel desiderio di avermi.
Non saprei spiegarmi altrimenti questa caccia. Che cosa rappresenterebbe per loro un uomo? Appena una colazione.
— Comincio a crederlo anch’io, Diaz, — rispose Alvaro. — Che ritornino?
— Non ne dubito. Quando si persuaderanno che le mie tracce non si trovano nella foresta, noi li vedremo ricomparire.
— Se ci scoprissero?
— Non sospetteranno mai che noi ci troviamo così vicini. Ah! I maledetti! Non avevamo pensato alle _caraja_ e saranno queste che tradiranno la nostra presenza. —
I quadrumani, quantunque privi del loro maestro concertatore, già digerito dai tre europei, avevano improvvisamente incominciato il loro assordante concerto notturno.
Non vedendosi più inquietati, si erano ritirati sui più alti rami dell’enorme albero e di lassù lanciavano le loro grida strepitose, gonfiando enormemente i loro gozzi per sviluppare maggior forza.
— Mille demoni! — esclamò Alvaro. — Non mi ricordavo più di queste noiosissime scimmie.
— Le quali costituiranno per noi un gravissimo pericolo, signor Alvaro, — disse Diaz.
— Per quale motivo?
— Se gli Eimuri tornano, udendo le urla di queste scimmie, cercheranno d’ammazzarle e allora ci scopriranno.
— Dobbiamo uccidere quelle ciarlone prima che i selvaggi siano qui.
— Bisognerebbe salire fino sui più alti rami e finirle a colpi di coltello, impresa difficile e sommamente pericolosa. Io non oserei giammai servirmi dei nostri fucili.
— E le mie armi, non le contate? — chiese Diaz.
— Le vostre armi! — esclamò Alvaro. — Non avete che un tubo che non mi pare possa nemmeno servire come un bastone.
— Allora vi farò vedere quanto possa diventare pericoloso questo tubo, specialmente quando vi metto entro una buona freccia intinta nel sugo mortale del _vulrali_.
— _Vulrali!_ che cos’è?
— Un veleno potentissimo che uccide un uomo in meno d’un quarto di minuto e che fulmina le scimmie. Mi volete vedere alla prova?
— E le scimmie cadranno a terra? In tale caso ci tradiranno egualmente.
— No, — disse il marinaio. — Rimarranno sospese alla loro coda. —
Le caraja non si lasciano cadere, anche se sono morte.
Ora vedrete. —
Diaz si tolse dalle spalle quella specie di tubo che fino allora Alvaro aveva scambiato per un bastone o tutt’al più per un giavellotto, quantunque non avesse alcuna punta atta a ferire.
Era la famosa _gravatana_ dei brasiliani, ossia una cerbottana, formata con due pezzi di legno scavati accuratamente e riuniti perfettamente con una fibra di _jacitura_, assai pesante e lunga un paio di metri.
Nella parte inferiore vi era una specie di mirino formato da una tacca di legno, appiccicata con della resina.
Diaz vi soffiò dentro, poi svolse un pezzo di pelle che portava appeso alla cintura e levò una piccola freccia formata colla nervatura d’una foglia, munita da una parte d’una spina acutissima coperta d’una sostanza bruna e dall’altra fasciata d’un batuffolo di cotone, preso probabilmente dal _bombax coiba_, albero comunissimo nel Brasile.
— Avvelenata? — chiese Alvaro.
— E con quale veleno! — rispose il marinaio. — I Tupinambi sono possessori del segreto del _curaro_ o meglio del _vulrali_ e perciò sono assai temuti, giacchè non tutte le tribù brasiliane sanno distillarlo.
— Sicchè le scimmie, se mangiate, avveleneranno i loro mangiatori.
— No, signore, — rispose il marinaio. — Il _vulrali_ può essere assorbito senza che la persona ne risenta alcun disturbo.
Per le vie digestive è affatto inoffensivo e voi potete mangiare tranquillamente la bestia uccisa da queste minuscole frecce.
Ecco le _caraja_ che si dispongono in cerchio per urlare. Le farò star zitte subito. —
Diaz introdusse nella cerbottana una delle sue freccie, badando che il batuffolo di cotone combaciasse perfettamente, poi accostò l’arma alle labbra e l’alzò verso i rami più alti del _summameira_.
Si udì un leggiero fischio, appena percettibile e si vide subito uno dei cantori fare un gesto come se volesse scacciare un insetto importuno e grattarsi.
La piccola freccia, lanciata con abilità straordinaria dal marinaio, gli si era conficcata nel dorso.
— State attento, — disse Diaz mentre introduceva nel tubo una seconda freccia.
Il quadrumane era rimasto colla bocca aperta, ma non urlava più. Sbadigliò spalancando le mascelle, poi come fosse stato scosso da una scarica elettrica s’alzò, brancolando a casaccio, arrotolò rapidamente la coda attorno ad un ramo e cadde dondolandosi comicamente a trenta metri dal suolo.
— Mille demoni! — esclamò Alvaro. — È morte fulminante questa!
— Il _vulrali_ non perdona, — rispose il marinaio. — Ve ne sono altre sette lassù e ho una ventina di freccie. Spicciamoci prima che gli Eimuri tornino.
Lanciò una seconda freccia, poi una terza, quindi altre ancora senza mai mancare al bersaglio.
Due minuti dopo i poveri quadrumani non urlavano più. Pendevano come grappoli alle estremità dei rami, senza dare il menomo segno di vita.
— Ebbene, che cosa ne dite del mio tubo che a voi sembrava un semplice bastone? — chiese Diaz al portoghese.
— Che vale meglio dei nostri archibugi, — rispose Alvaro che non si era ancora rimesso dallo stupore.
— Uccide senza far rumore, — disse il marinaio. — Peccato che io non abbia che pochissime freccie, ma conosco il segreto di fabbricare il _vulrali_ ed a suo tempo provvederò anche voi di gravatane.
Non è cosa difficile distillare quel veleno, quando si conoscono le piante che lo forniscono.
— Chi ve lo ha insegnato? —
— Un vecchio capo dei Tupinambi. È un segreto che si trasmette solamente ai _pyaie_ e che tutti gli altri ignorano.
Ecco il perchè quegli indiani non potrebbero fare senza di me.
— Ditemi, Diaz, che gli Eimuri abbiano saputo che voi siete il possessore di tale segreto?
— Può darsi, — rispose il marinaio. — Ah! Ecco che ritornano! Li odo attraversare la foresta. Non desidererei che ci scoprissero.
— Bah!.. Non sospettano nemmeno che noi siamo così vicini.
— E le scimmie? — chiese Garcia che conosceva abbastanza lo spagnuolo per comprendere qualche frase.
— Pendono fra le foglie e nessuno le scoprirà, — rispose il marinaio.
Gli Eimuri tornavano verso la radura e parevano furiosi per non aver ritrovato le traccie del _pyaie_ dalla pelle bianca.
I drappelli giungevano uno dietro all’altro, radunandosi attorno al fuoco che non si era ancora spento.
Mugolavano come belve e manifestavano la loro rabbia impugnando le loro mazze e agitandole minacciosamente come se si preparassero ad un combattimento.
— Sono furibondi, — disse il marinaio. — Cercate pure, le mie orme non le troverete di certo.
— Che non si decidano ad andarsene? — chiese Alvaro.
— Quassù non stiamo mica male, signore. Le foglie sono foltissime e non ci scorgeranno.
— Preferirei però che se ne andassero prima che spunti il sole, — disse Alvaro.
— Non rimarranno qui eternamente. —
Gli Eimuri tennero un nuovo consiglio e poi si alzarono e ritornarono nella foresta tutti in gruppo.
Il marinaio attese che ogni rumore fosse cessato, poi disse ad Alvaro.
— Credo che sia giunto il momento di andarcene. Non torneranno più qui.
— Che cerchino le nostre traccie nella foresta? —
— Può darsi, ma perderanno inutilmente il loro tempo e noi approfitteremo per fuggire verso l’ovest. —
— Scendiamo, — disse Alvaro. — Ne ho abbastanza di quest’albero.
— Aspettate un momento. Possono tornare improvvisamente colla speranza di sorprenderci. —
Rimasero immobili parecchi minuti, ascoltando attentamente, poi rassicurati dal profondo silenzio che regnava nella immensa foresta calarono le liane che avevano ritirate e si lasciarono scivolare fino al suolo.
— Si sono diretti verso il settentrione, — disse il marinaio, — e noi ci dirigeremo verso occidente invece.
I villaggi dei Tupinambi si trovano verso il mezzodì, ma a noi non conviene prendere quella direzione. Incontreremmo sulla nostra via il grosso o le retroguardie degli Eimuri.
Andiamo, signor Viana e giuochiamo bene di gambe, come diciamo noi marinai. —
Pochi istanti dopo i due naufraghi ed il castigliano abbandonavano la radura scomparendo rapidamente nella foresta immensa.
CAPITOLO XV.
Le anguille tremanti.