L'Uomo di Fuoco

Part 10

Chapter 103,730 wordsPublic domain

Era una piccola truppa di _caraja_ appollaiata fra i rami enormi di una _summameira_, quadrumani che se sono relativamente di piccola statura posseggono degli organi vocali d’una resistenza incredibile che sfondano gli orecchi meglio conformati. Anche un sordo udrebbe senza fatica le loro urla formidabili.

Si chiamano anche miceti neri avendo il pelame oscuro con certi riflessi rossicci e che nelle femmine diventa un po’ giallognolo, con barba alle gote e coda lunga quanto l’intero corpo, che non oltrepassa ordinariamente i settanta centimetri.

Avendo un gozzo che si potrebbe chiamare anche un tamburo, assai considerevole, diviso in sei scompartimenti, la loro voce acquista una intensità tale da propagarsi a distanze infinite.

Il loro grido usuale è una specie di _rocku-rocku_ che si ode a parecchi chilometri, ma che variano a piacere. Ora infatti grugniscono come i maiali, ruggiscono e miagolano come i giaguari, ora urlano come se si torturassero degli esseri umani.

Seduti in circolo sulla biforcazione dei rami ed ignari della presenza dei due naufraghi, quei sei o sette cantori gonfiavano enormemente i loro gozzi lanciando note sempre più acute, poi tacevano bruscamente per attendere dal maestro, che stava nel mezzo e che era il più smilzo della truppa ma che aveva la voce più potente, la nota giusta.

Quando qualcuno usciva di tôno, un sonoro scapaccione somministrato dal direttore, lo faceva subito tacere.

— Finitela! — gridò il mozzo che era già giunto sotto all’albero e che aveva gli orecchi intronati da quel concerto indemoniato. — Abbasso il maestro! —

Era fiato sprecato. Le _caraja_ erano tanto occupate nell’eseguire quel coro infernale che non avevano nemmeno udita l’intimazione del ragazzo.

— Perderai inutilmente il tuo tempo, — disse Alvaro. — La tua voce non si ode fra questo baccano assordante.

— Ci vorrebbe un cannone, signore.

— Un buon colpo di fucile otterrà buon successo. Facciamo cadere giù il maestro. —

Il signor Viana, che come già sappiamo era un valente bersagliere, puntò il fucile e dopo d’aver mirato qualche istante fece fuoco in mezzo ai cantori.

Il maestro che stava urlando a piena gola chissà quale pezzo di musica scimmiesca, rimase colla bocca aperta strozzando di colpo la voce, poi si rizzò allargando le braccia, piroettò su se stesso strambuzzando gli occhi e precipitò al suolo con fracasso, rimanendo inerte.

I suoi compagni, terrorizzati, salirono sui rami più alti dell’albero urlando disperatamente.

Alvaro stava per slanciarsi verso il povero _caraja_ quando udì una voce a esclamare in lingua castigliana:

— _Carramba!_ Che bel colpo! —

Il portoghese ed il mozzo, profondamente stupiti si erano vivamente voltati, credendo di essersi ingannati. Entrambi conoscevano abbastanza correntemente il castigliano, lingua già assai diffusa in quell’epoca come lo è oggi quella francese e avevano perfettamente compresa quella frase.

Un uomo era comparso fra due macchie d’arbusti e li guardava sorridendo, colle braccia incrociate sul petto.

Era un individuo sulla quarantina, di bella statura, che portava una lunga barba nera ed i capelli pure lunghi che gli cadevano sulle robuste spalle.

Quantunque la sua pelle fosse assai bruna, dai lineamenti regolarissimi, dalla taglia, dalla disposizione degli occhi che sono ordinariamente piccoli e anche un po’ obliqui negl’indiani, non sembrava che appartenesse alla razza brasiliana.

Eppure ne indossava il costume. Aveva un diadema di penne di tucano fissato sul capo, una sottanina di fibre vegetali, lucenti come la seta, poi un gran numero di collane e di braccialetti formati di denti di caimani e di belve feroci e sul petto uno strano trofeo che pareva composto di vertebre di serpenti.

— Un indiano od uno spagnuolo? — si chiese Alvaro, mettendosi sulla difensiva e facendo cenno a Garcia di preparare il fucile.

Lo sconosciuto non si era mosso. Li guardava con una profonda emozione, sorridendo sempre, senza toccare la pesante mazza che gli pendeva dal fianco nè una specie di corta lancia che portava dietro le spalle.

— Amico o nemico? — chiese finalmente Alvaro, in castigliano, vedendo che lo sconosciuto non si decideva ad aprire bocca.

— Da quando gli uomini bianchi, smarriti fra le selve delle terre lontane, si sono dichiarati nemici? — chiese quell’uomo con voce quasi tremante. — Quantunque vi possa sembrare un indiano sono un bianco come voi, un europeo anch’io. —

Alvaro, non meno commosso dello sconosciuto, aveva gettato il fucile in ispalla e si era fatto innanzi.

— Un naufrago anche voi? — gli chiese.

— Un vecchio naufrago.

— Che cosa fate qui, in mezzo alle foreste del Brasile?

— È la istessa domanda che poco fa volevo rivolgervi anch’io. Siete anche voi spagnuoli?

— No, portoghesi.

— Siamo dunque quasi compatriotti. Voi non potete immaginare, quale immensa emozione mi ha cagionato questo incontro.

Oramai mi ero già rassegnato a non veder più mai un uomo della mia razza, nè alcun volto di europeo.

— Sono molti anni che vi trovate qui?

— Dal 1516.

— Con chi siete giunto?

— Colla spedizione spagnuola comandata da Amerigo Vespucci, il fiorentino, da Giovanni di Pinzon e da Diaz Solis. Facevo parte dell’equipaggio di quest’ultimo.

— Che cosa sia accaduto di quella spedizione organizzata dall’audace fiorentino lo si sa, ma quello che si è sempre ignorato è la sorte toccata a Solis.

— È stato massacrato dagli indiani Charruà. Ah! Che istoria dolorosa, signore.

— E voi siete sfuggito alla strage? — chiese Alvaro.

— Il solo.

— Ed ora che cosa fate? —

Il castigliano arrossì e parve confuso, poi mormorò quasi sottovoce:

— Sono lo stregone della tribù dei Tupinambi. —

In altro momento Alvaro non avrebbe potuto trattenere una risata, ma vedendo la confusione e la tristezza del povero uomo, si frenò.

— Una bella carica, almeno? — chiese.

— Oh! Signore!

— Eh signor.....

— Diaz Cartego.....

— Con quella carica almeno avete salvata la pelle.

— È vero, signor....

— Alvaro de Viana. Avete fame?

— Sono quattordici ore che marcio senza interruzione per non farmi prendere dagli Eimuri che hanno invaso tutto il territorio, disperdendo le tribù dei Tupinambi e dei Tamoi.

— Sono lontani? — chiese Alvaro.

— Molto, per ora.

— Non vi è pericolo che ci sorprendano?

— Pel momento, no.

— Allora approfittiamo per prepararci la colazione. Abbiamo uccisa una scimmia.

— Le _caraja_ hanno la carne delicata, signor Viana. Non è la prima che mangio.

— Aiutateci. —

Il castigliano non se lo fece dire due volte. Vedendo che il mozzo teneva un coltello nella fascia se lo fece dare ed in pochi minuti scuoiò la scimmia e la ripulì per bene delle interiora, gettando via anche la testa.

Alvaro e Garcia accesero il fuoco, infilarono il quadrumane nella bacchetta di ferro di uno dei fucili e lo misero ad arrostire.

Il castigliano intanto aveva fatto un giro attorno alle macchie ed era tornato recando due cornetti formati con foglie di banano, pieni d’un certo liquido che pareva vino bianco.

— _Assahy_, — disse, invitando Alvaro ad assaggiarlo. — Non vi farà male, anzi!

— Da dove lo avete tratto?

— Da un albero dalla palma _assahy_. Può, questo liquido, surrogare il vino.

— Arrosto e vino! Peccato che manchi il pane!

— Ne troveremo, ve lo prometto, — disse il marinaio. — Se qui non ho veduto le piante che cercavo, in altro luogo non mancheranno.

La vita è facile nel Brasile e basta curvarsi per trovare di che cibarsi e di che dissetarsi.

Ho imparato molte cose dagl’indiani che prima ignoravo assolutamente.

— Paese felice! — esclamò Alvaro.

— È poco che voi siete naufragati?

— Pochi giorni, signor Diaz. Vi narrerò la nostra istoria in attesa di udire poi la vostra che deve essere meravigliosa.

— E anche dolorosa, signore, — rispose il marinaio.

Mentre sorvegliavano l’arrosto, Alvaro lo informò delle avventure toccategli dopo il naufragio della caravella e della grande paura che li aveva fino allora perseguitati, la paura di venire da un momento all’altro presi e di dover subire l’orrenda sorte toccata ai loro compagni.

— Dovevano essere Eimuri, quelli che hanno trucidato e mangiato i vostri marinai, — disse Diaz. — Sono i più feroci indiani che abitano le selve del Brasile e non risparmiano nessuno.

— L’arrosto è pronto, — disse in quel momento Garcia.

Levarono la scimmia la cui pelle era diventata lucente e croccante come quella d’un giovane capretto e la deposero su una foglia di banano, facendola a pezzi.

Dobbiamo confessare che i due portoghesi, quantunque la fame li spronasse, esitarono parecchio prima di decidersi ad assaggiare quel piatto che rassomigliava troppo..... ad un bambino arrostito.

Il marinaio invece, abituato alla vita selvaggia e che doveva aver divorato un bel numero di quadrumani, si era messo a mangiare con un appetito da caimano, invitandoli ad imitarlo.

La fame finalmente la vinse sulle loro esitazioni e con loro stupore fecero molto onore a quell’arrosto che d’altronde era eccellente.

Vuotarono i due cornetti pieni d’un vino gradevolissimo, che rassomigliava un po’ al sidro, poi si sdraiarono sotto l’albero, mettendosi a fianco le armi.

— Possiamo riposare un paio d’ore senza correre il pericolo di venire disturbati? — chiese Alvaro al castigliano.

— Gli Eimuri di rado si muovono quando il sole è troppo caldo, — disse. — E poi ho prese le mie precauzioni per far perdere loro le mie tracce.

Saranno ben bravi se sapranno trovarle.

— Dunque v’inseguivano?

— Da quattro giorni.

— Allora venite molto da lontano.

— Il villaggio che mi ha ospitato si trova a sette giorni di marcia da qui, in mezzo alle foreste.

— E non vi tornerete più?

— Sì, ma attendo che gli Eimuri si siano ritirati più al sud. Spero che verrete anche voi. I Tupinambi vi accoglieranno bene, se presentati da me che sono un _pyaie_ ossia lo stregone della tribù.

Che cosa vorreste fare qui soli, in queste immense foreste? Un giorno o l’altro finireste sulla graticola dei Tamuri o dei Tupi che non sono meno antropofagi degli Eimuri.

— Ed i Tupinambi non divorano i loro simili?

— Non meno degli altri ma... con me, nulla avrete da temere.

— La vostra istoria, signor Diaz. Mi avete messo indosso una viva curiosità.

— Ai vostri ordini, signor Viana. —

CAPITOLO XII.

Il marinaio di Solis.

Tredici anni or sono — disse il marinaio, dopo essere rimasto qualche minuto silenzioso, come per riordinare i suoi ricordi, — e precisamente nel 1516, il governo di Castiglia che già da tempo aveva formato il disegno di strappare al Portogallo questa immensa regione, per diritto spettante a Cabral, che fu il primo a scoprirla, inviava una flottiglia al comando di Vespucci, di Pinzon e di Solis, coll’ordine di fondare delle città lungo la costa.

Fino già dai primi momenti, si era manifestata una profonda rivalità fra i comandanti, ognuno dei quali pretendeva assumere la direzione dell’impresa.

Amerigo Vespucci, che aveva già visitato il Brasile per conto del Portogallo e che aveva già avuto una parte così importante nella scoperta del continente americano, poteva vantare maggiori diritti degli altri, pure si nutriva contro di lui una certa diffidenza essendo stato prima ai servizi della corte di Lisbona.

Comunque sia la traversata fu compiuta e la flottiglia, dopo tre mesi, approdava felicemente nella baia sulle cui rocce si è infranta la nostra caravella[5].

Dopo aver rinnovate le provviste d’acqua e fatti alcuni scambi cogl’indiani che non si erano mostrati così feroci come ai tempi di Cabral, a cui, come saprete, avevano divorati alcuni marinai, la flotta ripartì verso il sud. Esplorò un lungo tratto di costa, facendo frequenti sbarchi per piantare croci in segno di sovranità castigliana, finchè giunse all’imboccatura d’un fiume immenso che tutti noi dapprima scambiammo per un braccio di mare.

Era invece il Rio de Plata, ma quando fummo giunti colà, le rivalità tornarono nuovamente a scoppiare fra i comandanti.

Vespucci e Pinzon si rifiutarono di accompagnare il mio capitano e lo abbandonarono per tentare altre scoperte.

Che cosa sia accaduto di loro, io non l’ho più saputo, poichè da quell’epoca non ho più veduto nessun uomo bianco sbarcare qui.

— Rassicuratevi sulla loro sorte, — disse Alvaro. — Essi sono tornati felicemente in Spagna.

— Solis, — riprese il marinaio, — non voleva riattraversare l’Atlantico senza aver prima compiuta qualche impresa gloriosa e imbarcatosi su una scialuppa s’inoltrò audacemente nell’immenso fiume. Io facevo parte della spedizione godendo fama di buon pilota e anche di buon archibugiere.

Seguimmo per parecchi giorni il fiume, accompagnati sulla riva più prossima da torme d’indiani che ci invitavano a sbarcare.

Essendo però tutti armati di freccie e di giavatane, Solis che ad un grande coraggio accoppiava una certa prudenza, si era sempre rifiutato e sarebbe stato meglio che non avesse mai preso terra.

Quei selvaggi erano i _Charruà_, indiani audacissimi e anche ferocissimi che altro non attendevano se non che noi scendessimo sulla spiaggia per massacrarci e poi divorarci.

Avevamo esplorato un tratto rilevante di fiume, quando un giorno, essendo gl’indiani scomparsi, Solis ebbe la malaugurata idea di volersi internare nel paese.

Prese terra sul margine d’una foresta, lasciando a guardia della scialuppa me con altri sei. Prima però che scomparisse mi nacque un sospetto.

— Signor Solis, — gli gridai, — guardatevi dalle imboscate. —

Egli mi fece colla mano un gesto d’addio, e s’inoltrò sotto la foresta colla sua minuscola truppa.

Noi eravamo in grande ansietà; io specialmente avevo indosso una inquietudine tale da non poter star fermo.

La scomparsa dei selvaggi, che fino allora ci avevano sempre seguiti, non mi pareva naturale. Presentivo un tradimento ed una catastrofe.

Era troppo tardi per poter arrestare Solis. Eppoi quell’uomo che non aveva paura di nessuno e che maneggiava la spada come un guascone, non mi avrebbe dato retta e avrebbe riso dei miei timori.

Mancava poco al tramonto, quando udimmo improvvisamente rimbombare alcuni colpi di archibugio, seguiti da un clamore così spaventevole che per parecchi giorni mi rintronò negli orecchi.

Nessun urlo di belva potrebbe darvi l’idea dell’urlo di guerra dei selvaggi dell’America meridionale.

Io ero balzato in piedi, gridando ai miei uomini:

— Assalgono il capitano! Accorriamo in suo aiuto! —

Mi guardarono senza rispondere. Erano annichiliti dallo spavento.

Compresi che mai sarei riuscito a deciderli e d’altronde che cosa avremmo potuto fare noi, che non sapevamo nemmeno da qual parte dirigerci? Per parecchi minuti udimmo gli archibugi a sparare e le urla dei _Charruà_, poi subentrò un silenzio assoluto.

Tutto doveva essere finito. Solis e la sua gente, sorpresi in qualche imboscata abilmente preparata dagl’indiani, dovevano essere stati massacrati.

I miei compagni mi pregarono di tagliare la corda dell’ancora e di raggiungere al più presto la nave che ci aspettava all’imboccatura del fiume; mi rifiutai recisamente di lasciare il posto almeno fino all’alba dell’indomani.

Avevo la speranza che qualcuno fosse riuscito a sfuggire alla strage e che giungesse da un momento all’altro sulla riva.

Quando la notte discese, vedemmo dei fuochi giganteschi ardere sotto i boschi.

Impaziente di sapere qualche cosa sulla sorte toccata al mio sventurato capitano, mi decisi a scendere a terra.

Essendosi i miei compagni rifiutati di accompagnarmi, sbarcai solo portando con me un archibugio ed uno spadone.

I fuochi che continuavano ad ardere sul fianco d’una collina boscosa, mi servivano di guida. Mi gettai sotto gli alberi e procedendo guardingo e silenzioso, mi avanzai nella boscaglia, col cuore trepidante, credendo ad ogni passo di sentirmi trapassare le carni da qualche lancia o di sentirmi fracassare il cranio da quelle terribili mazze di legno del ferro che già avevo veduto nelle mani dei selvaggi.

I _Charruà_ invece, convinti di averci tutti distrutti, non avevano lasciato il luogo ove era caduto Solis, sicchè dopo una mezz’ora d’angoscie inenarrabili e di incessanti terrori, potei giungere a soli centocinquanta passi dall’accampamento dei selvaggi.

Uno spettacolo atroce, che non dimenticherò mai, anche se dovessi vivere mille anni, s’offerse ai miei occhi.

Su un braciere immenso, disposti su una specie di graticola formata da grossi rami verdi, arrostivano nove dei miei disgraziati compagni, imbrattati di sangue dal capo alle piante.

Quasi tutti avevano il cranio sfracellato, senza dubbio dalle pesantissime mazze dagl’indiani.

— Canaglie! — esclamò Alvaro facendo un gesto di disgusto.

— In mezzo a quei miseri, le cui carni crepitavano al contatto delle fiamme, spandendo all’intorno un odore nauseante, distinsi Solis.

Aveva la gola aperta e la testa schiacciata.

Intorno, più di duecento _Charruà_, nudi come vermi, ma adorni di collane formate da denti di caribbi, quei piccoli pesci voraci di carne umana che infestano i fiumi di questi paesi, parevano aspettassero qualche cosa. Erano, tutti armati di lancie e di mazze e di archi grandissimi.

Ad un tratto un urlo straziante giunse ai miei orecchi.

— Grazia! Grazia! —

Quattro indiani di statura gigantesca trascinavano un marinaio, il quale si dibatteva disperatamente tirando calci nelle gambe dei suoi guardiani.

L’avevano preso vivo, ma la sorte di quel disgraziato non doveva essere migliore degli altri che erano caduti colle armi in pugno.

Vidi i _Charruà_ trascinarlo verso una enorme pietra, sulla cui superficie era stato tracciato una specie di canaletto e gettarvelo sopra dopo averlo legato in modo da impedirgli di fare il menomo movimento.

Io, inorridito, non osavo fiatare. D’altronde che cosa avrei potuto fare contro quei duecento e più indiani?

Quando il mio sfortunato camerata fu legato, vidi uscire dalle file dei _Charruà_ un indiano dipinto metà in azzurro e metà di nero, carico di collane e di braccialetti formati di denti di caimani, di giaguari e di vertebre di serpenti e col capo adorno d’un enorme ciuffo di penne di pappagallo.

In una mano teneva una specie di coltello formato con una conchiglia affilatissima e nell’altra una ciotola di terra cotta.

Il mostro s’avvicinò alla vittima che urlava in modo straziante e con un colpo rapido lo scannò lasciando scorrere il sangue nel canaletto e che subito raccolse nella ciotola.

Stava per accostarsela alle labbra, quando stramazzò al suolo colpito da una palla.

Avevo fatto fuoco sul miserabile senza pensare al pericolo a cui mi esponevo.

Udendo questo sparo e vedendo cadere lo stregone della tribù, i Charruà erano rimasti come inebetiti.

— E avete approfittato del loro stupore per fuggire, — disse Alvaro.

— Sì, signor Viana. Mi precipitai giù per la collina, correndo all’impazzata e quando udii le urla di rabbia degl’indiani e m’accorsi che si preparavano a darmi la caccia, ero già ben lontano.

In pochi minuti attraversai lo spazio che mi separava dal fiume. E una terribile sorpresa mi aspettava.

I miei compagni, credendomi ormai perduto, erano fuggiti lasciandomi solo fra quelle foreste e coi Charruà alle spalle!

— I vili! — esclamarono ad una voce Alvaro e Garcia.

— Mi credetti perduto, — proseguì il castigliano. — Udivo le urla furiose dei Charruà avvicinarsi con fantastica rapidità.

In quel momento ebbi una ispirazione. Non avevo veduto nessuna _canoa_ indiana sul fiume quindi supposi che i Charruà non ne possedessero.

Essendo un buon nuotatore, decisi di gettarmi in acqua. Era d’altronde la sola via di scampo che mi rimaneva.

Se fossi tornato nella foresta, quei demoni non avrebbero tardato a scoprirmi e gettarmi più tardi sulla graticola sulla quale stavano cucinando il capitano ed i suoi marinai.

Confidando nelle mie forze e nella mia abilità, mi gettai il fucile in ispalla, mi spogliai rapidamente delle vesti e balzai nel Plata, che in quel luogo era largo non meno di sei o sette chilometri.

Quando i Charruà giunsero sulla riva io mi trovavo già in mezzo al fiume.

Nuotavo vigorosamente guardandomi alle spalle, paventando sempre di vedermi dietro qualche selvaggio.

A mezzanotte mi trovavo a due o trecento passi dalla riva opposta. Cominciavo a rallegrarmi, quando provai ad una gamba un dolore così intenso che mi strappò un grido.

Mi pareva che qualche pesce mi avesse cacciato nella carne un ago e che mi avesse levato di colpo un brandello di carne.

Spaventato, non sapendo veramente a che cosa attribuire quel dolore, affrettai il nuoto. Un momento dopo un altro morso, non meno doloroso del primo, mi strappava un secondo urlo, poi mi sentii scivolare fra le gambe e le braccia miriadi di pesci i quali mi assalivano da tutte le parti con furore, piantandomi i denti dappertutto.

— Che cos’erano? — chiese Alvaro che s’interessava grandemente a quel racconto emozionante.

— Ero caduto in mezzo ad una banda di _caribi_.

— Non so che cosa siano.

— Ve lo dirò poi. Fortunatamente, come vi dissi, la riva era vicina. Nuotando disperatamente la raggiunsi e mi issai faticosamente fra le piante che la coprivano.

In quale stato mi avevano ridotto quei piccoli mostri! Il sangue mi usciva da cento fôri e la mia pelle era bucherellata peggio che una schiumarola.

— Quei pesci erano molto grossi dunque? — chiese Alvaro.

— Sì, come la mano del vostro mozzo o tutto al più come la vostra, — rispose Diaz, ridendo. — I _caribi_ sono peggiori degli _jacarè_ ossia dei caimani e sono così avidi della carne umana che quando s’imbattono in un nuotatore in pochi minuti se lo divorano vivo non lasciando intatto che lo scheletro.

Oh farete anche voi, una volta o l’altra la loro conoscenza, non ne dubitate e allora mi saprete dire che denti posseggono quei mostriciattoli che a ragione si considerano come un vero flagello dei fiumi sud-americani.

— Li lascio ben volentieri agl’indiani, — disse il portoghese. — Proseguite, mio caro Diaz.

— Rimasi quasi una settimana nascosto nelle foreste, prima di essere in grado di mettermi in marcia, vivendo di frutta, di radici e qualche volta di caccia, poi mi accinsi alla grande impresa che avevo meditato.

[Illustrazione: Un vecchio indiano si mise a spaccare gli arrosti.... (CAP. II).]

Sapevo che gli spagnuoli avevano fondato degli stabilimenti nel Venezuela e mi ero fisso in capo di raggiungerli.

Si trattava d’un viaggio che poteva durare qualche anno se non di più, d’altronde era l’unica via di salvezza che mi si presentava.

Camminai settimane e settimane attraverso boschi immensi che non finivano più, evitando i villaggi indiani per non terminare sulla graticola, ed addentrandomi sempre più nel Brasile, finchè un giorno caddi in mezzo ad un accampamento di Tupinambi. Sia che il colore della mia pelle, o la mia lunga barba o le vesti formate di pelliccie di giaguaro imponessero a quei selvaggi non so quale rispetto o per altra causa, essi, invece di uccidermi e di mangiarmi, mi accolsero come un amico. Essendo morto qualche settimana prima il loro stregone, dopo essere stato mutilato da un _jacarè_, mi nominarono al suo posto ed ecco come divenni un _pyaie_.

Erano trascorsi molti anni ed avevo ormai rinunciato all’idea di poter rivedere un volto europeo, quando gli Eimuri piombarono sui nostri villaggi, disperdendo la tribù.

Vinti dappertutto, fuggimmo nelle foreste, ognuno per proprio conto e, smarritomi, venni qui. Non benedirò le devastazioni commesse dagli Eimuri ma penso che senza il loro assalto, non avrei forse più mai potuto vedere un uomo della mia razza.

Signor Viana, questo è il più bel giorno della mia vita, ve lo assicuro.

— E contate tornare presso i Tupinambi?

— E spero che verrete anche voi. Ho ormai capito che voler raggiungere gli stabilimenti spagnuoli del Venezuela sarebbe una pazzia e vi ho rinunciato.

— Ebbene, andiamo a vedere questi Tupinambi, — disse Alvaro, — purchè non ci mettano sulla graticola.

— Oh! I fratelli dello stregone! Hanno troppa paura di me che godo fama di essere il più potente _pyaie_ della regione.

— Quando partiremo?