L'undecimo comandamento: Romanzo
Chapter 16
--Non vado in collera, e voi non m'avete toccato sul vivo;--replicò il padre Anacleto.--Mi avete chiesto una confessione, ed io ve l'ho fatta sinceramente. Ma già, dovevo capire che certe cose vanno tenute per sè.
--No, anzi, dite ogni cosa. E non era vero, avete detto. Come vi siete accorto che non era vero? E se vi siete accorto che non era vero, perchè mai, riconosciuto l'errore, siete venuto a chiudervi in questa solitudine?
--Padrino, padrino, voi siete un gran curiosaccio!--disse il priore, cansando di rispondere.--Ho conosciuto nella mia giovinezza un uomo insigne, grande per l'ingegno, e tuttavia bambino per la cara ingenuità de' suoi modi. Perchè la tal cosa? perchè la tal altra? Era questa la sua forma consueta di dialogo. Gli dicevate: bella giornata, quest'oggi! E lui subito a domandarvi: perchè mi dici questo? Ma.... perchè mi pare una bella giornata; e non c'è altra ragione che questa. No, rispondeva lui, ce ne dev'essere un'altra; tu non puoi dire che è una bella giornata, senza averci una ragione più intima. E via di questo passo, il mio illustre amico ci aveva la manìa degli interrogatorii; per modo che io lo nominai di mia autorità presidente perpetuo di tutte le commissioni d'inchiesta del felicissimo regno d'Italia.
--Dev'essere stato un gran simpaticone, quel vostro amico!--osservò il serafino.--Egli aveva la manìa del sapere; perciò merita tutta la mia stima. E a lui, signor priore, rispondevate come ora a me, continuando a schermirvi?
--Pazzerello!--esclamò il padre Anacleto, volgendo un'occhiata amorevole al serafino, e reprimendo in pari tempo un sospiro.--Bisognerà contentarvi ad ogni costo. Sappiate dunque che io non mi sono accorto fin d'allora che non era vero. Anzi, ho sofferto molto, da principio. Credevo di non doverne guarire mai più. L'amore.... Ma scusate, padrino; questi non sono discorsi da farsi a voi.
--Perchè?
--Perchè siete giovane, molto giovane, e non siete passato ancora per queste trafile. Stando qui, poi, non dovrete passarci.
--Ah!--gridò il serafino.--Resterò dunque?--
Il padre Anacleto si scosse, come uomo che d'improvviso si sveglia.
--Scusate;--diss'egli;--non pensavo ora a questa necessità.... dolorosa. Voi uscirete, padrino Adelindo. Perchè, infatti, che cosa rimarreste a far voi, nell'eremo di San Bruno, in questa solitudine di giovani vecchi, in queste tenebre anticipate, mentre tutto risplende intorno a voi, mentre tutte le voci del creato vi salutano e vi richiamano alla vita?
--E mentre tutto mi scaccia di qui, incominciando da voi, non è così?--chiese il serafino.
Il priore stette un istante perplesso.
--No, non è proprio così. Io non vi scaccio; è la forza delle cose che vi consiglia a ritornare nel mondo.
--Per trovarci le afflizioni di cui mi parlavate poc'anzi?
--No, voi non le troverete;--rispose il padre Anacleto.--Se sarete buona, se sarete sincera.... Vedete, signorina, vi chiamo come bisogna chiamarvi, perchè questo incognito non può essere conservato più a lungo. Vedete, signorina, ciò che nuoce un pochino a voi donne è il vostro desiderio di piacere. Scusabile vanità, non lo nego, ma che porta le sue conseguenze spiacevoli. Gli uomini vi considerano schiave e vi proclamano regine. Vi lasciate lodare, ossequiare, incensare, e voi siete le vittime di questa lode, di questo ossequio, di questo incenso continuo. Così avviene che, mentre cento uomini si contentano di un ricambio superficiale d'affetto, che essi medesimi hanno voluto così, e v'ingannano allegramente, ce n'è uno che si trova ingannato e ne soffre, poichè il vostro carattere s'è fatto leggero, e voi non avete potuto dare a quell'uno ciò ch'egli chiedeva da voi, la sincerità, la fede, quello spirito di perfetta rinunzia della vostra volontà, dei vostri capricci, senza cui non è amor vero e durevole. Siate schietta, come siete bella; non vi compiacete nelle piccole vittorie dell'amor proprio, nei piccoli trionfi della vanità, ed aspettate. L'uomo degno di voi, quel Sempronio che dicevate poc'anzi, non tarderà a giungere, e voi lo amerete com'egli vi amerà; nè egli nè voi avrete forse mestieri di dirvelo. Qui, nella solitudine di San Bruno, un povero priore pregherà per voi e sarà lieto di sapervi felice.--
Il serafino biondo era stato ad udire con molto raccoglimento la predica. Ma, come il padre Anacleto ebbe finito, egli saltò su e rispose, con accento commosso:
--Venite fuori! Il mondo vi chiama, non lo sentite voi forse, signor priore? Le cicale hanno finito di stridere; i grilli non hanno ancora incominciato. Ma le voci del mondo suonano per voi, come suoneranno per me. Che fate voi della vostra gioventù, voi che date consigli? Non avete amato davvero.... Sono le vostre parole, ed io non vi credo un bugiardo. Venite fuori, dunque, e non istate ad intristire in quest'eremo!
--Serafino! serafino!--esclamò il padre Anacleto.--Non vi ho ancora detto ogni cosa. La vita, per l'uomo, non si compone tutta d'amore. È nell'indole nostra, pur troppo, che essa sia più complessa; in noi è una varietà di uffici, che non è fortunatamente in voi. Sappiate adunque che ci sono molte altre cose, le quali m'hanno fatto prendere in uggia il civile consorzio. Non lo credete? Eppure è così. Quando si è veduta l'invidia al posto dell'emulazione, l'egoismo al posto della fratellanza....--
Il serafino interruppe alle prime quella triste rassegna con una crollata di spalle.
--Tornate all'altro motivo, ve ne prego;--soggiunse.--Questo, che accennate, val poco; anzi non val nulla affatto. Quante volte, nella vostra vita, avete trovato.... che non era vero?--
Il padre Anacleto rimase un istante perplesso. Ma gli occhi scrutatori del monachino gli erano addosso. Perciò, fatta una pronta risoluzione, rispose:
--Parecchie volte; mettete anche cinque.
--Ah, meglio così;--disse il monachino, dopo aver fatta anche lui la sua piccola controscena.--Se m'aveste detto una volta sola, m'avreste fatto paura.
--Paura! perchè?
--Perchè? me lo domandate il perchè? Avevo creduto che non me lo domandereste;--rispose il monachino, con aria tra corrucciata e confusa.
Il padre Anacleto non vide lì per lì che il corruccio.
--Se v'ho offeso, perdonate;--diss'egli.--Io sono un pochettino ignorante. Vivo così fuori del mondo, che certe delicatezze mi riescono difficili oramai. Se dovessi intendere per un certo verso.... se mi apponessi al vero.... qualcheduno che so io mi salterebbe agli occhi.
--Qualcheduno! Chi?
--Il padre Agapito, per esempio.
--Ah, ecco il.... sospettoso;--esclamò il padrino, con una sospensione, che accennava alla voglia di usare un altro epiteto.--Siete sospettoso voi?
--Ferocemente?--disse il padre Anacleto, intendendo di rispondere all'epiteto che non era venuto fuori.--Ed eccovi per l'appunto una ragione per star qui, lontano dal mondo e dalle sue tentazioni. Sospettoso e fantastico, cioè nato per essere infelice. Non vi pare che io faccia bene a ritirarmi in disparte?
--Eh!--rispose il monachino, con un sorrisetto più malizioso che mai;--mi pare che siate in certe materie un po'....--
E s'interruppe aspettando, che l'altro gli ripigliasse la frase. Il padre Anacleto obbedì a quel tacito invito.
--Vile, volevate dire? Sì, ditemi pure che sono un vile. Sfuggo almeno al ridicolo. Non getto alle turbe il segreto delle mie debolezze. Mi chiudo in questa solitudine della mente e del cuore. Ho l'apparenza della felicità, e conquisto la pace.
--Una pace di tomba; gran bella cosa!--esclamò il serafino,--E credete di fare il vostro dovere? Anzi, dirò di più, credete di non esser debitore di nulla al mondo, per poter farne impunemente ciò che fate? Signor priore, lasciate che una donna, una fanciulla, si attenti di darvi una lezione; direte poi se ho torto, ed io m'inchinerò al vostro giudizio. Voi, ammaestrato dall'esperienza, m'istruirete nei misteri della vita, nelle guerre ch'io non conosco, nelle viltà, più o meno sapienti, che io aborro istintivamente, e davanti alle quali ho chiusi gli occhi finora. Son donna, e non posso e non devo vedere ogni cosa. Ma posso dirvi, indovinando.... Lo sapete pure, i più famosi indovini erano donne.
--Siete sul tripode, mia bella pitonessa; parlate;--rispose il padre Anacleto.
--Benissimo. Io dunque vi dico che, se la vita è una guerra, bisogna saperla accettare com'è. Il soldato che si ritira davanti al pericolo, non è un soldato. Qualunque siano le sue ragioni, fossero anche quelle di Achille, il ritirarsi sotto la tenda non è stato e non sarà mai bello. Sapete voi perchè siete nato? E se non lo sapete, perchè vi mettete a vivere come se non foste nato, sottraendo una forza al concerto di forze di cui ha mestieri la natura?... Ho letto i miei libri anch'io, come vedete;--disse il serafino, ridendo.--Non ho esperienza mia; metto a profitto quella degli altri. Sentite qua, priore; Iddio si è pure scomodato a dare i suoi comandamenti all'uomo!...
--Dieci! Ed io non fo contro a nessuno dei dieci.
--Ma all'undicesimo? Qui vi voglio. C'è l'undicesimo, che li riassume tutti; o, per dire più esattamente, i dieci, che conoscete voi, ne suppongono un undicesimo ed ultimo.
--Ah sì? E qual è, di grazia, questo undicesimo?
--Eccolo qua. Non so se lo esprimo bene; ma voi mi correggerete, mettendolo in bella forma, e lo farete incidere nelle tavole della legge. Starai nel consorzio de' tuoi simili; vivrai della loro medesima vita; amerai e soffrirai con essi, perchè non ti è dato sottrarti alla legge comune.
--Egregiamente!--esclamò con ironico accento il padre Anacleto.--Ma la pena? Non c'è legge che valga, senza la sua sanzione penale. Spero che non mi vorrete già minacciare le pene dell'altra vita!
--Anche quelle, se occorre;--rispose il serafino.--Ma c'è una pena anche in questa, non dubitate.
--E quale?
--Pensateci, padre Anacleto, pensateci! E frattanto, ritorniamo al vostro ordine. Debbo restare, o partire?--
Il padre Anacleto guardò come trasognato quel biondo monachino che lo aveva messo con le spalle al muro. Voleva fargli la lezione, e per contro l'aveva ricevuta. E come se ciò non bastasse, quel malizioso padrino, dopo averlo così ridotto, gli diceva con piglio quasi beffardo: a voi, ricordate il perchè m'avete fatto venire a questo colloquio; debbo restare, o partire?
Partire! Era presto detto. Quella era stata anzi la prima idea del priore. Ma che diamine gli saltava in testa, al monachino, di richiamare il padre Anacleto all'adempimento di un dovere, proprio nel punto ch'egli se n'era scordato? Restare, poi! Come si sarebbe potuto dirgli di restare, dopo le rivelazioni del sottoprefetto di Castelnuovo, e la notizia che ne avevano avuta tutti i conventuali di San Bruno? E quella pena nella vita presente! Che cosa era quella pena? E perchè doveva pensarci lui, per indovinarla? Non era meglio andare per la più breve e dirgliela di volo?
Turbato da tutti quei dubbi, il padre Anacleto balzò in piedi e si diede a passeggiare lungo il viale. A passi concitati, si capisce; e rotando gli occhi, e mordendosi le labbra. Questo di mordersi le labbra, di rotar gli occhi e di fare le volte del leone, è un modo come un altro, per cercare un'idea: ma debbo soggiungere, per amore di sincerità, che esso non è sempre di effetto sicuro.
Una fiera battaglia si combatteva nell'anima del padre Anacleto. I tempi trascorsi gli ripassarono tutti dinanzi, mutandosi e rimutandosi senza posa, come le immagini bizzarre di un caleidoscopio. Vide i giorni in cui aveva amato e sofferto, ringraziato il cielo e bestemmiato.... Sì, anche bestemmiato, perchè l'uomo non è un angelo, e le sue ire hanno sempre mestieri d'uno sfogo volgarmente feroce. Aveva egli amato mai veramente? Poc'anzi, rispondendo al serafino, aveva detto di no, e creduto di rispondere il vero. Ma infine, poco o molto che fosse, aveva amato; diciamo pure che aveva amato secondo l'età, con più leggerezza, per vanità di carattere e per ardore di sensi; ma, ad ogni modo, aveva amato e si era trovato nel caso di soffrire così profondamente, come se quell'amore fosse il più grande, il più solenne di tutta la sua vita. Ma in quel punto, e facendo senza volerlo un esame di coscienza, il padre Anacleto notava di non essersi mai trovato così oppresso da due pensieri ad un tempo; anzi tutto dalla vergogna di confessarsi debole ad una donna che non gli aveva lasciato intender nulla del proprio cuore e poteva ridere saporitamente di lui; inoltre, dal voto della comunità di San Bruno, che, se pure non faceva di lui un frate, non impegnava meno la sua fede di gentiluomo. E poi, quelle ombre moleste de' suoi compagni, che s'erano invaghiti del serafino! e quella ghirlanda di fiammole, passate dalle mani del padre Agapito a quella testina bionda che gli aveva fatto perdere il senno! Dio! Non possedere ancora la certezza di essere amato ed essere già così ferocemente sospettoso! Ma che sospettoso d'Egitto? Là, nel segreto della sua coscienza, queste ipocrisie non avevano corso. Geloso, bisognava dire; ferocemente, diabolicamente geloso.
Il padre Anacleto apparteneva a quella classe d'uomini nei quali predomina la fantasia, e che perciò soffrono il doppio degli altri. La mente si finge terrori e sospetti nuovi, e li ripercuote sul cuore. Uomini siffatti hanno paura di non essere amati, anche nei casi in cui ogni altro figlio d'Adamo si crederebbe già d'essere il re del creato. Dico il re del creato, perchè, infatti, l'uomo che si sente amato, o ne ha l'illusione, va sempre col pensiero a questo apogèo della felicità, che è l'impero del mondo. Non così i fantastici, dei quali vi ho detto; essi dubitano sempre, e di tutto. Forse vedono meglio degli altri; perchè, andiamo in fondo, qual è la creatura di cui sia certo l'affetto, anche quando ve lo ha dimostrato? Non siamo noi esseri mutabili, secondo le varie impressioni? E non è possibile che una donna già mezzo vostra, anzi vostra del tutto, si cangi in un punto? Sono capricci indefinibili, quelli che muovono il cuore, come sono quantità imponderabili quelle che danno il crollo alla bilancia. Più delicato è il congegno, più è soggetto alle influenze esteriori.
Del resto, mettete pure che il padre Anacleto non pensasse nulla di tutto ciò che son venuto esponendo. Egli andava su e giù, non pensando affatto; faceva come l'ubbriaco, che cerca un filo e non lo trova, o che, vedendone parecchi, tra le idee confuse che gli si affacciano alla mente, non ne afferra nessuno. Una volta si fermò davanti al serafino, come se volesse dirgli qualche cosa; poi si volse di schianto e proseguì la sua via. Si pentì subito subito, e tornò indietro; si fermò da capo, e la parola gli tremava sulle labbra. "Vi amo!" voleva dirgli. Ma no; era una frase volgare. E poi, l'avesse anche detta, che cosa si sarebbe sentito rispondere? Se il monachino biondo gli avesse riso in faccia? Perciò non disse nulla; si contentò di guardare il serafino nel bianco degli occhi. E il serafino lo guardava a sua volta con una fermezza quasi beffarda, come se volesse dirgli: oh, se non incominci tu, bel priore, non parlo io di sicuro!
Finalmente, poichè tutto ha un fine quaggiù, anche i contrasti di un'anima innamorata, il padre Anacleto prese una risoluzione. Era forse la peggio; ma compatitelo, egli non era padrone di scegliere.
--Avete ragione;--diss'egli;--partirete.
--Ah!--esclamò il serafino.
Il padre Anacleto si pentì subito di averla detta; ma non era più tempo. Del resto, quella esclamazione del serafino non significava rammarico; era una esclamazione breve, senza espressione, senza colore; si poteva anche interpretarla per un grido di allegrezza.
--Partirete domani, se così vi piace;--soggiunse il padre Anacleto.--Dopo tutto, meglio così. E ditemi.... Dove andrete?
--A Castelnuovo;--rispose il serafino, chinando la testa.
Potrei aggiungere che chinava la testa per nascondere il suo rossore. Ma, in verità, se lo dicessi, non potrei sostenerlo. La cosa non sarebbe neanche stata necessaria a quell'ora. Le ombre della notte calavano sul giardino del convento. I grilli incominciavano a cantare da tutti i punti della vallata. E il povero padre Anacleto sentiva una gran voglia di mandarli a quel paese.
XIX.
--Ma, di grazia, ora che siamo fuori, si potrebbe sapere perchè si va via, così di schianto, senza dire neanche buon giorno?
--Non mi dir nulla, zio! Si va via....
--Dopo essere venuti, lo capisco, era il meglio che si potesse fare.
--Ah, sì, ho fatto male a venirci. Se ti avessi obbedito!
--Tarda confessione, ma preziosa. Te la ricorderò per le altre occasioni. Il polo artico! L'equatore!... Sai, non ci vengo, al polo; e all'equatore, nemmeno.
--No, non dubitare, non si andrà più in nessun luogo. Son divenuta una donna di casa. Da oggi in poi si rimarrà chiusi a Castelnuovo.
--Ecco un'altra esagerazione. Per un viaggetto in paesi cristiani, non ho mai detto di no. E se ora si dèsse una corsa a Torino, a Milano, a Venezia....
--No, voglio restare a Castelnuovo. Che cosa ci manca, laggiù? Tu ci hai tutte le tue abitudini; io le mie, i libri, i fiori, i pennelli. Sai, zio? la vita può esser bella anche così. Credo anzi che sia bella solamente così. Uno scrittore ha detto che la più bella cosa del mondo è la luce; poi vien subito il verde.
--Sarà un matto.
--No, sai! Voleva dire che il massimo dei piaceri è quello degli occhi. Vedere è sapere.
--Passi per la luce. Ma il verde! Che c'entra il verde, in seconda linea, se è già incluso fra i sette colori del prisma?
--È vero; ma lo scrittore, parlando del verde, intendeva lo spettacolo della campagna.
--Ha bisogno di troppi commenti, il tuo scrittore. E, se Dio vuole, non sarà Dante. Ma parliamo d'altro. Andare a Castelnuovo! Non ti sembra un errore?
--Già siamo in cammino, e, dovunque tu volessi andare, ti bisognerebbe sempre toccar l'uscio di casa.
--Lo capisco, ma si può andare a casa per fuggire da capo, oggi stesso o domani. Senti, ragazza mia, le ciarle di Castelnuovo mi spaventano. Tra noi e gl'importuni ci vorrei mettere un mese, almeno una quindicina di giorni, di cui si potesse dire dove li abbiamo passati. Intanto, nel nostro soggiorno temporaneo, si vedrebbe, si concerterebbe....
--No, non me ne parlare; non voglio.
--Non voglio, è una grama ragione.
--E poi, per viaggiare, fa troppo caldo.
--Oh, eccone una, che è molto seria, in verità! Come se qui presso, e con la tonaca del convento, si fosse stati al fresco!--
Questo dialogo, e il rimanente che si ommette per brevità, occorreva tra il signor Prospero Gentili e la sua bionda nepote, Adele Ruzzani, all'alba, nella discesa tra il ponte di San Bruno e la vallata sottostante, dove i nostri due personaggi erano aspettati per salire in carrozza.
Erano usciti dal convento alle cinque del mattino. L'ordine di far venire la carrozza laggiù era stato dato dal padre Anacleto la sera antecedente, subito dopo il colloquio in giardino. Era necessario provvedere in tempo, perchè lassù le carrozze non potevan giungere, non avendo gli antichi frati pensato mai a condurre una strada carrozzabile fino alla vetta del monte.
Come dovessero accogliere la notizia di quella partenza i frati nuovi, lascio argomentare a voi. Essi non si erano avveduti, non avevano sospettato di nulla in quella sera, perchè il padre Anacleto avea fatto il suo colpo alla chetichella, da quell'uomo savio e prudente che era. Povero padre Anacleto! La sua prudenza e la sua saviezza non lo avevano mica salvato dalle interne burrasche. In quella notte che era l'ultima del soggiorno di quel monachino biondo al convento, il padre Anacleto aveva passato ore d'inferno. La pena dei trasgressori dell'undecimo comandamento, che il monachino biondo non gli aveva voluto dire, lasciandogli la cura d'indovinarla da sè, egli già incominciava a scontarla. E ne sentì più acerbo lo strazio nell'anima, quando, allo scoccar delle cinque del mattino, gli venne udito un rumore di passi nel corridoio; indizio certo di una aspettata partenza.
Pochi minuti dopo le cinque, erano venuti a battere all'uscio della sua cella. Era andato ad aprire e il fratello Giocondo gli aveva recata una carta di visita, triste saluto degli ospiti che erano partiti pur dianzi. La carta diceva per l'appunto così:
PROSPERO GENTILI
_e la sua nepote Adele Ruzzani, ringraziano il padre Anacleto, priore di San Bruno, della cortese ospitalità ad essi accordata. Ne serberanno grata memoria e rivedranno assai volentieri l'amico, in Castelnuovo Bedonia (palazzo Ruzzani, via S. Michele, N. 8) se egli vorrà ricordarsi de' suoi riconoscenti novizi ed amici._
Il nome del signor Prospero, come potete immaginare, era stampato; il resto era fatto a penna, e con una leggiadra mano di scritto, che non doveva esser quella del signor Prospero.
--Ah serafino! serafino!--esclamò il padre Anacleto, sospirando, poi ch'ebbe letto due volte.
Non era più il caso di aspettare un sonno che per tutta notte non aveva voluto scendere sulle ciglia del padre Anacleto. Il priore uscì dalla sua cella, e andò a passeggiare nel chiostro. Il luogo era deserto; peggio ancora, senza luce, quantunque incominciassero a penetrarvi i primi raggi del sole. Ma voi capirete benissimo che qui si parla per via di metafora, seguendo il pensiero del padre Anacleto, che ricordava in quel punto il verso dantesco:
Io venni in loco d'ogni luce muto,
e ben presto avrebbe potuto aggiungervi i due seguenti, che dànno intiera la terzina:
Che mugghia, come fa mar per tempesta, Se da contrarii venti è combattuto.
Infatti, quella mattina, all'ora del refettorio, il padre Anacleto fu posto in mezzo da' suoi conventuali, che cominciarono a tempestarlo di domande.
--Padre priore!
--Orbene?
--I novizi?
--Sono partiti stamane.
--In che modo?
--Ma.... nel modo più naturale. A piedi, fino al fondo della discesa, dove hanno trovata la carrozza che li aspettava, per ricondurli a Castelnuovo. Signori miei,--soggiunse il priore, vedendo che quel breve racconto non persuadeva molto i suoi uditori,--dopo ciò che era intervenuto ieri mattina....
--Che cosa è intervenuto?
--Lo sapete pure: il mio colloquio col sottoprefetto di Castelnuovo. Dopo quel colloquio, di cui vi ho subito fatto parola, voi capirete bene che essi non potevano più rimanere a San Bruno.
--È doloroso!...--esclamò il padre Restituto.
--Eh, lo dico ancor io;--rispose il priore.
--È doloroso,--ripigliò il padre Restituto,--che siate venuto a questa estremità, senza sentire.....
--Che cosa? I vostri pareri? Li conoscevo già da ciò che si è detto, e lungamente, nella ultima adunanza del capitolo.
--C'è ben altro che il capitolo!--gridò il padre Restituto.--Se volete degnarvi di rammentare quel che s'è detto ieri, prima di entrare in refettorio, io stesso, che prima non vedevo di buon occhio la presenza dei novizi tra noi, vi ho confessato sinceramente d'essermi convertito alle vostre ragioni.
--Era una cortesia da parte vostra,--disse il priore, inchinandosi.--Ma restava sempre una opinione personale.
--A cui partecipavano tutti;--entrò a dire il padre Agapito.--Del resto,--soggiunse egli speditamente, per non lasciarsi sopraffare da nessuno,--e appunto perchè si era parlato di conversioni, avreste pure potuto aspettare un giorno e un'ora.
--Non bruciava mica il convento!--esclamò il padre Ilarione.
--Eccone un altro!--disse il priore, sforzandosi di ridere, ma assai più disposto a mandarli tutti al diavolo in un solo convoglio.
--E un altro ancora, e un altro, fino ad avere l'unanimità;--ribattè il padre Ilarione.--Scusate, priore, non c'eravate che voi, a vedere la necessità di mandar via i novizi: noi altri si era già tutti persuasi di tenerli.
--Ma per che farne, Dio buono?--gridò il priore, che già stava per mettere la pazienza da un lato.--Non voglio credere che vi passasse per la testa di farne due frati!
--E perchè no? Erano pure venuti per questo!