L'undecimo comandamento: Romanzo

Chapter 14

Chapter 143,812 wordsPublic domain

Accenniamo la scena. Anzi tutto il padre Prospero, sdraiato sul tappeto, in verità non troppo soffice e non troppo verdeggiante, del prato, con la testa posata contro la sporgenza d'un sasso e col suo fazzoletto sugli occhi, per ripararsi dai raggi del sole che sforacchiavano in alto la frappa. Accanto al padre Prospero il serafino biondo, seduto con una quantità di fiori in grembo. Più lungi, accanto ad un prunaio, il padre Agapito, che stendeva le mani davanti a sè, per cogliere certi ramoscelli fioriti e recarli al serafino biondo.

--Date qua,--diceva il monachino,--e non ne cogliete più altri. Vorreste per caso seppellirmi sotto i fiori? Ce n'ho già per tre ghirlande, non che per una.--

Il padre Agapito si era affrettato ad obbedire, e portava al serafino biondo due bei rami sarmentosi di fiammola. Se nol sapete, la fiammola è la più vaga e la più odorosa delle nostre clematiti. Nasce spontanea ne' boschi e ricinge con le sue braccia flessuose i tronchi degli alberi, s'intreccia coi prunai, serpeggia, s'innalza e ricade graziosamente, facendo pompa di bei fiorellini bianchi e stellati, dal cui mezzo si rizzano gli stami filiformi a pennacchio.

Di que' sottili ramicelli il serafino biondo aveva intrecciata una ghirlanda, e, cedendo ad un moto di vanità infantile, se n'era cinto le tempia. Pareva uno di quei leggiadri fraticelli incoronati, che occorrono così frequenti nelle tavole dipinte del Quattrocento, così piene di poesia e di sentimento religioso.

--Che ragazzate!--esclamò il priore stizzito.

Perdonate questo sfogo di malumore al padre Anacleto. Egli aveva veduto il padre Agapito piantarsi davanti al serafino, e rimaner là estatico, in adorazione, come un domenicano, o un francescano qualunque, al cospetto della Madonna, in una di quelle tavole che vi ho accennate poc'anzi.

Gli era venuta la voglia di balzar fuori dal suo nascondiglio. Ma il pensiero di capitar là come un guastafeste lo trattenne. Era un pensiero pieno di amarezza, che egli non conosceva ancora, o che forse aveva dimenticato da un pezzo. Il povero padre Anacleto stette alquanto sopra di sè, come studiando quel nuovo sentimento del suo cuore; indi scosse sdegnosamente la testa e si allontanò dal suo osservatorio. Lentamente da prima, per non farsi sentire; indi a precipizio, per la via che metteva al convento.

Tratto tratto si fermava lì sui due piedi, senza che ne apparisse il perchè; rotava gli occhi, si mordeva le labbra, crollava la testa, quindi ripigliava l'aìre. Ahi, padre Anacleto! Quanto mutato da quel degno priore d'una volta, che viveva contento a San Bruno, nella placida rinunzia e nel benevolo disprezzo dell'universo mondo! Era lui che aveva inventata la frase. E su lui la natura, eterna prepotente, vendicava l'umanità conculcata.

Niente gli andava a versi, in quel punto; nè il sole, che lo coglieva di sbieco, obbligandolo a torcer gli occhi; nè lo stridìo delle cicale, di cui si accorgeva la prima volta in quel giorno; nè lo svolazzare degli insetti, mosconi e libellule, che venivano a far le capate contro le sue guance imperlate di sudore, o farfalloni e vanesse, che gli facevano davanti agli occhi la loro danza capricciosa. Un bel ramarro verde si soleggiava sul colmo d'uno scoglio, e lo guardava con due occhietti lucidi come rubini. Sapete che il ramarro è l'amico dell'uomo. Io forse un giorno vi racconterò la storia della mia amicizia con due ramarri; amicizia che costò loro la vita. Ma per non allontanarmi dal ramarro del padre Anacleto, vi dirò che il saurio innocente se ne stava lassù, guatando il passeggero e ansando con le fauci semiaperte. Parve al priore di essere canzonato da quella graziosa bestiuola? Od era forse più vero che in quel momento non volesse veder nessuno, nè uomo, nè bestia? Fatto sta che il priore si chinò, raccolse un sasso da terra e lo levò in alto per castigare l'insolente. Per fortuna, il ramarro vide quel braccio in aria, e guizzò via come folgore. Del resto, anche il padre Anacleto, pentito di quel moto di collera irragionevole, lasciava ricadere la pietra.

--Diavolo!--borbottò egli, riprendendo la sua via.--Bisogna farla finita; se no, si perde la pace.--

Tornò al convento, senza fare altre fermate, o monologhi. I suoi frati erano quasi tutti sotto il portico, e in attesa del pranzo stavano ragionando di politica. Vi ho già detto che quell'argomento non era sbandito da San Bruno. Si può parlar di politica senza guastarsi il sangue, quando non c'entrano le ragioni personali, nè di prima, nè di seconda mano; in quella stessa guisa che si può toccare impunemente una vipera, o un serpente a sonagli, se a questi interessantissimi ofidii siano stati strappati prima i denti del veleno. Resta sempre la necessità di toccarli con precauzione, per cansare le strette. E così la politica, anche come discorso accademico, vuol essere trattata coi guanti.

Per quell'onesto riguardo che tutti usavano al padre Anacleto, gli si domandò il suo parere su d'un punto controverso. Ma il priore, che in ogni altra circostanza avrebbe trovato il modo di contentare le due parti, trovando il buono, o almeno la buona intenzione da per tutto, per quella volta si allontanò dal suo metodo e ne disse di tutti i colori. Niente andava più bene in Italia. Si era in un ronco. O saltava il ministero, o si sarebbe andati incontro a grossi guai.

--Priore, o che l'avete fatto anche al sottoprefetto, questo discorso?--chiese facetamente il padre Tranquillo.

--Gliel'avrei fatto sicuro, se avesse chiesta la mia opinione;--rispose il padre Anacleto.--Egli è venuto invece a parlarmi di tutt'altro. Sapete di che?

--Sentiamo;--dissero tutti, raccogliendosi intorno al priore.

--Dei due novizi che abbiamo accettati a San Bruno.--

Così disse il priore, e si pentì subito di aver cominciato. Ma i due novizi erano stati meno fortunati del ramarro. Il sasso era gettato e non si tirava più indietro col desiderio.

--Oh diamine!--esclamò il padre Atanasio.--E come c'entra il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia?

--C'entra.... c'entra,--balbettò il priore, che oramai doveva dir tutto,--perchè il padre Prospero è un vecchio tutore di Castelnuovo.

--Un nobile ufficio quello di tutore!--disse il padre Tranquillo.--E forse il nostro novizio ha dilapidate le sostanze del pupillo?

--Magari lo avesse fatto, che non ci avremmo a veder nulla noi altri!--scappò detto al priore.

--Che ha fatto dunque di male?--gridò il padre Bonaventura.

--Avete incominciato; dovete dirci ogni cosa;--soggiunse il padre Restituto.

--Ha condotto il suo pupillo tra noi;--rispose con voce sepolcrale il priore.

--Ah! il padrino Adelindo?--esclamarono tutti.

--Che non è un padrino;--ripigliò il padre Anacleto.--Il pupillo, signori miei, è.... una pupilla.

--Grande scoperta!--gridò il padre Restituto.--Lo avevamo detto, noi altri, e voi non volevate crederlo.--

La faccia del priore si rabbruscò, a quell'escita del padre Restituto, capo dell'opposizione in capitolo.

--Adagio, Biagio!--osservò il padre Tranquillo, prendendo le difese del superiore.--Il nostro degno priore, se ben ricordo le sue parole, non ha già detto di non volerlo credere. Ha detto che, quando pure il monachino fosse stato... una monachina, non c'era da far nulla, e che la nostra cavalleria doveva far le viste di non accorgersi della cosa.

--E forse ho avuto torto;--soggiunse gravemente il priore.--Eravamo allora nel dubbio; oggi abbiamo la certezza. Il padrino Adelindo non è altro che Adele Ruzzani, una ragazza di Castelnuovo, pupilla del signor Prospero Gentili, suo zio materno, e fortunata erede d'un vistoso patrimonio. Un capriccio di testolina bizzarra l'ha condotta qui, nel convento dei matti.... come dicono cortesemente laggiù! Il tutore è uno sciocco. Almeno, la sua condiscendenza al disegno stravagante della nepote ce lo fa avere per tale.

--Quel caro padre Prospero!--notò pietosamente il padre Anselmo.

--E noi--proseguì il priore, senza por mente all'interruzione--siamo qui in un bivio curioso; o di perdere la nostra cara tranquillità monastica, ritenendo una donna tra noi, o di mostrarci ridicoli, fingendo di non saperlo. Che ve ne pare?

--Non vedo il ridicolo;--disse il padre Restituto.

--Come? Voi, per l'appunto, che gridavate più di tutti?

--Mi son convertito alle vostre ragioni;--rispose il padre Restituto, con un candore che sapeva d'ironia.--Del resto, amico priore, se voi mettete a' voti le due corna del dilemma, ci troverete in maggioranza pel ridicolo. Scusate, è un gusto come un altro, e chi si contenta gode. Il padrino Adelindo, poichè io sto sempre per chiamarlo così, è un ottimo ragazzo. È la luce e l'allegria del convento. Quando non c'è lui, par d'essere al buio. Infatti, signori,--conchiuse il padre Restituto, levando la voce e stendendo la mano,--ecco un raggio di sole.--

Proprio in quel punto, appariva dall'androne il serafino biondo, seguito dal padre Prospero e dal padre Agapito.

Quest'ultimo aveva una cera non troppo contenta. Forse gli dispiaceva che la passeggiata fosse finita; forse aveva avuto qualche piccola contrarietà. Più allegro era il padre Prospero, che si toglieva finalmente dal sole, e si avvicinava per giunta al refettorio. Quella mattina il cuoco gli aveva promesso un desinare di suo gusto, con una certa replica d'agnellotti, che gli erano maledettamente piaciuti il giorno prima, e il padre Prospero, mandando a quel paese i consigli del medico, si abbandonava tutto alla voluttà di una pregustazione, che era già per la sua incipiente polisarcia un prezioso alleato.

Precedendo di qualche passo i compagni, il padrino Adelindo entrava nel chiostro. Il viso, incoronato da quella bionda zazzerina che sapete, si mostrava tutto di un incarnatino tenero, pari al colore delle rose bengalesi, che trasparisce da una velatura di bianco. E gli occhi! Che dirvi degli occhi? Si capiva, vedendoli, anche il riso di Beatrice, che ha esercitata la pazienza di tanti commentatori della _Divina Commedia_. Ricorderete, o lettori, che Beatrice rideva con gli occhi.

Accenno un fatto nuovo, che s'intenderà di leggieri, quando si pensi che per la prima volta si vedeva il monachino biondo senza più dubitare del vero esser suo.

--Come mai si è potuta fidare di venir qua in veste d'uomo?--chiedevano gli astanti in cuor loro.

E la tacita domanda era naturale in tutta la comunità di San Bruno. Coloro che avevano creduto un uomo il biondo novizio, dovevano riconoscere di aver avute le traveggole; tutti gli altri potevano maravigliarsi che i loro compagni le avessero avute. E negli uni e negli altri era l'obbligo oramai di riconoscere la donna, anche facendo le viste di durar nell'inganno.

Gl'inchini al biondo serafino furono molti; i complimenti per il suo aspetto fiorente si alternarono con le premurose domande intorno alla sua passeggiata. Poco mancò che taluni non gli offrissero il braccio, per condurlo in refettorio. Arcano potere di due begli occhi!

--Bisogna finirla;--borbottava il priore, rimasto alquanto in disparte,--bisogna finirla!--

Il serafino biondo si accostò a lui col suo leggiadro sorriso. Al giocondo lume dei due smeraldi, onde Amore gli aveva scoccate le sue armi (permettete che io vi significhi la cosa con una immagine dantesca), il povero priore si sentì rimescolare il sangue nelle vene. E facendo forza a sè medesimo, e cercando di dare alla sua faccia una espressione più severa del solito, così disse al serafino biondo:

--Non avete più la vostra ghirlanda di fiammole?

--Ah!--esclamò il serafino.--Eravate lassù? Ma perchè non venirci a trovare?--

Il padre Anacleto non credette opportuno di rispondere.

--Del resto, avete fatto bene;--soggiunse il serafino.--Si parlava tanto di voi!

--Di me?--chiese il priore, inarcando le ciglia.--E che cosa si è potuto dire di me?

--Non male, sicuramente. Anzi ho pensato ad un certo punto che dovessero fischiarvi gli orecchi. Si parlava, tra l'altre cose, della gran noia che vi dava quel sottoprefetto con la sua lunga fermata.--

Così dicendo, il serafino fissava gli occhi addosso al priore, come se volesse leggergli in faccia il segreto di quella visita.

--Ah, sì;--disse il padre Anacleto;--quel sottoprefetto è un cert'uomo!...

--Che cosa voleva da voi? È lecito saperlo?

--Ve lo dirò più tardi, padrino Adelindo. Ho bisogno per l'appunto di parlare con voi e con vostro zio, e mi farete la grazia di passare dopo pranzo da me.

--No, no, niente grazia, con mio zio!--rispose il serafino.--Preferisco farla da solo. Andrò verso il giardino, e voi mi accompagnerete. Va bene così?--

Il priore Anacleto rimase un po' sconcertato da quell'aria di padronanza. Ma poi si strinse nelle spalle e chinò la testa in atto di dire:--sia fatta la vostra volontà.--

XVII.

Il pranzo durò troppo per due persone, le quali avevano tante cose da dirsi. Cioè, mi spiego, l'una aveva da dirle e l'altra da sentirle; ma voi vorrete concedermi che quest'altra non si sarebbe contentata di stare a sentire e avrebbe detto anche del suo. Ora il padre Anacleto era tanto curioso di sapere che cosa gli avrebbe risposto il padrino, vedendosi scoperto, come il padrino era curioso di sapere che cosa gli avrebbe detto il priore, e con che tono, e con quali propositi.

Come Dio volle, si levarono tutti da tavola, e il padrino, uscito dei primi dal refettorio, andò a chiudersi nella sua cella. Voleva egli cansare i soliti accompagnatori, o più specialmente lo zio? Quest'ultimo, anche a volerlo per forza come terzo nella conversazione, non si sarebbe potuto ottenerlo. Aveva lavorato troppo e sentiva il bisogno di riposare un pochino; perciò era andato a finire in libreria, su quella tale poltrona, e il sonno aveva stese le ali sul suo capo innocente. Il padre Agapito, il padre Restituto, ed altri suoi cortigiani, che si erano accompagnati subito a lui, sperando di veder tornare il biondo nepote, dovettero assistere all'assopimento dello zio. Quando ritornarono all'aperto, videro il priore che si allontanava dall'altra parte del chiostro, col serafino a fianco. Il priore aveva incominciato un discorso di qualche importanza, e si fermava ad ogni tratto, come un uomo che vuol calcare sulle parole; il serafino andava o restava, secondo i movimenti del suo interlocutore, e dava segno di molta attenzione, chinando spesso la testa, in atto di assentimento. C'erano insomma tutti i caratteri d'un dialogo, che non voleva essere interrotto da compagni importuni.

--Amici,--disse il padre Restituto a tutti gli altri che erano rimasti come lui con un pugno di mosche,--non vorrei che il priore degnissimo, dopo che ha riconosciuta la donna, ne prendesse una cotta.

--Eh via!--esclamò il padre Marcellino, che passava di là per andare alla sua cella, e si era fermato, vedendo quel crocchio d'osservatori.--Vorreste voi che proprio il fondatore dell'ordine venisse meno alla sua stessa dottrina?

--Oh, non sarebbe il primo;--osservò il padre Ilarione.--C'è pure stato il Creatore, che si pentì d'aver fatto l'uomo.

--In verità,--soggiunse il padre Costanzo,--sarebbe grazioso che l'esempio della prevaricazione ci venisse da lui!

--Dal Creatore?--domandò argutamente il padre Marcellino.

--No, dico dal padre Anacleto, dall'inventore della seconda vocazione.

--Che, forse lo gradireste, l'esempio?--

La bottata era di quelle da levare il pelo; ma il padre Costanzo finse di non intendere.

--L'esempio! l'esempio!--borbottò egli.--È sempre una brutta cosa, l'esempio.

--Quando è brutto, sicuro. Ma chi vi dice, o signori, che il padre Anacleto voglia dare un brutto esempio alla comunità di San Bruno? È il priore che discorre con uno dei suoi frati, ed io non ci vedo altro.

--Dopo quello che si sa?--chiese il padre Restituto.--Dopo quello che ci ha detto egli stesso, prima di andare in refettorio?

--Eh, potrebbe darsi appunto che parlasse al biondo novizio di quella tal rivelazione che gli è stata fatta quest'oggi.

--Il fratello Marcellino ha ragione;--entrò a dire il padre Agapito, che era stato silenzioso fino allora.--Scommetto che il priore ne fa una delle sue.

--Che cosa?--gridarono ad una voce il padre Restituto, il padre Costanzo e il padre Ilarione.

--Sta persuadendo il padrino Adelindo ad andarsene via del convento.

--Oh, questo, poi!

--Vedrete che è così per l'appunto. Il nostro priore è lo spirito dell'opposizione. Quando glielo dicevamo noi, non voleva crederlo, non voleva far nulla. E adesso che noi ci siamo acquetati.... Perchè noi ci siamo acquetati;-soggiunse il padre Agapito.--Voi stesso, fratello Restituto, glielo avete detto chiaro e tondo: ammettiamo anche il ridicolo. Il padrino Adelindo è un buon ragazzo; non dà molestia a nessuno; domanda soltanto di poter vivere con noi, in questa pacifica comunità. Anche lui, forse, avrà i suoi piccoli dispiaceri; vorrà anche lui dimenticare le noie del mondo; perchè vorremmo impedirglielo?

--Sicuramente!--gridò il padre Ilarione, sostenuto dall'approvazione dei colleghi.--Perchè vorremmo impedirglielo? Non sarebbe carità la nostra.

--E il priore avrebbe doppiamente torto a mandarlo via, senza consultare i suoi compagni;--aggiunse il padre Restituto.--Siamo tutti eguali qua dentro, e il suo priorato non è che una carica....

--D'ordine meramente amministrativo;--gridò il padre Costanzo.--Egli non può mettere la sua volontà, il suo capriccio, in luogo e vece della volontà di tutti.

--Si è sempre fatto ogni cosa d'accordo, non lo nego;--osservò il padre Marcellino.--Ma qui, forse, il caso è diverso. Le opinioni espresse l'altro giorno in capitolo potrebbero averlo persuaso a prendere una risoluzione da sè.

--No, niente risoluzione. Ogni cosa ha da farsi in capitolo.

--Bene, chiedetegli di convocare il capitolo, e fate la vostra domanda: vogliamo il padrino Adelindo; o Adelindo, o morte!--disse il padre Marcellino, ridendo.

--Andiamo, voi la mandate in burletta;--osservò il padre Costanzo, facendo il viso brusco.

--Noi non si dice che resti il padrino ad ogni costo;--aggiunse il padre Restituto.--Si dice soltanto, e si sosterrà, che ci vogliono certi riguardi.

--È questo, sì, è proprio questo!--gridarono ad una voce il padre Costanzo e il padre Ilarione.

Ma il padre Agapito, che quel giorno era il meno parolaio di tutti, diede sulla voce ai colleghi.

--Noi chiacchieriamo,--diss'egli,--e il priore decide.

--O che vorreste fare?--domandò il padre Marcellino.

--Andar laggiù, a disturbare il colloquio.

--Bravo! E non pensate ch'egli potrà dirvi....

--Che cosa potrà dirci? Sentiamo.

--Quello che gli direste voi, se foste ne' suoi panni, ed egli nei vostri.--"Padre Agapito, di grazia, un po' di pazienza; fra mezz'ora siamo da voi."

--È vero;--notò il padre Agapito, arrendendosi all'evidenza dell'argomento;--non si potrebbe mandar via un uomo più cortesemente di così. Ma vediamo se non c'è di meglio. Mi viene un'idea.

--Quale?--gridarono tutti.

--Mandare laggiù un tale a cui non si possa dire: "scusate, fra mezz'ora siamo da voi." Il padre Prospero, per esempio! Lo destiamo, lo armiamo in guerra e lo avventiamo come un brulotto nei fianchi del nemico.--

L'idea piacque, anzi fece furore tra gli astanti. S'intende che il padre Marcellino va messo in disparte; anzi, vi aggiungo che se ne andò pei fatti suoi, dopo aver salutata quella mattìa dei colleghi con un benevolo sorriso.

I tre congiurati rientrarono in chiesa. Il padre Prospero, fortunato lui, russava beatamente nella sua fida poltrona. Ed essi a fargli intorno un chiasso indiavolato, saltando, gridando, sventolandogli i fazzoletti sul viso. Ma il padre Prospero resisteva virilmente all'assalto. Lo presero allora per le mani, che teneva incrociate sul ventre, e gli gridarono all'orecchio un visibilio di sciocchezze.

--Fratello Prospero, svegliatevi; brucia il convento.

--Chi dorme non piglia pesci.

--Chi veglia alla luna e dorme al sole, non acquista roba, nè onore.--

Il padre Prospero finalmente si scosse.

--Amici,--disse egli, aprendo gli occhi e richiudendoli subito,--_ego dormio, sed cor meum vigilat_.

--Ah sì, un bel vegliare che fa!

--Sicuro, fa il chilo;--rispose padre Prospero, tentando di rimettersi a dormire.

--Come? che avete detto? In voi, l'incaricato di questa delicatissima operazione sarebbe il cuore? O che fa intanto lo stomaco?

--Non ne so nulla, io; si tratta di affari interni, nei quali io non entro. Ci pensi chi deve. E voi lasciatemi dormire in pace.

--Bravo! Mentre la vostra bella nepote sta ascoltando la sua sentenza!--

Quelle parole ebbero la virtù di farlo saltare sulla poltrona.

--Che sentenza?--gridò.--Che sapete voi della mia nepote?

--Sappiamo, fratello Prospero,--disse il padre Restituto,--sappiamo quello che ci ha detto il priore, dopo il suo colloquio col sottoprefetto di Castelnuovo. Non vi confondete per così poco, e veniamo all'essenziale. Ora il priore è andato in giardino, col padrino Adelindo.... Mi capite? La visita del sottoprefetto e le sue rivelazioni stanno per avere un effetto.

--Ah!--disse il padre Prospero, come un uomo che avesse capito, od anche come un uomo che sbadigliasse.

E ricadde sulla poltrona, assai più disposto a riprender sonno, che a proseguire la conversazione.

--Come?--gridò il padre Restituto.--Non vi commovete?

--E perchè dovrei commuovermi, per un discorso del priore al... mio nepote? Il priore è una degnissima persona, che non vorrà mica dirgli una impertinenza.

--Sì, ma se egli frattanto gli dicesse pulitamente di andar via?

--Me ne andrei; il... mio nepote se ne andrebbe; noi due ce n'andremmo.

--Con questa flemma?

--Eh, proprio con questa. O che volete? Che si resti in paradiso a dispetto dei santi?

--Ma qui non ci siete, a dispetto di nessuno;--replicò il padre Restituto.--Qui tutti vi amano.

--Siete il più prezioso tra gli amici;--soggiunse il padre Costanzo.

--Un vero fratello per tutti noi;--ribadì il padre Ilarione.

--Il più simpatico tra gli uomini;--rincalzò il padre Agapito.

--Grazie, grazie!--esclamò il padre Prospero ridendo.--Dite anche il più amabile tra gli zii. Che vi pare?--soggiunse, mostrando di accettare allegramente la sua condizione e di non voler sembrare troppo ridicolo.--Uno zio come me non si trova mica tutti i giorni. Forse un po' debole, che si è lasciato menare per il naso, e come zio, e come tutore. Ma che farci? Avrei voluto veder voi nei miei panni. L'ho tenuta a battesimo, quella cara fanciulla. Piccina così, mi capite? Non c'era che quella, in casa, e per lei non c'ero che io. Figuratevi che, quando vedeva me, non volesse stare neanche più con la balia, e vi farete un'idea del bene che ho dovuto volergli. Cara figliuola! E che testolina, buon Dio, che testolina! Perchè, signori miei, non è solamente la sua bellezza che fa senso....

--È un angelo!--mormorò il padre Agapito.

--.... Ma anche la sua dottrina;--proseguì il padre Prospero.

--Oh, per questo, è un san Tommaso redivivo;--interruppe il padre Costanzo.

--Di che san Tommaso parlate?--chiese il padre Restituto.

--Di quello d'Aquino, per bacco!

--Ah! credevo di quello del dito. Infatti, la sua venuta quassù, che agli sciocchi potrebbe parere audacia, a me sembra amore di verità, sete di cognizioni....

--Oh, dite benissimo, sete di cognizioni:--ripigliò il padre Prospero.--Figuratevi che un giorno voleva andare al polo Artico. Se la sarebbe cavata, la sete, in quelle latitudini! E poi, voleva andare all'Equatore, per dissetarsi alle sorgenti del Nilo. Ed io che dovevo seguirla! Sarei guarito della polisarcia; non vi pare? Fortunatamente per le mie povere gambe, la malinconia gli è girata verso il convento dei matti.... Oh, scusate! Ripeto quel che si dice comunemente a Castelnuovo. Sebbene, tutto sommato.... via! siamo giusti.... un fil di pazzia ce lo avete. Dev'essere l'aria di San Bruno. Tanto è vero, che questo filo mi sembra di avercelo anch'io.--

Una schietta risata accolse l'ingenua confessione del padre Prospero.