L'undecimo comandamento: Romanzo
Chapter 12
A proposito, con che occhi la vedeva lui? Non vorrei che il sor priore degnissimo si vantasse un pochino. Vediamo dunque, scrutiamo _corda et renes_. Il serafino biondo gli piaceva; non c'è che dire, gli piaceva, ed egli non se lo dissimulava neanche: segno che il suo peccato era di quelli che si confessano liberamente a sè medesimi, perchè non si credono destinati a portar conseguenze. Il serafino gli piaceva, come piace un bel quadro, mettiamo la _Trasfigurazione_ di Raffaello, o la _Comunione di San Gerolamo_ del Domenichino. Si ammira, si rimane estatici a contemplare, magari ad adorare, ma il sentimento del bello è così puro in noi, che non si forma neanche il desiderio di possedere quel quadro; salvo nel caso che si sia principi della finanza, o rigattieri; due tipi che qualche volta si trovano fusi in una sola persona. Ma fate che per un caso straordinario quel quadro ammirabile vi appartenga; e lo stesso sentimento del bello, così profondo e così puro dentro di voi, farà sì che non vi saprete risolvere per nessun patto a cedere il quadro. Questa è dunque la passione intelligente e schietta dell'uomo per la bellezza, in ogni sua manifestazione. E certo, lo ammetto anch'io, sarà più difficile sentirla così schietta, quando la bellezza si incarni in una donna viva. Ma infine, dato un carattere nobile, e uno stadio iniziale (poichè l'amore stesso ha il suo primo gradino nell'ammirazione) anche una cosa tanto difficile potrà sembrarvi possibile. E non vi parrà più così strano il mio padre Anacleto.
Al quale, dopo tutto, quel serafino biondo appariva quasi un raggio di sole nel cielo grigio ed uniforme di San Bruno. Quel monachino roseo ci aveva anche del paggio; e al padre Anacleto sembrava che egli facesse in convento il medesimo contrapposto felice che un bel paggio elegante ed amoroso doveva fare in una di quelle corti medievali, sempre minacciose e sempre minacciate, che stringono il cuore al solo pensarci.
E poi, e poi, gli pareva da gentiluomo non avvedersi di nulla, non cercare nelle sue sensazioni più oltre di quello che esse lasciavano scorgere. C'era del poeta, nel padre Anacleto; e forse per questo aveva meritato di esser priore in un convento di matti.
Finita la radunanza del capitolo in quel modo che sapete, il nostro priore sperò che i suoi degni colleghi non sarebbero andati più avanti con le loro ingiuste antipatie, e con le loro sciocche paure. Il padrino si sarebbe annoiato di quella vita rinchiusa e avrebbe accomodato lui ogni cosa, abbandonando il convento? Sì e no. Del resto, l'idea di una fuga del serafino biondo non veniva molto chiara alla mente del priore. Non vengono mai chiare e spiccate alla mente che le cose vagheggiate un po' a lungo o più profondamente desiderate. Infatti, vedete, gli veniva chiarissima l'idea che i suoi compagni si sarebbero chetati. Che diamine! Mandar via un novizio che non faceva male a nessuno! Chi avrebbe avuto mai un così triste coraggio, poichè non voleva averlo lui? lui, più equanime, più freddo, e più tranquillo di tutti?
E frattanto, notava un fatto curioso. I suoi vecchi amici, padre Anselmo e padre Bonaventura, suoi partigiani dichiarati in capitolo e difensori del serafino, incominciavano a girargli nel manico; erano di giorno in giorno meno teneri pel loro protetto; quel latte e miele che scorreva dalle loro labbra quando parlavano di lui, incominciava a saper d'agro. Per contro, padrineggiavano, serafineggiavano gli oppositori. Padre Agapito e padre Restituto, in ispecie, erano diventati col serafino d'una cortesia, d'una dolcezza, che sarebbe stato impossibile desiderarne di più. A buon conto, il priore ne avrebbe desiderato di meno. Perchè? Forse perchè nella sua qualità di priore doveva amare le parti giuste per tutti; forse perchè nella sua qualità di osservatore, notava un cangiamento troppo rapido di sentimenti e di modi; forse perchè... Oh insomma, trovatelo un po' voi, il perchè.
Tra questi giuochi d'altalena, e osservazioni e malinconie psicologiche, capitò al priore la visita del sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia. E accompagnata da circostanze eroicomiche, che io vi racconterò senza farmi pregare. Il signor sottoprefetto era venuto a cavallo, con una coppia di carabinieri per iscorta. D'onore, o di sicurezza? Il fratello Giocondo, che non lo conosceva e che stava fermo alla consegna, non aveva voluto lasciarlo salire al convento, come egli mostrava desiderio di fare.
--O scusi;--gli aveva detto, con un tono agrodolce, come faceva quando incominciava a scappargli la pazienza.--Se viene a cercare il priore per arrestarlo, mi mostri il mandato di cattura e passi. Se viene per fargli visita, dica il suo nome ed aspetti, come fanno tutti gli altri.--
Il signor sottoprefetto l'aveva masticata male e aveva risposto:--aspetterò.--
Così dicendo, il nostro personaggio porgeva al converso la sua carta di visita, con un gesto che voleva dire:--A voi, ecco chi fate aspettare; andatelo a riferire al vostro principale, che vi darà una strapazzata coi fiocchi.--
Ma il converso non pose gli occhi sul cartoncino di Bristol, o non volle dare al visitatore burbanzoso la consolazione di farlo in sua presenza. Del resto, lo conosceva già, per averlo veduto alcuni giorni addietro, quando era stato al parlatorio chiedendo del padre Prospero e annunziandosi modestamente "il suo amico Tiraquelli". Tira quelli, o quelli altri, era tutt'uno pel fratello Giocondo, che uscì con la carta di visita in mano, per andare ad avvertire il priore.
Il signor cavaliere e sottoprefetto misurò una ventina di volte la lunghezza del parlatorio, che era di otto metri e qualche centimetro, e non domandava tante fatiche per essere accertata. Indi uscì sul piazzale a contemplare la valle e sentir mormorare il torrente; poi tornò in parlatorio a guardare il brutto muso di Mastino II della Scala; battè le labbra e crollò il capo più volte in segno d'impazienza; finalmente trasse una rifiatata, perchè si udiva un passo abbastanza frettoloso sul battuto del piazzale, certo indizio della venuta del priore.
Era infatti il padre Anacleto, e il sottoprefetto lo vide tosto apparire nel vano dell'uscio.
Il sottoprefetto aveva udito parlare più volte della gioventù e della bellezza del priore; ma aveva sempre data la tara alle chiacchiere della gente, pensando che si esagerano sempre le qualità degli uomini misteriosi, quando per l'appunto queste qualità paiono in contraddizione col genere di vita, a cui questi uomini si sono consacrati. Perciò, dovette stupirsi al vedere quell'uomo, più giovane e più bello di ciò che egli si degnava di credere, e punto ridicolo nella sua veste di frate. Il padre Anacleto portava la tonaca con quella medesima disinvoltura, con quella medesima coscienza di fare il comodo suo, che si riscontra negli artisti, pittori e scultori, quando vi compariscono dinanzi con certe zimarre, farsetti, e berrette di velluto, che paiono spiccati da un quadro del Cinquecento.
Il padre Anacleto, per dirvi tutto con una frase vecchia e francese, aveva una bella testa italiana. Perciò voi dovete immaginarvi subito i grandi occhi profondi, dalle pupille nere, circonfuse da una luce azzurrina, le ciglia lunghe, la pelle fine, i lineamenti grandiosi, saviamente accompagnati da una bella barba e da una bella capigliatura ondata e lucente. Il suo volto esprimeva l'onesta alterezza dell'uomo giovane e forte; gli occhi, la nobiltà del pensiero che sa elevarsi per virtù propria e non ama prender nessuno a compagno.
Tutte queste minuzie, che io vi descrivo, non istette ad osservarle partitamente il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia; le colse come a dire in un fascio, e, senza pure volerlo, paragonò quel tipo di maschia bellezza con la faccia dilavata e sciocca del duca di Francavilla. Anche quello era un bel giovane (chi dice di no?); ma bisognava vederlo senza confronti.
Poco, anzi nulla contento del suo esame, il signor sottoprefetto si disponeva a rispondere con un inchino alle prime parole del padre Anacleto.
Il priore era entrato con la carta di visita tra le dita, e le aveva data un'ultima occhiata, prima di attaccare la frase:
--Signor.... commendatore....--
Il vocabolo dava la giustificazione dell'occhiata. Sul pezzo di cartoncino Bristol, che il visitatore aveva consegnato al fratello Giocondo, c'era scritto per l'appunto così: "_C. avv. Eudossio Tiraquelli, sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia._" Ma quel C, che diavolo significava? Cavaliere, o commendatore? Una persona bene educata non poteva mica fermarsi lì, a domandare: scusi, che grado ha lei nella gerarchia delle umane grandezze? E quella medesima persona, trovandosi ad un bivio di quella fatta, non poteva mica fidarsi di dire: "signor cavaliere"; doveva dire senz'altro: "signor commendatore", anche pensando che se l'interlocutore lo fosse stato davvero, non si sarebbe contentato di lasciarlo argomentare da una semplice iniziale.
Il signor sottoprefetto fece l'inchino che vi avevo annunziato; un inchino che pareva una tacita accettazione del titolo, o un atto di ringraziamento per l'augurio, pensato o involontario che fosse.
--Signor.... commendatore....--diceva il padre Anacleto;--a che cosa posso attribuir l'onore di una sua visita?
--Al desiderio, al piacere di conoscerla. Non si meravigli, la prego;--rispose con grande volubilità di parole il sottoprefetto di Castelnuovo;--noi, poveri ufficiali preposti alla amministrazione delle provincie, dobbiamo conoscere il paese, per formarci un giusto concetto dei suoi bisogni; e dobbiamo per conseguenza conoscer tutti i nostri amministrati.... anche quelli che non hanno bisogno di noi.--
Il priore fece un inchino e additò un seggiolone al suo ospite. Ma il sottoprefetto fece le viste di non essersi accorto di quell'invito.
--Sono in volta per visitare tutti i comunelli del circondario;--proseguì egli.--È la nostra _Via crucis_. Perciò spero non vorrà trovar nulla a ridire sull'accompagnamento di due carabinieri. L'autorità--soggiunse il sottoprefetto, atteggiando le labbra ad un sorriso, come faceva ogni qual volta stava per dire qualche cosa di profondo o di grazioso,--l'autorità è amicizia, quasi fratellanza, che è come a dire confidenza, per gli uomini di vaglia; ma pel volgo, che non la intende senza una certa solennità d'apparato, dev'essere ravvolta nella nube, accompagnata da lampi e tuoni, come il Dio degli eserciti.--
Il priore s'inchinò da capo, ma non aggiunse nulla del suo a quel saggio d'eloquenza sublime.
--Ella vedrà nella mia visita anche un pochino di curiosità;--riprese il sottoprefetto, lasciando i lampi e i tuoni in disparte e degnandosi di uscir dalla nube.--Non voglio negarlo; anzi le confesso sinceramente che avevo da gran tempo un desiderio vivissimo di conoscer Lei, persona tanto ed universalmente stimata, e di dare una sbirciatina al suo convento laico.--
Il priore, che l'aveva capito fin da principio, e che non voleva parere uno di quelli che bevono grosso, accettò la dichiarazione e ci appose il suo visto.
--Sarà sempre un onore per noi di appagare la sua curiosità. Del resto, non si potrebbe neanche rifiutarglielo,--soggiunse il priore, temperando con un sorriso l'asprezza del colpo,--come si è fatto con tutti i signori di Castelnuovo.
--Ah, se non ci hanno piacere....--balbettò il sottoprefetto;--se non amano le visite.... non vorrei essere importuno.
--No, la prego, non si dia pensiero di ciò;--rispose il priore.--La sua curiosità, signor commendatore, non è offensiva per noi, dacchè il suo ufficio la rende quasi obbligatoria. Lei deve sapere ogni cosa; gli altri non hanno nessun diritto di metter gli occhi nelle nostre faccende. Frati, nel senso religioso, non siamo; non diciamo messa, non confessiamo, non distilliamo acqua di melissa, non fabbrichiamo cerotti. No, nessun rimedio, nè per le anime travagliate, nè pei corpi infermi. Attendiamo invece a medicare noi medesimi, nel silenzio e nella pace d'un chiostro; e ci pare che si faccia già molto. A che volerci vedere? Siamo fatti come tutti gli altri, e viviamo qui come essi vivrebbero in villa, godendo il fresco e facendo qualche cosa d'inutile, tanto per ammazzare il tempo. Ma basti dei signori di Castelnuovo. Mi permetta, signor commendatore; dò un ordine e sono da Lei.--
Il commendatore _in votis_ fece un inchino, che voleva dire: s'accomodi. E il padre Anacleto, uscito dal parlatorio, andò a cercare il converso che aspettava i comandi.
--Fratel Giocondo,--gli disse sotto voce,--avvertite di questa visita i colleghi. Capisco che il sottoprefetto si fermerà a colazione. Chi vorrà venire in refettorio mi farà piacere; chi vorrà essere ammalato sarà servito in camera.--
Fratel Giocondo rispose col cenno del capo di chi ha inteso tutto e non ha bisogno d'altro; indi si mosse per andare al convento. Ma il padre Anacleto lo trattenne ancora.
--Prendetevi cura dei carabinieri, che non abbiano a mancar di nulla, nè essi, nè le loro cavalcature. I carabinieri sono ottima gente; trattateli bene. Ma mi raccomando, che non vi facciano cantare!
--Non c'è pericolo;--rispose il fratel Giocondo.--Lei sa, priore, che stono maledettamente.
--Bene; vi permetto di stonare.... nel senso di non rispondere a tono;--ripigliò il padre Anacleto.--Non abbiamo niente da nascondere, è vero; ma non tutto ciò che si può dire va detto.--
Dopo questo breve colloquio, il priore tornò nel parlatorio.
--Eccomi a Lei, commendatore;--diss'egli.--Se vuol favorire....--
XV.
Ecco adunque il signor sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia messo dentro alle segrete cose del convento di San Bruno. Ma ohimè, molto meno addentro di quello che egli credesse. Perchè, infatti, se egli si era posto in mente di sorprendere la signora Adele Ruzzani, il conto gli riusciva fallato, per la prontezza di spirito del priore.
Questi, a dir vero, aveva date le sue istruzioni in genere, per lasciar libertà a tutti i suoi colleghi di essere o di non essere presenti. Ma non voglio neanche tacervi che nella sua sollecitudine c'entrava un pochino il pensiero del serafino biondo. Bisognava stare con gli occhi bene aperti, poichè tutti quei tentativi di entrare in convento, da parte dei signori Castelnovesi, miravano al padrino Adelindo. Il priore lo aveva indovinato, anche senza sapere che il padrino veniva dal capoluogo del circondario. Lo perseguitavano dentro e fuori, il grazioso monachino, e lui lo difendeva di dentro e di fuori. Questo era nella nobiltà dell'animo suo, ed anche un pochino in quel certo che di gentilmente puerile, che tutti gli uomini hanno, quando non si vergognano di essere a tempo e luogo bambini.
Così avvenne che all'ora della colazione, di sedici frati che vivevano a San Bruno, non ce ne fossero in refettorio che quattordici. Il padre Prospero e il padre Adelindo erano andati fuori, e la campana del refettorio non aspettava nessuno.
Ma, che diavolo? Non erano neanche quattordici, i presenti. Oltre quei due, che il priore non s'aspettava di vedere a tavola, mancava anche il padre Agapito. Anche lui fuori; e perchè?
Il priore trovò un minuto di tempo per chiederne al fratello Giocondo.
--È andato a passeggio col padre Prospero e col padrino;--rispose il converso;--per non lasciarli soli. Tutti e tre mi hanno detto di andarli ad avvertire al romitorio delle Querci, quando sarà partito il sottoprefetto.
--Per non lasciarli soli!--mormorò dentro di sè il padre Anacleto.--Benissimo!--
E qui sarebbe il caso di soggiungere: "benissimo un corno!" perchè al padre Anacleto quella novità piaceva poco. Il degno priore si seccò maledettamente, a colazione, e il malumore gli crebbe tanto, mentre faceva vedere il convento al suo noioso visitatore, che incominciò a rispondergli in un certo modo agrodolce, che non era mai stato nelle sue consuetudini.
--Ma sa Lei che questo è un piccolo paradiso?--andava dicendo il sottoprefetto.--Non ci manca che l'angelo con la spada di fuoco, per cacciarli fuori. Perchè, infine, scusi la libertà delle mie parole, questo è un tradimento che fanno alla società.
--Signor commendatore,--rispose il padre Anacleto,--alla società non siamo debitori di nulla.
--Eh, nulla!... nulla, poi! Dove mi mette Lei i canoni della filosofia civile?
--La filosofia civile! La filosofia civile, è una spiritosa invenzione dei filosofi. E poi, quand'anche fosse una cosa seria.... Scusi, non parlo pe' miei colleghi, che possono difendersi meglio da sè; parlo pel mio signor me, che conosco un tantino. Qual è, secondo la filosofia civile, il mio debito verso la società? Darmi a lei, secondo le forze e l'ingegno. Le forze, le ho date, quando era necessario, e fin dove ho potuto, in uno di quegli uffici che non sono dei più ricercati, in una di quelle posizioni in cui non c'è nessuno che voglia starvi dinanzi. Se Dio vuole, ce n'è uno, dei posti, che non fa invidia ai soliti competitori; il posto del soldato in faccia al nemico. E qui, modestamente, ma volentieri, ho fatto il debito mio. Resta l'obbligo secondo l'ingegno. Ma qui, la prego a considerare una cosa. Io non ho ingegno; sono una talpa; non devo dunque più nulla.
--Il suo modo di argomentare, perdoni, non è solamente un tantino paradossale;--osservò il sottoprefetto;--ma è grandemente ingiusto verso di Lei.--
Il complimento era girato bene; ma il priore non ci si lasciò cogliere.
--Non creda, commendatore, non creda. Ci ho un po' di chiacchiera che inganna; ma è tutto spolvero, praticaccia, senza alcun lume di scienza. Ho studiato poco, da giovane, ed ho lasciato correre, da uomo maturo. Tornando alla questione, io, senza dottrina e senza trattati la ragiono così. Che cos'è questo diritto sociale? Come lo intendono loro, non è altro che la giustificazione di tutte le tirannie, levate di mano a Tizio e Caio, e date in custodia al signor Tutti, un benedetto uomo il quale non sa mai che cosa si voglia. La società vuol questo; la società vuole quest'altro; qui non si può stare perchè l'interesse sociale non lo permette; di qui non si può escire, perchè l'interesse sociale non lo consente. Se studio l'arabo, la società vuol far di me un professore; non mi serve a nulla il dire che l'ho studiato per mio gusto; debbo essere professore, l'interesse sociale esige che io lo sia, affinchè un altro professore possa dar dell'asino a qualcheduno e dichiararmi un intruso nel gran tempio del sapere. Perchè c'è anche il tempio, coi rispettivi penetrali e il rispettivo sacerdozio. La società si tratta bene, con la rettorica per maestra di casa. Ma in nome di Dio, bisognerebbe che c'intendessimo sul valore delle parole e sulla definizione dei doveri. Ci abbiamo invece una dozzina di scuole, se non più, ognuna delle quali interpreta tutto a suo modo. Un giorno erano dottrinarii; oggi son tutti sperimentali; domani saranno tutti evoluzionisti; dottrinari che ammettevano questo e negavano quest'altro, scindendosi in varie chiesuole; sperimentali che negavano questo e ammettevano quell'altro, spartendosi anche loro in tanti laboratorii; evoluzionisti, che ammetteranno e negheranno ogni cosa, per far la strada pulita e ritornare da capo. Prima avevamo l'individuo libero, anzi allo stato selvaggio e nato, magari Dio, senza levatrice; poi venne, o tornò, l'uomo schiavo di tutte le autorità ideali e materiali, dalla formola del filosofo alla chiamata del questore (scusi, veh, ma questa è storia per sommi capi); adesso abbiamo l'uomo libero da capo, e tutte le teoriche a bollire nella medesima pentola. Sciogliere, legare, accentrare, decentrare, libero arbitrio e impulso fatale, probabilità e necessità, leggi scaturite dal fatto, fatti rampollati dalla legge, l'ovo prima della gallina e la gallina prima dell'ovo; io, per me, credo sia tutto un intruglio, un sacco d'invenzioni più o meno felici, per esercitare i rètori moderni e intrattenere i curiosi. Credo anch'io a certi doveri, ma d'indole negativa, come il non far male a nessuno. Credo ancora che il fare del bene sia una bella e nobile cosa; ma anzi tutto, che cosa sono la nobiltà e la bellezza? Armonia di linee, equilibrio di facoltà, dicono i moderni. Appunto per ciò, la nobiltà è un fatto, non una legge. Se pure lo fosse, noi potremmo mettere tra i contravventori i cinque sesti dell'umanità. Veda un po' che razza d'armonie! C'è anzi dei filosofi che le chiamano antinomie, e ci hanno bravamente già costrutto un sistema. Ella si annoia, commendatore.... Non mi dica di no; lo vedo, lo sento, e finisco. Noi siamo qui oltre una dozzina d'uomini, i quali, in tanta confusione d'idee, abbiamo creduto savio partito di tirarci da banda. Aggiunga che la società ci annoiava; tutti, qual più, qual meno, abbiamo avuto a dolerci della società, o di qualcheduno dei suoi, e ci siamo allontanati dal giuoco. Eccoci qua in un convento laico, come ha detto benissimo Lei. Questa è la vita in pochi, e perciò facilmente accomodata al gusto di tutti gli interessati, con norme accettate volentieri da ognuno. Viviamo in pace rispettosa con le leggi del paese, paghiamo le tasse, non domandiamo d'essere riconosciuti come un ente morale; agli occhi della società siamo e non siamo. In compenso della nostra modestia, le domandiamo una cosa sola; di non parlarci delle sue tirannie, battezzate col nome di doveri positivi. Vede, avevamo un tiranno, Mastino II della Scala, capitato qui non so come, forse come un avanzo d'eredità toccata agli antichi frati di San Bruno. Anche dipinto, quel tiranno ci dava noia; lo abbiamo messo alla porta, lo abbiamo relegato nel parlatorio, là presso al ponte, perchè se la dica coi forestieri, lasciando in pace noi altri.--
Il padre Anacleto non era stato mai così sciolto di lingua, nè così fiero e sarcastico. Ma già, voi l'avete capito, o lettori; il padre Anacleto aveva perdute le staffe. E intanto che snocciolava le sue massime, dentro di sè il padre Anacleto pensava a tutt'altro; per esempio al padre Agapito, che era andato fuori col padre Prospero e col padrino Adelindo.
--Per non lasciarli soli!--
Questa era la frase detta dal converso. E questa frase gli si era scolpita davanti agli occhi, come il famosissimo _Mane Thecel Fares_ agli occhi di Baldassare.
--Per non lasciarli soli!--
E in questo pensiero si andava crucciando il nostro degno priore. Perchè? Mettete che fosse per amore del buon ordine e della serietà del convento, frutto di quella tale abitudine di sorveglianza, che fa scorgere un guaio in ogni piccola novità. Il pensare in questa guisa sarà anche un fargli cortesia, poichè egli stesso credeva di crucciarsi per quella sola ragione.
Frattanto, il sottoprefetto si disponeva a rispondergli.
--Ella ha parlato eloquentemente. Sì, mi permetta di dirlo, eloquentemente! Ma Lei mi perdonerà se io mi permetterò di soggiungere che anco Cicerone e Demostene....
--Hanno perdute delle cause; è questo che vuol dire?--interruppe il padre Anacleto.--Oh, Dio buono, lo so; come so di non esser Demostene, nè Marco Tullio. Noi, del resto, signor commendatore, le cause nostre ce le trattiamo e ce le giudichiamo da noi, e in questa, che è capitale, ci siam data ragione. Di grazia, che cosa fanno, loro del governo, a chi vive secondo le leggi? Lo lasciano stare ne' suoi panni; al più al più, glieli fanno stringere addosso qualche volta dall'agente delle tasse.--
Il sottoprefetto sorrise di mala voglia. E le parole e il tono con cui erano profferite lo seccavano ad un modo.
--E qualche volta,--replicò egli,--si fanno lecita una piccola osservazione. Noi siamo per la libertà in tutto e per tutti, ma non rinunziamo all'ufficio di dare un consiglio, quando ci sembri utile il farlo. Io, le parlerò schiettamente, sono venuto qua per due cose. Anzitutto, per vedere di persuadere Lei e i suoi colleghi dell'errore in cui vivono. Scusi, sa, ma non è bella questa loro rinunzia al civile consorzio, con tutti i danni che la società ne risente. Se non vogliono riconoscere i diritti della società, pensino, pensino a quelli dell'Italia, di questa gran madre, al cui risorgimento non sarà troppo il concorso di tutti i suoi figli.