L'undecimo comandamento: Romanzo

Chapter 11

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--Nobili sentimenti, espressi in nobilissima forma!--osservò il padre Restituto, che parlava per tutti i suoi compagni d'opposizione.--Ma infine, ciò che ha fatto il nostro degno priore, anche credendo di far bene, è contrario agli statuti dell'ordine.

--Statuti che non furono mai scritti,--osservò il padre Anselmo.

--E che nessuno è stato chiamato a votare;--soggiunse il padre Bonaventura.

--Avete ragione, o signori;--replicò il padre Restituto;--avete ragione, se non badate allo spirito, e vi attenete soltanto alla lettera. La lettera nel caso nostro non c'è; ma c'è lo spirito, il quale si è svelato nelle consuetudini nostre, e in quel medesimo principio che ha già raccolto sedici uomini nel convento di San Bruno.

--_Ex ore tuo te judico!_--gridò il padre Bonaventura.--Voi non volete nella comunità il padre Adelindo, e lo contate fra i presenti.

--Dio buono! Leviamolo pure dal conto e diciamo quindici. Facciamo anzi quattordici, levando anche lo zio, che mi pare un vero fuor d'opera. Resta sempre che quattordici uomini si sono raccolti qui per vivere in pace, lontani dalle tempeste del mondo. Siamo i savi di cui parla Lucrezio, che stanno sulla riva a guardare la brutta figura degli altri.

_Suave mari magno, turbantibus aequora ventis E terra magnum alterius spectare laborem._

Vedete, padre Bonaventura, che anch'io so parlare latino, quando bisogna.

--La citazione è profondamente egoistica;--ribattè il padre Bonaventura.

--Bravo! E che cosa facciamo noi, se non un'opera d'egoismo? Egoismo intelligente, egoismo ragionevole, che non giunge fino al punto di godere della morte degli altri, ma che si ferma alla consolazione di ritrar noi dalla mischia, donde non si ha potere nè speranza di ritrarre anche gli altri. La solitudine sdegnosa, o il disprezzo benevolo, secondo gli umori, è tutto il meglio che ci resta a fare, in una società male ordinata. Così la intendo io; nè credo che voi l'abbiate intesa diversamente finora. E in questa solitudine, il cui primo disegno è titolo di merito insigne pel nostro venerato priore, in questa solitudine si stava benissimo; ci si potrebbe stare ugualmente in futuro, ma a patto di rimanere come eravamo in principio. Levate di qui gli elementi eterogenei, quegli elementi che abbiamo fuggiti per ottenere la pace. Una donna nel convento di San Bruno è argomento di discordia; è una tentazione, involontaria fin che vorrete, innocente quanto vi piacerà, ma sempre una tentazione.--

Così parlò, con aria di convinzione profonda, il padre Restituto. Ma il priore, che attingeva dalla sua olimpica serenità più elevate ragioni, così prontamente rispose:

--E lasciatela stare, questa tentazione; lasciate che faccia le sue prove tra noi. La tentazione, saputa vincere, ha fatto onori ai santi; è stata anzi la ragione del loro innalzamento ai seggi celesti. Rammentate, amico Restituto, rammentate Antonio nella Tebaide. Il bravo eremita se ne stava nella sua grotta, contemplando le invenzioni sempre nuove dello spirito maligno, e non c'era caso che il sangue gli si rimescolasse nelle vene e gli dèsse una battuta più forte dell'altra. Sant'Antonio era un uomo! Per lui la bellezza non aveva lusinghe, le grandezze umane non avevano attrattive. Più grande di sant'Uberto, che amava le cacce e i bei cani levrieri, sant'Antonio pose l'affetto suo in un.... come chiamarlo decentemente? Diciamo, o fratelli, in un cinghiale domestico. Sant'Antonio aveva la vocazione di tutte le più alte rinunzie. Lasciamo stare il cinghiale domestico, che veramente è un po' troppo; ma imitiamo sant'Antonio nella serena baldanza delle sue vittorie morali. La vocazione del deserto non si prova che nel pericolo. Ringraziamo la sorte, che ci ha recata l'occasione d'un pericolo, perchè noi possiamo trionfarne. In verità sarebbe curiosa che noi, uomini provati al fuoco delle passioni, facessimo oggi una sconcia caduta! Sarebbe curiosa, o signori, che a noi la seconda vocazione non bastasse, e che fosse per noi dimostrata la necessità della terza!--

Un grido di ammirazione accolse la chiusa del discorso. Un bel discorso, o lettori, che io vi ho abbreviato, disperando di poterne ritrarre la sarcastica energia.

--Stupendo!--gridò il padre Anselmo.

--Divino!--soggiunse il padre Bonaventura.

--Immenso!--ribadì il padre Atanasio.

Il padre Restituto, fulminato da quel ragionamento del priore, oppresso da quelle grida entusiastiche dell'uditorio, non sapeva più da qual parte rifarsi.

Il padre Anacleto approfittò del silenzio del suo avversario, per fare una diversione sul gusto di quella che rese celebre nei fasti oratorii Scipione Africano.

--Parliamo d'altro;--diss'egli, dopo un istante di pausa.--Come vanno le memorie scientifiche destinate al nuovo giornale? Voi, padre Bonaventura, dovevate finire il vostro studio sulle stelle cadenti. A che punto siete? La teorica dello Schiaparelli vi par sempre così giusta come prima?

--Ahimè!--esclamò ingenuamente il padre Bonaventura.--Dopo che sull'orizzonte di San Bruno è comparso quel bòlide, non capisco più nulla.

--Male!--osservò il priore, non sapendo bene se dovesse andare in collera, o ridere.--Voi, almeno, padre Atanasio, avrete data l'ultima mano ai vostri appunti di fisica?

--Dio buono!--rispose il padre Atanasio, tentennando malinconicamente il capo.--Come fare, con tanta elettricità per aria?

Il priore cominciava a rabbruscarsi. Che frutto avrebbe egli ottenuto dal suo discorso, se i partigiani suoi più fedeli mostravano di cedere così debolmente alla tentazione?

--Capisco,--diss'egli,--capisco che il giornale non si farà più.

--È nato morto;--soggiunse il padre Restituto.

A quella osservazione agrodolce, scattò come una molla il padre Tranquillo.

--E perchè, di grazia? Aspettate che sia venuto alla luce, per fare la vostra registrazione necroscopica. Io frattanto ho l'onore di avvertirvi che c'è modo di farlo nascer vitale.

--Ah, sia lode al cielo!--esclamò il priore.--Voi, padre Tranquillo, ci rassicurate intorno al buon avviamento della vostra memoria, sulla circolazione del sangue.

--Questa l'ho finita da un pezzo;--rispose il padre Tranquillo.--Ma qui non intendo parlare dell'opera mia. Dico invece che il sangue potrà scorrere liberamente nelle arterie del neonato, se noi sapremo introdurvi in tempo qualche nuovo elemento.

--Spiegatevi.

--Mi spiego subito. Nel nuovo giornale ci ha da entrare anche la parte amena; un po' di letteratura, per esempio, sotto forma di novella, o di componimento poetico.

--Già! per piacere al padrino!--entrò a dire con accento sarcastico il padre Agapito, sorretto da una benevola occhiata del padre Restituto.

--Padrino o no, un giornale ha da essere un giornale;--replicò il padre Tranquillo.--Non vogliamo mica fare un'arida rassegna, sul gusto degli _Atti_ di questa o di quella società scientifica! Quella è davvero il genere condannato, e parecchie società l'hanno inteso così bene, che già mirano a recare nelle loro pubblicazioni un pochettino di varietà. Guardate, ad esempio, il _Journal Asiatique_. È tutta filologia orientale; ma in ogni fascicolo vi passa sott'occhio un mondo di cose, algebra indiana, demonologia babilonese, medicina araba, poesia assira, apologo persiano e via discorrendo. Anche un giornale archeologico può e deve esser fatto in modo da non riescire noioso. A voi piacciono le citazioni latine, padre Restituto? Eccone una di Orazio: _Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci._ Infine, un giornale ha da essere, o no, uno specchio della vita?

--Della nostra, sicuro,--osservò il priore.--E se la nostra è una vita studiosa, basterà che il nostro sia un giornale di studi.--

Il padre Tranquillo, vedendosi così abbandonato dal priore a cui credeva di essere andato in aiuto, non rispose più altro. Ma entrò a parlare per lui il padre Natale.

--Un giornale,--diss'egli,--deve servire a qualche cosa. Essere un giornale, o non essere, ecco il punto. In altri termini, un giornale dev'essere come l'uomo; o servire come lui a qualche ufficio, o non essere.

--Come l'uomo!--esclamò il priore, inarcando le ciglia.--Padre Natale, voi volete dire di più che non appaia dalle vostre parole. Se credete che l'uomo abbia l'obbligo di fare qualche cosa per gli altri, sapete come se n'esce. Tornate al secolo!--

Il padre Natale borbottò qualche cosa tra i denti, ma non credette opportuno di farne parte ai colleghi.

--Quella birichina ci ha tutti stregati;--pensò il padre Anacleto.

Indi, rivolto ai colleghi, proseguì:

--Signori, fratelli miei, vedo pur troppo che gli umori sono discordi. Non mi pare che ci sia nulla da mettere ai voti, perchè voi medesimi mostrate di non sapere abbastanza che cosa vogliate. Vi farò in quella vece una proposta, che mi gira per la mente fin dal principio di questa discussione. Eleggetevi un altro priore. Egli potrà dar fuori una nuova regola; più stretta, come la vuole il padre Restituto; più larga, come la vuole il padre Natale. Farete quel che vi piacerà meglio, e per me sarà tutt'uno, purchè io me ne lavi le mani.--

Un vocìo confuso accolse quella scappata del priore.

--Che umiltà!--gridò il padre Restituto.

--Che degnazione!--gridò il padre Natale.

--Egli ha ragione; voi siete esorbitanti nelle vostre pretese.

--Non l'ha; ci sono gli statuti.

--Non ci sono statuti, ma consuetudini.

--Si osservino dunque le consuetudini.

--Che consuetudini d'Egitto! L'assemblea è sovrana.

--Oh, insomma, sapete che cosa v'ho a dire?--tuonò il priore, dominando per un istante quello schiamazzo infernale.--Che siamo una gabbia di matti.

--La voce ne è corsa da un pezzo;--osservò il padre Marcellino, che non aveva aperto bocca fino a quel punto.

I congregati ruppero in una sonora risata. Non era una bella cosa, ne convengo; ma infine, che ci posso far io, se l'osservazione del padre Marcellino ruppe le parole in bocca ai contendenti e fece smascellar dalle risa quella grave assemblea? Non è solamente contagioso lo sbadiglio; anche il riso, quando prorompe a tempo, muove il fegato più indurito del mondo. Figuratevi! Non seppe tenersi dal ridere neanche il padre Anacleto, con tutti i gravi pensieri che gli giravano in testa.

Come si fu chetato quello scoppio d'ilarità, il padre Atanasio così prese a parlare:

--Abbiate pazienza, priore, e compatite le nostre follìe. C'è molta elettricità per aria, ve lo dicevo ben io! Si scaricherà, come e quando potrà. Intanto, se volessimo rimandare ogni decisione.... Che ve ne sembra?

--Rimandiamo!--gridò il padre Anselmo.

--Sì, sì, rimandiamo!--gridò il padre Bonaventura, mentre gli altri, in maggioranza facevano eco.

--E sia. Quantunque il rimandare la decisione lasci il vostro priore in una condizione difficile, rimandiamo pure;--disse il padre Anacleto.--Ma badate, o signori, metto una condizione. Siamo cavalieri! Fa bene alla salute, dopo tutto; ed è una consolazione morale, in un tempo come questo, che il mondo gira al mal animo e alla cattiva educazione. Siamo cavalieri, o signori, e i nostri novizi, uomini o donne che siano, non abbiano fumo dei nostri sospetti.

--È un dovere;--rispose il padre Agapito, in nome dei dissidenti.

Il serafino biondo non istette a sentir altro. Appena veduto il movimento che si faceva da alcuni stalli, sollevò la testa, balzò in piedi e fuggì con passo leggiero verso la scala. Un minuto dopo, era in chiesa.

Lo zio Prospero dormiva saporitamente sulla sua poltrona, con un libro aperto sulle ginocchia. Il serafino biondo non si fermò neanche a guardare che libro fosse, ed uscì, volgendo i suoi passi fuori del convento. Ma non ne fece molti, all'aperto; come fu al principio del sentiero dei frassini, che incominciava appunto dove finiva il piazzale, tornò indietro, in atto di persona stanca, che abbia fatta una lunga passeggiata. Così avvenne che alcuni frati, usciti a prender aria sotto l'atrio del convento, lo vedessero sbucare dal verde.

--_Caussa mali tanti!_--mormorò il padre Tranquillo all'orecchio del padre Restituto.

--Ah, voi dunque ammettete che sia una donna;--disse di rimando il padre Restituto.--Il pentametro vuole infatti la chiusa: _foemina sola fuit_.

--Scusate,--replicò il padre Tranquillo,--ne ho citato appena quel tanto che faceva al caso mio. Nelle citazioni avviene sempre così. Del resto, io non credo che sia una donna. È la mia opinione.

--Non dev'essere quella del priore;--ribattè il padre Restituto.--Guardatelo lì, che si muove per uscire dall'atrio. Vedrete che va incontro al padrino.... per fargli un pochettino la corte.--

Il priore non fece nulla di ciò che prevedeva il padre Restituto. Era uscito dall'atrio, come per far posto agli altri cinque o sei frati che venivano dietro a lui. Forse allora, guardando verso il bosco, vide il padrino Adelindo e pensò di evitarne l'incontro, poichè, scambio di andar oltre, voltò a sinistra, lungo il muro della chiesa, donde si riesciva ad un bastione, che piombava sulla sponda del torrente, di cui si udiva il gorgoglio nello stretto fondo della valle. Giunto colà, si sedette sul parapetto, volgendo le spalle al convento, come uomo che volesse star solo coi suoi pensieri, senza occuparsi di ciò che facessero o dicessero i compagni.

--Non mi pare che voglia darvi ragione;--mormorò il padre Tranquillo all'orecchio del padre Restituto.

--Diplomazia! diplomazia!--rispose il padre Restituto, crollando la testa, in atto di uomo che la sa lunga.--Queste arti son note. Del resto, se non è andato il priore incontro al padrino, il padrino può ancora andarci lui, incontro al priore.--

Neanche qui il fatto diede ragione al padre Restituto. Il padrino Adelindo se ne veniva verso l'atrio, col suo visetto d'angelo, con un grazioso incarnatino sulle guance, indizio di una camminata frettolosa all'aperto, e col sorriso sulle labbra, testimonianza del suo adorabile candore.

Giunto sotto l'atrio, senza avere neanche rivolta un'occhiata dalla parte del bastione, salutò con un leggiadro cenno del capo e il padre Restituto e il padre Tranquillo, e andò a fermarsi davanti al padre Agapito, che stava alquanto più indietro.

--Fratello,--gli disse,--vorreste farmi un favore?

--Due, se posso,--rispose il padre Agapito, facendo a suo malgrado un inchino.

--Amerei sapere dov'è andato mio zio. L'ho cercato per tutto il bosco, senza trovarlo.

--Sarà nella sua cella, m'immagino.

--No, non c'era, e appunto per ciò sono andato a cercarlo fuori.

--Avete guardato in biblioteca?

~ Ah sì, davvero,--gridò il serafino, ridendo,--l'unico luogo dove non sono andato! Ma egli è così poco amante della lettura, che in verità non mi passò neanche per la mente di cercarlo là dentro. E così,--soggiunse, per tirar bellamente il padre Agapito ad accompagnarsi con lui,--avete fatta la vostra radunanza?

--Sì;--disse il padre Agapito.

Il serafino trasse un sospiro tanto fatto.

--Che peccato esser novizio!--esclamò.--Mi sarebbe tanto piaciuto di entrare in capitolo!

--Non ci sarebbe mancato altro;--pensò padre Agapito.

--E dite;--ripigliò il serafino, col suo solito candore;--non per desiderio di sapere i vostri segreti, ma per amore dell'ordine, siete venuti ad una risoluzione?

--Sì e no;--rispose il padre Agapito, che era sulle spine.--Si è discusso intorno al giornale.

--Ah, il cuore me lo diceva!--gridò il serafino.--Dunque è minacciato, quel povero giornale? I miei disegni saranno inutili?

--No, non temete, il giornale si farà; soltanto.... ve lo dico in confidenza....--

Il candido monachino si mise una mano sul petto e diede al padre Agapito un'occhiata, che gli passò il cuore senz'altro.

--Soltanto,--proseguì il padre Agapito,--si vuol dargli un po' di garbo, un po' di gusto letterario, farlo più ameno, mettendoci che so io, dei romanzi, dei versi....

--Ah sì, bene, dei versi!--gridò il serafino, battendo le palme.--Li amo tanto! Siete poeta, voi, padre Agapito? La vostra aria pensosa mi dice di sì.

--Eh, una volta.... nei tempi andati....--balbettò il padre Agapito.--Siete troppo buono.

--Almeno ne rammenterete qualcheduno. Me li reciterete, non è vero?--

Il padre Agapito non rispose più nulla, confuso com'era. Ma chinò la fronte, in atto di assentimento.

Quel giorno, trovandosi solo nella sua cella, il padre Agapito si guardò nello specchio.

--È vero;--diss'egli tra sè;--ci ho l'aria pensosa. È osservatore, il padrino!--

XIV.

A che pensava frattanto il padre Anacleto, priore dei conventuali di San Bruno? Gli balenava alla mente il doloroso pensiero di avere fatti male i suoi conti, di avere tirato avanti, di operazione in operazione, un faticoso problema, non tenendo a calcolo un elemento essenziale, la cui presenza, inavvertita da prima, gli mandava a rotoli tutto il suo edifizio di numeri.

Ma perchè, poi, s'aveva a parlare di conti sbagliati? E non si dava forse troppa importanza ad un elemento, fastidioso sì, più fastidioso delle mosche in estate, ma non certamente essenziale nella vita? Un fiore non fa primavera; e una quistioncella tra frati non doveva credersi il finimondo. Di certo, quello screzio si sarebbe composto; non era possibile, non era credibile, che quattordici persone ragionevoli perdessero la tramontana per una donna entrata in convento.

Che sotto le spoglie del nepote di Prospero Gentili si nascondesse una donna, il padre Anacleto lo aveva sospettato fino dal primo giorno; poi ne aveva acquistata la certezza, ma senza curarsi più che tanto del fatto e delle conseguenze che potesse portare in famiglia. Con tutto il suo ingegno, il padre Anacleto era un grande innocente.

E non vi faccia meraviglia. La penetrazione dell'uomo non è il più delle volte che effetto di cattiveria naturale. Non s'indovina il peggio; accade di pensarlo, con la certezza, o con la speranza, di apporsi al vero. Così è l'uomo; pensa il male per abitudine, lo cerca per desiderio. C'è della gente che va a caccia di scorpioni, per farne quell'olio balsamico che sapete; e c'è della gente che va frucando qua e là, in busca di cattive interpretazioni, che debbono far onore alla sua perspicacia. Guardate che talentone! Come vedeva giusto! Prima ancora di osservare il baccello, ha gridato: c'è il tonchio.

Il padre Anacleto non era fatto così; anzi, per dirvela in tutta confidenza, era sempre stato un buon ragazzo. La vita ad un certo punto lo aveva seccato, ed egli si era tratto un poco da banda senza molta ira, o, per dire più esattamente, con un'ira generosa, assai presto sbollita. Per odiare gli mancava il tempo, e dedicava ai suoi nemici una profonda noncuranza; tanto profonda, che pareva qualcos'altro e lasciava credere che egli affogasse in una medesima broda l'umanità tutta quanta. Ma questo era tutt'altro che vero. Il padre Anacleto non disprezzava l'umanità; soltanto amava lasciarla tranquilla, non la molestava co' suoi cerotti filosofici e gradiva in ricambio di non esserne molestato.

--Mi sono annoiato del mondo;--soleva dire il priore, quando gli chiedevano il perchè della sua ritirata al deserto;--non ci avevo da far nulla di utile; ho fatte le valigie ed eccomi qua. Ancora giovane, voi dite. O che? avrei dovuto aspettare ad aprir gli occhi da vecchio? E non sarebbe meglio che l'esperienza venisse all'uomo dieci o vent'anni prima del termine usuale?--

L'idea di cercare la solitudine gli era venuta di schianto; ma le ragioni psicologiche erano assai più lontane. In tutti, del resto, è una propensione antica verso la società ristretta, e sono in ciò degni di nota i fanciulli che fanno con sedie e sgabelli un piccolo serraglio nell'angolo di una camera, come a dire una casa nella casa, per andarcisi a chiudere, quando la pioggia batte sui vetri. Neanche a star nella camera, al largo, si sarebbero bagnati; ma no, bisognava guarentirsi meglio, tapparsi in un cantuccio, e in una casa fatta con le proprie mani. Ogni uomo ha l'istinto di star chiuso. E chi vive in piazza, come chi pensa ad alta voce, o presto o tardi si pente.

Il futuro padre Anacleto aveva dunque veduto un grande vantaggio nella casa fatta da sè, nella famiglia artificiale, di cui gli aveva dato un esempio la milizia, e di cui ne vedeva un altro nelle fraterie. Di quella e di queste aveva fatto un miscuglio, come i cavalieri di Rodi, e lo aveva trovato gustoso. E in quella stessa guisa che un giorno, nel grande sfacelo del mondo romano, alcune anime accorte si erano ridotte a salvezza nella vita monastica, così pareva al futuro padre Anacleto che potessero raccogliersi in pace, lontani dal mondo pazzo, i naufraghi della vita moderna, o per espiarvi la loro parte di follie, o per non commetterne altre. Il monachismo si aboliva, come istituto sociale; ma era proprio il caso d'inventarlo da capo, come istituto personale. Vivere in disparte, astenersi dallo assassinare il prossimo, come molti usano, sotto pretesto di fargli del bene, studiare, nutrire la mente di cose belle, poteva essere ancora un savio consiglio, e non tanto egoistico come a prima giunta sembrava. A buon conto, meglio amare sè stessi che non amare nessuno, vi pare? È meglio una vita contemplativa, che giri al dolce far niente, che una vita operativa, la quale vi conduca al far male. Del resto, che obblighi si hanno con la società? Il futuro padre Anacleto ci aveva studiato su, e non era giunto a persuadersi che ce ne fossero di positivi. Perciò considerava la società come una corrente che attrae e costringe ad andare con lei quanti si trovano nella sua via; ma non costringe e non attrae chi è riuscito a cavarsene fuori.

Sopprimere le attrazioni, le lusinghe sociali; questo era il punto. A lui parve che la cosa potesse ottenersi a quel periodo della vita in cui le due lusinghe più forti ci hanno fatto soffrire di più. Naufraghi dell'ambizione e naufraghi dell'amore, gli uomini intelligenti potevano riconoscersi a vicenda, vivere insieme, guarire insieme, trovare in terra quella pace che le anime afflitte sperano in cielo.

La prima società era nata quasi ad un tempo con l'idea, tra pochi amici, che usavano da gran pezza ricambiarsi i loro pensieri. Ma presto la voce era corsa, ed altri compagni si erano offerti. Il concetto era buono; la regola nuova, a cui il caso aveva dato il nome di San Bruno, attecchiva; e il padre Anacleto, non più futuro, ma presente, ed eletto a voti unanimi priore, mirava già a nuovi trionfi dell'ordine.

E qui, non era forse la natura che operava dentro di lui? La natura, questa virtù misteriosa che si lascia qualche volta strappare un segreto, qualche altra imporre una legge, ma che a lungo andare governa sempre lei e manda in aria tutti gli artifizi degli uomini?

La voglia d'ingrandire l'ordine nuovo di San Bruno poteva giustificarsi col numero dei frati, che erano già troppi nel convento; ma non c'entrava anche un pochettino di quello spirito di propaganda, che è la vanità o l'ambizione di tutti gli uomini e di tutte le sètte? E il padre Anacleto, prendendo il suo mandato sul serio, innamorandosi dell'opera sua fino al punto di fondare una dottrina e una regola di vita su ciò che poteva intendersi ancora e permettersi come capriccio personale, non lavorava forse a ricomperarsi una parte di quelle noie, per cui gli era venuto in uggia il mondo, da cui era fuggito con tanta sollecitudine?

Per intanto, ne aveva già avuto un saggio dalla radunanza del capitolo. Che matti, i suoi frati! Anch'essi avevano preso il loro stato sul serio. Ma allora, perchè non aggradire un pizzico di tentazione? Perchè non cogliere con giubilo l'occasione di un trionfo, che li avrebbe mostrati davvero uomini superiori? Così pensava, e giustamente, il buon padre Anacleto. E poi, gli sfuggivano delle frasi come queste:--Tanto chiasso per una ragazza! Se tutti la vedessero con gli occhi miei!--