L'ultima primavera: romanzo

Part 3

Chapter 33,854 wordsPublic domain

Ella era molto giovane, molto inesperta, attorniata da persone vecchie che avevano scordata la scienza della vita. Fu bene, mal consigliata da esse o dal suo cuore? Fu saggia nel suo risentimento? Aggravò la scissura, coll'impetuosità appassionata del suo dolore? Certo; aveva ragione la poveretta. Ma quando mai, in amore, aver ragione fu una ragione valida?

Il conte rientrò al servizio militare ed ebbe la nomina di addetto ad un'ambasciata estera. Ella rimase nel suo vecchio palazzo, coi vecchi nonni e col bimbo. Non erano separati. Egli veniva ogni tanto in famiglia, e purchè non troppo prolungate, quelle visite erano piacevolissime per lui. Faceva un mondo di feste alla moglie e al bimbo, recava loro doni ricchissimi, di un gusto squisito, narrava dei piacevolissimi aneddoti ed alludeva volentieri al tempo in cui, stanco del servizio militare, verrebbe a casa a piantare i cavoli e far studiare quel birichino.

Ma invece, un brutto giorno, a Vienna, se ne morì, stupidamente, in duello per una donna, che non valeva un'ora sola della vita più inutile di questo mondo. A Tecla, dissero ch'era morto di bronchite fulminante!

Quando egli fu morto, ella seppe una cosa: che l'aveva sempre amato, anche offesa, anche lontana da lui. Ma di lui, ora non restava che Roberto. Ed ella amò Roberto per due, per lui e per il padre suo.

Ci sono due maniere di amare le persone: A modo loro e a modo nostro. Coll'idea del come vorremmo essere amati noi, o del come esse amano d'essere amate. Il primo metodo, Tecla lo aveva applicato al matrimonio e non era stato coronato da un brillante successo. Perciò volle, col figliuolo, fare un nuovo esperimento, amarlo cioè a modo suo, contentandolo in tutto. A dir vero, ella corteggiava un fiasco, più colossale del primo, ma il destino, per questa volta almeno, chiuse un occhio sulla sua imprudenza. Nè ella, nè i nonni furono capaci di rovinare Robertino.

Il ragazzo era nato col bernoccolo della resistenza ai metodi sperimentali. Profittava naturalmente di quella tempesta di amore, ma a dispetto di quella trinità d'idolatrie, cosa incredibile... non diventava un ragazzaccio!

Era un ragazzo come gli altri, un po' più birichino forse, con una passione speciale per fare il chiasso ma comodamente, a casa sua. Non diceva bugìe, forse perchè non aveva mai avuto bisogno di dirne, voleva quel che voleva; spiattellato, senza rigiri. Tiranneggiava la mamma, questo va da sè, trattava i nonni con una disinvoltura notevole e dimostrava a loro riguardo una estrema libertà di spirito, ma era loro affezionato e stava volontieri in casa.

Non era un'aquila d'ingegno e studiare gli parve sempre una cosa perfettamente inutile, ma egli strinse le più cordiali relazioni cogli innumeri maestri che la mamma, pur di non mandarlo a pervertirsi nelle scuole pubbliche, gli faceva pullulare in casa. Tutte queste brave e colte persone, egli finiva invariabilmente collo scoraggiarle come istruttori, ma se ne faceva degli eccellenti compagni di escursioni e di cavalcate, nonchè dei caldi amici personali. Andava a caccia col fattore, il quale lo adorava e lo derubava doverosamente e gli diceva sempre, accennando dei larghi tratti di paese: Vede, tutto questo è suo. Le piante, il grano, l'erba, i sassi, le bestie, tutto suo. E anche la roba dei vecchi, quelle belle tenute laggiù, sue anche quelle. Cosa vuol stare a rompersi il capo sui libri?... Lo lasci fare a noi, poveri disperati. E lei, stia allegro e se la goda.

E lui... sfido io, non dava torto al fattore, quel diavolo di ragazzo.

Elisa rammentava benissimo quel monello di Bertino. Doveva essere sugli otto anni quando ella e Tecla si separavano, ah! con quanto dolore di entrambe! Tecla, per andare a stabilirsi in un'orrenda cittaduzza delle Marche, ove uno zio canonico aveva testè lasciato una bella eredità a Bertino; Elisa per seguire il padre suo, in un giro scientifico in Sicilia.

Veramente fu un dolore, quella separazione. Erano amiche nel senso reale, sì raro della parola, malgrado la non lieve differenza d'età, malgrado la non pari posizione. Due anime proprio fatte per simpatizzare, quella vedovina malinconica, non ancora scevra di tutte le sue ubbie di fanciulla, e quella fanciulla grave, posata come una piccola matrona. Per tanti anni non s'erano più vedute, la corrispondenza erasi mantenuta per un tempo non breve, ma poi era venuta meno. Tecla era assorbita dalle sue cure per Berto, ed Elisa aveva ormai delle mansioni speciali presso il padre suo.

Afflitto da un inesorabile e progressivo indebolimento della vista, il barone Nardi, soffriva crudelmente di non potersi più dedicare ai severi studi storici, cui doveva la sua alta fama di scienziato. Ma questo dolore, la figlia alleviava quanto era in poter suo, prestando al padre i suoi begli occhi di Antigone, la sua armoniosa voce di lettrice e la chiara calligrafia, della quale la sua mano elegante rivestiva il dettato di lui sui fascicoli della sua grande opera: _Le rivoluzioni dei Comuni Italiani_. E una cosa soleva dire, serenamente, Elisa Nardi, (che le attirò un buon rabbuffo della zia Balbina, la testa forte della parentela): ch'ella, cioè, sposerebbe tanto volentieri un uomo che somigliasse al padre suo! E il bello è, che n'era proprio convinta, e aveva chiesto seria seria: perchè? quando la zia Balbina le aveva detto alzando le spalle:

— Per amor di Dio, figliuola mia, non farti sentire a dire di queste corbellerie. Già! l'ho sempre detto, che tu vivi sempre nel mondo della luna.

La zia Balbina, dal suo punto di vista non aveva tutti i torti; ma convien dire che nel mondo della luna non ci si stia poi tanto male, perchè Elisa, coi suoi bizzarri ideali e colle sue funzioni d'amanuense, pareva, ed era proprio felice, e in fatto di matrimonio non se la pigliava con quel fervore più o meno ben celato di molte fra le nostre belle signorine. In casa, la Signora era lei, suo padre l'adorava, attorno a loro s'era fatto un circolo, un po' esclusivo a dir vero, di vecchi amici di casa, quasi tutti assai colti.

Fedele all'antica amicizia con Tecla, Elisa non ne aveva contratte altre, con giovani signore o signorine. Coi giovani era alquanto a disagio.

Essa passava per una signorina eccezionalmente colta, ed alcuni giovinotti, che se ne sarebbero facilmente invaghiti, conoscendola sotto un altro nome, trovavano spiritoso di simulare un piccolo brivido di paura, o una smorfia di riverente sgomento, quando si parlava di lei.

Fanciulletta ancora, aveva perduta la madre. Priva dei suoi consigli, entrata giovanissima nel gran mondo, non aveva saputo evitare qualcuno dei tanti scogli di quel mare infido. Non aveva toccato che delle piccole ferite, subito rimarginate dalla reazione del buon senso e dall'innata equità; ma di quelle che in certe anime ultra delicate, lasciano una traccia e anticipano di anni ed anni il segreto disgusto del mondo. Così: alle grandi riunioni, alle feste, Elisa preferiva di gran lunga la compagnia del padre e quella che gli chiamava d'attorno la sua larga ospitalità di scienziato gran signore. Intelligenza veramente eccezionale, coadiuvata da profonde cognizioni, il barone Nardi amava coltivare le serie doti mentali di sua figlia, addestrando lo spirito di questa al pregio tanto femminile della ricettività intellettuale.

In quell'ambiente ove nulla penetrava di frivolo, in mezzo a studii prediletti e a persone simpatiche ed omogenee, padre e figlia erano felici ed Elisa non si rammentava che alla sua età, a 24 anni, ella avrebbe potuto essere da tempo maritata. Non ci pensava, ecco tutto.

Ma qualcuno ci pensava per lei. La zia Balbina procurò un giorno di trovarsi sola col fratello e gli chiese, coll'intrepidità di chi sa di compiere un'opera meritoria, se contava di sacrificare definitivamente l'avvenire di sua figlia al piacere di averla a segretario dei suoi lavori storici.

L'autore delle _Rivoluzioni dei Comuni Italiani_ cascò dalle nuvole.

Lui! sacrificare sua figlia!

Rimase senza parola, subitamente addolorato ed impensierito davanti alla categorica domanda di quella energica sorella. Il suo egoismo (se davvero n'era stato colpevole) era d'indole affatto inconscia, poichè gli era sempre parso che la figliuola fosse felice con lui, nè desiderasse di mutar vita. Così era infatti, per un assieme di circostanze affatto speciali; ma lo zelo della zia Balbina tanto seppe evocare l'immagine dell'avvenire e rammentare al barone quella tal legge di natura che sbarazza l'umanità della sua parte eccedente ed inutile (dei padri vecchi, per esempio) ch'egli cominciò a ricordarsi che infatti, da qualche tempo in qua, si sentiva alquanto deperire in salute. Già, veramente... era stato un grande egoista.

Osservò umilmente alla sorella ch'egli, però, non aveva mai contrariata la figliuola. Elisa era perfettamente libera di scegliere chi più le piacesse per compagno della vita.

Oh! come rise di cuore la zia Balbina quando udì queste parole! Come rivelavano lo scienziato, l'uomo che non aveva mai avuto, scusasse... un po' di senso pratico della vita. L'Elisa aveva avuta in retaggio da lui, la stessa assenza di sano positivismo; era una piccola marmotta che non sarebbe mai stata capace di pescarsi un marito, con tutte le sue doti trascendentali. Oltre a ciò, era una ragazza eccezionale, che uno dei soliti giovanotti mondani avrebbe resa infelicissima. Per Elisa ci voleva un uomo serio, coltissimo, di uno spirito superiore. Penserebbe lei, insomma, a trovarlo.

A ciò non si oppose il barone. La zia Balbina lo aveva destato come da un sogno; e ora egli si chiedeva come avesse potuto farlo sì quieto, sì prolungato!... E giacchè c'era questa terribile necessità che le figlie dovessero prender marito e i padri rimaner soli, dopo averle tanto amate, dopo essersele tenute a fianco, sì care, per tanto tempo, compagne del cuore e della mente, luce e vita della casa... ebbene... facesse pure, la zia Balbina!...

È d'uopo convenire che la zia Balbina, ispirata dal suo zelo, non operò per nulla colla testa nel sacco, e compì la sua missione coscienziosamente e secondo la sua più stretta idea del dovere e di ciò ch'ella giudicava più atto alle speciali esigenze di sua nipote. Non ebbe pace sicchè non ebbe trovato un uomo, che, a farlo apposta colle mani, non poteva esser più adatto a quella cara Elisa. Uno scienziato anche lui... come quel benedetto papà, meno che la sua malattia era la numismatica. Ricco, nobile, istruito, un pozzo di scienza! Sui quarant'anni, ma un bell'uomo ancora. E un carattere così solido... così calmo, una perla d'uomo.

Insomma quello doveva essere proprio l'ideale di Elisa, quello che meglio rispondeva a tutte le sue idee, le sue abitudini, le sue tendenze! Zia Balbina sfidava chicchessia a trovare per Elisa un marito più _ad hoc_ del conte Emilio Serramonti!

Tutto ciò era molto vero in sostanza e il cuore di Elisa era come una bella casettina nuova che non ha ancora avuto inquilini. Ella accettò fiduciosamente quello sposo, le cui qualità erano indiscutibili, e che aveva comuni con lei e col padre suo tante idee e tante simpatie. E quando, pochi anni dopo il matrimonio della figlia, il barone Nardi si sentì presso la sua fine (immatura dopo tutto, poichè non toccava i 50 anni) benedì in cuor suo il gran dolore che gli aveva imposto la zia Balbina. Oh! sì! poteva chiuder gli occhi in pace, contento del suo sacrificio. Lasciava la sua Elisa nel pieno possesso di una calma, di una ragionevole felicità. Di una cosa soltanto si rammaricava: che ella non avesse figli. Da qualche tempo, più specialmente, questa circostanza lo impensieriva.

Ma zia Balbina, venuta in quei giorni dolorosi, a recare il conforto e l'aiuto della sua testa pratica, combattè colla più consolante energia quel rammarico del fratello.

Ma che! Ubbie! Una donna intellettuale, come Elisa, dotata di sì grandi risorse di spirito, con un marito, quale glielo aveva procurato lei stessa, poteva benissimo far senza della distrazione dei marmocchi. Suo marito amava ricevere, essa lo coadiuvava mirabilmente, avevano un salone letterario frequentato dalle più alte intelligenze. Che poteva desiderare di più, coi suoi gusti, quella povera cara Elisa!

* * *

Veramente, quando, in capo a poche settimane, quella povera cara Elisa perdette il padre suo, una cosa soltanto desiderò con intenso desiderio e fu che la lasciassero sola col suo dolore. Provò una violenta gratitudine pel marito, il quale la sottrasse alle consolazioni e ai ragionamenti pratici di zia Balbina, conducendola seco a fare un lungo viaggio durante il quale egli si occupò assai colle sue medaglie e lasciò ch'ella si occupasse colle sue lagrime e col suo immenso rimpianto.

Non mai, come in seguito a questo pietoso salvataggio, ella fu tentata di credersi ciò che tanto si applicava ad essere: una moglie felice. E quando suo marito ammalò alla sua volta d'una lunga e gravosa malattia che li trascinò per anni ed anni, in caldi e lontani paesi, unica infermiera del conte Emilio fu la moglie sua. Veramente affettuosa ed intima e dolcemente fraterna fu l'esistenza di quei due!

Quando egli morì, dopo solo sei anni di matrimonio, di una dolce morte, confortata da sincere lagrime, ella si sentì veramente sventurata. Le parve che colla nuova si riaprisse in lei l'antica ferita. Nella sua completa solitudine morale, quelle due care memorie ella confuse in un culto di indole quasi pari, e le parve di sentir compiuta e chiusa la vita del suo cuore, nella duplice tristezza del suo lutto di figlia e di sposa...

. . . . . . .

A Costantinopoli ella aveva perduto suo marito, ed ella stessa ne ricondusse la salma in Europa.

Per un anno intero abitò in una sua bellissima villa sulla Riviera. Più tardi comperò una casa a Firenze e fu per lei una gradita occupazione quella di metterla in ordine e di addobbarla, seguendo le ispirazioni del suo raro gusto artistico. In quella circostanza ella osò per la prima volta contrastare il parere di zia Balbina. La buona signora aveva avuto l'idea eminentemente pratica di invitare la giovane vedova a venir ad abitare in provincia presso di lei, allo scopo, diceva ella, di sconcertare le cattive lingue.

Ma la contessa Elisa non si sentì il coraggio di pagare a sì caro prezzo lo sconcerto delle cattive lingue. E seppe tanto bene e con sì amabile dignità viver sola a Firenze, nella sua bella casa, ricevendo come aveva sempre fatto, occupandosi d'arte, di letteratura, di beneficenza, che le cattive lingue, dopo aver provato a pungere, a portar via un po' di pelle a quella purissima riputazione, dovettero smettere. A nessuno venne mai la più lontana idea di poter far la corte a quella signora così gentile e così austera. Alcuni ebbero bensì, nei primi tempi, un'idea assai migliore, quella cioè di chiederla in moglie, ma ella ricusò sì pertinacemente che gli aspiranti desistettero. Uno di essi, più stizzito degli altri per la toccata ripulsa, avendo detto che la contessa Elisa era una donna fredda, egoista e per di più, di una pedanteria insopportabile, molte persone trovarono comodo di adottare sul conto di quella signora un'opinione già fatta, invece di darsi la briga di formarsene una propria e così fu assodato che la Serramonti, con tutte le sue qualità, non era per nulla ciò che si chiama una persona attraente. E zia Balbina scrisse, ad alcune sue amiche di Firenze che le avevano chiesto ragguagli sulla nipote:

«Un angelo, mie care, una donna sublime, ma ostinata all'estremo, e di una deplorevole riluttanza a seguire le buone e pratiche influenze delle persone esperimentate. L'ho sempre detto a quella cara Elisa, ch'essa abita un pochino nel mondo della luna. Fortunatamente per lei, ha circa quarantamila franchi di reddito _suoi_, per cui in complesso può vivere come le pare e piace, e questo è senza dubbio un gran conforto, nella sua difficile e delicata posizione.»

Oh! un gran conforto, senza dubbio. E di quel conforto ella si giovava certamente, sopratutto facendo molto bene attorno a sè e soddisfacendo i suoi gusti raffinati di artista. Viveva molto quieta, sentendo i vantaggi della propria posizione, colla calma serena che le dava il convincimento, o giusto od erroneo, di essere entrata nella fase definitiva della propria esistenza.

Vestiva molto seriamente, con severa eleganza, e non si tingeva i capelli, benchè fossero qua e là irregolarmente striati in bianco; il che, chi nol sapesse, è la più odiosa maniera d'incanutire che possa capitare ad una signora... Ma la forma della testina era tanto graziosa, e in quel momento per l'appunto, mentre stava leggendo la lettera di Tecla, la contessa Elisa, col volto dipinto dall'emozione intima di quella lettura, colla persona inconsciamente atteggiata ad una espressione veramente artistica di pensieroso abbandono, nella luce e nell'ambiente tanto omogeneo di quell'ora, formava un quadro gentile, pieno di una poesia fresca e squisita e davanti al quale nessuno certo avrebbe pensato di chiedere: Ma quella donna, quanti anni ha?

Oh, quella lettera di Tecla! E da tanto ella non scriveva più! L'assidua corrispondenza dei primi anni della loro separazione era venuta meno, naturalmente, col volgere degli eventi. A rari intervalli avevano nuove una dall'altra. Ma in questa lettera tutta l'antica confidenza tornava in campo, tutta la tenerezza un po' sgomentata di Tecla, le sue angosciose apprensioni materne si rivelavano nella fiducia di un appello caldo e malinconico. Elisa si sentiva il cuore riboccante di memorie e di simpatia e dovette recarsi il fazzoletto agli occhi per poter proseguire nella lettura del seguente brano:

«Il verdetto del dottore non mi ha sorpresa; da tempo avvertivo i prodromi del male che, affrettando ora il suo corso, farà in breve di me una povera inferma, inchiodata, Dio sa per quanto, su un seggiolone. Pure, non desidero di morire... Solo per _lui_, s'intende.

«Tu sai, cara, ciò che Roberto fu sempre per me. Non fosti madre, ma il tuo cuore è degno di essere un cuore di madre, e perciò sento di poterti dir tutto e chiederti tanto pel mio figliuolo.

«Premetto che, di tutto, la colpa è mia. Mia l'ostinazione di non volerlo allontanare da me. Cercai d'isolarlo da ogni fonte di contaminazione, sognando, follemente delusa anche dalla pieghevolezza del suo carattere, di poterlo tener sempre così, al riparo di tutto. Non seguì i corsi pubblici, fu educato privatamente. Credevo che avrebbe facilmente spiegata qualche attitudine ad una scienza qualsiasi, che si sarebbe volentieri occupato della gerenza del suo patrimonio. Se avesse spiegata qualche passione pei viaggi, l'avrei assecondata, accompagnandolo. Che vuoi? non seppi sviluppare in lui delle tendenze attive, e mi coglie a volte un acuto rimorso, poichè i risultati del metodo da me tenuto non sono certo soddisfacenti. Questa esistenza stagnante di piccola città di provincia, l'adulazione degli inferiori, l'esempio del più dei suoi pari, tutto insomma ha contribuito, non già a renderlo cattivo, nè corrotto... oh no!... questo sarebbe impossibile, col fondo aureo del suo carattere e col bene immenso che vuole a me; ma... egli è nulla... non fa nulla... e... ahimè, ha già soggiaciuto a qualcuna fra le più volgari seduzioni dell'ozio. Ora _ciò_ è finito, la Dio mercè, ma temo per un altro lato, e il ricordo di altre, di antiche sofferenze di quel genere mi tiene in uno stato di incredibile agitazione.

«In una piazzetta remota della nostra piccola città abbiamo un sucido cafferuccio, nel cui retrobottega, in mezzo ad un crocchio di giocatori di professione, i giovani delle migliori famiglie sogliono passare lunghe ore del giorno e della notte. Puoi immaginare le angoscie mie da quando so che Roberto frequenta quel ritrovo, e quando gli leggo in volto, nel pallore delle scomposte fattezze, la traccia di _quelle_ emozioni, quelle che hanno trascinato, perso il padre suo... Ultimamente, ha subito perdite assai gravi. Ne ringrazio Iddio, e approfitto di un momento di disgusto da parte di Roberto per tentare un rimedio eroico. Cosa mi costa... ah! nessuno potrebbe dirlo! Ma non importa, se fu mia la colpa, la penitenza è giusta e deve esser mia!

«Allontano mio figlio da casa sua, da me; lo mando solo, perchè non posso seguirlo, in un centro più vasto, più attivo, ove egli abbia _bisogno_ d'essere _qualcosa_ per essere _qualcuno_. Voglio che vada in società, bramo che prenda moglie. Avrei potuto dargliela qui, ma preferisco che i legami abbiano altrove un centro di richiamo. Poi, le signorine nostre ricevono anche oggidì un'educazione troppo ristretta e subordinata alle influenze religiose e politiche. La sposa di Roberto deve avere delle vedute proprie, un carattere deciso, ingenuo e una certa cognizione della vita. Non ho esigenza alcuna personale, o fuori di quelle che naturalmente importano la nostra posizione sociale. Mi basta che gli piaccia, che sia d'illibata condotta, di buona famiglia. Della dote non m'importa, è ricco abbastanza.

«Mia cara Elisa, mi hai compresa, nevvero? Accetti la missione che ti do?... Vuoi far le mie veci presso mio figlio, assumere il pensiero del suo avvenire e della sua felicità?

«Ho pensato a lungo; nessuno ho trovato più adatto di te. Il tuo senno, la tua posizione, l'alta stima di cui godi in società, le tue relazioni, tutto mi rassicura, tutto mi affida. È il mio solo conforto, nel dolore della separazione, il pensare che mio figlio è affidato a una donna come te. Fa per lui ciò che puoi, fa ch'egli trovi in te un'amica che gli tenga le veci di sua madre. E questa t'abbraccia con tutta l'anima, ti ringrazia e ti benedice.»

Elisa non leggeva più da qualche minuto. Ma ancora, sul suo dolce occhio castano, si stendeva un lieve umidore. Quanto doveva aver sofferto Tecla per giungere a quella risoluzione! E quanto era _lei_ in quella confessione, come appartenevano al suo carattere quell'impeto d'abnegazione materna, quella rinunzia, quella cieca fede nell'amicizia di una donna!... Oh no, Tecla non s'ingannava, Tecla aveva fatto bene a rivolgersi a lei con quella missione, con quell'appello al suo sentimento materno... E veramente ella la intendeva benchè non fosse mai stata madre!...

Fece un piccolo esame di coscienza, rapido, sincero. — Sì... — pensò poscia umilmente — posso tentare. Farò quello che potrò...

* * *

Il martedì, pranzo di amici dalla contessa Elisa Serramonti. Cinque invitati, uomini ed attempati. Marcello Plana, quand'era a Firenze. Il professore Starni, il famoso naturalista. Il commendatore Gerra, l'autore del famoso quadro: «La battaglia di Hastings e il rinvenimento del cadavere del re Aroldo.» Poi il principe di Cannera, lo straricco siciliano, sì modesto, sì benefico, e la cui colossale filantropia è più che sufficiente a fargli perdonare i suoi versi, mentre la sua prosa storica si difende da sola più che onorevolmente. Il conte Guaralli, quel bel vecchio poeta dalle ispirazioni sì caste. E quel tipo sì strano, sì nordico ed orientalista, Maurizio Parri.

Questi erano gli ospiti preferiti della Contessa, pei suoi delicati pranzetti del martedì. Ma ne aveva un altro piccolo crocchio, una specie di drappello di riserva, tutto dello stesso calibro, gente che pizzicava di lettere o notevole per qualche altro merito proprio. Dell'umanità, ella amava le api, non le vespe, e stava a disagio fra le persone frivole.

Dopo il pranzo, nell'appartamento di gala, tutto illuminato, cominciava verso le dieci a capitare una brigatella composta d'una ventina a una trentina di amici e di amiche. Si faceva musica e molto buona, di genere sempre serio, e non di raro classica. L'ambiente stesso di quella conversazione, non mai prolungata oltre il tocco, era piuttosto grave. Non si faceva che il _minimum_ possibile della maldicenza, spesso vi si incontrava qualche autentica celebrità forestiera d'arte, di lettere. Erano assai ricercati gli inviti, che la contessa Elisa distribuiva molto parcamente.