L'ultima primavera: romanzo

Part 2

Chapter 23,618 wordsPublic domain

Quando fu escito, la Duchessa depose la penna e rimase un istante inoperosa ed accigliata. Poi crollò irosamente le spalle.

Ah! cominciava ad annoiarla colui... Dino di Follemare!

II.

— Vedi, cara. È lassù.

La contessa Elisa accennava coll'ombrello ad una vecchia e semi diroccata chiesuola, eretta sulla vetta di un colle, dal quale poco distava ormai la carrozza. Il piccolo edificio era facilmente visibile, in mezzo alla boscaglia denudata dai recenti venti autunnali, ma, nell'estate, doveva a mala pena indicarsi nella ricchezza del frascato, nicchiandosi con un gentile aspetto di chiesetta idillica. Ma in quel giorno, sotto quel cielo triste, era triste anch'essa, la povera cappella abbandonata.

La carrozza si fermò sul sagrato mentre dalla porticina ogivale esciva ad incontrare le due signore un gentiluomo di nobilissimo aspetto, di volto ancor fresco e di belle fattezze, a cui davano strano rilievo una bella capigliatura affatto bianca, e due baffi grigiastri lunghi ed a punte. Alto di statura, aveva nell'assieme dell'esser suo un'imponenza geniale, simile a quella che fa dire a Calibano, quando s'imbatte con Prospero, nell'isola dove questi è approdato, dopo la tempesta: — Avete qualcosa, signore, ch'io chiamerei volentieri padrone.

Aiutò le signore a scendere di carrozza, complimentandole del loro coraggio a sfidar le minaccie della piova. Poi scambiò colla contessa Elisa un rapido sguardo d'intesa. Erano vecchi, eccellenti amici, quei due!

Si fermarono un momento sul piccolo atrio a guardare la vista fantastica, sotto il suo disuguale velame di nebbia, mentre Marina girava assiduamente le rotelline del suo cannocchiale. Don Marcello Plana alla Contessa:

— Mi sono presa una libertà. Ho condotto qui un mio amico. Mi permettete di presentarvelo?

— Perchè no, Don Marcello? È un vostro concittadino?

— No, è bresciano. Il marchese Maurizio Fedimari. — Conoscete la famiglia?

— Oh benissimo... _Bonne souche_, certamente... E che fa? si trattiene a Firenze?

L'abilità di quella donna, per recitar la commedia, era qualcosa di sublime; le tremava persin la voce.

Ma Don Marcello l'ascoltava serio serio, e Donna Marina, che avea finalmente trovata la giusta misura del cannocchiale, guardava... oh lontano, lontano assai nel paesaggio.

— Secondo, — rispose sagacemente Don Marcello. — È un tipo curioso quel mio amico. Forma la mia disperazione col volermi sempre obbligare a inventargli qualche nuova scoperta in fatto di arte. Si è divorato Firenze in un mese, colui! Ora, per dargli ancora un piccolo osso artistico da rodere, l'ho condotto qui. E, sentendomi al tutto esautorato, in fatto di musei e di gallerie, ho pensato egoisticamente di raccomandarlo a voi.

— Ma è un tradimento — disse la Contessa ridendo. — Come potrò?...

— Oh! con voi non c'è da sgomentarsi, in fatto d'arte. — Quando non ce n'è più, ce n'è ancora. Fatemi questa carità, lasciate che vi presenti il mio amico. E ora, entreremo in chiesa, se vi piace.

Entrarono in chiesa; una bizzarra vetusta cappelletta, le cui pareti serbavano ancora qualche vestigio di due distinti stili di antica dipintura.

Erano state evidentemente trattate a due riprese, e sotto la grossolana maniera di un mediocrissimo pittore del secolo scorso, emergeva l'austerità ideale ed ingenua di un pennello cinquecentista. Un tratto di processione sacra, coi suoi gruppi serrati, senza spazio, di profili bianchi, di testine rossiccie accatastate una a ridosso dell'altra, di bizzarre foggie medioevali d'abbigliamenti, era troncato bruscamente dai gonfi drappeggi del manto di una Giuditta, opera del pittore più recente, mentre la faccia apopletica di questa si perdeva alla sua volta in una nuvolaglia di salnitro del più nebuloso effetto. Ogni tanto il mistico stile antico tornava a far capolino, due delicatissimi nudi si rivelavano, nella loro squisita snellezza di forme, al disopra di una ondulatura verdognola che, nell'intenzione dell'autore, rappresentava le acque del Giordano, raffigurando così un battesimo di Cristo abbastanza riconoscibile. In una cappella laterale era alzata su un piedestallo una Madonna moderna, colla faccia di legno di grossa bambola fatticciona, vestita di broccato, con sei vezzi di granate al collo e con un paio di buccole a pendente, ma dietro all'altar maggiore, nel vecchio trittico dall'oro spento, azzurreggiava idealmente, cinta d'angioli esultanti, una Madonna di frate Angelico.

In un angolo della chiesetta, presso all'uscio della piccolissima sacristia, il sacrestano aveva accatastato la sua scarsa raccolta di patate, ma a sommo dell'uscio stesso, nella sua cornice intrecciata di fiori e frutti, si sporgeva dal fondo cilestrino, in terra cotta verniciata di bianco, uno di quei dolcissimi gruppi di madre e bimbo ai quali si collega tuttora il pensiero di un caro nome, quello di Luca della Robbia.

Tremolava lievemente, davanti all'altare, in un orribile lucernario d'ottone, la fiammella devota, ma il lucernario, era appeso ad una catena di leggerissimo fantastico lavoro in ferro battuto, una meraviglia di squisito disegno e di quasi aerea esecuzione.

Il marchese Fedimari contemplava per l'appunto la catena del lucernario quando la piccola comitiva fece irruzione nella chiesetta. Si voltò naturalmente, e chiamato con un cenno da Marcello Plana, venne presentato alle signore. Prima alla contessa Nardi, poi a Donna Marina Negroni.

Questa e lui si guardarono, rapidissimamente. Entrambi sapevano. Egli pensò: No. Ella pensò: Sì.

La contessa Elisa gli parlò tosto di Brescia, di un'amica sua bresciana che... combinazione strana, era per l'appunto cugina di casa Fedimari. Poi mossero tutti assieme a visitare la chiesetta.

Maurizio Fedimari era un giovane di aspetto fine e molto serio. Intelligente, studioso e di tempra eminentemente sensibile, aveva cercato, nell'assorbente influenza degli studi artistici, una distrazione benefica e quasi un rifugio contro l'eccessiva suscettività nervosa del suo temperamento ed il malessere continuo che formentavano in lui la coscienza di una quasi insana timidità. Appunto per reagire contro questa, si costringeva talvolta a prendere delle grandi risoluzioni. Così era venuto nel divisamento di prender moglie e aveva detto a Marcello Plana: — Trovamela tu — in una specie di accesso di coraggio disperato. Si riservava, naturalmente, la conferma della scelta dell'amico. Per tutte le circostanze secondarie, gli aveva data carta bianca.

Povera Marina... Ella faceva serenamente, correttamente, il dover suo. Ammirava con perfetta misura quanto c'era da ammirare nella cappella, ascoltava con doverosa simpatia le elaborate spiegazioni del giovane. La timidità naturale di Fedimari era sopraffatta colà dall'assoluto bisogno di un contegno sciolto e il terrore del ridicolo gli faceva trovare delle forze ignorate. Non parve nè impacciato, nè inferiore a sè stesso, benchè soffrisse alquanto nell'intimo suo.

Mentre egli parlava, Marina si ricordò della sua lezione di sorrisi. Uno dopo l'altro, con perfetta armonia di evoluzione, vennero sul suo volto e passarono. Ella ebbe un'attenzione sostenuta, una dignitosa personalità di apprezzamento. Non esagerò l'entusiasmo, ebbe solo alcune parole di fino commento. Quando credette giunto il momento opportuno, si rimosse alquanto dal gruppo e andò ad inginocchiarsi su un banco per farvi una breve preghiera. Ciò fece senza ostentazione di sorta, con una semplicità e una distinzione di mosse veramente mirabili. La figura spiccava, magnifica, sul banco isolato. La mossa, la posa, quella bella testina abbandonata per un istante fra le mani finemente inguantate, tutto fu artistico, nobile, riescito. E veramente in lui fu colpito l'artista. Ma Maurizio Fedimari restò freddo, ed egli ebbe degli strani pensieri d'indole curiosa e alquanto negativa, mentre la povera Marina diceva silenziosamente la sua piccola preghiera, appiè della Madonna bofficiona.

Ognuno, del resto, faceva doverosamente la sua piccola parte in quella piccola commedia crudele. Anche la Contessa fu all'altezza della situazione. Si era imposta una disinvoltura grande e bisognava sentire come parlava del più e del meno, di Luca della Robbia e di Mino da Fiesole... Citò Winckelmann tanto a proposito, quella cara donnina, che Maurizio Fedimari ne rimase incantato. Ma con tutto ciò il core le batteva forte e un momento, mentre Fedimari si trovava alquanto in disparte, con Marina, intento a farle osservare il delicato lavoro della catena, ella chiese in fretta, a bassa voce, a Marcello Plana:

— Ebbene, che vi pare?

Marcello si strinse alquanto nelle spalle.

— Eh! bisognerà sentire.

— Quando? Verrete stasera, nevvero? Mi direte... No, caro Plana, scusate, ma non sono del vostro parere. Della scuola, forse, di Luca. Ma sua, non credo.

Fedimari e Marina erano tornati lentamente indietro, giusto in tempo per udire l'opinione della Contessa su Luca della Robbia. Non avevano l'aria molto animata.

La visita continuò e si compì secondo il programma. I due signori accompagnarono alla carrozza la Contessa e la signorina. E lì, proprio all'ultimo, la contessa Elisa si fe' un coraggio da leone e annunziò al marchese Fedimari che riceveva il sabato, dopo le cinque. Se ne rammentasse, se rimaneva a Firenze.

Il giovane accolse l'invito colla più doverosa riconoscenza. Ma parlò vagamente di certi progetti per Napoli. Era indeciso. Certamente, se non partiva, approfitterebbe col massimo piacere.

Marina si nicchiava nel suo cantuccio del legno, disponendo con grazia infinita sulle sue ginocchia l'elegante copertina foderata di pelliccia. La persona era ben riparata, ma un subito freddolino si fece strada sino al suo cuore. Il più squisito dei sorrisi, il sorriso della fine, non lasciò le sue labbra. Scomparve a tempo debito, quando non occorreva più, ma si cacciò dietro una effulgenza di serenità mirabile, mentre la giovane parlava, con sentita compiacenza, delle bellissime cose che aveva testè vedute.

La Contessa invece non era niente affatto entusiasta. Sempre così, quel Plana. Credeva sempre di scovare dei tesori inediti... e poi... Quella Madonna?... Della scuola di Luca... se pure! E il Trittico! Ritoccato atrocemente, rovinato addirittura.

Marina scoteva il capo placidamente. — Ma no... non mi pare. Mi sono piaciuti tanto quegli affreschi. E il luogo era così originale!

— Originale davvero! — ribattè la Contessa con quanto malumore poteva tradire la sua dolce fisonomia.

Sospirò, poi tacque, e Marina rispettò il suo silenzio. Ella pure aveva voglia di tacere. Pensava che anche _quella_ era andata male. Lo sentiva... n'era sicura. Quante?... Non le contava più!

Sulla discesa i cavalli trottavano, Marina abbandonava la bella persona alle lievi scosse della carrozza, e pensava che la china degli anni si scende così, ch'ell'era stanca, inesprimibilmente stanca di... tante cose. E ogni tanto si presentava una probabilità, qualche cosa che pareva la fine... ma, sul punto di concretarsi, spariva. E il tempo passava...

S'era levato un venticello malinconico che se la pigliava colle ultime foglie, scordate sugli alberi dal suo predecessore. Ella guardava, pensando ancora: Così! Ma aveva ripreso a chiacchierare quietamente colla Contessa.

Andarono alle Cascine, ma il tempo inclemente aveva trattenuti in città molti dei soliti frequentatori. Poche carrozze al Piazzone. Le due signore non si fermarono molto alla passeggiata. La Contessa aveva premura di essere a casa e di chiedere a Plana come fossero realmente andate le cose. Poichè ella era sinceramente affezionata a Marina, e avrebbe voluto vederla maritata e fuori di quella benedetta casa d'Accorsi!...

Ve la ricondusse, cionullameno, e la giovane, congedatasi affettuosamente dall'amica, scomparve nel vano del portone. Elisa le tenne dietro, sin che potè, collo sguardo.

— Povera ragazza! — sospirò.

— A casa! — disse poscia rapidamente al domestico che attendeva gli ordini.

III.

La casa della contessa Elisa non era un palazzone. Un bel fabbricato signorile di stile moderno, nicchiato, con una leggiadra modestia di villa, in mezzo ad un giardino tutto cintato, il che lo isolava piacevolmente dalla via e dalle case adiacenti. C'erano molti sempreverdi, molti fiori e le mura erano quasi tutte ammantate di edere, pareva d'essere in campagna. Ciò piaceva tanto alla contessa Elisa, e i suoi fedeli salivano volentieri quella piccola scalinata dell'atrio, coi grandi vasi bleu di maiolica di Ginori, cogli arum sì belli e sì alti e le macchie di begonie e le belle lampadine pensili coll'edere sì verdi, e il capilvenere sì minuto, per poi penetrare in quella piccola fuga di sale arredate semplicemente, ma con molto gusto, e andar finalmente a parare in quell'amore di salottino in broccatello antico; tutto mezze tinte e cose gentili, e tocchi femminilmente artistici di addobbo e d'adornamento.

Appena scesa di carrozza, Elisa chiese al cameriere: — È venuto don Marcello?... — E udito che sì, mosse frettolosa a incontrarlo dove sapeva che l'avrebbe trovato.

Egli era infatti nel salottino ultimo. Appena udì quel passetto frettoloso, depose il volume che stava leggendo e si alzò, appena in tempo per ricevere, in piedi, la buona stretta di mano dell'amica.

— Ebbene? — le chiese questa impetuosamente.

— Eh! che furia! — Toglietevi almeno il mantello. Vi sta così bene che è un peccato. Ma...

— Via, per carità! — rispose Elisa sbottonandosi nervosamente.

Egli la guardava, ridendo, ma subito fece una faccia lunga e contrita.

— Bastonate il vostro servitore, Contessa. Egli è reduce da un fiasco.

Ella rimase non sorpresa, ma accorata.

— Me l'immaginavo — sospirò. — Che disdetta! Un così buon partito... Ma cosa le trova poi... colui? Non gli par bella forse?

— Bellissima. Egli rende piena giustizia ai pregi fisici della vostra amica. Una sola cosa gli parve insufficiente in lei.

— E cosa?

— L'anima, cara Contessa.

Elisa buttò dispettosamente il guanto, testè toltosi, sul tavolino prossimo.

— E dàlli.... anche lui, con quest'anima! È una scusa così comoda, ora. Che anima volete che abbia una povera ragazza al giorno d'oggi, coll'educazione che le si dà, colle leggi assurde che ha fatto la società! Vi accerto che Marina è una giovane piena di cuore, e ha dei bellissimi sentimenti, e il vostro amico non capisce...

Don Marcello incrociò le braccia sul petto in atto sì comicamente umile che la contessa dovette far bocca da ridere.

— No, no, vi assicuro..., sono contrariatissima. È un giovane simpatico, intelligente.

— Avete detto testè che non capisce niente.

— Un eccellente partito!... Mi rincresce all'anima. Fortuna che Marina non ne sapeva nulla.

— Uhm!...

— Ma no, vi accerto. Non le abbiamo fatto il più lieve cenno...!

— Tant'è.

— Dio, che ostinato!... Se vi dico che non ne sapeva nulla. E dopo tutto egli poteva non piacere a lei. Non è mica un Adone, il vostro amico. Scommetto ch'ella non lo avrebbe voluto.

— Perdereste la scommessa. — Ella sarebbe stata meno esigente di lui.

— Oh bella questa! Perchè?

— Perchè di sì... E se ci pensate un momento, converrete meco...

La Contessa pensò un momento, e in cuor suo convenne ch'egli non aveva torto. Ma scosse ancora il capo, dubbiosamente.

— Siete ingiusto per lei. Non l'avete mai potuta soffrire.

— Perdonatemi; non è esatto. Ho di lei molta stima, non avrei, se fosse altrimenti, pensato a proporla in moglie ad un mio amico. La benevolenza di cui l'onorate è la sua più valida commendatizia. Nelle sue speciali circostanze ella ha sempre dimostrato un tatto ed un senno commendevoli. Ma se fossi stato al posto di Fedimari...

— Avreste fatto come lui?

— Precisamente, Contessa.

Una pausa tenne dietro a questa schietta dichiarazione.

— Ebbene — disse la Contessa dopo un momento, tutto ciò è molto triste. Io, vedete... detesto tutte queste cose, questa forma di progetti di combinazioni. Mi pare che sia quasi una profanazione.

La sua bella fisonomia assunse inconsciamente un'espressione malinconica piena di sincerità e di sentimento. E continuò:

— Mi direte: ma a queste combinazioni, tu pure presti mano, mentre le critichi. Che volete!... Se ne vedono tutti i giorni, e a volte finiscono bene... meglio degli altri matrimoni. Ma è così triste, tutto ciò... sì dissimile dall'amore!

Modulò dolcemente, con dolcezza involontaria, l'arcana parola.

— Ma è la vita, Contessa. Due cose molto distinte, come vedete.

— Infatti. Si può vivere senza l'amore.

— Certo. Ad un patto però. Di non aver cominciato a provarlo.

— Non si comincia, ecco tutto; — rispose Elisa, sorridendo.

Egli ebbe un impercettibile moto delle sopracciglia. Ella sorrise ancora e soggiunse:

— E sopratutto non si comincia fuor di tempo.

Marcello Plana prese il libro che aveva testè deposto: _Mad. Chrysanthème_ di Pierre Loti, e lo sfogliò un momento. Poi lo rimise sul tavolino.

— Insomma, questa volta abbiamo proprio fatto un buco nell'acqua! Me ne dispiace, credete.

— E a me pure, immensamente. Povera Marina!

— E contate rimettervi in campagna?

— Certo. In queste cose non bisogna mai fermarsi a contare i morti. Quella povera figliuola...

— Non la compiangete tanto. Anzitutto, ha un'amica come voi. Poi ha un'altra amica, pure tenerissima, di lei... lei stessa, cioè, colla tenacità del suo proposito. Vi assicuro che riescirà; col vostro concorso o senza.

— Dio lo voglia! Don Marcello. Vorrei vedere...

— Tutte le pecore sul monte? Che valida sostenitrice del matrimonio. Peccato che non vi ricordiate che, in certi casi, _Cicero pro domo sua_ sarebbe il migliore degli argomenti.

Ella arrossì alquanto e scosse gravemente il capo.

— Oh! non si tratta di questo. Marina...

— Sì, lo so. Marina è abbastanza convinta, per conto suo, non siate in pena per ciò. Ma siete voi che...

Si arrestò; ella aveva lievemente aggrottate le ciglia e una espressione di tristezza passava sul suo volto.

— Voi... siete incorreggibile — completò Don Marcello. — Ed io pure, nel tormentarvi. Ma consolatevi, parto presto per Milano. Mi scriverete, nevvero, mi terrete a giorno dei vostri nuovi tentativi?

— Certamente. Benchè, a dir vero, in questo momento, non saprei proprio a che santo raccomandarmi per trovare...

— La _rara avis_? Il marito di Marina? Suvvia. Non v'inquietate. Verrà da sè... E ora rasserenate il vostro caro volto di missionario, e date un pensiero anche agli altri miseri mortali. Guardate la vostra posta che vi attende, chi sa da quanto.

— Infatti. Permettete?

Egli chinò il capo e tornò a recarsi fra le mani _Mad. Chrysanthème_, colle sue figurette birichine, mentre la Contessa andava rimestando in una piccola farraggine di carte, di giornali, di lettere che, giunte nella sua assenza, attendevano al posto solito, là dove il domestico aveva ordine di deporle, in una larga coppa di antico Giappone.

Una viva esclamazione, sfuggita alla Contessa, fece alzare il capo a Don Marcello. Essa leggeva frettolosamente, con evidente sorpresa e crescente soddisfazione una lettera abbastanza voluminosa. Quando ebbe finito, si lasciò andare sulla poltroncina e cominciò a ridere, ma di gusto... quel suo bel riso sonoro, che pareva tornarla sì giovane.

Egli la guardava, curioso, aspettando.

— Oh! — diss'ella finalmente, non appena le venne fatto, e sollevando trionfalmente la lettera — quando si dice il destino!

Guardate qui! Lo sapete voi cosa c'è in questa lettera?... Ebbene! Immaginate... C'è dentro nientemeno che... il marito di Marina!

— _Amen!_... — disse gravemente Don Marcello Plana.

* * *

Era sola, oramai, e pensava!

Addietro, addietro negli anni, nei remoti recessi della memoria, ella trovava i ricordi dell'amica che le aveva scritto ora sì confidenzialmente e sì a lungo, dopo tanti anni di silenzio. Rivedeva i due giardini confinanti delle ville paterne, teatro dei loro giuochi, il pianoforte sul quale solevano assieme eseguire, con tanto impegno le sonatine, applaudite dagli amici indulgenti. Tecla d'Oppado era maggiore di lei, di parecchi anni, e le faceva da mammina all'occasione, con grande disinvoltura.

Ma la contessa Elisa rammentava senza rammarico alcuno, quella specie di amorosa supremazia esercitata su di lei; non solo per l'autorità di qualche anno di maggiore età ma anche per una speciale precocità del carattere di Tecla, precocità sì marcata, che pareva avere affrettato per lei il corso naturale del tempo e tutto arrecatole in anticipazione.

Tutto: l'amore, il matrimonio, la maternità.

A sedici anni, alla sua prima festa da ballo, Tecla d'Oppado era colpita in pieno cuore da una passione romantica ma sincera, per un brillante ufficiale, molto bello, molto nobile e molto rovinato. Pieno di spirito e di brio, disinvolto ed elegante come un moschettiere di Dumas, con un taglio d'occhi azzurri che metteva nelle loro orbite la profondità d'un mare, egli si accorse subito dell'impressione da lui esercitata su quel cuoricino. Tecla non era brutta ed egli la sapeva ricca, forse l'amò pure alquanto, a modo suo. Certo è che seppe convincerla ch'ella non poteva essere felice altrimenti che con lui e manovrò sì bene l'azzurro degli occhi suoi che la indusse a dire gravemente ai vecchi nonni, i quali sostituivano per Tecla i perduti genitori: O quello, o nessuno!

I buoni vecchietti provarono bensì a ridere di quell'ultimatum; ma dopo cinque o sei mesi d'indugio, davanti a quella faccetta pallida e risoluta, su cui parevano andar segnandosi certe stimmate, della famiglia di quelle ch'erano un tempo impresse sul volto della madre di Tecla, morta a ventott'anni di mal sottile, i nonni mutaron parere, e un bel giorno la fanciulla entrando in salotto, vi trovò il conte Aynardo Rescuati Melli. Otto giorni dopo, i giovani erano fidanzati.

Ella fu felice, inenarrabilmente felice. Subito si riebbe. Ci sono di quelle donnine così fatte, per le quali l'amore è simile alla selvaggia canzone dello zingaro fattucchiero che attira specialmente i bambini. Li chiama dai palagi, dalle case, dagli abituri, li toglie ai giuochi, alle gonne delle madri, irresistibilmente! Ed essi vengono giulivi, danzando, battendo le mani in cadenza colla canzone che li guida, dove sa lei, nei labirinti ciechi, nelle solitudini misteriose di una foresta senza fine, nelle strade perse, senza sbocco, della vita.

Ella ubbidì a quell'appello e danzò, giuliva, correndo sulle traccie del fattucchiero!

Dapprima, sul sentiero misterioso fu un incomparabile fioritura di gioie, ed ella tanto ritrovò della sua vita da poterne dare ad un altro essere, dieci mesi soltanto dopo essersi sposata. E le parve allora di poter gettare al destino un osanna di completa, assoluta gratitudine.

Le parve.

Poichè non è nostra la felicità che ci dona esclusivamente l'amore. Noi, col nostro facciamo assai, ma a tutto non si arriva e l'amore è zingaro e frequenta le strade disagevoli che rasentano gli abissi. Il conte Aynardo Rescuati Melli cominciò a sbadigliare un poco, passata quella prima festa di felicità coniugale e paterna. E un giorno, ahimè! s'avvide d'esser molto giovane per un marito ed un papà!

Già... un po' lunghetta la storia! Le sue doti brillanti, l'acciaio terso del suo spirito si arrugginivano in quella cittaduzza di provincia, fra quelle due graziose foggie di bimbi che aveva in casa, la moglie cioè ed il figlio. Per non pensare a quelle malinconie cercava di distrarsi; poveretto! E per distrarsi, consumava molto della dote che gli aveva recato Tecla e sbocconcellava pure un poco di quella fede ch'egli aveva recato a Tecla. Il cambio non era generoso, Tecla se ne avvide e si destò ad un tratto, nel fitto della notte e della foresta. Sola, lo zingaro era scomparso! La canzone non aveva più che un ritornello; quello di Tecla.