Part 21
Quando Marcello Plana fu di ritorno dalla visita fatta gli bastò uno sguardo per capire a un dipresso cosa fosse avvenuto. Il mutamento di Elisa non era ancora percettibile agli occhi d'altri. Ma egli lo avvertì.
Alla prima occasione propizia, ella lo chiamò.
— È vero? — gli chiese.
— Corre voce. Forse calunnie, pettegolezzi.
Ma Elisa lo fissò in volto. Poi disse sommessamente: — È la verità?
Era la verità. — Ginevra aveva saputo cogliere il momento migliore, quello in cui l'amor proprio dell'uomo che credeva di esser trattato come un fanciullo aveva bisogno immediato di una vendetta, d'una rivincita... pur che fosse. Essa lo aveva preso là dove Elisa l'aveva lasciato. Ciò ch'era stato per la Serramonti un terrore, un ostacolo, il perchè della reazione, era stato per Ginevra semplicemente il... punto di partenza. Così l'aveva preso, così era diventato suo, così s'era fatto, come un tempo Dino Follemare, l'amico intimo di casa d'Accorsi.
Della contessa Serramonti non si parlava più. Era stato un episodio freddo, scipito, senza conclusione.
Parecchi invidiavano Roberto, altri ne ridevano. Ma tutto ciò era perfettamente accettato dalla società.
Un'altra pausa, un'altra occasione, e Marcello chiese sommessamente ad Elisa:
— Volete partire?
— No... rimango.
Ed egli non insistè. Comprendeva cosa reggeva quella donna nell'ora più crudele della sua vita.
* * *
Più tardi, Elisa chiese a sè stessa cosa fosse accaduto nell'animo suo, in quei momenti. Non seppe mai definirlo bene. Forse l'intensità stessa del colpo toccato le intorpidì il pensiero, la sensazione. La sovvenne forse un istinto cieco d'altera verecondia.
No! nessuno doveva sapere. Perciò non svenne, non si tradì comechessia. Così potè superare la vetta del suo calvario, il momento, cioè, in cui la Duchessa, camminando a piedi, seguita da un corteo di giovani fra i quali era Roberto, ravvisandola a un tratto, venne festosamente a salutare quella cara contessa Serramonti.
Stava ella ora alla portiera a cui s'era poc'anzi accostato Roberto, le due signore scambiavano parole cortesi e indifferenti. Elisa era bianca come il marmo di un mausoleo, ma in pieno e guardingo possesso di sè stessa.
La Duchessa aveva sdegnato in quel giorno di vestirsi come il più delle signore. Portava il vero costume di corse, inglese, di una tinta oscura quasi monacale.
Ma era d'una sfrontata audacia, il suo modo di portarlo, l'aderenza assoluta delle stoffe sulle forti anche, sul celebre busto marmoreo, sulla cui violenta bellezza il tempo non aveva avuto presa. La faccia sempre uguale, brutta, sciupata, formidabile a vedersi, e pure attirante come quella di una sfinge.
Stavano di fronte, chiacchierando come due eccellenti amiche. La Duchessa sapeva tutto ciò che quella donna aveva sofferto. Ginevra aveva saputo strappare dalle labbra di quel fanciullo le malcaute parole di confidenza in cui ella aveva indovinato ciò che Roberto stesso non aveva saputo indovinare, l'amore immenso nel sacrificio, l'immolazione nella rinunzia di Elisa. Ma essa non aveva creduto di illuminarlo su quel proposito; l'aveva solo... consolato.
Così Elisa aveva tutto perduto, la battaglia e lo scopo di essa, il frutto della prima lotta e il fiore della seconda. Ora non le restava che di stare in piedi, ritta sul campo, acciocchè non si sapesse perchè era tornata, _quali_ ferite avesse toccate.
La Duchessa, udendo di lei, e vistala così bella, aveva provato un vigliacco bisogno di stravincere. Per ciò solo era venuta a salutarla. Ma non era contenta, non stravinceva abbastanza. Un'irrisione crudele saettava dagli occhi di Ginevra, mentre ella andava accatastando lodi delicate della bellezza di Elisa, notizie della sbalorditoia felicità di Marina, relazioni di avvenimenti mondani, frizzi e commenti sulle corse, sul concorso della giornata. Ma l'acuto sottinteso dei suoi sguardi pareva spuntarsi davanti alla serenità invincibile di quelli di Elisa, davanti all'orgoglio di quella calma, che pareva risponderle soltanto: Ti comprendo, so chi sei.
— Decisamente, — continuava Ginevra — ha avuto torto d'andar via, cara Contessa; il cielo l'ha punita della sua fuga.
— Davvero, Duchessa? E come?
— Oh! in tanti modi. Abbiamo avuto una Quaresima splendida. Mentre ella ci lasciava in abbandono, parlavamo sempre di lei, cogli amici comuni, vecchi e nuovi. Dio sa, quante volte si è sentita fischiare le orecchie! È stata in campagna, nevvero? Si vede, è fresca come una rosa. E ora si trattiene? Suppongo di no. Noi, in Svizzera, come il solito, coi nostri cavalli. Quest'anno abbiamo un rinforzo alla brigata, Roberto Rescuati colla sua quadriglia. L'ha veduta? Splendida, nevvero? Sarà piacevolissimo! A proposito, perchè non verrebbe anche lei?
Senz'attender risposta e voltandosi, con un fare negligente e pur imperioso, chiamò forte: — Roberto.
Il giovine ebbe un fremito, visibile. Ma lentamente, pallido, si accostò.
Elisa lasciò cadere su di lui uno sguardo di immensa pietà.
— Ebbene, — continuò la Duchessa, — cosa fate lì, come una marmotta? Venite ad ammirare la contessa Serramonti. Non è forse ammirabile? E voi, che foste sempre il suo beniamino, il suo protetto, fate una bella cosa, decidetela a venir con noi in Svizzera. Pensate che piacere farebbe a voi e a tutti quanti!
La sua voce strideva ora, gettando, in tuono scherzoso e disinvolto, quest'ultimo sforzo d'ironico insulto. Elisa la lasciò dire. Poi rispose a tuono, semplicemente, scusandosi, come se l'avesse ricevuto sul serio, e in condizioni normali, di non poter accettare l'invito.
E mentre così diceva, con una specie di calma quasi soprannaturale, il suo sguardo aveva ritrovata l'antica sfumatura di sprezzo quieto, triste, quasi involontario. E Ginevra fremeva, ritrovandolo in lei, intatto, malgrado l'amore, lo strazio, la disfatta! Poichè quello era il primato intangibile della donna pura e leale, il primato ch'ella serba eterno, dinanzi a quella che non lo è, qualunque sia la complicità, il favore, che la codardia dei tempi e la viltà degli uomini possano a questa prodigare!
Ginevra ebbe una magnifica trovata di ultima parola, mentre si congedava dalla sua bellissima amica la contessa Serramonti. In realtà, quello sguardo di Elisa le aveva alquanto guastato il divertimento del trionfo. Ma a ciò non pensò Elisa. E quando la vide allontanarsi ridente, gaia, seguita da Roberto, non sentì più, ella, d'aver trionfato. Sentì solo che quella donna le aveva preso Roberto, che glielo aveva portato via definitivamente, per sempre...
. . . . . . .
Rimase sino alla fine delle corse.
Marcello Plana le stette sempre accanto, e quando, compiuta anche la malinconica cerimonia della gara di consolazione, si produsse nell'agglomeramento degli equipaggi l'ondulamento diffuso che precede la partenza, Elisa invitò Plana con un cenno a salirle accanto. Ora, non era più costretta a parlare, e non diede neppure ordini al cocchiere.
Ma Giacomo voleva rifarsi, voleva far vedere la sua pariglia in azione. Tenne dietro all'immensa sfilata degli attacchi che si mettevano pel viale delle Cascine. Poichè la folla si precipitava ancora colà, insaziabile di vedere. Per una tacita convenzione, tutti i cocchieri facevano assumere ai cavalli un moto più rapido, più brillante degli altri giorni; era ancora una festa e una gara. Gli innumerevoli legni passavano, s'incrociavano fragorosi per tutta la larghezza del viale coi loro carichi di servidorame in gran gala, di signore eleganti, briose, eccitate dalla coscienza dei propri trionfi. A quel nugolo di carrozze signorili s'era venuta ora accomunando la squadra leggera dei veicoli d'affitto, le carrozzelle intrepide, gli svelti baroccini, mettendo una nota ippica più democratica, più chiassona nell'assieme dell'accolta, e facendo anche, col contrasto, maggiormente spiccare lo sfarzo degli attacchi signorili, il valore ed il pregio dei cavalli fini. E in quel giorno, tra le famose pariglie sì care all'amor proprio dei Fiorentini, le sfarzose daumont e i molti tiri a quattro, condotti dai proprietari, primeggiava, segnalandosi tanto per l'assoluta perfezione dell'attacco quanto pel supremo _chic_ di quanti lo occupavano, il magnifico _drag_ di Roberto Rescuati. Lo guidava egli, e al suo fianco stava la duchessa Ginevra. Dietro, quasi subito dopo, veniva la splendida daumont di casa d'Accorsi, che aveva condotto Ginevra sul prato, e che occupavano, soli, il duca d'Accorsi e Neri Speroni. Roberto non parlava; stava accigliato, assorto, cogli guardi fissi sulle redini. Ginevra gli torreggiava accanto, ridente talvolta quando il _drag_ s'incrociava con altri legni siffatti occupati da conoscenti ed amici, fingendo d'aver paura, di non fidarsi dell'automedonte novellino, parodiando dei piccoli segni di croce spaventati, che provocavano le più matte risate. E così ancora, più volte, nelle vicende della corsa rapidissima, Elisa vide passare dinanzi a sè il _drag_ di Roberto, si vide guardata da Ginevra, così; dall'alto al basso. Ma non diede al cocchiere ordine di sorta.
Finalmente, l'ombra si mise, umida, sotto la volta del densissimo verde, e l'immensa sfilata, decidendosi al ritorno, sboccò pel Lung'Arno, costringendosi nello spazio fra i due marciapiedi destinati ai pedoni e ancor tutti neri di folla. Le finestre eran tuttora gremite di gente; agli sbocchi delle vie, dietro le spallette dei ponti, si pigiava una moltitudine borghese infronzolita e una minutaglia clamorosa di popolino. Allo scalpitio ritmico dei cavalli pareva tener bordone lo scroscio perenne della pescaja d'Arno, una sola immensa forza di impulsione pareva trascinare come una valanga verso l'interno della città quella massa enorme di cavalli, di carrozze, di gente. Dietro di essa, in una nube di polviscoli dorati, che parevano a volte velarla d'una nebbia fosforescente, il sole l'accompagnava, seguendola con gli splendori di un lungo tramonto d'oro, accendendo da tergo, nei cristalli delle finestre e dei lampioni, nella lucentezza delle vernici, nei bottoni delle assise, negli ottoni e negli argenti delle bardature un'orgia, una confusione di riflessi abbaglianti, degli incendi di luci guizzanti, che davano agli occhi un senso di ebbrezza e di vertigine. Ed era uno spettacolo unico, eccitante, che pareva volere, glorificando così la sua fine, dare allo spettatore una matta violenza d'impressioni tumultuanti d'arte, di cielo, di sfarzo moderno, ippico, mondano, un'apoteosi insomma in pieno secolo decimonono, ma quale sola, esclusivamente, possono consentirla l'ambiente, le attitudini, i gusti, l'inesauribile incanto speciale della vita fiorentina!
* * *
Giunsero a casa.
Marcello Plana offerse il braccio ad Elisa per salire la piccola gradinata dell'atrio. Sentì ch'ella si appoggiava a lui per non cadere. Aveva il passo fiacco, trascinato di una vecchia.
— Posso venire a prendere vostre nuove, stasera?
— Sì, certamente.
E il timbro della voce era come spezzato.
Egli le baciò la mano. Ma la sentì inerte, fredda sotto le sue labbra. E sul volto di lei la serenità voluta, ottenuta a furia di pudore e d'orgoglio, aveva dato luogo a un pallore, a un'alterazione che pareva aver subitamente disfatta la splendida e delicata visione di poc'anzi. E, mentre ella stava immobile sulla soglia, assorta nella subita visione di ciò che aveva avuto in cuore, lasciando quella casa, di ciò che aveva in cuore, tornandoci, egli ebbe l'impressione di qualcosa che somigliava allo spettacolo di una morte.
Non fece parola, se ne andò.
Quando venne, come aveva promesso, erano le dieci. Trovò la Contessa sola nel suo salottino. Non indossava più la _toilette_ delle Corse, era vestita semplicemente d'un abito da casa. Sul tavolino di peluche stava la lucernetta di argento a strisce ondulate col grande paralume rosso, che, raccogliendo l'intensità dei raggi sugli oggetti immediatamente sottostanti, lasciava le cose e gli aspetti più lontani nella semi penombra rosata della sua trasparenza. Per un po', parlarono distrattamente di cose indifferenti alternando le pallide frasi svogliate a lunghi periodi di silenzio. Forse avrebbero continuato più a lungo così, se a caso i loro sguardi non si fossero incontrati su un piccolo mucchio di giornali e di lettere; il tributo, ancora intatto, della posta serale che giaceva sul tavolino al solito angolo. E quella piccola circostanza ebbe uno strano effetto. Tornò vivo, presente ad entrambi, il ricordo di ciò ch'era stato il principio di tutta quella strana, assurda storia, la sera in cui ella, tenendo in mano trionfalmente la lettera di Tecla, aveva esclamato ridendo: Ah!... il marito di Marina!
Si guardarono, memori. E sotto l'urto di quel ricordo, dopo aver invano tentato di sorridere, di non parlare, ella ebbe irresistibile un'esplosione ch'egli, che pur non l'aveva sollecitata, non contradisse. Trovava anzi ch'era tempo. Lasciò ch'ella dicesse, confusamente dapprima, poi con incalzante intensità d'immagini, la intollerabile angoscia del suo cuore.
Poichè ella si sentiva in tutto colpita, oltraggiata, crudelmente punita. Poichè, dinanzi a lei, stava inesorabile la condanna di tutto ciò che aveva fatto, sentito, sofferto, la derisione irrecusabile di tutte le incongruenze e gli anacronismi dell'animo suo. Punita nella sua illusione di maternità, nella sua risurrezione all'amore, nel suo martirio, nei suoi scrupoli, nella debolezza del cedere finalmente a sè stessa, punita in tutte le contradditorie sincerità del suo cuore. E mentre ella diceva tutto ciò, Marcello l'ascoltava in silenzio, senza che un lampo di scetticismo passasse nel suo pensiero. Ah! egli sapeva la vita, egli conosceva la donna, la vera donna, quella che si serba, malgrado tutto, malgrado l'aria, il tempo, l'arte, il sangue di oggidì, oltre il livello della femmina, in un mondo che il mondo deride, che non comprende, la donna che il mondo soffoca talvolta, pur deridendola, nelle spire del suo bugiardo convenzionalismo, ma che rimane pur sempre, vinta o vincitrice, applaudita o fischiata, la donna del vero, di tutto il vero, egualmente donna, egualmente grande nel sogno, nell'errore, nella gioia, nel sacrifizio dell'amore.
Elisa difendeva Roberto:
— No — ripeteva angosciosamente, — non è colpa sua. Quando si è giovani, si può ingannarsi. Perchè avrebbe dovuto indovinare? Io, allora, quando gli scrissi, ero sicura, non sapevo di mentire a lui e a me stessa. Veramente credevo... Perchè l'amavo, l'amavo!...
— Egli non meritava quell'amore, — disse gravemente Marcello Plana. — Pensate a ciò; provatevi.
Ella si provò a pensare a questo, ad evocare il suo orgoglio, a sentirlo straziato sotto il peso di quella tremenda mistificazione.
Inabissò il volto fra le mani, e stette muta a lungo, con una piccola contrazione nervosa delle spalle.
Ma poi sollevò un volto grave, sicuro, e disse quietamente:
— Non posso, Marcello. Egli più volte è stato forte e buono!... Più volte ha avuto pietà di me! Mi ha amata, malgrado la mia età, come comportava la sua; mi ha offerto il suo cuore, la sua vita, il suo nome! La colpa è tutta mia. Io, dovevo sapere.
Il suo dolore, s'era fatto grave, tenero, indulgente, parlando di lui. Una dolcezza misteriosa di lagrime illuminava il suo sguardo.
— No, lui! — esclamò... non posso... — E se anche in questo frattempo, anche in sì breve tempo io avessi indovinata nel suo cuore una passione, una simpatia per una donna giovane o una fanciulla, oh avrei saputo comprendere, continuare in silenzio, felice del mio sacrificio, del mio segreto non tradito, il mio primo sogno, quello della madre. Ma lei!... Marcello, lei!!...
Ebbe un piccolo grido acuto, di quelli che può strappare anche una sensazione incomportabile di dolore fisico. E le sue lagrime si asciugarono, come se, rapidamente, le fosse passato un tizzone acceso dinanzi agli occhi.
— Pensate, ah! pensate, cosa essa farà di lui, del mio Roberto! come saprà spegnere in lui ogni nobile germe, ogni aspirazione anche inconscia verso il bene, con qual cura sopprimerà nel suo cuore tutto ciò che io avrei rispettato, onorato... fatto fiorire. Essa farà di lui ciò che ha fatto di Follemare, di Carisi, degli altri, corroderà il fiore della sua gioventù nei lacci di un adulterio vile, abile, sereno, senza pericoli, come li accetta il mondo, come li approva la società. E credete forse che l'ami? che, esaurito il suo capriccio brutale, egli rimanga qualcosa per lei?... E pensate!... è vecchia, più di me! E io, io...
S'alzò, nel cieco parossismo del suo dolore, percuotendosi la fronte coi pugni chiusi.
Marcello afferrò quelle povere mani insensate, e accostando a sè quel corpo, convulso, sbattente, le piantò in volto l'austera serenità di un rimprovero. E poichè conosceva Elisa, poichè sapeva a quale altezza di sensi era nata quell'anima, egli osò, in quel momento, rivolgerle una strana domanda:
— Ebbene, Contessa, vorreste esser voi ora, al suo posto?
Sotto quello sguardo, che voleva una risposta, si calmò ad un tratto quel folle impeto di rivale sconfitta. Due correnti si urtarono un istante violentemente in lei; la carne e lo spirito. Ci fu un secondo, un lampo di lotta.
Poi, ergendo il capo, assurgendo lentamente, con tutto quanto l'esser suo:
— No... — disse tranquillamente. — Meglio così!
* * *
Una cosa ancora accadde prima ch'ella si allontanasse di lì, e mentre Marcello, per sorreggerla, teneva ancora strette nelle sue quelle mani tremanti. Egli sentì ad un tratto che le unghie di quella donna si configgevano penetranti nelle sue palme. Sentì (era aperta la finestra che dava sul giardino) risuonare all'uscio del cancello una breve, quasi timida scampanellata.
Il corpo di Elisa ebbe un sussulto, un violento impeto verso quella direzione. Ma, con un'altra, con una forza più forte, ella si trattenne e rimase nella stretta delle mani di Marcello. Egli pure la tratteneva. Stettero in silenzio, in attesa; ella colla bocca semi aperta, colle pupille dilatate.
Si udì il tardo passo del portiere che andava ad aprire; ci fu un minuto di conferenza con un visitatore. Il portiere aveva ordini precisi: la signora, indisposta, non riceveva. Il visitatore non insistè. Si udì un passo giovanile che si allontanava, si udì il cigolìo del cancello che si richiudeva, il passo tardo del portiere che rincasava.
Elisa non si era mossa. Solo, tre volte, con un crescendo sommesso, stridente, echeggiò nella sala un nome, un appello, un addio, disperato come quello di un'agonia:
Roberto! Roberto! Roberto!
Poi... più niente... — Finita, l'ultima primavera!
FINE.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.