Part 20
Sulla piattaforma interna della stazione Elisa aspettava il diretto che, proveniente da Milano, doveva portarla a Firenze. Le pareva che non giungesse mai, benchè solo di tre minuti, quando giunse finalmente, fosse in ritardo dell'orario. Seguita da un domestico di Tecla, che l'aveva accompagnata alla stazione e recava il suo piccolo bagaglio, ella stava in attesa della discesa dei passeggieri dai carrozzoni di prima classe, sperando di scoprirne uno vuoto per compiervi sola, possibilmente, il suo viaggio, quando, dall'interno per l'appunto di uno dei carrozzoni, udì una esclamazione di grata sorpresa, e il suo nome pronunciato da una nota voce.
Quasi in pari tempo, un viaggiatore balzò a terra. Era Marcello Plana.
— Oh Contessa! che sorpresa, che piacere!
— Andate a Firenze?
— Certo. E voi?
— Io pure. Volete salir qui?
Senza rispondere, Elisa fece un cenno al domestico che depose la valigietta nel vagone. E dieci minuti dopo, Elisa e Don Marcello stavano seduti di fronte in quella carrozza, mentre il treno filava diritto verso Firenze. Erano soli, e Marcello guardava Elisa sorridendo, con quel suo inesorabile scrutinio dello sguardo.
Elisa rideva, conscia, con dei rossori, cercando invano di negarsi a quella divinazione che la perseguitava.
— Ebbene, cos'è avvenuto? Perchè siete così bella? Cosa c'è nell'animo vostro per avervi fatti sì splendidi gli occhi?
Questo dicevano i suoi, mentre la voce aveva accenti e parole quasi indifferenti. Sotto l'insistenza di quell'intima indagine ella sentiva ricercato l'animo suo; era un appello diretto, giustificato dall'antica confidenza reciproca, ma Elisa provava in quel momento una strana sensazione. Quella, cioè, che del suo amore fosse più facile il viverne che il parlarne.
Per qualche tempo, seguitarono così, con un battibecco di sorrisi, di parole, in cui penetrava una sottile incertezza di frasi accuratamente scevre d'ogni possibile appiglio alla non voluta interpretazione...
Poi, a un tratto Elisa bruciò le sue navi.
— Non mi chiedete da dove vengo?
— Lo vedo. Da ***, una bella cittadina, n'è vero?
— Sì, credo, non l'ho vista. Sono stata da...
Si arrestò bruscamente. Marcello non sorrideva più. Sapeva.
— Siete stata da Tecla Rescuati, nevvero?
— Sì.
Un filo di voce, sottilissimo per dir quel piccolo sì.
— Elisa, mia cara amica... voi avete un segreto!
Ella chinò il capo e gli occhi, come avrebbe potuto farlo da fanciulla, a vent'anni. E non era un anacronismo, non una stonatura. E c'era pure in quel moto una gravità nobile e dolce di donna matura alla vita.
Non si contraddicevano quelle due sfumature sì eloquenti d'espressione.
— Non me lo volete dire?
Attese un istante; poi proseguì, sommessamente, come un confessore:
— Volete che ve lo dica io? non volete proprio dirmelo, che io aveva indovinato?
— Indovinato?... Ebbene, sì, avete indovinato.
Il treno entrava in una galleria. Nel buio di quel transito egli le chiese:
— L'amate?
— L'amo!
Tacquero. Al primo chiarore, Elisa alzò gli occhi su di lui. Era, non era, una specie di immensa, di malinconica pietà? un'interrogazione indistinta, forse gratuitamente attribuitagli, ma il cui solo pensiero fe' salire alla fronte di lei una altera fiamma?
— Lo sposo, — disse semplicemente, come una risposta.
— Certo, — assentì Marcello.
E di nuovo, entrarono nel buio e nel silenzio delle viscere dell'Appennino.
* * *
Nel corso del viaggio, ella gli disse tutto. Da prima come a forza, per una violenza fattale dall'indole speciale e dal passato della loro amicizia. Poichè a lei pareva che le _sue_ ragioni, le sue incongruenze, le sue successive disfatte, dovessero parergli qualcosa di grottescamente puerile, che dovevano tornare inconcepibili al suo senno pratico. Ma, al suono della voce concitata, tremante di Elisa, davanti a quel fiore d'anima amante che sbocciava trepido innanzi a lui, si risvegliava l'attenzione tenera dell'uomo a cui sono noti, e sa quanto sono rari a trovarsi, i genuini tesori del cuore. Ogni traccia di sollazzevole celia era scomparsa dalla sua fisonomia, fatta subitamente grave e dolce, come quella di un padre. Sotto l'impero di quel mutamento s'acquietava l'indistinto timore di Tecla, la sua idea che in lui si dovesse estrinsecare lo sprezzante giudizio dei tanti che avrebbero condannata la sua felicità avvenire. Ed egli l'udì senza interromperla, e quando ebbe finito, le disse solo quasi teneramente:
— Comprendo.
— L'avevate preveduto forse? — chiese Elisa, con un'inflessione di voce che implorava l'assenso.
— Presentito piuttosto. Sapete cosa mi ha fatto pensare al pericolo? L'assoluta vostra cecità nel volerlo ravvisare. Ma ciò poteva anche essere un elemento di salvezza per voi, perciò non volli precisare il mio consiglio. Più tardi, a misura che le vostre lettere si riempivano di lui, pensai che egli andava riempiendo il vostro cuore. Cessaste poscia, nelle vostre lettere, di parlarmi di lui. Vieppiù immaginai ciò che adesso mi è noto.
— E — chiese Elisa con un piccolo riso nervoso — mi trovate una grande imprudente, un essere assurdo, illogico?
— No, trovo anzi che tutto ciò, in un certo senso, è affatto logico. Non ve ne fo taccia alcuna. Avevate un immenso bisogno d'amore!... Dovete aver molto lottato, molto sofferto!
— Molto — rispose semplicemente Elisa.
— Ebbene, Dio benedica la vostra risoluzione! A me non resta che un'attesa soltanto; ch'egli sia degno di tutto ciò.
— Oh! — disse Elisa, — il mio Roberto!
E tutta la squisita passione del suo cuore, la cieca tenerezza di tutto l'esser suo, vibrò come una nota di paradiso nell'intonazione molle, sussurrata di quella parola.
Marcello la guardava, attento. Poichè di rado nella vita è concessa questa sublime cosa, di vedere in faccia l'amore, l'amore solo, unico supremo signore di un animo!
* * *
Davanti all'atrio della palazzina in via S. Gallo il _landau_ nuovo della contessa Serramonti, coi due bellissimi _Mecklemburghesi_, stava in attesa della signora.
Con grande meraviglia di Giacomo, il cocchiere, la Contessa aveva preso uno speciale interessamento ai dettagli ed all'assieme della delicata funzione dell'attacco. Ce n'era voluto, perchè si chiamasse soddisfatta. Del resto, avrebbe potuto benissimo risparmiarsi l'incomodo. Un cocchiere fiorentino e il giorno delle Corse! Quasi personale, la questione!
Giacomo attendeva ora, e da un bel po', immobile nella maestà della sua classica posa di attesa. Un palafreniere stava ritto dinanzi ai cavalli, un po' snervati dall'indugio, e che protestavano a modo loro ora scalpicciando leggermente sul terreno, ora allungando il collo e stiracchiando i filetti. Pietro, il domestico, stava in piedi, pronto presso la portiera. In disparte, dietro una vicina macchia di oleandri, si dissimulavano le faccie curiose della moglie e della figlia del portinaio, mentre da una finestra a terreno si vedeva far cautamente capolino la berretta bianca e la faccia rubiconda del capo di cucina.
Di solito, la Contessa, non fa aspettare la carrozza. Ma oggi! L'ha ordinata per le quattro, e sono quasi le cinque. Giacomo si rode un pochino in cuor suo. Ha paura di giunger tardi sul Prato, e che al suo equipaggio non tocchi un buon posto.
A un tratto, si scuote, si erige sulla persona, stringe più saldamente le redini fra le mani. L'invetriata interna dell'atrio viene spalancata da Andrea, il quale si ritrae tosto per lasciar passare la Contessa. Elisa si trattiene un istante sulla soglia per dare qualche ordine al suo vecchio cameriere. Nel piccolo gruppo di quelli che attendono non si produce il minimo atto che si permetta una qualsiasi espressione. Ma i loro sguardi tradiscono una specie di abbagliamento. Ella lo avverte, lo constata, e un assurdo lampo di gioia attraversa il suo cuore di donna. È il primo effetto ch'ella fa. Ma dunque è bella... anche per loro! dunque ha raggiunto il suo scopo!...
Lo ha raggiunto, perchè lo ha voluto, perchè, per raggiungerlo, ha riunite tutte le forze, perchè tutto ha contribuito docilmente a coadiuvarla. È bella in un modo nuovo, splendido, e pure indefinibile. La sua _toilette_ è un'opera d'arte, creata col concetto del genere speciale, compromesso — non sempre facile a toccare — tra la _toilette_ di giorno e quella di sera, quale il cielo e le consuetudini fiorentine permettono di sfoggiare alle Corse. Una raffinata poesia di tinte neutre, una squisita indecisione fra il colore della perla e quello del fior d'elitropio, su cui corre una trasparente sfumatura di trine. La sapiente maestria del taglio ha secondata amorosamente la grazia femminile ed eletta delle forme.
In capo Elisa reca un piccolo diadema di tulle della stessa tinta dell'abito, una specie di corona aerea che non cela la tinta un po' varia della capigliatura, ma che neppure adombra la purezza raggiante della fronte, la gloriosa luminosità di due occhi beati. Ogni più minuto dettaglio di quell'acconciatura è un contributo sommesso, intonato alla perfetta armonia dell'assieme: da tutta quella delicata squisitezza di foggie, di tinte d'accessori si sprigiona una seduzione vaga, irresistibile, penetrante come l'olezzo strano d'un preziosissimo fiore di serra. Sul volto di Elisa sta una misteriosa poesia, una tenerezza ineffabile di emozione velata. Poche volte nella vita la donna ha titolo ad esercitare _quella_ specie d'incanto; è solo quello dei grandi momenti, delle ore culminanti del suo destino. Per Elisa è una di quelle volte, per l'appunto! Entra in carrozza, si nicchia nel suo cantuccio in quella incosciente grazia di posa che le è tutta speciale. Andrea depone sui cuscini, di fronte a lei, un leggero _pardessus_, un piccolo panierino di paglia pieno di gallettine inglesi, di _langues de chat_, poi un grosso mazzo di vaniglia e di rose bianche. Il tempo non potrebbe essere più splendido, neppur esso, nè più complice di così. Elisa apre l'ombrellino grandissimo con un ampio _falbalà_ di trine spioventi, e la testina s'incornicia adorabile sulla marcellina bianca dell'interno. Consegna al domestico il biglietto speciale per l'entrata al recinto; quello lo ripone, chiude la portiera, d'un balzo è a cassetta, accanto al cocchiere che attende il cenno della partenza... Elisa indugia per un attimo, per un secondo. Ma tosto si decide:
— Avanti, — dice quietamente al cocchiere.
* * *
. . . . . . .
Testè compiuta la terza corsa. S'è appena estinto, nell'immensa folla, il lungo mormorio di acclamazione al fantino vincitore. Un triplice rango di equipaggi signorili ingombra il lungo tratto di via, appiè dell'altissimo terrapieno che regge il viale maggiore delle Cascine. A sinistra dello sbocco, l'altura è orlata d'una bassa siepe, dietro la quale si pigia e si protende un'altra e fittissima siepe di spettatori, giudici di lassù, al fresco ed all'ombra, delle vicende e della vaghezza dello spettacolo sottostante. Un'altra ressa di spettatori pedestri si è fatta strada abbasso tra il formicolio dei legni fermi al loro posto, e fa ala lungo il lato destro di questi, costeggiando il cordone che segna il percorso dei fantini. In fondo, a capo di quell'interminabile assembramento di pedoni e di carrozze, sventolano le bandiere e gli addobbi degli steccati eretti per la circostanza, il palco reale, le tribune dei soci, delle signore, le scuderie e il locale del Jury. Di là vengono dati i segnali, là si pronunciano i verdetti, si registrano le scommesse e si concretano le più genuine emozioni del vero _sportman_. Colà si riuniscono attorno ai _drags_, ai _breacks_ o ai _dogcarts_, dai quali sono stati staccati i cavalli, i membri più influenti della Società ippica. Quivi, all'alto di quei legni, che fanno pel momento ufficio di palchi, spiccano le più trionfanti bellezze del mondo fiorentino, le signore che più hanno o possono ostentare la passione dello _Sport_. Quivi s'accoglie il fior fiore della società mascolina, e, fra una corsa e l'altra, allegri pasti di sandwicks inaffiati di marsala o di _champagne_ si consumano a ristoro delle lunghe attese e delle varie emozioni della giornata. Alla parte opposta, al centro del tracciato della pista, nereggiano, fatte piccine all'occhio dalla distanza, le carrozze escluse dal recinto privilegiato dei soci, ed un più scarso convenire di spettatori che non hanno temuto, per trovarsi colà ad agio, quietamente, di percorrere un lunghissimo tratto di via circolare. Lontano lontano, nello sfondo dell'immensa prateria, si disegna, vaporosa, la linea ondulata delle colline, e qualche grande fienile mette isolata la sua nota di fabbricato rustico. Verso la stazione, dei rombi, dei fischi, affievoliti dalla distanza, e qualche rapido trasvolar di treni stridenti sulle rotaie, accennano, quasi importuni, al fervere di un'altra vita. Poichè chi può pensare a lasciar Firenze quel giorno, a spiccarsi da quel luogo ove tanta e sì varia gente è felice di trovarsi, in un solo impulso di sfoggio di godimento comune del paro ai grandi e ai piccini, all'aristocrazia regnante, ai forestieri, alla folla minuta del popolino, ricco di un magnifico senso estetico di ammirazione, pago della sua gaiezza filosofica di apprezzamento spruzzato d'umorismo critico... la folla, che ancora s'inorgoglisce dello sfoggio dei _suoi_ signori, che adora i cavalli, che si elettrizza per ogni corsa, anche se ridotta a due soli corsieri, appartenenti alla stessa scuderia?... E, sopra quello splendido spettacolo, azzurreggia uno splendido cielo: Maggio ride nell'aria. Le fioraie circolano costantemente sul luogo. Dall'interno delle carrozze, dagli occhielli de' soprabiti, una superba e delicata magnificenza di colori, un olezzo persistente ricordano il privilegio a cui deve il suo nome la città. Le Cascine verdeggiano immense, piene d'ombra. Su negli alberi, all'altezza dei nidi risuona, immemore del fruscio sottostante, una confusa dolcezza di gorgheggi e di pigolii; talvolta persino, in un momento d'attesa, quando la folla per meglio vedere sta immobile e frena le sonorità del suo alito, un lungo perlato a-solo di usignolo si fa audibile e si diffonde di lassù, chiaro, patetico, come nella mistica calma di una solitudine!
Dall'alto del suo seggio, il cocchiere della contessa Serramonti scambiava, col domestico testè balzato a terra, degli sguardi di stizzosa costernazione. Poichè erano giunti assai in ritardo, e i posti migliori, quelli a fianco del cordone, erano occupati dalle carrozze più sollecite a giungere, ed egli aveva dovuto fermarsi, ignominiosamente, in terza fila. Ciò gli amareggiava la gioia del trionfo. Era stato veramente un trionfo il suo procedere al piccolo trotto dei _Mecklemburghesi_ corvettanti, mentre il sobbalzo leggero delle molle imprimeva al _landau_ una mossa squisita di lieve altalena. Aveva ben visto egli, sul suo passaggio, gli sguardi ammirativi degli intelligenti, dei camerati, di quelli che possono criticare! Oh potevano guardare per l'appunto... E anche la signora non guastava.
No, Elisa non guastava. Nicchiata come la perla nell'astuccio, nell'eleganza inappuntabile del legno, consentendo la persona, con un'inconscia voluttà di abbandono, alla movenza morbidamente sussultante del carro, raccoglieva anch'ella sul suo passaggio la messe di un omaggio, che scendeva inesprimibilmente caro al nuovo orgoglio del suo cuore. Fra le molte conoscenze che, sorprese di vederla, così inattesa e così inattesamente bella, la salutavano ora, vivamente, come premurosi di ricordarsi a lei, fra i componenti di quei circoli che aveva sempre frequentati, ella passava quel giorno colla coscienza di una fiera battaglia combattuta e vinta, nell'audacia serena della sua ribellione. Rispondeva ai saluti colla grazia sorridente di una sovrana. Un po' pallida ora, ma di un pallore rosato, che pareva anch'esso una trasfigurazione.
Ed ella si andava dicendo: — Ora, fra poco, da un momento all'altro.
Quando aveva dato ordine al cocchiere di fermarsi, era perchè aveva visto Don Marcello Plana. Appena i loro sguardi s'incontrarono, egli venne a raggiungerla. Egli l'aspettava, da tempo e ansiosamente. Per un secondo, rimase immobile, muto, sotto l'impero di quel fascino a cui nessuno poteva sfuggire quel giorno.
Elisa gli stese la mano; poi, colpita alla sua volta dall'espressione turbata del volto di lui, gli chiese affettuosamente:
— Cosa avete?
— Nulla... vi assicuro. Siete splendida. Usciste ieri? avete veduto gente?
— No, sono stata in istretto incognito come una regina.
— Ah! — fece Marcello, mordendosi le labbra.
Parve prendere a un tratto una risoluzione, e si chinò per dir qualche cosa all'orecchio di Elisa; ma Elisa si volgeva in quel momento verso l'altra portiera, alla quale s'era testè accostato, raggiante della contentezza di rivederla, il vecchio duca di Sant'Eremo.
Nè, da quel momento in poi, tornò possibile a Marcello intrattenere in disparte la contessa Serramonti. Attorno al _landau_ si assiepò, rinnovandosi perennemente, una corte di amici e di conoscenti. Nelle carrozze vicine si ammirava, si invidiava quella signora tanto attorniata, a cui veniva offerto visibilmente l'omaggio che meritava la sua bellezza, l'incanto della sua figura, della sua conversazione. Poichè ella, conscia del suo potere, lo esercitava liberamente in quel giorno con un segreto, amoroso desiderio che anche l'amor proprio di Roberto fosse beato di ritrovarla così potente di attrattive e di fascino, prima ch'egli si sentisse dire da lei: Prendimi ora, sono tua!... E mentre rideva, scherzava, guardando, aspettando, il cuore precipitava le sue pulsazioni, e un piccolo spasimo faceva sussultanti le vene del suo collo nelle diramazioni dell'aorta.
* * *
Anche Pippo Gerri, nel corteo della Contessa.
Un buon figliuolo davvero quel bolognese spensierato, allegro, e che invecchia invano; sempre giovane nei gusti e nelle manìe. Fanatico di _Sport_, ha speso in cavalli il fiore del suo patrimonio e dei suoi anni. Non gli rimane ora che una magrissima rendita, da cui ritrae a stento quanto può consacrare a dei platonici pellegrinaggi sportivi nelle città d'Italia dove hanno luogo le corse. Capita ogni anno a Firenze all'epoca consacrata, per una diecina di giorni, durante i quali rivive cogli amici fiorentini un po' della sua vecchia vita elegante e scapatina, e fa incetta di tutti i fatti del giorno, per recarli poi con sè, come un bottino, a conforto della sua morta vita di nobile spiantato e di _sportman_ a piedi.
Passando, ha trasecolato d'ammirazione davanti all'equipaggio della Contessa. Poi vedendo che anche ella è molto ammirata, si ricorda per l'appunto che da un anno all'altro ella è sempre stata gentile per lui e si reca immediatamente a farle omaggio. Ma non s'è trattenuto cinque minuti con lei che... drelin, drelin, ecco la campanella della quarta corsa, l'handicap!
Ah cieli! come farà ora Pippo Gerri per vedere, per giudicare? Nella sua angoscia avverte che è vuoto il posto del domestico a cassetta. Con uno sguardo chiede il permesso; l'ottiene, s'arrampica, lesto, e su, brandisce la sua _patent lorgnette_, guarda, vede, è felice.
Nell'eccitazione improvvisa del momento, il crocchio della Contessa si è sciolto attorno alla portiera; tutti si sono accostati al cordone. I fantini passano quasi paralleli nel corso frenato del primo giro, le teste si voltano, i busti si protendono nella loro direzione, si ode, nel gran silenzio generale, il passo dei cavalli sulla pista, simultaneo, rimbombante come il batter d'una piccola grandine, come un lungo fremito fischieggiante il fruscio dell'aria che gonfia le giubbe dei fantini. Tutti i canocchiali sono appuntati sovr'essi, li segue un lungo mormorìo della folla, le signore si alzano, stanno ritte in punta di piedi sui cuscini delle carrozze.
Ma Elisa non volge neppure il capo, non guarda alla corsa. Non è una _sportwoman_ in quel momento. Non le par vero di poter riposare un secondo. È sola. Plana è testè andato per suo incarico a salutare un'amica comune.
Ad un tratto, con un violento sobbalzo del cuore, ella si china a destra sul passaggio di un giovane che cerca frettolosamente di farsi strada fra un legno e l'altro per recarsi verso gli steccati. Ma egli si ferma a un tratto. Elisa lo ha chiamato dolcemente per nome:
— Roberto.
Egli pare colpito, come se avesse toccata una scossa elettrica. È lei, lei ch'egli credeva lontana, immemore di lui... Lei, quella che lo ha respinto, trattato come un fanciullo e che ora lo chiama così, con un cenno, con un sorriso.
Si accosta alla portiera con un'esclamazione vaga, che gli muore in gola.
Sono isolati, in quel momento, dallo spettacolo che avvince l'attenzione della folla. S'ode da lungi il galoppo precipitato dei fantini al secondo giro. Elisa sente che precipita la corsa, ormai sfrenata, del suo destino.
Ancora si china, lo avvolge d'uno sguardo sublime, in cui ha messo tutto ciò che ha sofferto, tutto ciò che ha deciso, il suo amore, tutti i suoi amori per lui, la rinunzia, la piena offerta di sè stessa.
— Venite stasera da me... Ho una cosa da dirvi.
Roberto trasalisce, il suo volto s'imporpora, fa col capo un gesto vago, che può essere un cenno di adesione; nei suoi occhi si riflette un disperato smarrimento.
È sempre bello come un Dio; ma quanto è smagrito! come son cerchiati, più di prima, i suoi occhi! Ah! grida il folle cuore di Elisa, ha sofferto dunque... anche lui!...
Di nuovo i fantini passano nella foga delirante dell'ultimo sforzo. Passano come lampi, con un violento mulinello delle braccia che sferzano i cavalli, con un rauco gridìo di bestemmie, d'incitazioni e subito dopo, da lungi, il campanello proclama l'arrivo fra le acclamazioni della folla. Attorno al cordone cessa l'assiepamento, il crocchio della contessa Elisa si ricompone attorno a lei, il suo colloquio con Roberto è interrotto.
Il giovane saluta i ritornati, cerca di prender parte ai commenti che s'incrociano vivaci sulla prova testè compiuta. Ma nella sua voce, nel suo sguardo c'è qualcosa che ispira ad Elisa un vago terrore, forse quello ch'egli possa tradire la propria intensa emozione. Non lo trattiene dunque quando egli in termini confusi, colla voce strozzata in gola, si congeda da lei.
— A rivederci — dice Elisa. E gli porge una mano.
Roberto esita un istante, poi prende quella mano, la stringe come se volesse spezzarla. Saluta profondamente e si allontana.
S'è appena dilungato di pochi passi, quando Pippo Gerri, testè sceso dal suo pinnacolo, interrompe uno squarcio di eloquenza ippica per chiedere alla Contessa, col solito suo entusiasmo, chi sia quel bel giovane che è testè andato via.
— Il conte Rescuati.
Pippo Gerri si volta, per guardarlo ancora, quel bel giovane.
— Ah! — esclama — è quello? Per Bacco! L'eroe del giorno, dunque? Eh, eh! non ha mica torto lei, quella signora. Pare impossibile! alla sua età! Saprà certo anche lei, Contessa.
Ma la Contessa lo guarda attenta, calma, non sa...
L'altro ride maliziosamente, ammiccando.
— Povero Dino Follemare. È rimasto in Inghilterra. Ah! _les absents ont toujours tort_, nevvero? D'altronde doveva aspettarselo di essere _remplacé_. Era evidente, che da tempo la seccava. E ora, vedremo se questa sarà realmente l'ultima sorpresa della Duches...
Si arresta a un tratto confuso, rammentando che la Serramonti è una signora austera, d'idee arretrate, che non ama neppur l'odore degli scandali e dei fatterelli di quel genere. Infatti ella non sorride, non chiede nulla.
Ride egli, come un monello colto in fallo e muta abilmente conversazione mentre pensa in cuor suo:
— Peccato, quella bella donnina, così elegante! Ma non all'altezza dei tempi. Con lei è inutile aver dello spirito. _Che danee traa via!_ direbbe Ferravilla.
* * *