L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione)

Part 9

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Usare modi cortesi verso questi poveri inermi costretti a combattere contro uomini ferrati, era un dovere più che una generosità; ma anche ogni residuo di gentilezza venne meno nelle pubbliche udienze e la brutalità della caserma si mise in evidenza in tutta la sua bruttura. Si dice che delle invettive, dei sarcasmi inopportuni, ingenerosi, adoperati dal colonnello Parvopassu nei primi dibattimenti davanti il Tribunale militare, si scandalizzarono anche in alto e gli furono rivolti consigli di temperanza. Ammansato egli arrivò al processo De-Andreis-Turati, nel quale volle dar mostra di gentilezza col rivolgere a Turati qualche complimento — _senza sarcasmo_ — egli stesso fu costretto ad aggiungere — sapendo che non sarebbe stato creduto sincero. Chi alla brutalità ed alle ingenerosità aggiunse i tratti del buffone, fu il colonnello Mondino che credette poter passare alla storia provocando indecentemente l’ilarità del pubblico nel distribuire secoli di galera.

Di lui ricostruì la ributtante _silhouette_ il Mocchi nell’articolo cennato e credo doveroso non insistervi oltre; aggiungo soltanto, che suscitò la nausea il Presidente del Tribunale di Milano quando tentò vilipendere villanamente l’on. Maffi. E che dire di quel tenente colonnello Giacosa che alla fine della udienza del 9 agosto, in Firenze, consiglia gli accusati: _se vi vengono tra i piedi socialisti e anarchici, mettete una mano nell’orologio e l’altra nel portamonete?_

In questi processi pei tumulti di Aprile e Maggio 1898 non occorreva soltanto l’ordinaria sapienza giuridica; ma era indispensabile pure una discreta conoscenza delle scienze politiche e sociali, senza la quale non potevansi valutare al giusto i fatti e si dovevano scorgere dei reati dove tra i popoli civili non se ne scorge traccia alcuna. Ora, l’ignoranza dei giudici militari su questo si chiarì sbalorditoria ed indusse il colonnello Parvopassu a chiedere all’Ing. Valsecchi cosa s’intendesse dai socialisti per _conquista dei poteri pubblici_; a Maffi imputava a delitto — eccitamento all’odio di classe — il parlare di _sane e pratiche rivendicazioni del proletariato_; a Gustavo Chiesi rimproverasi il discredito gettato sull’esercito colle sue critiche della campagna d’Africa del 1887; e sempre si videro terribili reati nelle frasi: _lotta di classe, leghe di resistenza_, ecc., ecc.

Nel campo giuridico, l’ignoranza non era minore; e preferisco attribuire ad ignoranza certi errori e certe contraddizioni, che altrimenti si dovrebbero ascrivere a brutale malvagità.

Egli è così che Romussi, Chiesi e altri giornalisti vengono condannati come _complici_ nei fatti che procurarono devastazione e saccheggio, mentre la stessa sentenza dichiara quei fatti essere avvenuti indipendentemente dalla loro volontà. Per Valera, Koulichoff, ecc., manca l’estremo delle pubblicità necessarie perchè ci sia il reato imputato. Al gruppo dei giornalisti contumaci, che dovevano rispondere dei reati contemplati negli art. 246 e 247 si regalarono sei mesi di più di quelli che loro spettavano. A Pescetti si danno 10 anni, mentre a Turati e De-Andreis, per un reato minore, se ne danno dodici. Rilevo infine, che si distribuirono pene enormi per reati insussistenti ed anzichè rilevarlo colla parola calda e dotta dei valorosi avvocati che difesero i condannati in Cassazione mi piace farlo con quelle di un modesto difensore militare.

Il tenente Mazza, nell’udienza del 21 Giugno, in difesa di Valera innanzi al Tribunale militare di Milano osserva:

«Trovo scritto in un libro, compilato da una delle menti più eccelse che onorano l’Italia (parlo dell’illustre Zanardelli e del suo Codice Penale, che segnò il trionfo del senso morale e della sociologia) come: «_Nessuno possa essere punito per un fatto che secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato_». (Articolo 2)

«Ora, lo stato di assedio coi Tribunali di guerra, per quanto possa modificare la procedura penale, per quanto accordi competenza a reati anteriormente commessi, non potrà mai annullare il dispositivo di un articolo di legge, facendo considerare reato un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, reato non costituiva.

«E che fatti ora incriminati, sia per articoli di giornali o discorsi o conferenze pubbliche, non costituissero reato, lo prova con evidenza l’aver liberamente concesso ai giornali di circolare senza sequestro, il non aver mai spiccato contro i direttori, collaboratori, gerenti e conferenzieri alcun mandato di arresto o di semplice comparizione.

«Se i miei difesi avessero, come sostiene l’accusa, commesso delitti contro i poteri dello Stato, o eccitato a commettere tali delitti, se avessero pubblicamente istigato a delinquere, o fatto l’apologia d’un reato, o incitato all’odio fra le classi sociali, certamente il potere giudiziario sarebbe intervenuto per reprimere il reato coll’azione penale.

«Ora invece il Regio Procuratore mai intervenne contro i nostri difesi e la stessa autorità di P. S., che con i suoi rapporti ha scoperto ora tanto materiale di accusa, non ha mai provocato dal potere giudiziario alcun provvedimento.

«Cosa dice adunque codesto non intervento, se non che discorsi, conferenze, sermoni ed articoli di giornali, che ora si vogliono incriminare, non raggiunsero mai gli estremi del reato, e quindi non si agì a termine di legge, perchè il fatto nel suo assieme non costituiva reato?»

E non basta condannare per i reati insussistenti; ma si condanna per i reati che avrebbero potuto avvenire, nel processo dei socialisti del Circolo di Chiusi — Firenze, udienza del 13 Giugno — si accusa l’Avv. Crosti pei _disordini che si sarebbero verificati se il circolo non fosse stato sciolto...._

Questo è di una evidenza sorprendente e si applica alle numerosa categoria dei condannati giornalisti — da Chiesi, Romussi e Valera a Menzione e De Cicco.

La stessa sapienza giuridica fa condannare la povera Maria Marone di Napoli a 12 anni di reclusione come _complice_ dello studente Cupola, suo amante, che si seppe difendere da sè e che perciò venne assolto![37]

Questa ignoranza crassa può spiegare certe sentenze davvero draconiane: 7 anni ad una donna per essersi trovata a capo di una innocua dimostrazione di donne; 100 anni di reclusione a 60 persone accusate di avere incendiato un carrozzone di tram in Milano; 2 anni a chi affrettossi a portare nei casotti i fucili abbandonati dalle guardie daziarie di Resina — ebbe pure le lodi del Presidente! — 20, 22, 25 e 30 mesi di reclusione a _quattro_ imputati di avere dato _una_ sola bastonata ad un agente della forza pubblica in Casoria...

Quattro anni di reclusione ebbe il Trinci per avere scagliato dei sassi innocui in Firenze....

È chiaro: i Tribunali di guerra, in quanto a somministrazione di pene, adottarono questa savia massima: _melius est abundare quam deficere!_

Ed abbondano anche contro il parere dell’accusa: a Firenze l’Avv. Fiscale Gavino Ricci domandò sei mesi di detenzione contro Del Buono ed un anno contro Ciotti; il Tribunale ne dette quattro anni e due mesi a quest’ultimo, otto mesi al primo.

Tanta severità viene compensata dalle imparzialità!.. Imparziali sempre i giudici militari passano sopra alla parola del Re e condannano gli amnistiati, i contumaci, i pazzi, gli ubbriachi. Sui reati del borbonico Menzione passano sopra due amnistie e la pena scontata, ma il Tribunale di guerra cancella tutto e condanna. I contumaci erano stati risparmiati sotto Francesco Crispi, che non si lasciò smuovere dallo scrupolo insolito pel rispetto alla legge da chi avvertivalo che sfuggiva alla lontana una grossa preda: Cipriani (_Don Chisciotte_, N. 208 del 1898); ma furono inesorabilmente condannati nell’anno di grazia 1898. I pazzi furono ritenuti sempre irresponsabili; ma il Tribunale militare di Milano scrive un nuovo capitolo di psichiatrica, e pei fatti di Seregno condanna un Confalonieri il cui solo testimone di accusa — il maresciallo dei carabinieri — lo dichiara pazzo; e condanna Zoppini per avere gridato il _19 Maggio_ nel corso Vercelli: _Viva il socialismo! Viva l’anarchia!_ La sola data del reato bastava ad assodare lo squilibrio mentale; lo dichiararono irresponsabile tre periti medici; ma Zoppini viene condannato, benchè sia stato _diciannove volte_ al manicomio!

Si può immaginare se trovarono grazia gli ubbriachi: un De Ambrogi venne condannato per avere emesso non so qual grido sovversivo dopo essere stato per sette ore continuo all’osteria... e per avere gridato: _vorrei avere tanta..._ _carta_ _da dare fuoco a tutto il mondo!_

Pietà non si ha se non per coloro che nei processi del mezzogiorno risultarono all’evidenza istigatori e promotori dei disordini per gare municipali: nessuno di loro fu condannato. Erano cavalieri, commendatori, uomini _d’ordine_, che a data ora davano la caccia ai sovversivi e meritarono tutti i riguardi. Nessuno sospettò in questa pietà l’influenza del pregiudizio o dell’interesse di classe!

E se a Milano si condanna Don Albertario, trovano pietà i preti in Firenze, dove vengono assolti tutti quelli del 25 giugno per accuse che avrebbero procurato anni ed anni di reclusione ai socialisti.

Con processi istruiti nel modo che abbiamo visto, senza difesa, coi criteri, colla sapienza e colla imparzialità dei giudici che ci sono noti: i Tribunali di Milano distribuirono anni 1390, mesi 3 e giorni 2 di reclusione; anni 90, mesi 1 e giorni 6 di detenzione; anni 307 di sorveglianza e L. 33,952 di multa a 688 imputati — dei quali 17 donne e molti minorenni. A Napoli vennero condannati 812 individui — tra i quali molte donne e molti minorenni — a 624 anni, 11 mesi e 21 giorni di reclusione e detenzione; 80 anni e 6 mesi di sorveglianza e L. 50,927 di multa. Le condanne più gravi furono quelle del Tribunale di Firenze pei fatti di Figline: un Pampoloni ebbe 27 anni di galera; Fabbricanti e Giani 25, Musuai 24, Laperini, Borghesi e Gabrielli 22, Coloni 20, ecc., ecc.[38] Questa statistica è veramente paurosa e fa temere che i Tribunali di guerra abbiano sparso copiosamente seme di odio; ed è un giornale conservatore, cui non sfugge la realtà, a pensare che le condanne degli uomini politici e dei giornalisti di Milano ha avuto tutto il carattere di una _vendetta_, più che di un severo atto di giustizia. (_Mattino_ 19 Agosto 1898).

Se la vendetta e l’odio seminati possano produrre la pace o l’amore non so; auguriamoci che l’avvenire sia migliore di quello intravvisto e temuto. Per ora concludiamo col senatore e colonnello Siani: coi Tribunali di guerra si sono avute condanne feroci; _feroci sino al ridicolo!_

L’illegittimità dei Tribunali militari, le basi delle accuse, la mancanza della difesa, l’ignoranza dei giudici — il tutto coronato da questa _ferocia sino al ridicolo_ nelle pene, spiegano come e perchè il movimento in favore dell’amnistia si accentui e divenga una valanga irresistibile che schiaccierà coloro che vogliono arrestarla: valanga a cui hanno portato il loro contributo tutti i partiti e tutte le classi sociali. E si vuole l’amnistia, nel senso di giustizia riparatrice, perchè nei condannati si riconoscono delle vittime, non dei delinquenti — nè politici, nè comuni. Di grazia, di perdono hanno bisogno soltanto i giudici.

X.

LA CONDANNA DELLE IDEE

Avvenne dei processi svoltisi innanzi ai Tribunali Militari ciò ch’era avvenuto pei tumulti: l’attenzione del pubblico concentrossi a Milano.

Quasi tutte le udienze del Tribunale di guerra consacrate ai tumultuanti di Maggio ebbero la loro speciale importanza in quanto che somministrarono gli elementi migliori pel retto giudizio sull’indole vera dei moti; la sintesi sui vari elementi, poi, si desume chiara e completa dei due processi dei _giornalisti_ e dei _deputati_, come vennero denominati.

La qualità degli accusati e la natura dei reati che vennero loro imputati spiegano il fenomeno e danno ragione del vivo interesse col quale gl’italiani ne seguirono lo svolgimento. Allora venne in discussione esplicitamente il _complotto_.

È chiaro: se si fosse provato che le sommosse della primavera del 1898 furono la conseguenza della preesistente organizzazione e della decisa determinazione di un partito per provocarli e riuscire ad una rivoluzione, la gravità delle prime sarebbe stata enorme ed avrebbe potuto giustificare sino ad un certo punto l’allarme delle classi dirigenti e dei conservatori e l’azione spiegata dai governo. Ma la dimostrazione mancò completamente.

Nei moti del mezzogiorno non si tentò neppure di accennare alla esistenza di un complotto, tanto essi furono improvvisi, disordinati, apolitici. Se ne parla in Toscana. Ma a Firenze dove avrebbe dovuto farsi più palese, il complotto fu escluso quando più la paura spingeva alle esagerazioni, anche sincere, dall’organo massimo dei conservatori: dalla Nazione. L’importanza e la natura reale dei tumulti, quando più viva era l’impressione dai medesimi suscitata, può dedursi dai seguenti brani, che tolgo da quel giornale: «Dopo il giorno 6 Maggio, non una mosca venne molestata; nessun disordine fu segnalato dentro le mura cittadine; _e nemmeno nel giorno sei nessun disordine sarebbe accaduto... se si fosse operato in altro modo... Questi fatti dolorosi non si sarebbero certo prodotti se, mentre si era esagerato l’allarme con la ingiunzione di chiudere le botteghe e dopo aver fatto uscire la truppa, quando meno ve n’era bisogno, non si fosse abbandonata la Piazza Vittorio Emanuele, lasciando rinchiusi, poco lontani, interi battaglioni di truppa_».

Così la _Nazione_ del giorno 7 Maggio, che rincalzava il 9: «_Il panico fu superiore ai fatti avvenuti_. Giornali esteri e, sopratutto i giornali di certe regioni, che hanno interesse a far concorrenza a Firenze, diffondono le notizie più esagerate. — _Ed è obbligo delle autorità il farle smentire_».

Ci fu tanto il complotto, che l’avvocato Fiscale, per i caporioni arrestati a Firenze, chiese il massimo di un anno[39].

E nel processo di Figline, che fu seguito, come sappiamo, dalle più severe condanne, la stessa sentenza ammette l’influenza della propaganda dei partiti sovversivi, ma esclude l’associazione a delinquere ed il complotto.

Per Milano, siccome nei tumulti escludevasi l’azione determinante del disagio economico, così potè sorgere spontaneo e sincero il sospetto della cospirazione e dei motivi politici tanto nella stampa locale quanto in quella del resto del regno. Il sospetto divenne certezza per gli organi conservatori e reazionari.

Il _Corriere della Sera_, in prima pagina, all’indomani dei fatti del 7 scriveva: «La questione del pane è passata in seconda linea, anzi qui non vi fu mai. Essa servì di pretesto agli _organizzatori dei disordini_ per ispingere giovani incoscienti, operai mal consigliati, donne, ragazzi ad eccessi che a Milano non si sarebbero mai creduti possibili». Meglio informato e più equanime, il cronista in seconda pagina spiega e corregge, ed augurandosi che i rivoltosi dalle misure prese vengano distolti da nuovi pazzi tentativi, soggiunge: «Ce lo fa sperare _la mancanza di direzione e di organizzazione nella sommossa_. I conflitti avvenuti ieri non indicano da parte dei tumultuanti, _nessun disegno prestabilito. Le barricate furono improvvisate senza un concetto tattico e furono abbandonate_ =senza essere difese=. Salvo pochi revolvers, =non si videro armi da fuoco= _in possesso degli assalitori_(?). _Nè si videro materie esplosive. Le colluttazioni avvennero alla spicciolata.... Non si nominano capi che dirigono la sommossa. Non si vedono proclami che diano una direttiva al movimento._ =Non si ode un grido che abbia un significato qualunque e che accenni ad una meta=». (N. 125).

Questa la verità che non teme smentita. C’è voluto tutto l’accecamento partigiano della _Perseveranza_ per affermare: «Il movimento del 7 ebbe un carattere rivoluzionario spiccato. La sommossa scoppiò in varî punti della città simultaneamente. _I fatti si svolsero facendo credere_ =ad un grandioso piano prestabilito di rivoluzione, di saccheggio, di devastazione=». (Numero del giorno 8 Maggio). E il giorno 9 insiste accusando i repubblicani come autori principali, che trascinarono i socialisti. E la stolta accusa ripete il giorno 12 — quando erano noti tutti i dettagli, quando essa stessa sentivasi umiliata della _breccia dei Cappuccini_! — parlando dell’accordo dei repubblicani cogli anarchici, coll’imbeccata che i rivoltosi ricevevano dalla vicina Svizzera, in cui _risiedeva la mente direttrice_(?), _lo stato maggiore del partito_(?), del complotto ordito dai repubblicani e secondato dai socialisti senza entusiasmo, della distribuzione di rivoltelle fatta dai repubblicani, ecc., ecc. E tutte queste menzogne le dava come =notizie precise= _ricevute da fonte attendibile circa la preparazione e l’organizzazione della rivolta_, =che troveranno la conferma nelle risultanze del procedimento penale....=[40].

In questa criminosa aberrazione, la _Perseveranza_ ebbe complici la Questura e l’accusa. L’identità assoluta del linguaggio autorizza ad ammettere che gli articoli del giornale conservatore, i rapporti del Questore Minozzi e degli altri delegati, gli atti di accusa le requisitorie degli Avvocati fiscali e il rapporto Bava Beccaris abbiano la stessa origine. A tutti le risultanze del procedimento penale inflissero la più clamorosa smentita, la più vergognosa umiliazione. Il Tribunale di guerra, infatti, escluse esplicitamente il complotto in entrambi i processi.

E per quanto quei giudici si siano mostrati sempre ingiustificatamente severi, il complotto non avrebbero potuto ammetterlo senza coprirsi di disonore. Non potevano e non dovevano prestar fede al complotto di casa Ceretti; non a quello presso la redazione dell’_Italia del Popolo_ — dove sedeva il Comitato _pro-repubblica_ che comprendeva il monarchico Valentini; — non all’antico accordo tra repubblicani, socialisti e anarchici, smentito da una serie interminabile di lotte e il cui solo sospetto avrebbe fatto ritornare anti-socialista Edmondo De Amicis. Nè potevano prendere sul serio la bandiera... di _carta_ dell’_anarchico_ Callegari sulla quale era scritto... _Evviva la repubblica!_

Meno ancora le contraddizioni di un disgraziato Avvocato fiscale Torre, che pei fatti del 6 Maggio, mentre afferma l’_organizzazione di un vero e proprio moto rivoluzionario_, negli accusati non trova che _fannulloni, i quali si sono messi nella dimostrazione per fare del chiasso_: fannulloni ai quali fa regalare sette anni di reclusione!

È innegabile: il Tribunale di guerra, escludendo il complotto, più che fare atto di giustizia, provvide alla propria dignità[41].

Sfumato questo umoristico complotto, che non ebbe capi, armi, programma, nè bandiera, e mancata completamente la dimostrazione della partecipazione ai tumulti dei giornalisti e dei deputati, non si riesce assolutamente a comprendere per quale titolo essi vennero condannati.

I motivi della condanna sfuggono ad ogni ricerca; ond’è che l’onor. Barzilai afferma essere entrato nell’aula dei Tribunali di guerra il simbolismo ibseniano, che fa scorgere in Turati, in De Andreis, negli altri accusati, dei simboli, delle personificazioni dei partiti ribelli. Altri chiama _metaforici_ i reati attribuiti agli accusati e _allegorici_ i processi; nei quali, con fantasia ariostesca, ai verbi _parlare, dire, scrivere, professare_... accompagnati ora da una ed ora da un’altra espressione avverbiale, _come parlare con sarcasmo, parlare in modo sospetto, professare apertamente delle idee, scrivere articoli sui giornali_ — si attribuisce una speciale efficienza criminosa, quasi che le parole si possano tramutare in _bombe_, i discorsi in _tumulti_, le idee e gli articoli in _corpi armati_, ecc.!

Si sa, però, che non furono allegoriche o metaforiche le condanne!

È bene aggiungere — e lo rilevò l’Impallomeni nel ricorso in Cassazione — che per Turati, oltre la _capacità a delinquere_ — non quella di Chauvet — riconosciuta in tutti e tramutata con un giuoco di bussolotti in _reato commesso_, come notò il Barzilai, c’era qualche cosa di più concreto, che accennava ad un fatto: egli il giorno sei _raccomandò la calma_ in modo non giudicato ortodosso; e parlò coll’avvocato Cavalla in modo da _potere_ essere sentito dai rivoltosi....

Ben gli stia la condanna! Perchè andare ad esporre la vita per raccomandare la calma? Se qualche parola non fu ortodossa però, il Tribunale riconobbe che le intenzioni erano corrette: disse esplicitamente, infatti, _che i capi socialisti e repubblicani, i tumulti non li volevano_.

Non insistendo più oltre su queste sentenze del Tribunale di Milano, i cui considerando Barzilai li chiama degni della Papuasia, e smettendo ogni ironia, si può riassumere l’opera tutta di questa magistratura eccezionale, non consentita dallo Statuto, in questo giudizio: essa non ebbe che uno scopo: la persecuzione e la condanna del pensiero, delle idee, della legittima e pacifica propaganda.

Che sia stato questo il fermissimo proponimento dei Tribunali Militari appare chiaro, lampante dalla motivazione della sentenza contro i giornalisti: «l’opera di Chiesi e di Romussi, repubblicano il primo e radicale il secondo, _nella quale si mantennero sino alla soppressione dei loro giornali_, costituisce il fatto =materiale=(?) diretto a suscitare la guerra civile, _sebbene ciò non fosse in quel momenti da essi desiderato e sia avvenuto per causa indipendente dalla loro volontà_».[42]

I motivi generici e specifici di responsabilità di Turati e di De Andreis sono identici: s’imputano all’uno gli articoli del 1896, l’_Inno dei lavoratori_, ecc.; e all’altro le opinioni repubblicane, la costituzione di circoli e i discorsi repubblicani... La prova delle prove, infine, la ritrovano nelle parole, _interpretate_ loiolescamente, che Turati e De Andreis pronunziarono imprudentemente, — quando il loro animo era abbeverato di amarezza, quando l’indignazione avrebbe eccitato gli uomini più miti e più teneri delle istituzioni! — alla presenza di un ufficiale e di un avvocato Cavalla, che si fece un merito nel denunziarle.

Questa persecuzione e condanna del pensiero, delle idee, della propaganda pacifica ch’era negli intendimenti dei Tribunali di guerra, armonizza perfettamente colla corrente psicologica degli avvocati fiscali e delle Regie questure. Queste ultime trovarono un’aggravante nella stessa temperanza del _Secolo_; perchè con questa temperanza, disse un testimonio poliziotto, riusciva meglio a fare breccia negli animi[43] mentre il Tribunale non può menar buona a Don Albertario la _fine ironia_ adoperata nei suoi articoli....

In una _nota_ precedente e in altre pagine furono rilevate le accuse sbalorditone scagliate dalle questure del regno agli imputati, nelle quali si parla sempre di _opuscoli_, di _discorsi_ sovversivi — mai incriminati per lo passato — più specificatamente si rimprovera al De Cicco in Napoli di ricevere e leggere riviste e giornali repubblicani e socialisti; nei certificati rilasciati dalle autorità si rileva spesso la morale buona, ma _cattiva la condotta politica_; l’avvocato fiscale recede dell’accusa contro Zavattari _benchè_ repubblicano; il rapporto della questura per Valera confessa che non fu _possibile aver dati positivi per credere che esso abbia preso parte attiva ai tumulti_ (pag. 217) ma viene condannato lo stesso per le sue opinioni. Ma perchè cercare elementi ed indizi per assodare questa determinata e voluta persecuzione contro il pensiero?

È il colonnello Parvopassu, che — sapendo di non avere _fatti_ a disposizione per condannare — in uno scatto imprudente, volto a Turati esclama; _le vostre idee sono criminose!_

Tanto criminose, che non gli consente quella libertà di esporle che il Tribunale Militare di Palermo concesse nel 1894 a De Felice e Barbato...

Chi può negare il progresso compiuto in quattro anni? In Italia non si cammina, si galoppa sulla via della reazione...