L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione)
Part 6
Per singolare coincidenza, in due scritti — l’uno pubblicato a Firenze ed attribuito al Generale Sani o per lo meno da lui inspirato; e l’altro a Ginevra da un profugo — dei gruppi, delle caste, se non delle classi che spinsero maggiormente il governo italiano ad oltrepassare la repressione per abbandonarsi nelle braccia di una reazione rabbiosa, si danno note psicologiche caratteristiche, che si rassomigliano meravigliosamente. Della consorteria di Firenze, che invocò ed ottenne lo stato di assedio, si dice: che manca d’ideale, che accetta la dinastia sabauda come accetterebbe qualunque altra; e che nella monarchia vede un _mezzo_ per mantenere a se stessa il primato in tutte le faccende pubbliche, a scopo di lucro più che altro[15]. Il profugo di Ginevra scrive che i conservatori lombardi, in fondo, sono rimasti quello che erano gli aristocratici ai tempi di Parini e che pochi — nella _Costituzionale_ di Milano non arrivarono che a novanta in circostanze solenni — ma arditi, sotto la guida del Senatore Negri, vollero non la repressione dei tumulti, ma la vera reazione per mantenersi al potere. In Toscana, come in Lombardia, questi gruppi di uomini, queste consorterie, agirono energicamente perchè si sentivano vicini a perdere ogni influenza ed ogni supremazia: la democrazia batteva alle porte e stava per entrare nelle loro cittadelle[16].
Si comprende perciò che questi interessati promotori della repressione energica al di là delle esigenze di una savia politica, abbiamo visto con favore i tumulti ed abbiano inventato essi stessi il _complotto_, di cui si dirà in appresso. Per loro, come ingenuamente confessò un giornale di Genova, la reazione non era temuta, ma _sospirata_[17].
Non spenderò parole per stigmatizzare gl’intenti e i mezzi adoperati da queste consorterie per conseguirli e i pericoli che creano pei popoli e pei governi; meglio delle parole servirà la esposizione dei fatti. La loro opera, sommariamente, la farò giudicare da Carlo Luigi Farini, che scrivendo delle _sette_ dei suoi tempi — specialmente delle reazionarie — parve anticipare la fotografia e il giudizio sulle contemporanee. «I governi che istituiscono _sette_ governative o ne accettano gli aiuti, scrisse il celebre moderato romagnolo, vengono a termine di quegli individui, i quali essendo istitutori o direttori delle _sette_ di opposizione, invece di guidarle ne sono guidati, e costretti ad operare, buono o mal grado a posta di quelle. Nessuna idea è più autopetica all’idea di governo, quanto l’idea di _sette_. Governare vale ed importa moderare l’umana associazione a vantaggio dei più, secondo gli eterni principii della giustizia e della ragione: far _setta_ vale ed importa imporre ai più le opinioni, le volontà, le passioni dei meno, cioè sragionare, scapestrare sovente, sgovernare sempre; le _sette_ governative hanno poi questo peggiore sconcio, che trascinando il governo ad operare ingiustizia, attentano al principio morale dell’autorità, e la rendono così esosa, che gli uomini non la considerano altrimenti come una necessaria tutrice e moderatrice, ma come una nemica da invigilare con istudio e guerreggiare con perseveranza»[18].
È logico e naturale che dove più intensa fu l’opera delle _sette_ per trascinare il governo alla reazione, ivi più clamorose siano state le manifestazioni e gli atti di grazia perchè scongiurati i pretesi pericoli corsi dalla patria e dalla civiltà — cioè dai loro interessi.
A Milano, perciò, non appena cessato il primo periodo della reazione — quello della repressione sanguinosa — si assiste ad un nauseante scambio di ringraziamenti e di congratulazioni che ricorda lo spettacolo vergognoso dei tempi peggiori del servilismo e della tirannide. La deputazione provinciale, il consiglio comunale di Milano, alcune associazioni politiche mandarono al generale Bava Beccaris indirizzi traboccanti di riconoscenza, nei quali l’esagerazione e la menzogna colle forme di rettorica sbilenca arrivano alle lodi smaccate per la _energia_, per la _intelligenza, per gli elevati intendimenti civili e patriottici_ spiegati nel salvare Milano dal _saccheggio_ e dall’_anarchia_, e nel conservare all’Italia le _gloriose istituzioni vigenti_[19].
Della sincerità e del valore delle manifestazioni di una parte delle classi dirigenti lombarde molti dubitano ricordando che rettoricume analogo venne adoperato sotto l’Austria e in favore dei generali che salvarono le istituzioni di allora contro coloro che, complessivamente, sono i governanti di oggi. La storia somministra parecchi esempi degradanti di questo invertimento di parti e di questi trapassi repentini dalla condanna all’apoteosi, e viceversa. Checchè ne sia della sincerità della riconoscenza manifestata è, però, assai probabile che un militare, ignorante le vicende della storia, l’abbia accettata come oro di coppella e si sia lasciato suggestionare sino a dirigere all’esercito quest’ordine del giorno, che costitusce l’esaltamento più caloroso dell’opera propria:
«_Ufficiali, sott’ufficiali e soldati, funzionari ed agenti di Pubblica Sicurezza_.
«In questi tristissimi giorni, non badando nè a fatiche nè a disagi, voi avete reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla Civiltà.
«Per opera vostra la pace è restituita a questa grande Metropoli, la quale 50 anni or sono, per virtù, per valore e per concordia di tutti i suoi cittadini, seppe risorgere a libera vita.
«I malvagi di ogni partito, concordi nel folle intento di sovvertire le Istituzioni e disfare l’Italia, l’avrebbero ripiombata in una servitù peggiore della prima.
«Voi l’avete impedito: nel nome del Re e della Patria vi ringrazio.
«Milano, 11 Maggio 1898.
«_Il regio Commissario Straordinario_
Tenente generale F. BAVA BECCARIS.»
L’esagerazione interessata, la vera ubbriacatura locale, infine, spiega come e perchè si abbia perduto l’esatta percezione degli avvenimenti a Roma e fa anche supporre la buona fede nei Ministri, che distribuirono medaglie ed onorificenze in numero sbalorditivo e suggerirono al Re questo telegramma, di cui a loro resta tutta la responsabilità:
«_Roma, addì 6 giugno 1898 — ore 21,20._
«Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire di _motu proprio_ la Croce di Grand’ufficiale dell’ordine militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle _istituzioni_ ed alla _civiltà_ e perchè Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria.
«UMBERTO».
Dinanzi a questo lusso di ringraziamenti, di lodi e di ricompense, saremmo curiosi di conoscere quali severe parole dovrebbe adoperare l’onorevole Deputato Franchetti, che altra volta si scandalizzò — consenziente l’on. Pelloux allora ministro della Guerra — delle numerose ricompense accordate per la cosidetta battaglia di Coatit, e nelle quali non esitò a scorgere «sintomi, nei gradi supremi dell’esercito, di stanchezza, di rilassatezza nell’apprezzare l’ideale militare, di disinteressamento da quegli interessi alti, il cui complesso, costituisce appunto la forza militare della nazione»[20]. E molti che amano la monarchia e l’esercito, con uno sconforto indicibile, di fronte alla suprema onorificienza militare — il titolo di _Grande uffiziale dell’ordine militare di Savoia_ — accordato al Generale Bava Beccaris, si domandano quale altra si dovrebbe e potrebbe concedere al fortunato soldato che salvasse l’Italia da un invasore straniero![21]
Se la vittoria ottenuta dall’esercito in Milano, dal punto di vista militare, per denominarla benevolmente, si deve dirla lillipuziana, dall’altro canto non si può dire che brillarono le doti politiche e civili del Regio Commissario Straordinario in guisa da compensare l’assoluta mancanza dei meriti guerreschi — mancanza aggravata da questo ingenuo appello ai cittadini di Milano:
_Cittadini!_
Da tre giorni la truppa del presidio, in continuo servizio di pubblica sicurezza, si trova talvolta nella impossibilità di provvedere alla confezione del rancio giornaliero.
Questo disagio aggiunto agli altri di questi giorni riesce assai penoso.
Faccio quindi appello al cuore della cittadinanza, fiducioso che essa vorrà concorrere volonterosamente ad eliminare questo inconveniente.
A tale scopo ho autorizzato i signori comandanti dei singoli riparti di truppa a rivolgersi ai privati, ai proprietari delle locande, dei ristoranti, degli alberghi per ottenere da essi la concessione temporanea delle cucine e di quanto occorra per la cottura del vitto.
Dai signori comandanti militari saranno rilasciati, a richiesta, buoni per ottenere, a suo tempo, il rimborso del prezzo delle somministrazioni fatte.
_Milano, 10 maggio 1898._
Il tenente generale
R. Commissario Straordinario
F. BAVA BECCARIS.
Questo appello, fatto quando era cessato ogni simulacro di lotta, dove non c’erano nemici da respingere, dove i quartieri, i depositi, le vie di comunicazione erano in potere delle truppe, fa comprendere che in una vera guerra guerreggiata, i soldati italiani, in mancanza di cittadini che possano essere incitati a fornirli di rancio, devono morire di fame o provvedere all’esistenza col saccheggio barbarico e medioevale.
Questo appello, non abbastanza notato da coloro che si occupano della difesa dello Stato, dà la misura della organizzazione del servizio delle sussistenze e commenta e completa eloquentemente la guerra d’Africa coi pasti poco omerici forniti dalle cosce di muli morti per esaurimento.
La fantasia ariostesca trascinò il Generale Bava Beccaris, che confidava nei cittadini pel fornimento dei viveri alle truppe, a deplorare che gli stessi cittadini abbiano concesso ai rivoltosi di salire sui tetti per gettare tegole sulla via e di sparare dalle finestre sui soldati... (_Manifesto del 10 maggio_).
L’opera politica e civile del Regio Commissario Straordinario, infine, può desumersi dai consigli dati al clero, che non aveva preso la menoma parte nei tumulti; dai rimproveri altezzosi rivolti al cardinale-arcivescovo di Milano perchè era venuto meno ai suoi doveri; e dalle ipocrite e stravaganti risposte date agli onorevoli Mussi e De Cristoforis ed al signor Edoardo Sonzogno, che domandavano il permesso — alla fine del mese di maggio — di potere ripubblicare il _Secolo_. Il consiglio dato al Sonzogno di adibire gli operai, per dar loro lavoro, _specialmente nelle pubblicazioni che hanno di mira l’istruzione e l’educazione della gioventù_, venendo da un uomo di caserma, riesce un capolavoro di ironia grottesca. (Lettera al sig. E. Sonzogno del 27 Maggio 1898).
Ma tutte queste opere militari, politiche e civili non possono giustificare la dignità senatoria e il più alto grado nell’ordine militare di Savoia, accordati al Generale Bava Beccaris; il quale avrà creduto di ripagare il ministero di tanta generosità verso di lui dimostrata, col famoso rapporto del 29 Maggio.
In questo rapporto si fece strazio della verità con una impudenza non mai riscontrata per lo passato nei documenti ufficiali e non prevedibile neppure, forse, dallo stesso senatore Saracco quando consigliò il Presidente del Consiglio a far conoscere agli italiani una verità a scartamento ridotto. Fra le tante perle colate a getto continuo dalla penna dello espugnatore dei Cappuccini, segnalo queste: L’illustre generale vi afferma che in Borsa, durante le giornate di Maggio, vi era allarme e che molti intendevano sbarazzarsi dei titoli di rendita italiana; che l’Università di Pavia era un covo di rivoluzionarî e i suoi studenti erano venuti a Milano per prendere parte alla rivoluzione; che il legato Loria era divenuto il _tesoro di guerra_ della rivoluzione; che tutte le precedenti autorità politiche erano state _deboli, incostanti_ nella difesa contro i partiti sovversivi; che c’era _apatia_ nel partito dell’ordine ed _indifferenza_ nelle classi dirigenti ecc., ecc.
C’è un metro preciso per apprezzare il valore di questo rapporto: i giornali dell’_ordine_ e delle _classi dirigenti_, quando il _Secolo_ ne cominciò la pubblicazione a brani staccati, lo fecero supporre alterato o maliziosamente dimezzato. Il documento pubblicato nella sua interezza provò che il giornale democratico non era colpevole dei reati attribuitigli: il vero reo era il suo autore, ch’è stato ufficialmente invitato dal Rettore dell’Università di Pavia, Prof. Bellio, a rimangiarsi le menzogne spacciate — dopo oltre venti giorni dalla data dell’invenzione! — sul conto degli studenti e che potrebbe essere querelato per _false notizie_ dagli agenti e frequentatori della Borsa di Milano!
Non si sa di provvedimenti presi dal governo contro le autorità denunziate come _fiacche ed incostanti_; ma al generale Bava Beccaris si può tenere conto della verità detta sulle classi dirigenti e della grande prudenza e della grande modestia dimostrata tacendo — eloquentissimo silenzio! — sulla breccia _gloriosa_ dei Cappuccini....
Comunque, se poca gratitudine deve il governo al Regio Commissario Bava Beccaris; se nessuna gliene devono l’Italia, le istituzioni e la civiltà — molta, moltissima; gliene devono i moderati lombardi, o meglio di Milano.
Il Regio Commissario Straordinario consolidò il loro potere con una serie di misure, che avrà potuto illuderli sulla durata delle conseguenze, ma che pel momento, non frenò ma eliminò, soppresse, i loro avversari. Sciolti i circoli repubblicani e socialisti, radicali e clericali — quantunque gli ultimi li abbiano avuti alleati pel passato in quasi tutte le lotte amministrative; sciolta l’_Umanitaria_, fondata coi milioni lasciati da Mosè Loria, soppressi tutti i giornali e le riviste che potevano dare fastidio — la _setta_ rimase padrona incontrastata del Municipio, della Provincia, della Congregazione di carità, di tutte le istituzioni, dalle quali si può esercitare una qualsiasi influenza economica, politica e morale.
Di tutti questi provvedimenti, i più mostruosi certamente rimarranno lo scioglimento dell’_Umanitaria_ e la soppressione dei giornali, poichè collo scioglimento della prima si arrecò un colpo al Codice Civile e con la soppressione dei giornali si ferì a morte l’opinione pubblica.
Con ciò l’eccesso dell’arbitrio si rese dannoso a coloro che dovevano usufruirne; poichè, mentre si spera che l’indole dell’_Umanitaria_ si sia permanentemente mutata, in guisa da farne strumento docilissimo nelle mani della _Setta_[22]; mentre ci vorrà del tempo per la ricostituzione dei Circoli disciolti; invece, appena cessato lo stato d’assedio, risorse più gagliardo di prima il _Secolo_, che rappresenta l’aculeo più doloroso confitto nelle carni dei conservatori lombardi[23].
Gl’interessi e le ambizioni di una _setta_, più direttamente feriti in Lombardia e in Toscana, dettero la spinta energica al governo verso lo stato di assedio e verso la trasformazione delle repressione, anche severa ma temporanea, in furiosa reazione duratura; ma la iniziativa dei conservatori dì Milano e di Firenze trovò un terreno ben preparato per attecchire in tutta Italia. Infatti la borghesia alta e gli avanzi dell’aristocrazia dappertutto sentivano che avanzavasi la marea democratica, che doveva sommergerli presto o tardi, quantunque del pericolo non avessero coscienza piena, perchè non lo avevano provato imminente come in Toscana e in Lombardia e in qualche altra regione dell’Italia settentrionale ed un poco della centrale. La reazione perciò, appena cominciata, perdette l’impronta locale e divenne nazionale, senza trovare serie resistenze nella opinione pubblica e molto meno nel Parlamento[24].
Degli uomini e degli organi della reazione bisogna esaminare le dichiarazioni, le leggi, gli atti, tenendo di mira che le dichiarazioni hanno preso il posto delle leggi ed hanno generato gli atti. Sotto questo aspetto e contro la comune opinione, il ministro Pelloux ha segnato un peggioramento su quello Di Rudinì; in quanto che l’ultimo voleva legalizzare la reazione; l’altro la mette in pratica senza sentire il bisogno di nuove leggi, anzi calpestando e consigliando apertamente a tutti i subordinati di calpestare le leggi vigenti.
Una reazione non tradotta in leggi potrebbe e dovrebbe considerarsi come un male minore, perchè lascerebbe sperare la brevità della durata, la limitazione al periodo eccezionale che la suscitò. Ma dove il sentimento della legalità è scarsissimo, per non dire insussistente, come in Italia, l’ostentata, continuata ed impunita violazione di ogni legge, riesce esiziale nei rapporti pubblici e privati, aggrava sino a renderli insanabili i mali esistenti e rappresenta l’inizio di una vera dissoluzione dell’organismo politico-sociale.
La presente reazione non data dalla primavera del 1898, ma rimonta al gennaio 1894 con una sosta notevolissima — è doveroso rendere giustizia ai caduti — dall’aprile 1896 all’aprile 1898. Agli estremi di vita sua il ministero Di Rudinì — cui devesi imputare come colpa grave l’abbandono del primitivo programma militare, — invaso dal demone della paura e dall’ardente desiderio di mantenersi la fiducia delle alte sfere, parve voler far dimenticare il bene fatto in senso legale e liberale e si dette a sfrenata reazione.
La sua caduta è un incidente personale, anzichè parlamentare, che non esercita alcuna influenza sull’andamento della cosa pubblica: la reazione continua pazza, furiosa e rincrudisce quando avviene l’assassinio dell’Imperatrice d’Austria. La differenza sta in questo: Di Rudinì, dopo aver militarizzato i ferrovieri, voleva ristabilire le leggi sul domicilio coatto, modificare il diritto elettorale, infrenare la libertà di stampa, di riunione e di associazione, disciplinare lo stato d’assedio, ecc., mediante nuove leggi o modificazioni delle antiche. Il successore onorevole Pelloux parve più liberale, oltre che per la buona compagnia di ministri che dai loro precedenti dovevano giudicarsi più o meno democratici, anche perchè buttò in mare gran parte di quel bagaglio; e non era, perchè continuò risolutamente per la via battuta dal predecessore. Ebbe il merito della sincerità — elemento mancante ai nostri politici e non trascurabile nella vita pubblica — perchè egli con franchezza davvero soldatesca dichiarò di voler _fare_ senza preoccuparsi di _legiferare_. Quando non _fa_, lascia _fare_ tranquillamente ai subordinati, che non solo eseguiscono con disciplina militare, ma interpretano le intenzioni dei superiori con meravigliosa intuizione, che sembrerebbe lettura del pensiero alla Pickmann se non si sapesse ch’è l’effetto delle circolari segrete e delle reversioni storiche. Egli è così che sotto Pelloux si formulano canoni nuovi di governo e si compiono atti che fanno dire al conservatore dianzi citato dell’_Idea liberale:_ «Siamo oggi più che mai in una paurosa condizione di arresto di sviluppo intellettuale e morale, per cui tutto vacilla e scricchiola, mentre ci sta sul capo la minaccia di una crisi orrenda in cui tripudieranno le impulsività ataviche della bestia umana e le _libidini feroci di Valentino in sessantaquattresimo che questi anni di pseudo libertà hanno fecondato a legione_».
Di questi canoni e di questi atti dell’on. Pelloux ne nunzio, per ora, sette, che si potrebbero chiamare i sette peccati mortali di questo ministero soldatesco, procedendo dal minimo al massimo in ordine d’importanza e che comprendono tutte le principali norme direttive della funzione parlamentare e governativa.
L’on. Pelloux, spronato a dichiararsi di _Sinistra_, a chi lusingavasi di vedere risorto l’antico partito liberale sotto la protezione di parecchie sciabole, risponde che non ne sente il bisogno e che i sostenitori li prende dove li trova. Spronato da Barzilai, non vuole trovare nemmeno una frase equivoca contro la soluzione incostituzionale delle crisi parlamentari. Telegrafa al Prefetto di Torino per lodarlo di avere sciolto il comizio elettorale _pro_ De Amicis. Permette che il Sottoprefetto Santini presieda una riunione elettorale _contro_ Rondani. Raccomanda di sequestrare qualunque giornale, qualunque rivista che appaia sovversiva, senza preoccuparsi dei processi e degli esiti loro. Dichiara fuori della legge tutti i partiti che non accettano incondizionatamente l’ordinamento politico-sociale vigente. Proclama, infine, che vuol pacificare gli animi con tutti i mezzi, =non esclusa la giustizia=: concetto cinico che fa il pajo coll’altro più recente di voler dare col suo comodo l’amnistia per poter =sfollare le prigioni=!
Ciascuna di queste massime e ciascuno di questi atti o è una orrenda bestemmia, o è un arbitrio da Valentino in sessantaquattresimo: la frase che contiene il severo giudizio è di un monarchico liberale, come s’è visto. In altri tempi e in altri paesi uno solo di tali elementi sarebbe bastato a far cadere vituperato un Ministero; certo è che essi non distruggono soltanto il regime parlamentare, ma sovvertono ogni ordinamento civile. È del pari indiscutibile che il cinismo assurge a proporzioni eroiche quando si proclama che nella pacificazione degli animi la _giustizia_ non ci deve entrare che come un mezzo eccezionale. Che razza di _pace_, con questi mezzi non informati a giustizia si possa conseguire, un avvenire non remoto ci dirà. Per ora basta ricordare che gli strumenti della volontà ministeriale sono prefetti e magistrati provati a malfare e che non avevano bisogno degli incoraggiamenti per continuare peggiorando.
La enunciazione di questi canoni e la conoscenza degli uomini di governo che devono metterli in pratica, dispenserebbero da qualunque enumerazione dei fasti della reazione. Pure, ad eliminare qualunque sospetto di esagerazione ed il dubbio che i fatti siano stati migliori delle parole spavalde e ciniche, giova ricordare qualche data dell’ultima fase della reazione cominciata in Aprile 1898 e che non si sa quando possa aver termine: reazione criminosa che non infuria soltanto dove additossi un pericolo, sia pure immaginario, ma in tutta Italia, anche nelle regioni che non ne somministrarono il minimo pretesto.
Ecco l’elenco doloroso dei fasti della reazione, senza ordine cronologico e senza disposizione ascendente o discendente per la loro importanza.
1. _Stato di assedio e Tribunali militari_. Vi accenno senza insistervi ulteriormente perchè lo stato di assedio fu dimostrato non necessario, perciò iniquo, dai fatti esposti e dai giudizi non sospetti riportati. Ai giudizî ne aggiungo uno solo: quello dell’on. Pelloux! In un momento di espansione intima — ci vanno soggetti anche i militari e gli uomini politici! — confessò la non necessità del provvedimento all’onor. De Cristoforis. Vennero le smentite dei giornali ufficiosi; non quella diretta del Ministro. Potrà venire; ma se venisse, tra uno che afferma e l’altro che nega, gli Italiani sceglierebbero a seconda delle tendenze e della conoscenza che ciascuno ha degli individui in contrasto. In politica, del resto, i provvedimenti raramente vanno giudicati in sè, ma dai risultati che danno; e lo Stato di assedio, oltre che per le conseguenze economiche e politiche, va misurato dal figlio suo primogenito: il Tribunale militare. La sua opera verrà esaminata a parte.