L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione)

Part 5

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Tutto questo sarebbe stato grave... se fosse stato vero. Non lo era; e a quali innocenti, anzi miserevoli proporzioni si riducesse la partecipazione dell’indispensabile Cipriani lo si apprese dal processo dei giornalisti: allo scambio di poche parole tra Carlo Romussi e il valoroso di Domokos nel passare da Milano per ritornare in Francia.

Ma chi può negare l’esistenza delle bande d’insorti italiani, che dovevano calare dalla Svizzera sopra Milano?

Le avevano organizzate l’on. Rondani e gli altri rifugiati in Lugano, Lausanne ecc; l’on Morgari aveva valicato il confine per condurle in Italia; l’_Agenzia Stefani_ le aveva annunziate; tutta la stampa monarchica aveva protestato energicamente contro l’indegna repubblica elvetica, che non sapeva esercitare i suoi doveri di buon vicinato. È l’_Opinione_ di Roma — l’ufficiosa di tutti i ministeri — che dà il monito alla Svizzera; e Visconti Venosta rincara la dose con una _nota_ diplomatica.

Quanti erano gl’italiani delle bande? dove erano indirizzati? La stampa monarchica non esitò a valutarne le forze: da 500 a 5000; indicò la direzione o meglio la meta precisa: Milano. Questo è certo: le bande non penetrarono in Italia e non furono arrestate nemmeno dall’esercito, che in forza discreta venne scaglionato al confine per impedire l’entrata di questo pericoloso contrabbando.

In questa creazione delle bande svizzere c’era un nocciolo di verità, che fu ridotto alle sue giuste proporzioni sopratutto dalle risultanze processuali e dalle testimonianze delle autorità federali e cantonali — Camuzzi, Bernasconi, Primavesi e Rupa. — Le notizie false ed esagerate sugli avvenimenti di Milano avevano messo il fermento nella numerosa colonia italiana in Isvizzera; i primi esaltati socialisti — poco più di un centinaio — mossero verso il confine; vi arrivarono in _dieci_; non avevano nè armi nè denaro; mancavano di pane e di vestiti... (_Deposizione del Consigliere di Appello Primavesi, giudice istruttore in Lugano_. Udienza del 29 Luglio). Verso il confine potevano arrivare più numerosi; ma ciò fu impedito dai telegrammi, dalle lettere, dai consigli e dalle preghiere degli on. Morgari e Rondani e dell’avv. Tanzi. Rondani e Tanzi rimasero in Isvizzera. Morgari rientra in Italia, di nulla diffidando come chi ha coscienza di aver fatto doverosa opera di pace; ma n’è punito col carcere preventivo e col processo e dovette sentirsi ascrivere a colpa dal Tribunale Militare l’influenza esercitata nello scongiurare un tentativo d’invasione. Punito come Zavattari!

E siamo alle barricate. L’Italia e l’Europa seppero che a Milano i tumulti si erano trasformati in vera rivoluzione; tanto che vi erano sorte le barricate come a Palermo nel 1860 e 1866; come a Vienna, a Parigi, a Berlino, nella stessa Milano nel 1848 ecc.

La notizia, se anche vera nella sua essenza, non doveva lasciarsi circolare perchè non poteva non esercitare una influenza eccitatrice; e il governo che sopprimeva giornali e telegrammi che dicevano la verità poteva impedire la trasmissione dei dettagli di queste barricate; doveva almeno ridurle a quello che erano in realtà. Che fosse necessaria la riduzione è evidente.

Si sa dalla breve cronaca che barricate erano sorte in vari punti della città e nei tre giorni di conflitto. Stando al _Corriere della Sera_ (N. 125) rinforzato dalla _Perseveranza_, queste barricate dovevano essere una cosa molto seria la cui espugnazione avrebbe dovuto costare molto sangue alla truppa, se fossero state il prodotto _di una rivolta preparata con tutta la calma, mentre la truppa era impegnata in altri punti della città_ e non l’episodio di un tumulto improvviso. Queste barricate costituivano, secondo i giornali delle reazioni, una _fortezza_ nel punto in cui s’incontrano corso Garibaldi, via Moscova e via Statuto; e ne avevano altre di _rinforzo_ in altre vie collaterali. E la _Perseveranza_ del giorno 8 scrisse che il giorno precedente soltanto a Porta Garibaldi vi furono tredici barricate _sapientemente_ costrutte e _tenacemente_ difese.

Chi conosce la storia delle barricate vere nelle varie rivoluzioni di Europa si attende uno svolgimento tragico. E ci fu la tragedia; molti cittadini lasciarono la vita o furono feriti _presso_ le barricate; non ve la lasciò alcun soldato o ufficiale.

Un criterio veramente infallibile sulla entità di queste barricate l’abbiamo nei processi e nelle condanne del Tribunale Militare. Il 31º processo, ad esempio, per le barricate, per così dire premeditate — quelle del _Corriere_ — di Corso Garibaldi e Via Moscova avrebbe dovuto presentare il maggiore interesse e i più gravi accusati. Invece tra i quindici condannati la maggiore pena inflitta fu di un anno e mezzo di reclusione. Una vera miseria per difensori di barricate, che si suppongono presi colle armi in mano; ai preparatori ideali della insurrezione si appiopparono sei, dieci, quindici anni di reclusione!

Non a Milano soltanto, ma dapertutto le risultanze processuali sono riuscite a smentire le menzogne della polizia sulla gravità dei fatti. Così i _delitti_ dei cittadini di Sesto Fiorentino, che condussero ad altro piccolo massacro, furono così terribili, che le pene inflitte ai colpevoli dal Tribunale militare di Firenze non raggiunsero i _sei mesi_ di carcere!

La verità è diversa da quella che si vorrebbe dare ad intendere per il decoro e per la serietà dei conservatori, dei generali e dei Ministri del regno d’Italia. Queste famose barricate non rappresentano che una specie di esercizio sportivo dei ragazzi e dei dimostranti; erano poco consistenti e mancavano del requisito principale: mancavano di difensori. Si espugnavano senza alcun pericolo, senza fucilate e senza cannonate: a colpi di scudiscio. Erano una parata da teatro che non meritava il sangue di cui furono bagnate. Se i processi e le pene non bastassero per giustificare questo giudizio, ci sarebbe una prova strana — in un certo senso anche umiliante: furono tranquillamente fotografate e dalla parte, naturalmente, nella quale stavano gli assalitori....

Veniamo all’ultima invenzione sbalorditoia: alla resistenza degli insorti ed alla breccia aperta nel Convento dei Cappuccini.

Per giustificare questo ignominioso episodio, s’inventarono rivoltosi e combattenti all’Acquabella e altrove. Nello stesso intento la _Perseveranza_ del giorno 10 Maggio narrò che uno squadrone del reggimento cavalleria Milano, appena arrivato da Lodi, veniva lanciato fuori Porta Monforte e riusciva a prendere alle spalle un _gruppo di riottosi, intimando la resa, minacciando la carica colle lance_; e il gruppo si arrese: i 150 circa, che lo componevano, erano la =più parte armati di rivoltella e altri di coltello=; Falso, falso, falso!

Affare grosso quello dei Cappuccini! Infatti, dice la _Perseveranza_, gl’insorti, inseguiti lungo i bastioni, continuarono a sparare e ripararono nel Convento dei Cappuccini invadendolo e _trincerandovisi fortemente. La truppa dovette snidarli mediante un vigoroso fuoco di fucileria. I soldati poterono accerchiare l’edifizio e la chiesa attigua. Furono circuiti e_ =arrestati tutti i combattenti, che non riuscirono a salvarsi=.

Qui siamo in piena e vergognosa menzogna. Qui, come alle barricate, mancarono gl’insorti e i difensori dell’improvvisata fortezza; in loro vece c’erano frati caritatevoli, che vennero arrestati in vent’otto, e vecchi e vecchie mendicanti che erano andati a prendere la loro scodella di minestra e vi trovarono la morte.

La menzogna vergognosa viene confessata a denti stretti dal _Corriere della Sera_ (N. 128); più dettagliatamente dalla _Perseveranza_ (giorno 11) che sente il rimorso delle precedenti affermazioni e, forse, voleva farsi perdonare dai suoi buoni amici di una volta, i clericali. _La Perseveranza_ ci narra che la truppa _ignorava_ (_!?_) l’esistenza del convento e che si allarmò del movimento attorno al cancello — ed erano i poveri che atterriti dalle fucilate cercavano riparo in luogo, che, scioccamente, ritenevano sacro — ed aprì la breccia a colpi di cannone; è la _Perseveranza_ che ci narra che il Padre Isaia venne arrestato e _ferito_ — avrà ricevuto una medaglia il valoroso che lo ferì? — mentre lavava una ferita ad una vecchia....; è la _Perseveranza_ che riproduce dalla _Lega Lombarda_ la notizia della sorpresa che fece allibire il Prefetto Winspeare quando si trovò dinanzi quegli strani prigionieri: i frati cappuccini e i vecchi mendicanti!

Questo episodio dei Cappuccini di Monforte fu tanto enorme che l’Autorità Militare ordinò un’inchiesta; la quale dovette _spiegare_ l’errore di chi ordinò il fuoco e la breccia, ma non potè fare a meno di condurre alla liberazione dei poveri frati — avvenuta il 15 Maggio — che devono solo alle loro condizioni se non ricevettero i loro anni di reclusione anzichè le scuse umilianti di tutte le autorità. In questa liberazione sta, però, l’implicita condanna di autorità militari, che si mostrarono deficienti di tutto — specialmente di prudenza, di umanità e d’intelligenza — e che completarono i trofei raccolti nei giorni precedenti raccogliendo larga messe d’infamia e di ridicolo: infamia per avere ucciso dei poveri in cerca di pane; ridicolo per avere aperto la breccia in un inerme e pacifico convento, con cannonate che sono degne di essere messe alla pari con quelle contro i bovi del pozzo di Tata nella _gloriosa_ campagna contro Re Giovanni nel 1887.

Riassumo. La cronaca e le poche considerazioni esposte in questo capitolo dimostrano che cosa fosse la pericolosa insurrezione di Milano. Ci sono ancora altre prove schiaccianti contro coloro che inventarono pericoli inesistenti o li centuplicarono.

Queste prove vengono somministrate: dal numero dei morti e dei feriti tra i combattenti; dalla natura della morte e delle ferite tra le truppe; dalla condizione delle vittime tra i cittadini.

Con insistenza meravigliosa, nella cronaca delle luttuose giornate di Maggio, dai giornali si narra di fucilate e di colpi di revolver partiti dalle barricate e dalle finestre delle case vicine. Ma da tutti i processi non si potè apprendere che nelle case immediatamente visitate dalla polizia e dai soldati si siano trovate armi da fuoco e combattenti. Se combattenti colle armi in mano si fossero trovati sarebbero stati certamente fucilati. E non mancava l’animo al generale Bava Beccaris di farli fucilare — a lui che avrebbe già voluto far passare per le armi l’onor. De Andreis, cui si trovò in tasca un terribile esplodente: un progetto per la illuminazione elettrica.

L’inchiesta sulla breccia dei Cappuccini avrebbe dovuto condurre alla scoperta di queste case, che davano asilo agli insorti omicidi — di queste case cui il Regio Commissario straordinario consacrò uno dei tanti suoi balordi proclami.

Ma guardate, fatalità: durante l’assalto dei Cappuccini si va ad esplorare una casa dalla quale si supponeva che si fosse sparato; e in quella stessa casa si conduce, per farlo curare, un ufficiale ferito in via Moscova! Almeno a Napoli trovarono da condannare la disgraziata complice di uno studente, che sparò da una casa, ma che fu assolto... per non provato reato. A Milano nulla!

Se gli insorti spararono per tre giorni di seguito in tanti punti, tra i soldati avrebbero dovuto essere numerosi i morti e i feriti per arma da fuoco. Ma la forza non ebbe che due morti; la guardia di Pubblica Sicurezza Viola e il soldato Grazia Antonio Tommazzetti. Il primo venne ucciso da una scarica della truppa; il secondo _non si sa_ (_?!_) _se venne ucciso per arma da fuoco o per una caduta di comignolo sul capo_. Così il _Corriere della Sera_ (N. 130). C’è anche chi afferma, che venne ucciso da un ufficiale perchè negavasi di far fuoco contro i cittadini; ma la voce non è accreditata.

Di più. Il _Corriere_ dà nello stesso numero l’elenco nominativo dei soldati ed ufficiali raccolti negli ospedali militari; tra ventidue feriti, _due_ soli lo furono per arma da fuoco; _tre_ da coltello; gli altri presentano ferite lacero-contuse o semplici leggere contusioni. Le lesioni più gravi sono per rottura dei malleoli per caduta dal cavallo. E chi garantisce che i _cinque_ non feriti da arma contundente non siano vittime dei colpi della forza, che sparava e caricava all’impazzata? C’è da sospettarlo: il _Corriere_ (N. 132) infatti constata che il soldato Malinverni ferito da arma da taglio _lo fu dalla bajonetta di un commilitone_ contro il quale urtò accidentalmente nel parapiglia!

Non ci potevano essere, come non ci furono, feriti d’arma da fuoco e da taglio tra i soldati perchè i terribili insorti di Milano — donne e fanciulli in massima parte — possedevano ben curiose e allegre armi. Il _Corriere_, la _Perseveranza_ e gli altri giornali non videro che cappelli, fazzoletti, bastoni.... e sciabole di legno da bambini. Contro la forza furono scagliati sassi e — inorridite! — un pajo di scarpe.

E che in Milano ci fossero armi più serie lo si vide dal numero dei fucili che vennero portati al Comando Militare quando venne l’ordine del disarmo.

Ma siccome giornali ed autorità parlano con tanta insistenza di colpi di arma da fuoco.... che per tre giorni di seguito in molti punti non ammazzano nè feriscono, bisogna ricorrere ad una curiosa ipotesi: che gl’insorti sparassero a polvere, per intimorire la forza e costringerla a retrocedere amichevolmente. Ma non erano a polvere, però, i colpi di fucili e di cannone sparati dalle truppe; se ne ha la prova dolorosa nella loro micidialità. Intorno al numero dei morti corsero — anche sulla _Tribuna_ — delle esagerazioni: si parlò di 800, di 300 morti. Accettiamo la cifra officiale, benchè ancora discussa: circa 80 morti e 450 feriti.

Se gli uccisi, se i feriti fossero stati insorti veri, anche se armati di scarpe o di sciabole di legno, avrebbero meritato la loro sorte; ma invece «alla statistica dei feriti e dei morti hanno dato una straordinaria percentuale i _curiosi_, gl’_imprudenti_, i _disgraziati_....» Questa la confessione del _Corriere della Sera_ (N. 127). La _Lombardia_ (N. 126) riferì il giudizio di un professionista indignato che nel sobborgo S. Gottardo si fosse sparato non contro bande di rivoltosi, ma contro casigliani _endimanchés_ =curiosi= e che non sapevano stare in casa in un giorno di primavera. E le cannonate? Non è vero, dice lo stesso professionista, che quelle a mitraglia siano state precedute da quelle a polvere; o almeno l’intervallo di pochi minuti tra le une e le altre toglieva qualunque significato di avvertimento alle ultime. Che più? È la stessa _Perseveranza_ che riconosce che sparasi contro le finestre dalle quali affacciavansi, _curiosi_; e aggiunge che a Porta Garibaldi, a Porta Ticinese, a Porta Genova, a Porta Vittoria, specialmente sul corso Loreto, tratto tratto le truppe dovevano far fuoco _per disperdere i curiosi_! (Numero del giorno 10 Maggio). La _ferocia_ dei combattenti di cui ci dettero notizia gli organi del Regio Commissario era tale che.... _assistevano i soldati caduti_. Ce lo fece sapere la _Perseveranza_ del giorno 8. In Italia, in questo triste quarto d’ora, non è lecito commentare come si dovrebbe l’insieme di queste note sull’_insurrezione_ di Milano; sarà lecito almeno di rilevare che dalle medesime risulta non essere stato mai in pericolo nel maggio 1898, nè la civiltà, nè le istituzioni; se pericoli corsero, nella peggiore delle ipotesi, l’una e le altre lo devono ai rappresentanti dell’ordine, i quali vollero ed eseguirono una carneficina non necessaria; e in politica niente è così disastroso e deplorevole quanto ciò che è inutile.

In Parlamento e fuori, coloro che difesero l’uccisione di oltre centocinquanta cittadini ed il ferimento di oltre un paio di migliaia, dissero, per attenuare la responsabilità degli omicidi, che lo Stato aveva agito per _legittima difesa_; ora, pur essendo generosi, non si può accordare che l’_eccesso di difesa_, che va sempre punita. La punizione verrà; ma dal Tribunale della Storia.

VIII.

L’OPERA DELLA REAZIONE

Qualunque sia stata l’importanza dei tumulti della primavera del 1898 e siano state anche semplicemente _sportive_ le barricate costruite in Milano e tentate pure in Faenza, a nessuno verrà in mente di negare al governo il diritto e il dovere di ristabilire l’ordine, che — bene inteso — è condizione vera di progresso e di libertà ad un tempo. S’intende perciò la repressione immediata, anche se riesca a ferire interessi legittimi e sentimenti alti e rispettabili; ma se ne deve discutere la misura. E nessuno dei pari vorrà negare la convenienza, la necessità anzi, di questa discussione; poichè in politica l’assoluto non esiste e la misura è tutto.

Se la repressione si arresta appena cessata la sua urgente indicazione, quella troverà poche censure e solleverà poche e fiacche proteste. Se la repressione continua quando è cessato il pericolo che la impose allo Stato, in nome del preteso diritto di legittima difesa, diviene reazione, che toglie a pretesto le sommosse e non si propone soltanto il ristabilimento dell’ordine.

Ancora: Della misura, e perciò della legittimità della repressione, si potrà opportunamente giudicare in seguito alla esatta valutazione dei fatti che la determinarono e delle cause di ogni specie che suscitarono i fatti stessi.

Questa conoscenza è indispensabile non solo per assegnare le rispettive responsabilità, ma anche per giudicare e prevedere quale sarà la efficacia dei provvedimenti presi — se riusciranno a mantenere lungamente quell’ordine che sta, almeno in apparenza, in cima dei pensieri dei governanti; e ad impedire, a più o meno lunga scadenza, la ripresentazione dei tumulti.

La semplice cronaca ci ha fatto già conoscere quale sia stata la loro entità; meglio e più completamente l’apprezzeremo al lume delle risultanze dei processi. Le quali saranno tanto più significative inquantochè i processi furono istruiti col minimo di regolarità procedurale e di garanzia nella difesa dei presunti rei e col massimo di severità nei giudici eccezionali, che conobbero e giudicarono dei reati. Queste risultanze, quindi, potranno peccare per eccesso; ma non si potrà sospettare che presentino attenuata la gravità dei fatti. Si può presumere anche la esagerazione, perchè in questa sta il tentativo, l’unica speranza di giustificazione della condotta del governo e delle classi dirigenti che lo inspirarono e spronarono nell’azione repressiva[12].

Senza anticipare le risultanze processuali e il giudizio che potrà desumersi dalla conoscenza delle cause delle sommosse, per ora continueremo la cronaca della repressione, mettendone in evidenza alcuni dettagli che servono a gettare sprazzi di viva luce sull’indole dell’azione del governo e delle classi dirigenti.

Nelle Puglie, dove i tumulti assunsero gravi proporzioni e furono accompagnati da episodi selvaggi, come quelli di Minervino-Murge, la repressione fu breve e non uscì dai limiti del dovere e del diritto di ogni governo di garantire a tutti l’ordine. Fu in parte merito del Generale Pelloux di non avere trasmodato; in gran parte si deve alla mancanza di stimolo da parte delle classi dirigenti che non sentono alcun pericolo politico e si accontentano dell’ordine materiale.

Mancavano le ragioni di provvedimenti che uscissero dall’ordinario a Napoli e nella sua provincia; dove la repressione pronta ed energica e non duratura al di là della durata degli insignificanti tumulti sarebbe stata più che sufficiente. La proclamazione dello stato d’assedio e la istituzione dei tribunali di guerra, quindi, vennero giudicate intempestive, capricciose, suggerite da preconcetti politici e da ricordi recenti — dal ricordo delle scene dolorose dell’Agosto 1893. Il lusso di cannoni e di cavalleria nelle piazze e nelle strade di Napoli, anche prima che venisse proclamato lo stato d’assedio, venne interpretato come un espediente, pericoloso sempre, per mascherare l’intrinseca e reale debolezza militare del governo. I provvedimenti, infine, furono tanto sproporzionati al pericolo temuto, che fu possibile sospettare che essi siano stati presi in odio ad una persona e ad un giornale invisi all’onor. marchese Di Rudinì e che non si potevano colpire sotto l’impero delle leggi ordinarie. Enunzio l’ipotesi, perchè più volte e da più parti ripetuta, senza nascondere che per quanto poca stima si abbia e per quanto poco stimabili siano i governanti italiani, essa non sembra credibile. Comunque, mi piace constatare che a Napoli, come nelle Puglie, mancò sul governo la pressione delle classi dirigenti in favore di una repressione trasmodante ed a suo onore ricordo, che il sindaco di Napoli, Marchese di Campolattaro, insistette presso il Ministero affinchè lo stato d’assedio, innocuo ed inavvertito per la cittadinanza, dannoso a quanti vivono dei numerosi forestieri e pericoloso solo pei Tribunali militari, venisse tolto al più presto possibile.

Altrettanto ingiustificato fu lo stato d’assedio in Firenze e in tutta la Toscana; odioso perchè fatto nell’interesse di una classe, o meglio di una ristretta casta.

Della assoluta mancanza di necessità dello stato dì assedio nella Toscana si ha la prova nella narrazione e nei commenti ai fatti che dette la _Nazione_, l’organo massimo dei conservatori toscani e che combatteva il Ministero Di Rudinì, perchè fiacco verso i partiti sovversivi; dei quali anzi lo diceva complice più o meno cosciente. La prova irrefragabile sta poi in questo: l’autorità politica che doveva giudicare sulla convenienza del provvedimento, il Prefetto di Firenze, nulla ne seppe ed apprese il decreto che lo esautorava e gli sostituiva un Regio Commissario straordinario, dal proclama che lesse uscendo da Palazzo Riccardi. Ed il prefetto era un militare ed un accorto uomo politico: il generale Sani. Questo episodio, che non ha precedenti, viene completato dalla punizione inflitta al comm. Minervini, Prefetto di Pisa, perchè si era rifiutato di sciogliere alcune società innocue che mai erano uscite dall’orbita della legalità; scioglimento imposto dal Generale Heusch in un momento di morboso furore reazionario.

A Firenze e in Toscana lo stato d’assedio e i conseguenti Tribunali militari, non giudicati necessari dalle autorità politiche locali, le sole competenti sulle misure opportune e sconsigliati dagli onor. Nicolini e Brunicardi, vennero chiesti ed ottenuti, dalle consorterie politiche locali, verso le quali il Ministero Di Rudinì, nella folle preoccupazione di superare in energia Francesco Crispi, ebbe il torto imperdonabile di mostrarsi condiscendente[13].

Lo stesso avvenne a Milano ed in Lombardia; dove almeno il Prefetto ed il generale comandante la direzione chiesero il provvedimento eccezionale, ma non fu concesso se non in seguito a telegramma del sindaco della capitale morale ed alle pressioni esercitate sul governo da una frazione del partito conservatore lombardo. I fatti di via Napo Torriani del giorno sei, cagionati più che altro dalla imprudenza e dalla cocciutaggine della questura, non avrebbero mai potuto giustificare la proclamazione dello stato d’assedio in una città come Milano; e l’insieme degli avvenimenti autorizza a sospettare poscia che la continuazione dei tumulti, sino alla breccia tragicocomica aperta nel convento dei Cappuccini, furono se non voluti e provocati, come qualcuno si arrischia a dire, certo comodi e ben venuti per dare parvenza di opportunità a misure eccessive e deplorevoli.

I mezzi adoperati dai conservatori toscani e da quelli Lombardi per trascinare il governo, bendisposto a lasciarsi trascinare, furono identici: la calunnia e l’esagerazione. Ma quest’ultima può trovare scusa nella paura grande e nei minacciati interessi; non la prima. Nel calunniare gli avversari e nell’esagerare i fatti, alcuni e qualche giornale non conobbero limiti di decenza: si vide la _Perseveranza_ farsi la denunziatrice sfacciata dei giornali democratici, fraintendendo, sino a disonorarlo, l’ufficio della stampa[14].