Part 8
Stavano a guardarla con un senso di dolce ammirazione, la creatura bella fatta di amore e di grazia. Ell’era un po’ gracile, ma viva di sentimento, come gigli, come palme chiare sull’alba. Due grand’occhi brillantini che parea cantassero in sè, per loro intima vita esuberante, compendiavano il sorriso di tutte le cose, la vita di tutte le vite; ell’era l’immagine chiara della virtù dell’amore. Figlia della selva, creatura di una forza serena; come una fonte fra alberi chini allo specchio dell’acque, l’anima sua rifletteva le forme e gli aspetti delle cose.
Un tralcio d’abelmosco fra i capelli, il fiore di cui i serpentelli odoravano e i ricci e le macchie aspre di pruni; un non so che di bestino che dava l’ebbrezza di un sottile licore e il ricordo della gaia vita in libertà e le malie strane della selva, come d’invisibili esseri allettanti fra qualche macchia per pungere nella seduzione di un riso. Ell’aveva i capelli quasi capreoli selvaggi intorno a tutto il capo, in rapide volute, non lunghi ma folti, come un cespo di capreoli; una corona a un viso perfetto. Era sua eleganza e bellezza quell’insieme d’incolto e di selvatico che la riaccostava alla semplice natura di cui era diretta figlia; senza artifizi, per la mancanza di ogni cura, era manifesto in lei il gran tesoro della semplicità che la faceva ricca di mille grazie.
Ell’era la prediletta, come fra i biodi si eleva una ninfea.
A lei toccava il miglior boccone; una povera mano ama spesso di coltivare un rosso geranio sulla finestra disadorna, Maria come l’umile pianticella, metteva un sorriso ove fosse, onde altri viveva della sua vita, altri di lei necessitava come d’aria, degli elementi sostanziali alla salute e alla virtù, altri trovava il suo Dio in lei.
Chi avrebbe avuto il turbine di una passione veemente, s’ella guardava con que’ suoi occhi esprimenti: — Io posso addormentarti nel riso — come mani scorrenti fra i capelli in carezza di pace. Vicino al mare, ne’ calmi mattini, l’anima si piega così alla volontà del gran sereno, e il fascino di una immensità può racchiudersi nel breve spazio di un viso per la calma immensità di uno spirito. Alcuno che tema la morte può chiamarla con desiderio; alcuno che maledica la vita può dire: — Benedetta sia dal primo dì della luce. — Natura si compiace di esaltare le sue maraviglie in aspetti molteplici; natura, dagli stessi spiriti, plasma differenti forme, e vi diffonde e vi aduna con prodigiosa potenza, da un esigua cosa ad una eternità di spazio, dando gli stessi principi di forza a due aspetti e racchiudendo in un seme le meraviglie di un mondo. L’amore nella sua virtuale espressione, è pur sempre il principio di tutte le attività umane ed universe.
Maria era un’umile creatura, il frutto del ramo più esiguo, che aveva meno copia di linfa per nutrirlo, ma che pur tuttavia, dava con amore tutto ciò con virtuosa abnegazione d’altri germi; così egli cresceva umile e piacente per benevolenza d’altrui.
Ora stava Maria aspettando; era sul suo viso un viola pallido diffuso, taceva sorridendo. Rosa la guardava come volesse adornarla di qualche ricchezza, pareva che la madre uscisse dal suo idiotismo per la figlia più esile e più bella. Ella forse nella sua fanciullesca semplicità, la pensava una nuova principessa di fiaba, sicchè le disse:
— Lo vuoi il nostro pane?
E Maria alzò gli occhi sereni:
— Ma sì, chè ho tanta fame.
Rosa le posò una mano sui capelli folti; poi Michele si levò per divedere il pane fra i figli.
Ebbe la prima parte Maria, le disse:
— Basta?
Rispose la fanciulla:
— Sì.
Alfonso, Masino e Luigi vennero poi tendendo la mano e tutti si assisero nell’ombra presso a Maria. Mangiarono in silenzio; poi che ciascuno ebbe finito, riprese il suo sentiero di fatica, chi al monte, chi alla valle, senza augurio nessuno. Il giogo ancora li premeva costringendoli al silenzio.
Maria alzò la voce quando trasse le pecore dall’ovile, ella sola gridò:
— Addio — e si avviò cantando un rispettuccio garbato.
II.
Dette suoni di crotali e sistri, l’antica selva mossa dal vento; molte quercie scamozzate stettero come fauni e satiri dai piedi forcuti, dalle dure faccie aspre e desiderose di carezze sapienti, irrigiditi in qualche suprema libidine. Questi, con le braccia monche, eran nella selva, come le erme di qualche antico giardino d’amore; ancora in atto d’invito stavano, ritorti in un delirio di folli grida, in uno spasimo di tutte le membra sotto l’oppressione di una corsa, di un violento possesso. Gli occhi bislunghi ebbri di tutta la bestialità umana, le sottili bocche piegate ad arco in un ghigno di selvaggio potere. Così, immobilizzati nel tempo sulla dimora di una vincitrice driade, a scherno della loro insaziabile concupiscenza. L’edera ancora fra le brevi corna strisciava, lasciando ricadere le sue foglie a ghirlandetta sul viso nerastro, folto di peli crespi.
La selva ebbe molteplici suoni, fino alla sommità del monte si estesero, intrecciandosi in confusa euritmia. Il suono di un campanaccio scese da’ pascoli lontani, da un masso pullulò una fontanella limpida gorgogliando.
Maria condusse le pecore a brucare l’erba nuova; si aprivano bocci ad ogni suono, ogni zolla fioriva in una chiazza di sole. Maria andò fino alla costa verso l’opposta valle, il giorno era forse un po’ caldo, un po’ stanco; passarono fremiti nelle ondate del vento.
Ella sentì di godere in una carezza, un’avviluppante carezza di tutte le cose vibranti quasi con violenza.
Le voci umane avrebber tremato in quell’ora, o abbassandosi fioche si sarebbero spente in silenzi pieni di promesse. Ella si guardò una piccola vena nel polso tremare come di brividi di cui l’anima era incosciente.
Ben diceva il rispetto:
— _Li ho visti dei limoni acerbi stare_ _e maturarsi per amor di sole._ —
poteva esservi intorno cosa che non dovesse esser violata nella sua acerbità?
I pruni davan le bacche selvagge e l’aspra verginità de’ frutti era violentemente maturata dal sole nella possessione universa. Qualsiasi cosa si addolciva; prendevan colore così i frutti sulle alte rame; un desiderio di darsi a quell’ampio abbraccio, di essere compreso in quella corsa gioiosa verso la maternità, verso il confine della vita per il tramite del piacere, era in qualsiasi materia viva de’ due regni.
Il sole segnava mirabilmente nel suo alto cammino l’evolversi delle cose. In lui, per lui tutte le vite in atti molteplici e conformi si spegnevano per risorgere; egli era ne’ cieli l’immagine di un ineluttabile ciclo di azioni.
Stette dritta e spoglia un’acacia; dal tronco e dai rami aridi, numerosi si dipartivano gli aculei a cono, rossastri come per sangue aggrumato e per ruggine, rigidi, gettati nella materia più solida e infrangibile. Sotto al sole la pianta magra e forte dava un’ombra senza intrichi.
Ell’era morta, la linfa, dalle radici profonde non più saliva pei tessuti in flussi rapidi e costanti; era morta e diritta nella sua minaccia. Priva di verde il suo aspetto arcigno le dava una apparenza quasi di nuova vita, attorno a lei non eran fiori; ma bensì, siccome il sole tutta l’avvolgeva, su di un ramo si era placidamente avvolto un serpentello. Stava col capo e la coda penduli, immobile nel torpore di tutto il suo essere soddisfatto. L’immagine fu piena di vita sotto il sole fecondatore.
Maria passò e non temette; gli innocui serpentelli sibilavano fuggendo spaventati all’appressarsi delle sue pecore.
Sentì sotto i piedi umidi la terra calda: un contatto come di mano rude e callosa a volte, a volte aveva la morbidezza delle mani più candide.
Vide un reattino posato su di un ramicello; per il suo appressarsi non fuggì, cantava sotto voce, un filo esilissimo di note tramate intorno ad un pensiero calmo; fra pause continuava il suo canto gonfiando la gola, tutto raccolto, socchiudendo gli occhi di berilli.
Incontrò una vecchia che tornava con una bracciatella di stipa, aveva sulla fronte come delle stimate antiche, e però ella veniva muta guardando la terra, nè disse augurio a Maria.
E sull’alto dei rami stridevan le cicale dalla voce legnosa, tremula, inesauribile. Qualcuna ebbe come singulti chè cadde preda di qualche passero vorace.
Invero era come un invito d’amatori sotto la caldura. Fra i più spessi cespugli stava il colore stanco dell’erbe morte. Passavan scendendo dall’alto sibilii come di corse veloci fra i rami, inseguimenti di satiri, sibilar di freccie da qualche bianca mano di purissima Diana.
Maria andò sorridendo fra le piccole labbra, con un visuccio che pareva un maggio. I piccoli seni fiorivano sotto alla veste, premevano desiosi delle prime carezze; due frutti dell’orto nuovo, eran come due frutti rosei della rama d’amore dei cantamaggi. Ell’era bensì trascurata nella veste, ma questa fioriva per la grazia della sua bellezza. Le brune mani stringevano un’esile verghetta con la quale dirigeva il cammino delle pecore. Ell’era lenta e pensosa di qualche cantata udita dalla bocca di un compagno, fra valle e valle.
— _In quel lettuccio dove dormi sola_, _senza piacere e senza pensamento_. —
E però il suo volto stava fra un dubbio e un sorriso sogguardando dagli occhi larghi verso le cime.
Ben soleva nel meriggio udirsi una voce lontana forte e chiara nello strano canto a gorgheggi di gola aiutati con la mano appoggiata sulla laringe. Un canto ove la voce parea sdoppiarsi in gruppetti ed in appoggiature rapidissime, che davan la sensazione non già di una voce umana, ma del suono di qualche silvestre istrumento adoperato con grazia. Un modo di canto non udibile se non fra i monti. I pastorelli lo chiaman =_lulù_.=
Maria aspettava le prime note per riprendere nella rifiorita il motivo atto alla risposta sagace. Pertanto arrestò le pecore e si sedette a riposo all’ombra.
Pensò le dovizie dei mari; pensò le meraviglie di quel lontano incantesimo, giacchè dai monti eretti, non si scorgeva il mare se non come oro ed argento scintillanti, liquidi e vivi per potenza di sole. Vicino a lei riluceva una piccola gora, un laghetto in una radura, un occhio eternamente vigile e limpido ma pieno di stupore.
Ella vide le alborelle chinarsi con pieghevolezza, con amore verso qualche allettamento; tremavano que’ brevi fusti, snelli come dorsi di giovani giumente; qualcuna da un breve ramo troncato gemette goccia a goccia un liquido chiaro.
Maria appoggiò il capo al tronco della quercia, la sua gola rimase scoperta, vi passò il vento tepido come una carezza lasciva. Socchiuse gli occhi, tutto fu più chiaro e più limpido, come più lontano però: vide le particolarità più minute, la più piccola piega di un ramo; il celeste biancastro del cielo non era più così grave, le parve di essere entrata in una grotta e di provarne quasi la sensazione della frescura. Vide un inseguimento: due passeri cinguettarono rincorrendosi, si persero fra i rami, passò come un pispiglio di piacere. Sentiva la vita, la rapida e intensa vita delle ore calde e non ebbe altro desiderio se non quello di rimanere così in quella specie di gioia e non far atto che la destasse. Le bianche palpebre scesero a velare gli occhi, questi luccicarono, per piccolo spazio, nerissimi e lucidi in un’ombra viola del viso, ebbero essi stessi un’ombra viva e forte nel breve volto ovale ove non era una bogia.
«_Vattene bella, vattene a dormire:_ _il letto ti sia fatto di vïole:_ _al capezzale ti possa venire_ _dodici stelle e tre raggi di sole_...»
Nella mente le fiorì la dolce serenata. E ancora:
«_In quel lettuccio dove dormi sola_ _senza piacere e senza pensamento_...»
Udì nella mente la voce sola dell’amatore e le riprese del coro in intrecciamenti di terza e l’armonia soave l’avviluppò come in un abbraccio. Sorrise e guardò intorno con gli occhi intensamente animati di vita.
Quando, un lieve sibilo le giunse, poi una chiara voce, come d’argento, cantò due versi cogniti alla sua memoria:
«... _Anzi per chi ti vede e chi ti sente_ _la primavera non finisce mai_...»
Sorse in piedi d’improvviso e guardò fra le rame scrutando.
Poi alzò le braccia per sentir quasi più attivo il suo essere e rispose con un gorgheggio di gola.
Gridò la voce prossima:
— Maria, Mariella.
Ella ancora gettò all’aria le poche note biricchine nè si mosse.
Il giovane venne di corsa.
— T’ho trovata, t’ho trovata!
— Mi hai cercato molto tempo?
— Nella valle, fino al Buco d’Inferno; ai piedi di monte Colombo. Sentivo qualche campanella sul monte e gridavo; molti si son presi giuoco di me, lo sanno anche gli alberi che ti cercavo.
— Hai caldo?
— Così.
— Siedi.
Egli la guardò con grazia:
— Non sono stanco, no, tu mi dai lena.
Si appoggiò ad un tronco con le mani incrociate dietro alle reni e stette a guardarla con fissità, ella si avvicinava tracciando archi sull’erba con la verghetta esile ed elastica.
— Sai, disse lui, Giovanni è partito.
— Per dove?
— Non so. Ha detto che passa il mare, e va in un paese lontano.
— Non tornerà più?
— Forse tornerà, vuol far quattrini.
Disse ancora dopo una sosta:
— Voleva che anch’io andassi.
— Tu?
— Sicuro, e mi sarebbe piaciuto.
Ella arrossì e chiese con breve voce:
— Perchè non sei andato?
Egli le si fece accosto, accosto:
— Per te.
E ancora.
— Ti voglio bene, sai!
S’incrociarono le due parole come due raggi di luce, ella ne sentì il piacere e nello stesso tempo il suo cuore tremò per la soverchia dolcezza.
Non trovò una vibrazione di voce che potesse mormorare una frase di assentimento, ma egli ben vedeva che anche nel silenzio tutta la sua persona, tutta sè stessa con veemenza assentiva, godeva, aspettava quella dolce parola.
Stettero con un po’ d’imbarazzo, poi siccome ella si sentì un po’ stanca (le parve di aver camminato per i sentieri più ripidi, verso le vette bianche, le sommità votate alla pura neve) disse:
— Sediamo?
Egli acconsentì. Sedettero accanto. Ancora egli novellò del mare, il fratello di Giovanni l’aveva traversato due volte.
Così la sentiva vicina, pulsare come una giovane canna presso acque, nella sua mente s’infiltrò il turbamento invadente dell’ebbrezza. Aveva come volontà di sorriso, eran ne’ suoi muscoli contrazioni spasmodiche involontarie, in fondo agli occhi suoi era un sogno ardito, una volontà quasi incosciente, forte per tutta la materia viva, per il rapido sangue fluente per le vene con ardore di febbre.
— Ci sei mai stato al mare?
— Sì.
— È bello?
— Sì; non ha fine mai.
Ella rimase con istupore; dopo una pausa sussurrò:
— Mi piacerebbe andarvi.
Il sole le passò fra i capelli.
Egli le si gettò ai piedi.
Maria sorrise ancora e siccome gli occhi di lui si socchiudevano disse, ma la voce non era chiara.
— Hai sonno? Sogni?
Il giovanetto rispose:
— Sì.
Poi le tese una mano:
— Vieni dormiamo.
E rise dando la faccia al sole. Ella si chinò verso lui e si baciarono.
Dall’altra costa del monte si udì la campanella di una greggia e una voce cantare:
«_Bella che state in una stanza d’ambre,_ _in d’una piccol sala di moneta,_ _le vostre carni son di latte e sangue,_ _le vostre vesti, filaticcio e seta_...»
Disse il giovane ridendo con le braccia tese:
— Rispondi rispondi rispondi!
Ella si tacque e si appoggiò tutta su di lui chinando il capo.
Il cielo parve abbassarsi, bianco, come tutto un drappeggio di veli, passò la voce stridula e continua delle cicale.
L’estate, l’estate piena, vibrante, possente, fu su di loro estrema forza di fecondazione.
La volontà della madre natura s’impose.
E gli adolescenti si chinarono alla vita palpitando di sorrisi, ma pallidi quasi per morire.
III.
Passò un autunno senza pampini, un autunno senza grida di vendemmiatrici, senza ronzare spesso di pecchie a torno al dolce mele dei chicchi rubelli. Cominciò la triste malattia dell’inverno e tutto lentamente declinò, tutto s’impresse delle stimate dell’agonia, se non qualche cipresso, oscuro come le tenebre più spesse, che vegliò quasi a guardia della morte.
V’eran de’ sentieri che avean l’ombra, de’ sentieri nascosti e custoditi da una dovizia di messi inusitata: ora scricchiolavano per il palpito di uno spesso tappeto vegetale. La terra si denudava mostrando lo scheletro triste, antico e convulso per vulcaniche eruzioni, come smosso da titaniche braccia con pazzo furore.
Poi che i succhi vitali si esaurirono, fu un lento discolorire, un passaggio al silenzio, di ombre esauste.
Il verde, diffuso come da mani di alba, scomparve; qualsiasi apparenza che potesse significare un conforto della terra, scomparve; le case si videro pei monti, fra ghirlande di nude rame, giacersi chiuse senza apparente vita come vani abituri di fantasmi.
Una nota grigia dominò dal granito alle case, alle nude rame, ai campicelli nudi su qualche breve costa. I botri erano grigi per riflesso di cielo, nel Buco d’Inferno gridava, il fiume inabissantesi, come per continuo delirio di spavento. La sensibile animazione umana della primavera, dell’estate, ora si taceva; i luoghi s’irrigidivano alti ed oscuri, tetri come nell’effigie di un terribile destino invincibile ed universo. Parea che tutta quella scomposta sovrapposizione di massi granitici, nella titanica mole, costringesse l’uomo all’umiltà, alla schiavitù della forza, brutalmente.
Cominciò un pellegrinaggio triste, di miseria, verso i piani che dalle sommità si scorgevano, come mari tetri e densi di acque oscure, quasi spaventosi. Le greggi partivano non avendo pascolo alcuno e gli uomini pure; all’ombra delle case, con qualche sostentamento per l’inverno, rimanevano le donne, sole per la lunga stagione.
Michele come gli altri doveva partire la veniente sera, coi figli. Forse qualcuno di essi sarebbe rimasto se Rosa fosse stata sola, ma c’era Maria ed ella avrebbe avuto cura della vecchia ebete.
Quell’abbandono temporaneo era abituale, avveniva tutti gli anni, lo stesso giorno, all’ora stessa, nelle identiche condizioni; quasi le parole, gli atti si ripetevano con la stessa grave sobrietà, tutto si racchiudeva in un periodo breve di azioni ripetute senza un sensibile disturbo di cuore, come con indifferenza brutale, ma l’apparente calma celava un tragico sconvolgimento.
L’uomo si affeziona ai luoghi ove ha sofferto, forse con maggiore intensità d’affetto che non abbia pei luoghi di gioia; avviene infatti che si sperperi qualche parte di sè stessi nel piacere, mentre nel tormento pare che l’anima, racchiudendosi, si amplifichi e si raffini ed abbia maggior coscienza di sè, così che noi ci troviamo più chiari e più sensibili nei luoghi che hanno perpetuata una disperazione della nostra esistenza, anzichè in soggiorni di delizie, ove le maggiori volte l’anima nostra fu assente.
Quella casa era come la sintesi di tutti i triboli, in lei, ora per ora era segnata una continua persecuzione, metodica, quasi organizzata con finezze crudeli; la fame, la miseria, il tormento dell’avvenire, tutte le paure della morte, tutte le disperazioni dell’amore paterno e filiale, tutti gli affanni di precoci intelligenze, tutte le imprecazioni di una forza paterna insufficiente alla vita delle sue creature; l’istupidimento per il male, la follia per la miseria, ma pure l’anima vi era avvinta, l’anima vi era costretta da dolorose sensazioni sicchè ne scaturiva uno scoramento triste per l’abbandono, un muto dolore, una recondita vena di pianto nei silenzi del pensiero che parola non avrebbe manifestato mai.
L’antica lampada d’ottone arse appoggiata su di un boccale rovesciato in mezzo alla tavola, il lucignolo crepitò ed i visi scarni dei parenti si oscurarono e s’illuminarono a vicenda.
Il riso della vecchia Rosa era perenne e sotto quella luce opaca, parea scoprisse il teschio della magra creatura; ella stava con gli occhi socchiusi e il capo sulle braccia posate sul tavolo, sotto le palpebre luccicava un non so che di acquoso ed incerto; le mandibole per una lenta paralisi si muovevano come se continuamente frantumassero cibo e la pelle strisciava sulle ossa e stirandosi disegnava quasi la cavità orale. Maria aveva appoggiato il capo al muro, stava così in abbandono in un ardito scorcio perfetto. Il corsetto slacciato lasciava, oltre il collo, scorgere la linea bianca e pura del primo seno.
Gli uomini finirono il loro pasto; poi Michele si alzò e disse:
— Figli, è l’ora; la strada è lunga, fate presto.
Rispose ciascuno d’essi:
— Vengo — e si alzò lentamente.
Stettero in mezzo alla stanza per rammentare gli oggetti da prendere, ciascuno si caricò di un piccolo fardello e furono pronti.
Michele si rivolse alle donne, Rosa si era alzata, Maria no, parve non avesse inteso. Michele le disse:
— Maria abbi cura di Rosa, non la lasciare mai, essa è come figlia tua, fai tu da madre. Stette un poco pensoso, poi più sommessamente riprese:
— Non accostare uomo e tieni all’onor tuo che è la sola dote che tu possa avere.
La ragazza aveva alzato il capo e lo guardava dai grand’occhi aperti, come sbalordita.
Egli fece un passo verso la porta poi si rivolse e con lentezza strascicò la parola d’augurio e di saluto.
— Addio.
Rosa scosse il capo ridendo.
— Addio addio addio... — agitava le mani scarne brancolanti per l’aria scompostamente.
I figli ripeterono la stessa eco, poi nascosero il volto nella mantella ed uscirono senza rivolgersi. La porta si rinchiuse, si udì qualche scalpiccio, ma non più ritmo di voci.
Rosa girò per la stanza, scosse le vesti, si passò le mani sui capelli e sulla bocca, girò il capo intorno lentamente come cercando un pensiero in uno scompigliato mare di tenebre, poi si accostò al focolare, ne smosse la cenere con le mani e su qualche tizzone che apparve soffiò gridando:
— La cena la cena la cena.
Maria si scosse, strinse gli occhi, si raddrizzò e chiese improvvisamente con un impeto nella voce tremante:
— Mamma, dov’è il babbo?
Rosa si volse, tacque e un attimo il riso scomparve dalle sue labbra scarne e le mandibole cessarono di masticare, ma come permanenza tenue della follia, sussurrò una volta ancora:
— La cena.
Maria più forte, con maggior eccitazione, accostandosele chiese:
— Il babbo, il babbo, dov’è il babbo?
Rosa la guardò rizzandosi presso lei, stette un poco in silenzio, poi tese un braccio verso la porta e scosse il capo.
Fu un attimo nella sua mente, chè dopo gli atti incomposti la ripresero, ma nell’attimo, per le sue guancia scesero lagrime coscienti.
Maria intese, corse verso la porta, l’aprì, si sporse nel buio e gittò al vento il suo grido, reiteratamente, con energia inesausta:
— Babbo babbo babbo?
Rispose qualche eco, qualche lontananza ripercosse il suono, la fanciulla capi l’inutilità della chiamata, sicchè ritornò e con ispasimo incrociò la mani sulla fronte, le mani fra i capelli, si piegò quasi costretta da tormenti, il viso tutto si contrasse nell’imminenza di un attacco di pianto; salì un grido sordo, profondo, salì a piccoli scatti aumentando potenza, finchè nello schianto del completo singhiozzo irrompente si abbattè sulla tavola come folle, gridando per ogni voce rotta:
— Babbo babbo mio, babbo...
Rosa la guardava presso il focolare, con le mani pendule ai fianchi; senza tremiti. Ad un tratto come un automa le venne vicino, l’avvolse in un abbraccio e borbottò fra il riso e i singhiozzi, con accenti tragici:
— _Ninna, nanna,_ _la bambina è della mamma,_ _ninna nanna,_ _ninna nanna._ —
IV.