L'antica madre

Part 7

Chapter 73,832 wordsPublic domain

Per fruscii che strisciarono fra i cespugli; per foglie che si smossero tremando; per colpi, quasi passi vicini o allontanantesi in invisibili sentieri, non alzò il capo, nè figurò alcuna tema, andò aguzzando l’occhio, sempre curva per ben vedere, movendo passo a passo con lentezza.

Erano anni ch’ella così usava. Aveva raccolto tant’erba e fiori da farne montagne. La sanguinaria unita alla quattrinella avrebbe prodotto un utile filtro per le malie.

Andò borbottando qualcosa, parole sconnesse: fu come il mormorare dei pini al vento, come il passare di qualche corrente nascosta nell’ombra più cupa. Disse: — Innocenzo — e cantò piccole note intorno al nome ch’ella amava coprir di ghirlande. Intese l’anima sua, e qualche Dio che vide nell’oscurità. Parlò così, rivolta a terra, bestia che fiuta e raccoglie e par tutta compresa nell’opera della scelta.

Man mano si avanzò verso il folto, epperò sempre più diminuì la luce, chè in alto le rame si fecer più spesse e più s’intralciarono.

Talvolta parve che fosse trattenuta da qualche mano: i rovi le si aggrovigliavano alle vesti; li staccò paziente, senza fretta alcuna. Usò con dolce mano su qualsiasi stelo.

Il fruscìo che produsse fu come d’erba su erba; i suoi passi non si marcarono per stroppicii; parve invero una cosa vegetale, andò strisciando; i piedi scalzi non lasciarono orma. Seppe evitare i cespugli di ginepro, l’arbusto che arde più che resina e grida e piange sempre, sì in vita, come in morte, nella sua piccola forma selvaggia; si chinò più spesso al piede degli alti fusti, ove la sanguinaria cresceva.

Il suo canto era strano, breve e quasi inudibile; parve il lamentarsi di alcune fronde, lo stridore di qualche rovo a una minima brezza. Ella aveva perduta la dolce voce, la soavità dell’accento, la grazia della parola; tutto si era in lei rinchiuso, cosicchè ciò che non poteva esprimere, o male rivelava, era nel suo pensiero in visioni eccelse e singolari.

Seguì, ombra triste di miseria costretta all’orrore, una sua traccia invisibile a traverso i pini.

Usava rimaner la notte intera nel pineto: quando, alzando gli occhi, scorgeva qualche biancore come lane diffuse e trasparenti, riprendeva il sentiero verso la capanna sua.

Su’ suoi capelli s’infissero cadendo i piccoli aghi appassiti dei pini, parve nell’ombra che qualcosa d’oro, scintillasse sul suo capo. Eran trent’anni, forse più, che andava immancabilmente tutte le notti nella pineta.

Una lunga sequela di notti ininterrotte, un abitudine contratta, e quasi un imperioso dovere; le pareva che il tempo fosse lontano e indeterminato, ch’ella avesse visto altre generazioni, e fosse discesa da altri costumi.

Tanto proseguì finchè udì il mormorio del Serchio, un impercettibile suono, chè l’acque scorrevano lente e placide. Era il suo limite; si avviò per il ritorno, ma non prese il cammino risolutamente, bensì continuando il lavoro, rifece la via.

Una volta alzò il capo: lontano sì, ma inusitato, le giunse un suono come di parole; non erano scalpiccii di cavalli, in quel lato della pineta di solito non ve n’erano, non era crocidar di corvo; aguzzò l’udito ponendo la mano stesa presso all’orecchio, e ristette vicino ad un cespuglio di ginepro.

Ma il suono fu breve, nè altra eco le giunse. Malusa aggrottò le ciglia e si ricurvò a cercare.

Non più borbottò fra i denti la sua canzone singolare, composta di note aspre, ora si tacque e pensò.

Qualcuno doveva esservi nella pineta, Innocenzo no, certo; a quell’ora dormiva, il buon vecchio. Chi adunque?

Di sanguinaria e di quattrinella ne aveva a sufficienza, sicchè lasciò di raccorne e lentamente si diresse alla sorgente del suono. L’orecchio suo non era atto ad ingannarsi, sapeva tutte le voci della pineta, come la prima preghiera dell’infanzia. Qualcosa d’inusitato avveniva.

Gli occhi le scintillarono e si acuirono, ma oltre pochi metri non era possibile vedere; qualche volta le parve scorgere lontanissimamente un bagliore rossastro di una piccola face, curvò il capo e la persona si protese: era forse un’illusione? Fra qualche interstizio, come al di là della pineta, scintillò ancora. Qualcuno andò verso lei, chè la luce si fece più chiara e vicina.

Ristette un poco e riudì un rumore sordo di parole.

Poi si curvò ad un tratto: l’inganno delle tenebre, le aveva fatto sembrar molto più lontano il fioco lume. Ora vedeva due uomini avanzare.

Per la breve luce gli parvero giganti.

S’illuminò un cespuglio, la parte di un tronco. La luce era simile a macchie diffuse di color fosco.

Malusa si era chinata fra i rovi; aveva visto un istante la fisonomia di uno degli uomini e tutto le si era fatto palese.

Portò una mano alla bocca per tema che il suo respiro agitando qualche ramoscello la rivelasse. Ah! era l’attimo della sua gioia, forse la fine della sua vita, ma poco le caleva di questo.

Udì, intese. Nella tenebra allungò la mano ad avvinghiare qualcosa, l’immobilità l’avrebbe oppressa con dolore, facendole nascere il dubbio di morire prima di avere agito.

Scure portava la lanterna; l’altro era Malocchio: un assassino.

Disse Scure:

— Questa volta non ci piglia e non ci scappa.

— Quando lo vedi, sii pronto, tiragli il laccio, io sparo. Tu sai che foro un soldo per l’aria.

Malocchio tacque un poco, disse poi dubitativamente:

— Ma se la caccia sarà infruttuosa?

— No bestia; non hai inteso ancora? Noi andremo...

Malusa non udì altro, le giunse una parola che accrebbe il suo timore: «ci aspettano...» Però, quando si furono allontanati un poco, si mosse risoluta, nel maggior silenzio possibile, strisciando curvata.

Bisognava ch’essa sapesse dove si dirigevano, quali eran le loro intenzioni.

Vide, si orizzontò con somma facilità per l’estrema pratica dei luoghi. Andavano dalla parte della pineta, ove erano i cavalli in maggior copia.

Da quel luogo la casa d’Innocenzo distava poco, essa vi poteva giungere con una breve corsa. Poi, verso il mare, vide chiaramente accendersi e spegnersi una fiamma, come un segnale, epperò udì Malocchio sussurrare:

— Ci sono.

Ella ebbe un brivido, incautamente spezzò un ramo, il colpo secco e breve fu come nel suo cuore; tremò accosciandosi d’improvviso.

Scure si volse, diresse i fasci di luce verso il luogo ov’ella era nascosta.

— Hai udito?

— No.

— Qualcuno ci segue.

Malocchio scrollò le spalle.

— Ma chi vuoi che sia! Sei pazzo? a quest’ora!

Scure tacque un poco e riprese:

— Vogliam guardare?

Malusa stette come una bestia che aspetta il colpo ed ha raggiunta l’incoscienza dell’estremo terrore.

Malocchio prese il compagno per un braccio.

— Via, via, non c’è tempo da perdere, che sciocchezze hai per il capo questa notte.

Proseguirono; la vecchia si segnò in croce dalla fronte al petto. Avendo intuito il loro piano, poteva andarsene ma non seppe decidersi; era avida di tutto sapere.

Più cauta, fra i cespugli, scostando le rame, strisciò via con l’occhio aperto e lucente, con l’acuto orecchio in ascolto, in una tensione massima di nervi. Ma i cespugli andavan diradandosi, siccome la pineta giungeva al suo termine verso il mare; fu costretta ad attraversare brevi tratti senza alcun riparo: se Scure in quegli attimi avesse rivolto il capo l’avrebbe vista. Passò come l’ombra di un albero piegato dal vento, sotto alla luna.

Aveva le idee confuse, a momenti si sarebbe fermata non sapendo perchè, ma dentro di sè era una forza che la spingeva senza ch’ella per ragione se ne sapesse render conto.

Udì un riso, udì una voce in accenti crudi.

— Lo appenderemo ad un albero.

Malocchio era più fine nella crudeltà, la sua mente non conosceva confini nel crear martirii.

— Tu sei troppo spicciativo. Gli caveremo gli occhi e lo legheremo sul dorso di un cavallo non domo. Vedrai, ciò sarà più lungo e più bello.

Malusa era uscita da una macchia, si arrestò ad un tratto, vedendo di non poter proseguire nascosta. Volle indietreggiare, ma produsse un subito fruscio.

Scure e Malocchio si volsero di scatto, questa volta avevano udito entrambi. Ella rimase ritta nel fascio di luce che d’improvviso l’avvolse, non tentò fuggire, s’irrigidì con l’occhio dei pazzi o degli spettri. Scure mandò un grido selvaggio indietreggiando.

— La strega la strega.

L’altro che non ebbe impeti di superstizione, curvò il capo sul fucile e prese la mira.

Diradato il fumo, Malocchio spinse il compagno.

— Va a vedere.

Scure si volse pieno di spavento, e lo guardò senza intendere.

— Va dunque, sogni?

— No no.

Malocchio si lanciò, aprì i cespugli cercando ovunque, poi si rivolse all’altro che lo guardava muto ed alzò le spalle. La strega era scomparsa.

IV.

Quand’ella si sentì ferita riacquistò tutta la sua lucidità mentale e l’energia prima che la spinse all’azione; approfittando dell’istante in cui Scure aveva lasciato cader la lanterna, s’internò curva e rapida come un lepre fra la macchia. Sentì che la ferita era mortale, presso al cuore; vi strinse con le mani rattrappite il grembiale perchè il sangue non uscisse.

Un affanno, un gorgoglio dentro la gola, la soffermarono qualche volta.

Le sue labbra mormorarono: — Innocenzo! — Le pareva ch’egli la dovesse udire, ch’egli la vedesse avvicinarsi ferita, morente per riconoscenza, senza rimpianto alcuno.

Sentì indebolirsi, ma la casa era vicina, la vedeva. Il grembiale era inzuppato, ed il sangue le scese lungo le vesti; fece qualche passo, poi in un impeto gridò: — Muoio muoio — e cadde. Guardò: ancora poco cammino e sarebbe giunta.

Aiutandosi con la mano libera, andò lentamente, carponi. Un passo, due, già ell’era vicina. La sua bocca si apriva negli ultimi spasimi, la mente non perdè la sua lucidezza; si trascinò, fece un ultimo sforzo, giunse alla porta. Raspò con la mano, poi cadde e battè col capo.

Innocenzo comparve.

— Malusa, cos’è avvenuto? Malusa?

E si curvò ad udire.

Ella disse:

— Scure... i cavalli... nella pineta.

E la mano cessò di comprimere il cuore, sicchè uno zampillo alto di sangue sorse, ed ella piegato il capo dolcemente, si tacque.

Innocenzo intese, rientrò, uscì col cavallo e, saltatovi sul dorso nudo, con aspra voce d’avvio, lo mise alla carriera.

Per l’impeto della corsa, si curvò sulla groppa; ancora le sue gambe d’acciaio resistevano a qualsiasi violenza. Nel buio, con disperata ira subitanea, l’uomo ed il cavallo furono una sol cosa.

La caccia dell’uomo all’uomo, sotto lo stupore degli alti pini, avvenne furiosa e fatale, pazza e terribile. Fra lo schiantarsi di rame, l’anelito ampio, il reiterato colpo degli zoccoli, e le grida di qualche bestia presa di spavento, l’ombra passò rapida nella vertigine della velocità.

Nessun timore trattenne Innocenzo, egli non calcolò il numero de’ suoi assalitori; lo sfregio alla sua bontà ed alla sua lunga mansuetudine lo inaspriva. Il suo cavallo andò fra l’intrico dei tronchi, come in aperto piano, il collo teso, le narici largamente aperte, alta la criniera scompigliantesi in attorcimenti ad ogni balzo.

Innocenzo quanto più potè si tenne aderente alla groppa, ma non tanto che qualche rama a volte non lo sferzasse, con sibilo di staffile, sul viso. Venne percosso con ira, come da forze selvaggie ed improvvise.

Ma nulla arrestò il vertiginoso inseguimento nell’ombra. Le due forze: la cieca e la volente andarono concordi a precipizio. Alla violenza di quell’impeto, non avrebbe resistito la più forte volontà.

Egli aveva i bianchi capelli irti dal vento, la bocca semiaperta mostrò i denti serrati, l’occhio grigio s’illuminò di fiamme nell’intenso scrutare dell’ombra.

Tremarono i giovani pini dall’esile tronco e le rame soggiacquero alla forza d’attrazione, concorrendo a ripiegarsi verso l’ombra fuggitiva.

D’improvviso Innocenzo scorse una luce, ma breve, ma repentina, un guizzo non più; gli bastò l’accenno. Intese d’averli già sotto il suo giogo, sicchè con aspra voce eccitò il cavallo a più veloce andare.

Poichè l’occhio per fissità continua, aveva già, dilatando l’iride, acquistando la percezione della poca luce diffusa, vide Innocenzo gli alti fusti fuggire precipitosi, piegarsi verso l’opposta via.

La pineta andava diradandosi, comparivano lembi di cielo, foschi e lontani, con poche stelle. Come un bubbolio di lontana tempesta, il mare si annunziava da un abisso incommensurabile al di là dell’ombra.

Passò un branco di giumente nitrendo. Innocenzo frenò un poco la corsa; aveva le mani al laccio e stava chino sogguardando. Vide un’ombra rizzarsi dietro un cespuglio; vide come un serpe lanciarsi sibilando e il suo cavallo stramazzò. Un colpo di fucile nello stesso tempo l’avvertì che li aveva di fronte.

Per la caduta non ebbe offesa, sicchè di scatto si rizzò e vide l’ombra muovergli contro. Mandò un grido di gioia, indietreggiò con repentino scatto e con lestezza la destra mano lanciò il laccio e lo riprese, sicchè per l’urto l’ombra con un grido roco si abbattè al suolo.

Ma ancora un altro colpo partì dal cespuglio e Innocenzo scorse un uomo riprender la mira.

Siccome per la formidabile stretta, Scure fu incapace a movimento, Innocenzo si lanciò col fucile.

Il ladro vinto già dal timore di fronte all’invincibile vecchio, prese la fuga.

Innocenzo ritornò.

Scure preso alla vita, con le braccia avvinte, faceva inauditi sforzi per disciogliersi.

— Statti quieto bestia!

E col piede lo percosse nel petto, l’altro mandò un grugnito, ma come la belva doma ubbidì.

Poi che fu in piedi, Innocenzo con altra corda più sicuramente lo avvinse e con un urto se lo mandò innanzi. E attraverso la pineta, lo spinse per la via più breve verso la sua casa.

Scure a capo chino andava, mordendosi il labbro; d’improvviso si volse, sicchè Innocenzo si arrestò, e contraendo il viso, ruggì:

— Ammazzami!

Il vecchio lo urtò col pugno e rispose:

— Va innanzi, bestia.

Scure sentiva l’avvilimento di tutte le umiliazioni; il suo essere malvagio lo dilaniava; si sarebbe ucciso serenamente, con gioia, pur di sfuggire al suo nemico; non voleva implorare la morte, l’avrebbe pretesa come un diritto.

Ancora, poichè vide la casa a pochi passi, si arrestò e questa volta gridò con forza:

— Innocenzo, per l’anima tua, ammazzami!

L’altro l’attanagliò al collo con la mano e lo spinse verso la porta.

Stava ivi, ripiegato dolcemente il capo, Malusa, serena ancora nella morte. Presso lei eran fiori di nepitella e sulla sua veste, macchie di sangue. Sorrideva.

Disse Innocenzo.

— Vedi?

L’altro poi che la riconobbe tentò indietreggiare, con orrore.

— La strega!

Gridò Innocenzo e la sua mano sempre più lo strinse al collo:

— Vigliacco!

Scure con inauditi sforzi tentò ribellarsi, ma la forza del vecchio lo costrinse a curvarsi presso il cadavere di Malusa.

Egli volse il capo mugolando. — Poi ebbe un singulto atroce e si abbattè mordendo la terra, nella convulsa impotenza della sua miseria.

_La selva._

Dalla chiesa del monte s’inseguirono per l’aria (la stridula campana battè rapidamente) una serie di rintocchi incomposti a tre, a due, come la mano frettolosa voleva.

Michele, ch’era presso al forno annerito, si scostò, e, alzati gli occhi, vide che il sole era a mezzo il corso, sicchè borbottò fra i denti riabbassando gli occhi:

— Tempo che passa, miseria che avanza — e si riaccostò al vecchio forno diruto, composto di massi gettati alla buona di Dio, senza calce, tanto per formarne un piccolo foro, ove il calore di qualche sterpo arso non s’affievolisse sì tosto.

La piccola casa coperta di lavagna era presso, nera e miserrima nella sua forma raccolta e tozza; quattro mura che formavano una stanza, non più; una piccola finestra per dar luce e una porta nella quale poche tavole d’abete sconnesse e quasi cineree, facevan scarsamente l’ufficio di uscio. Poi, più discosto, il piccolo ovile.

La casa sorgeva a mezza costa del monte, sopra dilagava in intrichìo vasto di rame la selva di castagni, e sotto, fino a valle, il querceto. Il sole vi giungeva a mezzodì, poichè il versante era occidentale, onde un’ombra grave e quasi perenne era in que’ luoghi che non sapevan spazio d’orizzonti, nè avevan visto il sole mai nascere o tramontare.

Quando ricadeva l’ombra, il sole non era morto, il monte dirimpetto ne toglieva anzi tempo la luce.

Michele attese che il pane cuocesse. Seduto su di una pietra, presso il forno, stava, le ginocchia abbracciate ed il capo fra esse; un atto di abbandono grave.

A spica, a spica aveva colto in riarsi campi qualche manciatella di grano, ora ce n’era forse per qualche settimana; cinque bocche gli chiedevano il pane, egli ben vedeva il pallore di digiuni sugli scarni visi de’ figli.

Chi poteva combattere con la forza del fulmine o con la corrente dilagante de’ fiumi?

Nessuno pregava per lui forse.

Miseria, su miseria, non ci fu mai bene nella sua casa dacchè Rosa partorì il secondo nato. Crebbero i figli e in proporzione il bisogno, e le poche risorse sue andarono diminuendo.

Ogni boccuccia nuova trovò il petto della madre più esausto, sicchè, l’ultimo nato: Alfonso; era cresciuto esile come un giunco, come un alberello senza acqua in terreni sassosi.

Cinque bocche, aveva udito in certe notti sommessamente lamentarsi: gli esseri suoi non trovavan sonno; c’era sul letto di quercia il ramo d’ulivo benedetto, ma non era passata mai su quella casa una Pasqua di pace.

La porta cigolò sui cardini e la vecchia Rosa si presentò ridendo; chiese:

— Il pane?

Michele non fe’ atto d’intesa.

Rosa avanzò e richiese:

— Il pane?

E tentò di levare le assi che coprivano l’apertura del forno.

Michele alzò il capo.

— Andate, andate che ci penso io.

L’altra rise ancora senza guardarlo, poi gironzolò per l’aia raccattando qualche stecco che si pose in grembo.

Il suo scarno viso ossuto aveva l’eterna contrazione del riso, parea ch’ella si fosse inebetita in una gioia perenne, o ch’ella per non consumarsi in lagrime continue, si fosse data così al riso. L’ombra, gli alimenti, la vita, l’avevan condotta pian piano a quella incoscienza stanca d’intelletto esaurito nel dolore e nella ruina; la fatica e la miseria avevan lasciato l’orma loro, ell’era la creatura vinta interamente dalla fame, l’immagine e l’ultimo limite del dolore.

E rideva sempre, anche se esaurita dai digiuni, sentisse l’imperioso desiderio del pane; anche se i crampi le attanagliassero lo stomaco, o le tempia le battessero rapide per febbre.

Non parlava quasi più, l’antica giovanetta data al canto: Rosa dalla squillante voce. Un tempo fu in cui ella iva aggigliata in qualche mattina, allora la chiamavano Rosella, e cantava gareggiando con le altre fanciulle. Ma si esaurisce il terreno che dà maggior ricchezza di messi e su di esso non si rinnova la dolce stagione; ella si era fermata nel riso di allora come in un punto solo in cui tutto l’intelletto si compenetri.

Scarpicciò ancora per l’aia e raccolse stecchi, fili d’erba, foglie, tutto che le si presentò agli occhi, capace di attivare una fiamma, poi riaperse l’uscio e scomparve.

E giunsero dal monte i figli, Luigi e Masino vennero primi, Alfonso seguì più lungi; nessuno fece parola, sedettero per l’aia, togliendo il sacco dalle spalle, Michele non alzò il capo, li udì e si tacque.

Alfonso sedette su di un ceppo e da questo staccò le barbicelle più esili. I quattro uomini rimasero guardando la terra con fissità strana, quasi ne volessero far scaturire una larga messe, un tesoro. Essi stavano sotto al sole, la terra era bianca ed arida.

C’era un silenzio meridiano opprimente, pareva di udire qualche forza rodere la terra internamente, un’antica forza che minasse il monte nelle sue viscere, sordamente nel tempo.

Essi ascoltavano muti.

E ancora Rosa comparve sulla porta e chiese:

— Il pane?

I figli alzarono il capo e lo riabbassarono senza dir parola, ella sorrise a tutti e rimase così, con una rocca fra le mani, e ne agitava il pennecchio. Sotto quel sole parea ci fosse un singulto.

Rosa guardava i figli come consentendo a un suo pensiero, le sue mani ossute scompigliavano il lino e parea ch’ella volesse parlare per pianto.

I figli si piegavano a quella miseria oscurandosi sempre più; accettavano tutto, fosse pure un rosicchiolo rancido, purchè i denti avessero da frantumare qualcosa e lo stomaco non gridasse nella sua insaziabile fame. La loro gioventù non era vissuta mai. Eran passati giorni in cui il maggiore aveva masticato erba, per non togliere a’ più giovani il poco pane sufficiente appena a non morire. Erba amara come il veleno.

Presenti al continuo martirio dell’essere, al tormento continuo della carne, s’eran lentamente ammutoliti e chiusi, ciascuno conservava in sè un suo odio incosciente, una cieca sua brama di animarsi in lotta contro qualche nemico che non sapeva.

Non poteva essere nell’anima loro serenità, la preoccupazione dell’esistenza li teneva come verghe ad un fuoco inestinguibile. Ardevano; eran gli occhi loro continuamente accesi di febbre.

Alfonso aveva sognato una notte una magra figura di donna, vestita in gramaglie che annaspava verso un fuoco; spaventato dall’incubo, ai fratelli narrò il triste sogno, essi dissero ad una voce:

— La morte!

Così ogni loro pensiero giungeva ad un unico termine di vita.

Se alcuno d’essi tentò una nota di canto, ben presto sentì soffocarsi la voce, chè ogni bel riso nella mente loro tornava in dolore. Nessuno li fe’ sapienti di giustizia o d’altro; essi non seppero se non il calvario di Gesù e la pace degli umili ne’ cieli, ma ciò non bastava a vivificare i loro spiriti; la remota ricompensa de’ cieli non era sì alta e soggiogante da convincere ogni loro pensiero, ed essi ancora non sentivan tanta forza di misticismo da piegarsi volenterosi a qualsiasi sofferenza pur di avere la gloria di un incomprensibile paradiso.

Era la carne loro, era il palpito del loro sangue vibrante come la più alta armonia, che li rendeva cupi per insoddisfatte energie; era la vita che sfuggiva ai loro occhi ch’essi avrebbero voluto. Lo spirito, più che la materia, si esauriva, non poteva aver forza di concezione superiore; essi avrebbero benedetto l’alba del Signore in forma di un pane quotidiano e sicuro; si sarebbero prostrati, come veri figli della terra, al sole, se le attività del loro essere si fossero sviluppate, se qualche gioia li avesse accolti come tre figli dispersi che una buona ventura riconduce.

Ribelli no, credevano dovesse esser così per loro continua condanna e questo li rendeva muti ed irati; supponevano un destino più forte di qualsiasi umano volere, che li perseguitasse di continuo, senza tregua, per qualche incognito male. Non mai avevano bestemmiato il Signore; però questo loro Dio era nella chiesa e non si staccava di là, lo pregavano là dentro, come si andrebbe da un ricco ad implorare un aiuto, ma non ne sentivano affatto l’onnipotenza.

Michele poichè vide che il pane era cotto, disse:

— Rosa portami l’asse.

Ella fu sollecita nell’obbedirlo. Corse coll’asse che pose di traverso su due pietre. Michele vi depose lentamente in simmetria la fornatella di pane. Mandò questo un odor sano e caldo che fece dilatar le narici, Rosa mosse gli occhi dal pane ai figli, simultaneamente ad invito; poi tese la mano.

— Aspetta che si freddi — disse Michele.

Un campanellino suonò pel monte e si vider frasche piegarsi.

Gridò Michele:

— Maria? Maria?

Dall’alto scese una giovane voce incantevole:

— Babbo vengo.

Il campanellino tinnì più in fretta, ancora la voce si alzò in brevi incitamenti, poi, correndo, di un balzo le poche pecore furono nell’aia e Maria dietro sorridendo, rossa un poco per la breve corsa.

Ella condusse direttamente le pecore all’ovile (vi entrarono ad una ad una accalcandosi) chiuse la porticina e ritornò ove gli altri stavano a guardarla.