L'anima, la natura e la saggezza
Part 27
La loro relazione non è fatta, ma concessa. Gli dèi devono sedersi essi stessi senza siniscalco nel nostro Olimpo, e possono installarvisi per anzianità divina. Se si hanno delle pene, se gli associati sono portati alla distanza di un miglio per incontrarsi, la società è rovinata. E se essa non è società, è un’accozzaglia malsana, bassa e degradante, anche se è composta dei migliori. Tutta la grandezza di ciascuno di essi si ritrae ed ogni debolezza è in penosa attività, come se gli Olimpici dovessero incontrarsi per scambiarsi delle tabacchiere.
La vita procede. Noi inseguiamo qualche disegno fuggente o siamo spinti da qualche timore o comando che sta dietro di noi. Ma se improvvisamente incontriamo un amico, ci fermiamo; il nostro calore e la nostra fretta ci appaiono sufficientemente sciocchi e si richiede ora il riposo, ora il godimento ed il potere di magnificare quel dato momento con le risorse del cuore. Il momento è tutto, in tutte le nobili relazioni.
Una persona divina è la profezia della mente, un amico è la speranza del cuore. La nostra beatitudine attende il compimento di questi «due in uno». Le età schiudono questa forza morale. Ogni forza è l’ombra od il simbolo di quella. La poesia è ricca di gioia e di forza, perchè trae da essa la sua ispirazione. Gli uomini scrivono i loro nomi nel mondo quando essi sono paghi di questo. La storia è stata vile, le nostre nazioni sono state accozzaglia di gente; noi non abbiamo mai veduto un uomo; noi non conosciamo ancora tale forma divina, ma conosciamo solo il sogno e la profezia di essa; non conosciamo i modi maestosi che gli appartengono, quei modi che placano ed esaltano colui che contempla. Noi osserveremo un giorno che l’energia più segreta è quella più pubblica; che la qualità equivale alla quantità; che la grandezza del carattere agisce al buio, e soccorre coloro che mai la videro. Quella grandezza che è già apparsa, è per noi un principio ed un incoraggiamento in questa via. La storia, scritta dal mondo, di quegli dèi e di quei santi che ha poi adorati, sono documenti di carattere. I secoli hanno esultato per le azioni di un giovane, che non dovette nulla alla fortuna; che fu impiccato alle forche della sua nazione; che per le purissime qualità della sua natura sparse uno splendore epico intorno ai fatti della sua morte e che trasfigurò, per gli occhi del genere umano, ogni simbolo particolare in un simbolo universale. Questa grande rovina è fin d’ora il nostro fatto più alto. Ma la mente vuole una vittoria sui sensi; una forza di carattere che converta il giudice, il giurato, il soldato ed il re; che governi le virtù animali e minerali, e che si confonda con il corso dell’alburno, dei fiumi, dei venti, delle stelle e degli agenti morali.
Se noi non possiamo raggiungere d’un balzo queste grandezze, rendiamo almeno loro omaggio. Nella società grandi vantaggi e grandi danni sono posti per il possessore. La massima prudenza è necessaria nei nostri giudizi privati. Io non perdono ai miei amici la colpa di conoscere un bel carattere e di intrattenerlo con una grata ospitalità. Quando finalmente ciò che abbiamo sempre desiderato viene e ci illumina con raggi giocondi, che provengono da quella terra celeste, l’essere ruvidi, l’essere difficili ed il trattare un tale visitatore con il linguaggio e la diffidenza della strada, dimostrano una volgarità che pare debba chiudere le porte del cielo. Questa è la confusione, questa è la vera pazzia dell’anima che non si riconosce più, e non sa dove il suo dovere, la sua religione, la chiamino. Vi è qualche altra religione all’infuori di questa, la quale ci insegna che ovunque fiorisce in questo immenso deserto dell’essere il sentimento sacro che coltiviamo, esso fiorisce per me? Se nessuno vede ciò, io lo vedo; io sono informato, anche se solo, della grandezza del fatto. Mentre esso fiorisce io celebrerò il mio sabbato, il mio giorno santo, e sospenderò la mia tristezza, le mie follie, le mie burle. La natura è lieta della presenza di questo ospite. Vi sono molti occhi che possono scoprire ed onorare le prudenti e domestiche virtù, vi sono molti che possono discernere il Genio sul suo cammino cosparso di stelle, anche se la folla ne è incapace; ma quando quell’amore che tutto soffre, tutto schiva, tutto agogna, che ha giurato a se stesso che vi sarà un meschino ed un folle in questo mondo piuttosto che macchiare le sue bianche mani con qualche accondiscendenza, viene nelle nostre strade e nelle nostre case — solamente gli uomini puri e coloro che hanno delle aspirazioni possono vedere il suo viso, e l’unico omaggio che possono rendergli è quello di riconoscerlo.
QUARTO SAGGIO
LE MANIERE
Si dice che una metà del mondo non sappia come l’altra metà viva. La nostra Spedizione Esploratrice vide gli isolani Feejee pranzare con delle ossa umane, e si dice che essi mangino le loro mogli ed i loro bambini. L’economia domestica degli odierni abitanti di Gournou (all’ovest dell’antica Tebe) è ristretta fino alla deficienza. Infatti per metter su casa sono sufficienti due o tre recipienti di terra, una pietra per fare la farina ed una coltre che serve da letto. La casa, cioè, questa specie di tomba, è apparecchiata senza pigione od imposta. La pioggia non può passare attraverso il tetto; la porta non c’è, perchè di porta non v’è bisogno, essendovi nulla da perdere. Se a loro non piace la casa, se ne vanno ed entrano in un’altra, essendovene parecchie centinaia a loro disposizione. «È alquanto singolare, — aggiunge il Belzoni, al quale dobbiamo questa narrazione, — parlare di felicità fra un popolo, che abita nei sepolcri, fra gli scheletri e gli avanzi di una nazione antica, che essi completamente ignorano». Nei deserti di Borgoo, i Rock-Tibboos abitano ancora in caverne, come le rondini delle roccie, ed il loro linguaggio è comparato dai loro vicini allo strido del pipistrello ed al fischio degli uccelli. I Bornoos non hanno nomi proprii; gli individui sono chiamati a seconda della loro statura, della loro grossezza o di altre qualità accidentali, ed hanno semplicemente dei soprannomi. Ma il sale, i datteri, l’avorio e l’oro, per i quali queste orribili contrade sono visitate, trovano il loro smercio in paesi dove il compratore ed il consumatore possono difficilmente essere collocati nella stessa razza di questi cannibali e ladri di uomini; paesi ove l’uomo usa i metalli, il legno, la pietra, il vetro, la gomma, il cotone, la seta e la lana; dove egli onora se stesso con l’architettura; dove scrive leggi, dove sopratutto compone una società eletta che viaggia attraverso tutti i paesi degli uomini intelligenti; un’aristocrazia costituitasi da se stessa o se più vi piace una fratellanza degli uomini migliori, che senza leggi scritte o consuetudini di alcuna specie si perpetua, colonizza ogni isola nuova, ed adatta e fa sua qualsiasi bellezza personale o dote straordinaria nativa, ovunque essa appaia.
Quale fatto più saliente nella storia moderna della creazione del «gentiluomo»? La cavalleria, la lealtà, e nella letteratura inglese la metà dei drammi e tutte le novelle da Sir Filippo Sidney a Sir Walter Scott, dipingono questa figura. La parola _gentiluomo_, che, come la parola Cristiano deve d’ora in avanti caratterizzare il presente secolo ed i pochi precedenti, per l’importanza che le si riferisce è un omaggio a certe incomunicabili doti personali. Attributi frivoli e fantastici si associarono al nome, ma il costante interessamento del genere umano per esso dev’essere attribuito alle proprietà preziose che esso designò. Un elemento che unisce il più strettamente possibile uomini di ogni paese, che li rende intelligibili e piacevoli gli uni agli altri, non può essere un prodotto casuale, ma deve essere un giusto risultato del carattere e delle facoltà riconosciute universalmente negli uomini. Esso pare un medium permanente; come l’atmosfera è una permanente composizione, contrariamente a tanti gaz che sono combinati solo per essere scomposti. _Comme il faut_, è la definizione francese della buona società, del _come dobbiamo essere_. Il «gentiluomo» è un frutto spontaneo delle inclinazioni e dei sentimenti di quella classe che ha precisamente maggior vigore, che prende la direttiva del mondo in questo tempo; classe che sebbene lontana dall’essere pura, lontana dal costituire la più lieta e più alta espressione del sentimento umano, è buona tanto quanto l’intiera società le permette di esserlo. Esso è creato dallo spirito più che dal talento degli uomini, ed è un risultato complesso nel quale ogni grande forza entra come ingrediente, cioè, ingegno, virtù, talento, bellezza, ricchezza e potere.
Vi è qualche cosa di equivoco in tutte le parole usate per esprimere l’eccellenza dei modi e l’educazione sociale, perchè le quantità sono variabili, e l’ultimo effetto è ricevuto dai sensi come se fosse la causa. La parola _gentiluomo_ non ha alcun correlativo astratto per esprimere la qualità. Ma noi dobbiamo tener viva nel vernacolo la distinzione fra «andazzo», parola di senso ristretto e spesso sinistro, ed il carattere nobile, che il gentiluomo porta con sè. Le parole usuali, però, devono essere rispettate: si troverà che esse contengono la radice della cosa. Il punto di distinzione in tutta questa serie di nomi come cortesia, cavalleria, moda e simili, è che il fiore ed il frutto sono tenuti in considerazione, e non il seme dell’albero. La bellezza in questo caso è lo scopo e non il valore. Il fatto ora in discussione, sebbene le nostre parole facciano intendere abbastanza bene il sentimento popolare, è se l’apparenza supponga una sostanza. Il gentiluomo è un uomo di verità, signore delle sue proprie azioni ed esprimente un dominio nella sua condotta, in nessun modo dipendente e servile ad altre persone od opinioni o possessioni. Oltre questo fatto di verità e di forza reale, la parola denota buon cuore e benevolenza: virilità prima, e gentilezza poi. L’idea popolare certamente aggiunge a questo termine una condizione di agiatezza e di fortuna; ma questa è un risultato naturale della forza personale e dell’amore, che essi dovrebbero possedere per distribuire i beni del mondo. In tempi di violenza, ogni persona eminente dovette trovare molte occasioni per far valere la sua forza ed il suo valore; perciò il nome di ogni uomo, che ai tempi del feudalismo emerse un poco dalla massa, risuona alle nostre orecchie come il clamore di una tromba. Ma la forza personale non decade mai. Essa è ancora sovrana oggi, e nell’instabile folla della buona società gli uomini di valore e di forza sono conosciuti, e s’innalzano al posto che loro spetta. La competizione è trasferita dalla guerra alla politica ed al commercio, di conseguenza la forza personale appare immediatamente in questi nuovi campi.
Il potere innanzi tutto è necessario, se si vuole una classe dirigente. Nella politica e nel commercio i pugilatori ed i pirati sono una promessa migliore che gli oratori e gli impiegati. Dio sa che tutte le classi dei gentiluomini battono alla sua porta; ma ogni qualvolta questo termine sia strettamente usato e con una certa importanza, si vedrà che esso indica un’energia originaria. Esso delinea un uomo, che sta nel suo proprio diritto ed opera con metodi suoi proprii. In un buon padrone vi deve essere per prima cosa un buon animale, almeno fino al punto da concedere i vantaggi incomparabili degli spiriti animali. Le classi dirigenti devono avere di più ma debbono avere anche questi requisiti, dando ad ogni gruppo di persone quel senso di potere che rende facile a farsi quelle cose, che incutono timore al saggio. La società della classe dominante, nelle sue adunanze amichevoli e festive, è piena d’un coraggio e d’un’audacia, che intimidiscono il pallido studioso. Il coraggio che le ragazze di tale società dimostrano è come una battaglia di Lundy Lane od un combattimento in mare. L’intelletto si confida alla memoria per avere qualche soccorso onde affrontare questi squadroni estemporanei. Ma la memoria in presenza di questi improvvisi padroni è un vile mendicante con canestro e bastone. I rettori della società devono essere allo stesso livello dell’attività del mondo, e pari al loro ufficio multiforme: debbono essere uomini dall’impronta cesarea, dotati d’un grande raggio di affinità. Io sono lontano dal credere nella timida massima di Lord Falkland («che la compitezza debba essere duplice, poichè un individuo audace passerà attraverso le forme più abili») e sono di opinione che il gentiluomo è l’individuo ardito, le cui forme non possono violarsi; e che solo la natura è giusta signora della compitezza di qualsiasi persona con la quale essa conversa. Il mio gentiluomo detta la legge ove egli si trova; egli sorpasserà in preghiera i santi nella cappella; sarà più capitano dei veterani sul campo di battaglia ed in un salone sarà al di sopra di ogni cortesia. Egli è un buon compagno per i pirati, ed un buon compagno per gli accademici; cosicchè è inutile il fortificarsi contro di lui; egli ha uno spiraglio segreto in tutte le menti, ed io potrei tanto facilmente escludere me stesso quanto lui. I gentiluomini celebri dell’Asia e dell’Europa hanno avuto questo carattere vigoroso: Saladino, Sapor, il Cid, Giulio Cesare, Scipione, Alessandro, Pericle, ed i maggiori personaggi. Essi sedettero con molta noncuranza sui loro seggi, e furono troppo eccellenti essi stessi per dare valore ad una condizione qualsiasi.
Secondo l’opinione popolare è necessaria una grande fortuna per completare questo uomo di mondo. Il denaro non è essenziale, ma lo è quella grande affinità, che trascende le consuetudini della camarilla o della casta, e che si fa sentire dagli uomini di tutte le classi. Se l’aristocratico è forte solamente nei circoli alla moda e non con i trafficanti, egli non sarà mai un condottiero popolare; e se l’uomo del popolo non può parlare in termini uguali con il gentiluomo, cosicchè questi senta che quegli è realmente del suo proprio rango, nulla è da temersi. Diogene, Socrate ed Epaminonda, che hanno scelto lo stato di povertà quando quello di ricchezza era loro ugualmente aperto, sono gentiluomini del miglior sangue. Io uso questi vecchi nomi, ma gli uomini dei quali parlo, sono miei contemporanei. Il destino non concederà ad ogni generazione uno di questi cavalieri compiti; ma ogni gruppo di uomini mette in mostra qualche tipo della sua classe: e la politica di questo paese, ed il commercio di ogni città sono controllati da questi costanti ed irresponsabili fattori, che hanno l’abilità d’assumerne la direzione e di cattivarsi una larga simpatia che li pone in relazione con le folle, e rende popolari le loro azioni.
I modi di tale classe d’uomini sono osservati ed appresi con ossequio dagli uomini di gusto. L’associazione di questi dominatori fra di loro e con uomini consci dei loro meriti, è reciprocamente piacevole e stimolante. Le buone forme, le più felici espressioni di ciascuno di essi sono ripetute ed adottate. Per rapido consenso ogni cosa superflua è abbandonata, ogni cosa graziosa ripresa. I bei modi appaiono terribili all’uomo ineducato. Essi sono una scienza sottile di difesa per parare od intimidire; ma una volta pareggiati dall’abilità dell’altra parte, essi abbassano la punta della spada: puntate e parate scompaiono, e il giovane si trova in un’atmosfera più trasparente, dove la vita è un giuoco meno agitato e nessun malinteso sorge fra i giuocatori. Le maniere tendono a facilitare la vita, a sbarazzarsi degli impedimenti e portano l’uomo puro al vigore. Esse promuovono i nostri scambii e le nostre conversazioni come una ferrovia promuove il viaggiare, allontanando tutti gli impedimenti della strada, e non lasciando nulla da conquistare, eccetto che lo spazio. Queste forme molto presto diventano stabili, ed un fine senso di correttezza coltivato con maggior cura diviene un pegno di distinzione sociale e civile. Così cresce la Moda, apparenza equivoca, la più potente, fantastica e frivola, la più temuta e la più seguita, che la morale e la violenza assaltano invano.
Esiste una stretta relazione fra le classi che hanno il potere e le società aristocratiche e raffinate: queste contengono e conterranno sempre quelle. Gli uomini forti abitualmente concedono una certa larghezza alle petulanze stesse della moda, per quella tale affinità che trovano in essa. Napoleone, figlio della rivoluzione, distruggitore della vecchia nobiltà, non cessò mai di corteggiare il Faubourg St. Germain: indubbiamente per il sentimento che la moda è un omaggio agli uomini del suo stampo. La Moda rappresenta, sebbene in uno strano modo, tutte le virtù virili. Essa è virtù che ha fatto il seme: è una specie di onore postumo. Essa spesso non accarezza i grandi, ma i figli dei grandi: essa è la sala del passato: comunemente si pone contro i grandi del presente. I grandi uomini di solito non sono nelle sue camere: essi sono assenti nel campo: essi operano, non trionfano: la moda è fatta dai loro figliuoli; da coloro cioè che per valore e virtù di qualcuno hanno acquistato lustro per il loro nome, segni di distinzione, mezzi di raffinamento e di generosità e nella costituzione fisica una certa floridezza e prestanza che assicura loro se non l’altissimo potere di operare, almeno l’alto potere di godere. La classe che ritiene il potere, gli eroi operanti, i Cortez, i Nelson, i Napoleoni, vedono che questa Moda è la festa e la celebrazione permanente degli uomini del loro tipo; che la moda è talento consolidato, che il Messico, Marengo e Trafalgar, sono superati: che i brillanti nomi della moda coprono ora altri nomi, come i loro coprirono quelli di cinquanta o sessanta anni fa. Essi sono i seminatori, i loro figli saranno i raccoglitori, ed i figli di questi, secondo lo svolgersi normale delle cose, dovranno cedere il possesso del raccolto a nuovi competitori dagli occhi più perspicaci e dalle costituzioni più salde. La città è rinvigorita dalla campagna. Nell’anno 1805, si dice, ogni legittimo monarca in Europa era scemo. La città sarebbe morta, marcita, esplosa da molto tempo se non fosse stata rinforzata dalla campagna. È la campagna inurbatasi due giorni fa, che oggi è città e corte.
L’aristocrazia e la moda sono dei prodotti inevitabili. Queste mutue elezioni sono indistruttibili. Se esse provocano l’ira nelle classi meno favorite, e la maggioranza esclusa si vendica escludendo la minoranza con il pugno possente e la uccide, subito una nuova classe sorge alla sommità, così come la panna sale alla superficie di una scodella di latte: e se il popolo distruggesse classe dopo classe, finchè due soli uomini rimanessero, uno di questi sarebbe il duce, e sarebbe involontariamente servito ed imitato dall’altro. Voi potete tenere questa minoranza lontana dal vostro sguardo e dalla vostra mente, ma essa è gelosa della vita, e rappresenta una delle potenze del regno. Io sono maggiormente colpito da questa tenacia quando osservo il suo operato. Essa rispetta l’amministrazione di cose così poco importanti, che noi non cercheremmo alcuna durabilità nel suo reggersi. Noi incontriamo talora uomini che giacciono sotto qualche forte influsso morale, patriottico, letterario e religioso, ecc. e sentiamo che il sentimento morale domina l’uomo e la natura. Noi pensiamo che tutte le altre distinzioni e tutti gli altri legami sono deboli e fuggitivi, quali ad esempio quello della casta o della moda; eppure venite di anno in anno e vedete quanto permanente esso sia nella vita del contadino di Boston o di New York, dove pure non ha il più piccolo appoggio nella legge del paese. In Egitto o nell’India non v’è barriera più salda e più insormontabile. Qui vi sono associazioni, i cui vincoli passano sopra, sotto ed attraverso a tale legame: adunanze di mercanti; corpi militari; associazioni politiche, professionali; convenzioni religiose, ecc. Le persone di tali gruppi sembrano tenersi inseparabilmente vicine; eppure sciolta l’assemblea esse non si ritroveranno più in tutta la lunghezza dell’anno. Ognuno ritorna al suo grado nella scala della buona società: la porcellana rimarrà porcellana e la terra terra. Gli obbietti della moda possono essere frivoli, o la moda può essere senza obbietti, tuttavia la natura di quest’unione e di questa scelta può essere nè frivola nè accidentale. Il grado di ogni uomo, in tale graduatoria perfetta, dipende da qualche simmetria della sua struttura con la simmetria della società. Le sue porte si aprono istantaneamente al richiamo naturale della propria specie. Un gentiluomo per natura potrà entrarvi ed escludere il più vecchio patrizio, che abbia perduto il suo intrinseco grado. La moda capisce se stessa; la buona educazione di ogni paese, la superiorità personale prontamente fraternizzano con quelle di qualsiasi altro paese. I capi delle tribù selvagge si sono distinti a Londra ed a Parigi per la purità dei loro modi.
Per dire il bene che noi possiamo della moda, diremo che essa riposa sulla realtà e che nulla odia quanto gli ipocriti; infatti è sua gioia l’escluderli, l’interdirli e mandarli in eterno esilio. Noi disprezziamo qualsiasi altra qualità degli uomini di mondo; ma l’abitudine, nelle piccole cose ed anche nelle minime, di rivolgerci a null’altro che al nostro proprio senso di correttezza, costituisce il fondamento di tutta la cavalleria. Non vi è quasi specie di fiducia in se stesso, sana e proporzionata, che la moda non adotti occasionalmente, e cui non apra i suoi saloni. Un’anima santa è sempre elegante; e se vuole passerà non sfidata nella cerchia più riservata. Allo stesso modo passerà Jock il vaccaro, se gli vien voglia di passare, ed incontrerà il favore finchè la sua testa non provi le vertigini della nuova posizione, e le sue scarpe ferrate non desiderino di ballare i valtzers ed i cotillons. Però nulla vi è di stabilito nelle maniere, e le leggi del contegno si arrendono all’energia dell’individuo. La donzella nel suo primo ballo, il contadino ad un pranzo in città, credono vi sia un rito secondo il quale ogni fatto ed omaggio debba essere compiuto, e pensano che colui che falla, debba esser scacciato. Più tardi essi imparano che il buon senso ed il carattere creano le loro proprie forme ad ogni momento, e parlano e si astengono, bevono e non bevono, stanno o vanno, siedono su di una sedia o scherzano coi bambini sul pavimento, o fanno qualsiasi altra cosa, in un modo nuovo e naturale, ed imparano che la volontà forte è sempre di moda. Ciò che la moda richiede è compostezza e soddisfazione di sè. Un circolo di uomini perfettamente educati dovrebbe essere un gruppo di persone sensibili, in cui dovrebbero apparire i modi ed il carattere nativo di ogni uomo. Se l’uomo di moda non ha questa qualità egli non è nulla. Noi siamo così amanti della fiducia in se stesso, che perdoniamo in un uomo molti peccati, se egli si dimostrerà completamente soddisfatto della sua posizione, senza darsi cura della mia buona opinione o di quella di alcun altro uomo. Ma qualunque deferenza verso qualche uomo o donna eminente del mondo lo priva d’ogni privilegio di nobiltà. Egli è un dipendente: io ho nulla da fare con lui; io voglio parlare con il suo padrone. Un uomo non dovrebbe andare dove egli non può portare con sè la sua intiera società: non dico portare materialmente l’intiera cerchia dei suoi amici, ma atmosfericamente. Egli dovrebbe conservare in una nuova società la stessa attitudine di mente e la stessa lealtà di rapporti, ai quali lo spingono le sue relazioni giornaliere, altrimenti egli è privato delle sue luci migliori, e sarà un orfano anche nel circolo più giocondo. «Se poteste vedere Vich Jan Vohr con il frak!». Ma Vich Jan Vohr deve sempre portare questo suo abito in qualche modo, se non come onore, come vergogna.