L'anima, la natura e la saggezza
Part 26
Il carattere è un potere naturale, come la luce od il calore, e tutta la natura coopera con esso. La ragione per cui sentiamo la presenza di un uomo e non sentiamo quella di un altro, è tanto semplice quanto la gravità. La verità è il vertice dell’essere, la giustizia è l’applicazione di essa agli affari. Tutte le nature individuali saranno in una gradazione corrispondente alla purezza in esse di questo elemento. La volontà di quelli che sono puri fluisce da essi in altre nature, come l’acqua scorre da un recipiente più alto in uno più basso. Questa forza naturale non può essere maggiormente contrastata di quanto lo possa essere qualsiasi altra legge naturale. Noi possiamo gettare una pietra in alto e farla salire per un momento nell’aria, ma è pur vero che tutte le pietre eternamente cadranno; allo stesso modo possiamo citare esempi di furti non puniti o di menzogne credute; pure è vero che la giustizia deve aver la superiorità e che è privilegio della verità quello di farsi credere. Il carattere sta in questo ordine morale, veduto attraverso il medium di una natura individuale. Un individuo è un recipiente. Il tempo e lo spazio, la libertà e la necessità, la verità ed il pensiero, non sono più lasciati sciolti. Ora l’universo è un recinto od un stabulario. Tutte le cose esistono nell’uomo, colorite dalle disposizioni della sua anima. Egli influisce, con quella disposizione che è in lui, su tutta la natura che egli può abbracciare; nè egli tende a perdersi nell’immensità; ma in una curva qualsiasi tutte le sue relazioni ritornano infine al suo proprio bene. Egli dà anima a tutto ciò che può, e vede solo ciò che egli ha animato. Egli racchiude in sè il mondo come il patriota racchiude il suo paese, come base materiale per il suo carattere e come teatro per la sua azione. Un uomo vigoroso sta unito al Giusto ed al Vero, come la bussola sta rivolta al polo; cosicchè egli è per tutti coloro che lo osservano un oggetto trasparente posto fra essi ed il sole, e chiunque viaggia verso il sole viaggia verso di lui. Egli è così il medium del più alto dominio per coloro che non stanno al suo proprio livello. A questo modo gli uomini di carattere sono la coscienza della società alla quale essi appartengono.
La misura naturale di questo potere sta nella resistenza alle circostanze. Gli uomini impuri considerano la vita quale è rispecchiata nelle opinioni, negli eventi e nelle persone. Essi non possono vedere l’azione finchè essa non è compiuta. Eppure il suo elemento morale preesisteva nell’attore, ed era facile predire se la sua disposizione fosse giusta od ingiusta. Ogni cosa nella natura è bipolare ed ha un polo positivo ed uno negativo. Vi è il maschio e la femmina, lo spirito ed il fatto, il nord ed il sud. Lo spirito è quello positivo, il fatto è quello negativo. La volontà è il polo nord, l’azione quello sud. Del carattere si potrebbe affermare che ha la sua sede naturale in quello nord. Esso spartisce le correnti magnetiche del sistema. Le anime deboli sono trascinate verso il polo sud o quello negativo. Esse tengono lo sguardo rivolto al profitto od al danno dell’azione. Esse non osservano mai un principio, finchè non lo trovano incorporato in una persona. Esse non desiderano d’essere amabili, ma d’essere amate. Una classe di caratteri si compiace di udire enumerati i suoi difetti; un’altra non si compiace. Tali caratteri adorano gli eventi; assicurateli di un fatto, di una relazione, di una connessione di circostanze ed essi non chiederanno di più. L’eroe vede che l’evento è subordinato; esso deve seguire lui. Un dato ordine di eventi non ha il potere di procurargli quella soddisfazione che l’immaginazione si riprometteva; l’anima della bontà sfugge da qualsiasi serie di circostanze, mentre la prosperità appartiene ad un certo spirito, che introdurrà quel potere e quella vittoria che sono i suoi frutti naturali in qualsiasi ordine di eventi. Nessun mutamento di circostanze può riparare un’imperfezione del carattere. Noi magnifichiamo la nostra emancipazione da molte superstizioni; ma se abbiamo rotto qualche idolo fu solo per un trasferimento della nostra idolatria. Che cosa ho acquistato io che non sacrifico più un toro a Giove od a Nettuno, od un topo ad Ecate; che non tremo più d’avanti alle Eumenidi od al Purgatorio Cattolico od al Giudizio Universale dei Calvinisti — se io tremo ancora di fronte all’opinione, all’opinione pubblica come la chiamiamo; oppure se tremo alla minaccia di un assalto, o di fronte ad una contumelia, od a cattivi vicini, od alla povertà, od alla mutilazione, od al rumore di una rivoluzione o di un delitto? Se io tremo, quale importanza ha la ragione per cui tremo? I nostri propri vizi prendono forma in questo o quel modo, a seconda del sesso, dell’età o del temperamento della persona, e se siamo atti al timore, presto incontreremo dei terrori. L’ingordigia o la malignità che mi rattristano, e che io ascrivo alla società, sono invece mie proprie. Io sono sempre circondato dal mio _io_. D’altra parte la rettitudine è una vittoria perenne celebrata non da grida di gioia, ma dalla serenità, che è gioia stabile od abituale. Il dover ricorrere agli eventi per avere la conferma della nostra verità e del nostro valore è cosa umiliante. Il capitalista non corre ad ogni ora dall’agente di cambio per trasformare i suoi profitti in moneta sonante; egli è sufficientemente soddisfatto nel leggere nei listini di borsa che i suoi titoli sono saliti. La stessa gioia che si produrrebbe in me per l’avvento delle migliori vicende nel migliore dei modi, io devo imparare a gustar più pura, avvertendo il miglioramento della mia posizione ora per ora e del mio dominio sulle vicende che io desidero. L’esultanza deve essere solamente intiepidita dalla previsione di un ordine di cose così eccellenti, da gettare tutte le nostre prosperità nell’ombra più completa.
Il carattere ha per me il viso di colui che basta a se stesso. Io onoro colui che produce ricchezza; cosicchè non posso figurarmelo abbandonato, povero, esiliato, infelice, dipendente, ma bensì me lo figuro come un mecenate perpetuo, un benefattore ed un uomo beato. Il carattere è centralità, è l’impossibilità di essere dislocato o rovesciato. Un uomo dovrebbe darci il senso di un masso. La società è frivola, e scompone i suoi giorni in frammenti, le sue conversazioni in cerimonie e scappatoie. Ma se io vado a visitare un uomo di genio, io mi stimerò molto poco ben ricevuto se egli mi darà un vago spettacolo di benevolenza e di etichetta; piuttosto tenga egli il suo posto, e m’insegni foss’anche solo la sua resistenza, e sappia io d’essermi imbattuto in una forza nuova e positiva: ristoro grande per entrambi. È molto che egli non accetti le opinioni e le pratiche convenzionali. La sua non-conformità rimarrà come uno stimolo ed un ammonimento, ed ogni ricercatore dovrà collocarlo nel primo posto. Vi è nulla di reale o di utile che non sia una sede di guerra. Le nostre case risuonano di risa e di ciancie maligne, ma ciò serve a poco. Invece l’uomo incivile che è un problema ed una minaccia per la società, che lo deve adorare od odiare, — e con il quale tutti gli individui sono in relazione, tanto coloro che reggono le opinioni quanto gli oscuri e gli eccentrici; quest’uomo, dico, è di aiuto; egli pone l’America e l’Europa dalla parte del torto, e distrugge lo scetticismo che dice «l’uomo è un fantoccio; mangiamo e beviamo, è la cosa migliore che noi possiamo fare», con attirare l’attenzione su ciò che non è sperimentato e che non è conosciuto. L’acquiescenza per ciò che è stabilito e l’appello all’opinione pubblica indicano una fede non salda, dei cervelli non illuminati, che devono vedere una casa costrutta, prima di poterne comprendere il piano. L’uomo saggio non solo lascia fuori del suo pensiero i molti, ma lascia anche i pochi.
La nostra azione dovrebbe matematicamente riposare sulla nostra sostanza. In natura non vi sono false valutazioni. Una libbra d’acqua nella tempesta dell’oceano non ha maggiore gravità di una libbra d’acqua in uno stagno estivo. Tutte le cose agiscono esattamente secondo la loro qualità e secondo la loro quantità, e non attentano a ciò che non possono fare. Solo l’uomo fa ciò; egli ha delle pretese: egli desidera e tenta cose che sono al di là della sua forza. Senofonte ed i suoi Diecimila erano idonei alla loro spedizione e la compirono; così idonei che nessuno sospettò essa fosse una spedizione grandiosa ed inimitabile. Eppure il fatto rimane inimitato, come il più saliente nella storia militare. Molti dopo d’allora hanno tentato di ripeterlo; nessuno fu capace. Ogni potere d’azione può basarsi soltanto sulla realtà. Nessun’istituzione sarà migliore dell’istitutore. Io conobbi una persona amabile e còlta, che intraprese una riforma pratica; pure io non potei mai trovare in lui l’impresa d’amore che aveva tra le mani. Egli se l’appropriava con l’udito e con l’intelletto e con l’averla letta nei libri. Tutta la sua azione fu un tentativo; era un frammento della città portata nei campi, ed era città ancora e non un fatto nuovo, e non poteva ispirare entusiasmo. Se qualchecosa ci fosse stato di latente in quell’uomo, un genio terribile incompreso, che agitasse ed imbarazzasse il suo procedere, noi avremmo atteso la sua venuta. Non è sufficiente che l’intelletto veda i mali ed i loro rimedi. Fintantochè noi siamo incitati solo da un pensiero e non da uno spirito, noi posporremo ancora la nostra esistenza e non prenderemo possesso del terreno al quale abbiamo diritto. Noi non siamo ancora idonei a ciò.
Queste sono le proprietà della vita; un’altra caratteristica di essa è l’osservazione del progresso incessante. Gli uomini dovrebbero essere intelligenti e serii; essi dovrebbero anche farci sentire che essi hanno un vigilante e felice avvenire schiudentesi innanzi a loro ed i cui albori si accendono di già nell’ora che fugge. L’eroe è mal concepito e male rappresentato: egli non può attendere per sciogliere i falli di un qualche uomo: egli è nuovamente in cammino, aggiungendo nuovi onori e poteri al suo dominio, e nuovi diritti al possesso del vostro cuore che vi manderanno in rovina se voi vi sarete soffermati intorno alle vecchie cose, e non avrete mantenuta la vostra relazione con lui, accrescendo la vostra prosperità. Le azioni nuove sono per le vecchie le sole scuse e le sole spiegazioni che l’uomo nobile possa degnarsi di offrire o di ricevere. Se il vostro amico vi recò un dispiacere, voi non dovete soffermarvi sulla cosa; perchè egli ha già dimenticato quel momento e raddoppiato la sua potenzialità per giovarvi; e prima che voi possiate nuovamente riprendere il cammino, egli vi colmerà di benedizioni.
Il pensiero di una benevolenza misurata soltanto dalle sue proprie opere non ci reca alcuna gioia. L’amore è inesauribile, e se i suoi possedimenti sono distrutti ed i suoi granai vuotati, esso ancora rallegra ed arricchisce, e l’uomo, ancorchè dormente, pare purificare l’aria e la sua casa, abbellire il paesaggio e rinvigorire le leggi. Il popolo riconosce sempre questa differenza. Noi conosciamo colui che è benevolente con modi completamente diversi dalle sottoscrizioni alle opere caritatevoli. Soltanto i piccoli meriti possono essere enumerati. Temete quando i vostri amici affermano che voi avete agito bene, e l’affermano apertamente; ma quando essi se ne stanno con circospetti e timidi sguardi di reverenza e quasi di compunzione, e devono attendere anni ed anni per poter dare un giudizio, allora incominciate a sperare. Coloro che vivono per il futuro debbono apparire egoisti a coloro che vivono per il presente. Fa pertanto strano che il buon Riemer, che scrisse le memorie di Goethe, abbia compilata una lista delle sue donazioni e dei suoi atti caritatevoli come:... tante centinaia di talleri dati a Stilling, a Hegel, a Tischbein; una carica lucrativa per il professore Voss; un impiego sotto il Gran Duca per Herder; una pensione per Meyer; due professori raccomandati ad università straniere, ecc. ecc. La più lunga lista di benefici specificati apparirebbe molto corta. Un uomo sarebbe veramente una creatura ben meschina, se dovesse essere misurato a questo modo: perchè tutto ciò, naturalmente, è eccezione; ed il dovere e la vita odierna di un uomo buono sta nella beneficenza. La vera carità di Goethe deve essere compresa dalla spiegazione che egli diede al dottor Eckermann del modo con cui egli aveva speso la sua fortuna: «Ogni mio bon-mot mi è costato una borsa d’oro. Mezzo milione del mio patrimonio, la fortuna che ereditai, il mio stipendio ed i larghi proventi dei miei scritti durante un periodo di cinquant’anni, furono spesi per istruirmi in ciò che ora so. Io ho inoltre veduto, ecc., ecc.». Riconosco che è semplicemente una chiacchiera vana l’enumerare le doti di questo, potere semplice e rapido, e che è un dipingere il fulmine con il carbone, ma mi piace in queste lunghe notti consolarmi così. Nulla può imitare il carattere all’infuori di se stesso. Una parola ardente del cuore mi arricchisce. Io mi arrendo a discrezione. Quale gelo di morte ha il genio letterario di fronte a questo fuoco della vita! Questi sono i tocchi che rianimano la mia anima avvilita e le dànno occhi per penetrare l’oscurità della natura. Io constato che dove m’immaginai povero, ero più ricco. Da ciò proviene una nuova esaltazione intellettuale, tale da essere nuovamente castigata da qualche nuova spiegata abilità del carattere. Strana alternativa di attrazione e di ripulsione! Il carattere ripudia l’intelletto, eppure lo eccita! ancora il carattere passa nel pensiero e si rivela, poi si vergogna di fronte ai nuovi bagliori del valore morale.
Il carattere è la natura nella sua forma più alta; è inutile imitarlo o contendere con esso. Contro questo potere che supererà qualsiasi emulazione è tuttavia possibile una certa qual resistenza o persistenza o creazione.
Questo capolavoro è migliore dove nessuna mano, all’infuori quella della natura, vi si è posata. Esso bada affinchè colui che è predestinato alle grandi cose possa furtivamente entrare nella vita senza che alcuna Atene dai mille occhi osservi e celebri ogni nuovo pensiero ed ogni pavida emozione del giovane genio. Due persone ultimamente, giovanissime creature del più alto Iddio, mi hanno dato occasione di pensiero. Quando io investigai la fonte della loro santità e del loro fascino per l’immaginazione, mi parve che ognuno di essi rispondesse: «dalla mia non-conformità: io giammai porsi l’orecchio alla legge della vostra gente, ed a ciò che essi chiamano il loro vangelo, e sperperai il mio tempo. Io fui lieto della mia povertà rustica: di qui venne tanta dolcezza; la mia opera giammai ve la ricorda; essa ne è monda». E la natura mi ammonisce per mezzo di tali persone che nell’America democratica essa non vuole essere democratizzata. Come è essa difesa ed appartata dal mercato e dallo scandalo! Solo stamane io mi sono dipartito da alcuni ricordi che erano i fiori selvatici di questi dèi delle selve. Queste fresche onde che vengono dalle sorgenti del pensiero e del sentimento sono un sollievo dalla letteratura mentre noi in un’età di cultura e di criticismo leggiamo le prime linee di prosa o di versi di una nazione. Come è affascinante la loro devozione per i loro libri favoriti, siano essi Eschilo, Dante, Shakespeare o Scott; pare che sentano d’avere una parte in quei libri; chi li tocca, tocca loro; e specialmente com’è ammaliante la solitudine completa del critico, che dalla Patmo del suo pensiero scrive, inconsapevole se mai occhi altrui leggeranno il suo scritto. Potessero essi continuare a sognare, come angeli, e non risvegliarsi per far delle comparazioni ed essere lusingati! Pure, alcune nature sono troppo buone per poter essere guastate dalla lode; ed ovunque la vena del pensiero raggiunge il profondo, non v’è pericolo di vanità. Gli amici gravi li avviseranno del pericolo che le loro teste si sconvolgano per il clamore delle trombe, ma essi possono sorridere. Io ricordo l’indignazione di un metodista eloquente per la cortese ammonizione di un dottore di teologia: «Amico mio, un uomo può essere nè lodato nè insultato». Ma voi dimenticate gli avvertimenti; essi sono molto naturali. Io ricordo il pensiero che mi sorgeva nella mente quando qualche straniero arguto e spirituale veniva in America «Siete voi stato immolato, nell’essere portato qui?» — oppure «prima di ciò, rispondetemi a questo: Siete voi immolabile?»
Come ho detto, la natura tiene queste sovranità nelle sue proprie mani e per quanto petulantemente i nostri sermoni e le nostre discipline vorrebbero condividere una parte della sua autorità ed insegnare che le leggi formano il cittadino, essa va per la propria strada, e mette i più saggi dalla parte del torto. Essa tiene in poco conto i vangeli ed i profeti, come quegli che abbia molte altre cose da produrre, e poco tempo da concedere ad alcuno. Vi è una classe di uomini, i cui componenti appaiono a lunghi intervalli così eminentemente dotati di conoscenza e di virtù, che essi sono all’unanimità valutati come divini, e paiono essere un’accumulazione di quel potere che noi ora consideriamo. Le persone divine sono «caratteri nati» o per usare una frase di Napoleone, sono una vittoria organizzata. Essi sono di solito ricevuti di mal animo, perchè sono nuovi e perchè pongono un termine alla considerazione esagerata che si ebbe della personalità dell’ultima persona divina. La natura non appaia mai i suoi figli, nè fa due uomini uguali. Quando noi vediamo un grand’uomo, ci figuriamo che egli debba avere una somiglianza con qualche personalità storica, e prediciamo lo svolgersi del suo carattere e della sua fortuna; la previsione sarà certamente dallo stesso grand’uomo annullata. Nessuno risolverà mai il problema del proprio carattere secondo il nostro pregiudizio, ma solo lo risolverà nel suo proprio alto ed inaudito modo. Il carattere abbisogna di spazio; non deve essere incalzato dalle persone nè giudicato da occhiate scrutatrici, prese in prestito dalla febbre degli affari o giudicato in poche occasioni. Esso abbisogna di prospettiva, come un grande edifizio. Esso non può rapidamente tendere delle relazioni e non lo fa; e noi non dovremmo chiedere intorno alla sua attività spiegazioni temerarie sia alla nostra propria etica che a quella popolare.
Io riguardo la scultura come storia. Non penso che «Apollo» e «Giove» siano impossibili in carne ed ossa. Ogni tratto che l’artista scolpì nella pietra, egli lo vide nella vita e migliore della copia ch’egli ne fece. Noi abbiamo vedute molte falsificazioni, ma noi crediamo nei grandi uomini. Vedete come agevolmente noi leggiamo nei vecchi libri, quando gli uomini erano pochi, delle più piccole azioni dei patriarchi. Noi esigiamo che un uomo sia così grande ed appariscente nel paesaggio, da essere degno di menzione il fatto che egli si alzò, si cinse i lombi ed andò nel tale o nel tal altro luogo.
Le pitture più credibili per noi sono quelle degli uomini maestosi, che prevalsero fin dal loro ingresso ed incatenarono i sensi; così successe al Mago orientale, mandato a verificare i meriti di Zertusht o Zoroastro. Quando il saggio Yunani giunse a Balk, (ci dicono i Persiani) Gushtasp fissò un giorno, in cui i Mobeds di tutte le nazioni dovessero adunarsi, ed una sedia d’oro fu collocata per il saggio Yunani. Allora il prediletto di Yezd, il profeta Zertusht s’avanzò nel mezzo dell’assemblea. Il saggio Yunani vedendo quel capo, disse: «Tale aspetto e tale portamento non possono mentire, e nulla all’infuori della verità può procedere da essi». Platone diceva che era impossibile non credere nei figli degli dèi, «sebbene essi dovessero parlare senza argomenti attendibili o necessari». Io mi stimerei molto sfortunato nei miei compagni se non potessi aver fede nelle cose migliori della storia. «Giovanni Bradshaw — dice Milton — appare come un console, le cui insegne non debbono cadere nell’anno; onde voi lo riguardereste come colui che siede per giudicare i re non in quel tribunale solamente, ma per tutta la vita». Io trovo più credibile (poichè è insegnamento più antico), che un solo uomo conosca il cielo, come dicono i Cinesi, piuttosto che molti uomini conoscono il mondo. «Il principe virtuoso compara gli dèi senza alcun preconcetto. Egli attende cento secoli, finchè un saggio venga e non dubita. Colui che compara gli dèi senza preconcetti, conosce il cielo; colui che attende cento secoli finchè un saggio venga, senza dubitare, conosce gli uomini. Di qui il principe virtuoso si muove e per secoli domina la via». Ma non vi è bisogno di ricercare gli esempi remoti. Ben ottuso osservatore è colui, al quale la propria esperienza non ha insegnato la realtà e la forza della magia così bene come quella della chimica. Il più freddo moralista non può uscire senza imbattersi in inesplicabili influssi. Un uomo fissa su di lui i suoi occhi, ed i sepolcri della memoria rendono i loro morti; egli deve consegnare i segreti che lo rendono infelice sia nel celarli come nell’esprimerli; — un altro uomo lo guarda, ed egli non può parlare e le ossa del suo corpo paiono perdere tutte le loro cartilagini; il giungere di un amico gli dona grazia, audacia ed eloquenza; e vi sono delle persone che egli deve ricordare, le quali diedero un’espansione trascendente al suo pensiero ed accesero una nuova vita nel suo petto.
Che cosa vi è di così eccellente come le strette relazioni dell’amicizia, quando esse sorgono da profonda radice? La risposta sufficiente per lo scettico che dubita del potere e della forza dell’uomo, sta in questa possibilità d’una lieta corrispondenza fra persone, corrispondenza che forma la fede e l’abito di tutti gli uomini ragionevoli. Io non conosco cosa alcuna offerta dalla vita che sia così soddisfacente come la profonda intelligenza che può sussistere fra due uomini virtuosi dopo lungo scambio di buoni uffici, ognuno dei quali è sicuro di se stesso e sicuro del suo amico. È questa una felicità che lascia di gran lunga indietro tutte le altre soddisfazioni e diminuisce l’importanza della politica, del commercio e della chiesa. Poichè quando gli uomini incontreranno, come essi devono, ciascuno un benefattore, un condottiero di stelle, rivestiti di pensieri e di fatti e di cose compiute, si avrà la festa della natura, annunziata da tutte le cose. L’amore fra i sessi è il primo simbolo di tale amicizia, come tutte le altre cose sono il simbolo dell’amore. Le relazioni con gli uomini migliori, che una volta considerammo come il romanzo della gioventù, divengono, con il progredire del carattere, il più sicuro godimento.
Se fosse possibile vivere in giusti rapporti con gli uomini! se potessimo astenerci dal domandar loro cosa alcuna, dal richiedere la loro lode, il loro aiuto e la loro pietà, ed accontentarci di sospinger loro attraverso la virtù delle leggi più antiche! Non potremmo noi trattare con poche persone o con una persona sola secondo gli statuti non scritti, e fare uno sperimento della loro efficacia? Non potremmo noi restituire al nostro amico il dono della sincerità, del silenzio, dell’indulgenza? È necessario per noi esser così smaniosi di cercare l’amico? Se siamo in rapporti tra di noi, noi ci incontreremo. Era tradizione del mondo antico che nessuna metamorfosi potesse nascondere un dio ad un altro dio; e c’è un verso greco che dice: «Gli dèi non sono sconosciuti l’uno all’altro». Gli amici pure seguono le leggi della necessità divina, essi gravitano uno verso l’altro, e non possono fare altrimenti.