L'Acerba

Part 1

Chapter 13,763 wordsPublic domain

CECCO D’ASCOLI

L’ACERBA

CON PREFAZIONE, NOTE E BIBLIOGRAFIA

DI PASQUALE ROSARIO

E, IN APPENDICE, I SONETTI ATTRIBUITI ALLO STABILI

LANCIANO R. CARABBA, EDITORE 1916

PROPRIETÀ LETTERARIA DELL’EDITORE R. CARABBA

Lanciano, tip. dello Stabilimento R. Carabba

PREFAZIONE

I — L’AUTORE

Parlare di Francesco Stabili, detto comunemente Cecco d’Ascoli, pur dopo tanto fiorire di critica storica e letteraria, riesce assai difficile; giacchè, dai primi diligenti lavori del Frizzi e del Bariola fino a quelli più recenti e pregevoli del Castelli e del Boffito, i nuovi documenti venuti in luce non ci mettono ancora in grado di conoscere appieno le varie vicende della sua vita e di dar fine, una buona volta, alle acerbe contese che si sono agitate intorno a lui. Onde, ben a ragione il Bariola diceva che «chi si accinge a scrivere di questo infelice poeta trova, ad ogni passo, difficoltà ed ostacoli quasi insuperabili, tanto scarse e mal sicure sono le notizie che ne abbiamo».

Infatti, intorno all’anno della sua nascita, le opinioni sono tuttavia discordi. Gli storici regionali, posteriori di molto all’età di Cecco, lo fan nascere nel 1250 o nel 1257: per contro, secondo gli appunti sui poeti provenzali e italiani dell’umanista iesino Angelo Colocci, nato circa un secolo e mezzo dopo la morte di Cecco, il nostro autore sarebbe venuto al mondo nel 1269, forse nella seconda quindicina di ottobre, mentre la madre incinta si recava nel paesello di Ancarano ad una festa religiosa, che ivi allora si celebrava. E quest’ultima data, poi che il Castelli ebbe discoperti tali appunti nel 1887 di sul Codice Vaticano 4831, e quindi pubblicati in miglior lezione nel 1890, per l’aiuto di Giulio Salvadori, nel _Giornale Storico della Letteratura Italiana_, vien ritenuta come la più probabile, se non la vera. Tutti gli storici, intanto, gli danno a padre un maestro Simone; ma discordi sono i pareri se questi fosse un medico o un notaio.

Nella matricola dei notari dell’epoca, che conservasi nell’archivio comunale di Ascoli Piceno, un notar Simone Stabili, Stabile o degli Stabili non è menzionato; nè del casato si ha ricordo nel Catasto del sec. XIV, che pur ivi si conserva. Tanto il Colocci che altri biografi posteriori opinano che Cecco, dopo gli studi grammaticali in patria, si conducesse alla famosa Scuola medica di Salerno, ove taluni ammettono avessero egli e il padre suo anche insegnato. Sorprende, del resto, come l’indirizzo prevalentemente astrologico delle nozioni mediche e di tutta la produzione mentale di Cecco si presenti così dissonante con le dottrine pratiche e positive della Scuola Salernitana di quel tempo, di già liberatasi dagli inquinamenti arabi e dagli influssi astrologici[1]. Poi, stette a Parigi; ma è dubbio se egli venisse o pur no invitato alla corte papale di Avignone. Dal 1322 al 1325, insegnò alla celebre università di Bologna e, secondo il Ghirardacci, col salario di cento lire. Alcuni anzi han preteso che egli professasse, in quella università, matematica medicina filosofia. Chi si rende ragione, però, dei sistemi e dei metodi d’insegnamento medievali, comprenderà di leggieri che la matematica era parte essenziale della materia astrologica e che la medicina, e in ispecie la terapia, facevasi dipendere in parte dall’influenza favorevole o maligna degli astri. Forse, potè dettare un corso di cosmografia e di astrologia applicata alla medicina; e fa maraviglia, per altro, come egli, medico, trascurasse di proposito, nell’_Acerba_, di parlare del regno vegetale:

Se d’erbe qui non tracto nè de piante, Io prego che chi legge non si sdegne, Ch’a medico ne lasso che ne cante.

Il Boffito, con dotte argomentazioni, ha in vero dedotto, dall’esame del _De principiis astrologiae_ da lui novamente scoverto nel codice miscellaneo Vaticano 2366 del sec. XIV, che Cecco a Bologna lesse proprio astrologia; giacchè questo comento all’opera più rinomata dell’astronomo ed astrologo arabo Abdel-Haziz Al-cabiti del sec. X, conosciuta col nome di _Alcabizio_, fu dettato a Bologna, dove, giovane, venne eletto a tale insegnamento dalla scolaresca cosmopolita. Il comento ci è pervenuto in poche lezioni, forse sei o sette, ed è così incompiuto o mutilo probabilmente per la condanna inflittagli dal Sant’Uffizio. Contro ciò che dapprima si ammetteva, il comento alla _Sfera_ dell’astronomo inglese del sec. XIII, Iohn Halifax da Holywood, detto il _Sacrobosco_, non fu dettato a Bologna, ma già prima e, forse, a Salerno, a Padova o altrove. A Bologna, pertanto, il 16 dicembre 1324, l’inquisitore Lamberto da Cingoli gli sequestrava le opere, lo condannava a varie pene corporali e pecuniarie, gl’interdiceva l’insegnamento, _per aver sentenziato e discorso erroneamente di cose attinenti alla cattolica fede_. E vuolsi che il fiorentino Tommaso del Garbo, lettore di medicina in quella medesima università, per invidia, l’avesse denunziato al tribunale dell’Inquisizione. Da questa prima condanna al 1327, non abbiamo notizie certe di lui. Fu a Bologna, a Napoli o a Firenze? Insegnò in qualche altra università, o andò ramingo per l’Italia? Noi non lo sappiamo.

Il 30 luglio 1326, il figliuolo di re Roberto d’Angiò, Carlo duca di Calabria, a cui era stata concessa per dieci anni la signoria della repubblica contro Castruccio, entrava in Firenze con grande solennità, accompagnato da molti magnati del regno e, come dice Angelo Di Costanzo, da più di dugento altri cavalieri a sproni d’oro. Con questo nobile seguito, alcuni han preteso giungesse pure Cecco d’Ascoli, e che là si dedicasse all’insegnamento. Anzi, taluno sostenne che, pervenuto già prima a Firenze, non appena cioè ebbe campo di allontanarsi da Bologna, i Fiorentini gli offrirono una cattedra creata appositamente per lui.

Senonchè, dove sono le prove e i documenti?

Giovanni Villani racconta «che egli era astrolago del duca, e avea dette e rivelate per la scienza d’astronomia, ovvero di nigromanzia, molte cose future, le quali si trovarono poi vere, degli andamenti del Bavaro e dei fatti di Castruccio e di quegli del duca». E a Firenze veramente noi lo troviamo nel 1327. Secondo un documento inedito, da noi scoperto nell’Archivio di Stato di Napoli, e che pubblichiamo qui in fine della prefazione, Cecco stette alla corte del duca, in qualità di _phisicus et familiaris_, con lo stipendio di tre once in argento per mese, solo dal 12 marzo al 31 maggio 1327. Ora, se, come ha provato il Davidsohn[2], egli era stato, pria della seconda condanna, rinchiuso per due mesi nelle carceri inquisitoriali di Santa Croce, si può, senza tema di errare, concludere che lo Stabili, già nei primi del giugno, era stato scacciato dal palagio dei Podestà, di costa alla Badia. Il vescovo di Aversa, Raimondo de Mausac di Marsiglia (Pelliccia, Parenti), che era frate minore e cancelliere di Carlo _Senzaterra_, «parendogli abominevole a tenerlo il duca in sua corte, il fece prendere, perchè il libro astrologico, composto e riprovato a Bologna, l’usava anche in Firenze». Ed aggiunge il Villani che maestro Dino del Garbo, famoso medico fiorentino del tempo, già professore all’università di Bologna e poi a quella di Siena e padre di Tommaso, «fu grande cagione della morte del sopraddetto maestro Cecco, riprovando per falso il detto suo libello, il quale aveva letto in Bologna, e molti dissono che ’l fece per invidia».

Frate Accursio de’ Bonfantini, inquisitore dell’eretica pravità in Toscana, che tra le mansioni del suo ufficio trovava anche tempo di commentare il divino poema di Dante, si fe’ mandare da Bologna copia del primo processo; e le carte giunsero a Firenze il 17 luglio. Così, l’accusa di eresia si riconfermava; e Cecco veniva bruciato vivo, con tutte le sue opere, fra Porta a Pinti e Porta alla Croce, tra Affrico e Mensola, il 16 settembre 1327[3]. Ecco perchè dei suoi lavori non si è mai trovato un codice autografo o apografo.

Fu ghibellino: di un ghibellinismo diverso da quello dantesco, come apparisce da molti luoghi dell’_Acerba_ e di altre sue opere. Propendè per Lodovico il Bavaro, al pari di Fazio degli Uberti; ma inculcò agli Italiani, per ottenere o conservare la libertà, di esser concordi:

Così dovría ciascun cittadino L’uno con l’altro esser conforme, Chè non venisser lor terre ad inchino;

incitò i Colonnesi a mettersi alla testa del movimento politico, per far _tenere alli nimici el becco al nido_; imprecò al tiranno della sua patria, Giovanni Veninbene, capo di parte guelfa, capitano a guerra di Carlo II d’Angiò nel 1305, contro i ghibellini del suo paese, giusta quanto rilevasi da parecchi documenti inediti dell’Archivio di Stato di Napoli, e che pubblicherò prossimamente. Contro quel che asserì il Castelli, il Veninbene, dunque, fu tutt’altro che ghibellino. Ed io, perciò, nel 1897, con l’appoggio della tradizione e di quanto ne pensò anche il Trucchi, fui incline ad ammettere che alla condanna di Cecco contribuisse pure non poco il suo comportamento politico.

Fu amico di Cino da Pistoia e di Petrarca. Fu in relazioni con l’Alighieri? Qui sta il nodo. Ma, amico o antagonista di Dante; infetto di magia o scienziato vero; eretico o no, dice il Castelli, il martire ascolano ha lasciato, egli solo, le più chiare ed esplicite testimonianze di rapporti intellettuali col divino poeta. E, se coraggiosamente affrontò la condanna, rifiutando di abiurare alle sue idee filosofiche e ripetendo nell’estremo supplizio: _l’ho detto l’ho insegnato e lo credo_; le fiamme del martirio, nella ipotesi più avversa, han dovuto magari purificare questa figura tetragona ai colpi della sventura, sì da farcelo apparire come _un vindice della libertà di coscienza_[4].

Che egli amasse, peraltro, una donna, a parte qualsiasi giudizio sulla sua posizione sociale, ci è provato dall’_Acerba_; un amore contrastato forse, e, se non illecito (_l’empio laccio_, come dice nel sonetto del Cod. Riccardiano 1103), indubitatamente infelice. Egli riconosceva anzi in questo amore una _dilectio vitiosa_; perchè, come nel commento all’Alcabizio, _qui diligit monachas, accipit iste amor_; e tuttavia, pare, perseverasse in esso impenitente. Le tre lettere giocose in latino, che gli si attribuiscono, pubblicate dal Novati nel _Gior. stor. d. Lett. ital._, e ritenute apocrife dal Castelli e dal Rossi, stanno a dimostrare, comunque, la comune credenza in questa passione amorosa del poeta. In due di esse, rivolgendosi ai _fiorini_ e ai _danari_, si fa _una stoica invettiva contro la plutocrazia_; nella terza individua il suo amore in una suor Lucia, clarissa d’un monastero di Empoli, di Eboli o di Ascoli (il nome della città non si legge bene nel testo).

Tale fu quest’uomo, che Andrea Orcagna dannava all’inferno, nell’affresco del giudizio universale dipinto in S. Croce, e che l’anima molteplice di Leonardo da Vinci studiò accuratamente, nell’_Acerba_, per le dottrine scientifiche racchiusevi e per le figurazioni simboliche, di cui potè avvalersi nella sua arte meravigliosa.

II — L’ACERBA

L’opera sua più rinomata in volgare ebbe pure, come l’autore, una varia fortuna. Chi la lodò al cielo, riconoscendo in essa i germi precursori di talune discipline scientifiche, che han poi avuto il loro pieno svolgimento nell’epoca moderna; ed in questo coro bisogna annoverare, oltre gli scrittori regionalisti, anche Guglielmo Libri che, nella classica _Storia delle Scienze matematiche in Italia_, designò nello Stabili l’acuto e geniale esperimentatore dei fenomeni fisici. Chi, invece, come il Palermo, volle vedere nell’_Acerba_ la negazione di ogni vero o gli elementi originari del materialismo e fin del nichilismo odierni; o, come il Boffito, che le negò qualsiasi contributo intellettuale e morale alle scienze e alle lettere. Quando si parte da preconcetti o si è mossi da spirito campanilistico, i giudizi non possono riuscire immuni da esagerazioni. La fama di cui godè in vita l’autore, le edizioni che con frequenza si son succedute dai primordi quasi dell’arte della stampa ci dimostrano che qualche cosa di originale e di nuovo vi deve pur essere nell’_Acerba_. Attenendoci all’indole della raccolta «Scrittori Nostri», noi non possiamo ora che presentare in una forma leggibile un’opera trecentesca che riusciva difficile ritrovare anche nelle migliori Biblioteche e che era stata alterata o guasta in tutte le edizioni che se n’eran fatte fino al 1820. Ci dispensiamo, perciò, da una minuta analisi del suo contenuto scientifico e dal notarne le fonti, le analogie, le divergenze, le cose pregevoli o originali. Troppo manca ancora, del resto, per poter venire a una conclusione definitiva; e la storia delle scienze non ha tuttavia esplorato a fondo tutti gli svariati campi del suo immenso territorio. Certo, non poco fu tratto dalle enciclopedie medievali e rispecchia appunto lo stato del sapere comune dell’epoca; ma quanta parte egli vi mise di suo e con quali criteri egli interpretò fatti e idee del suo tempo e quanto intravide pria degli albori dell’età moderna sarebbe prematuro sceverare. Gli studi non sono tuttora completi per un retto giudizio scientifico; e la lettura integrale del lavoro cecchiano servirà, per l’appunto, ad agevolarne l’indagine. Questo soltanto è il nostro scopo. E, perciò, diamo qui, per la prima volta, il testo intero dell’_Acerba_, traendolo dal Cod. Mediceo-Laurenziano di Firenze, N. 52, pl. XL, della prima metà del sec. XIV. Esso è il cod. più antico, poco corrotto e meno mutilo. Il V Libro e qualche integrazione di concetto o di forma si son desunti, invece, dal Cod. N. 82 del sec. XV della Biblioteca Casanatense di Roma, anch’esso inedito.

Ardua fu la nostra impresa; ma il buon volere e la diligenza che vi mettemmo ci fanno sperare un’accoglienza onesta e lieta.

Non è, nè poteva essere, un testo critico esauriente dell’_Acerba_: è un’edizione nuova, mai tentata per lo innanzi, per quanto possibile, fedele, eseguita sui due codici e, sovra tutto, accessibile anche alla cultura popolare. Per questa ragione, non si è tenuto alcun conto del testo delle antiche edizioni e neppure del commento ai due primi libri, che, nel sec. XVI, fece il modenese Nicola Massetti (ediz. veneta del 1507). Per rammodernare la dizione e renderne più facile la lettura, noi abbiamo solo sciolti i nessi, tolta qualche forma e desinenza venetizzante del Laurenziano, tolta l’_h_ ove non è usata nella grafia contemporanea e messala dove non c’era, espunta qualche lettera o sillaba dove il verso non tornava, aggiunti i segni ortografici e d’interpunzione mancanti. Qualche noticina abbiam voluto mettere qua e là, per gli opportuni raffronti con altre opere o pei necessari richiami, alieni da ogni pretesa di commento diplomatico, storico, letterario o scientifico. Una lezione critica definitiva dell’_Acerba_, se mai potrà farsi, non essendovi un cod. autografo, dovrà tener calcolo, oltre che di tutte le varianti dei numerosi codici, delle dottrine altresì e del pensiero di Cecco, come si desumono dalle altre sue opere. A questo compito di lunga lena e di adeguata preparazione s’era accinto il Bariola, che dette luminosi affidamenti di riuscirvi ed ora, come ha promesso da lunga pezza, s’è dato il Castelli. Il cod. Casanatense contiene molte parole e forme dialettali meridionali che il Laurenziano non ha; però, poche volte noi abbiam sostituite quelle a queste, e solo quando occorreva al senso o era richiesto dalle concordanze della rima. L’_Acerba_, pertanto, così come è divisa nel Laurenziano, non si riscontra in altri codici. In alcuni non vi è distinzione di libri e di capitoli, bensì di rubriche, quale il Palatino esaminato dal Palermo; in altri, i libri sono sei, in altri cinque, facendo un libro solo del 2.º e del 3.º; in altri quattro, mancando, come nel Laurenziano, i due cap. del quinto. Il Quadrio le assegnò tre libri, confondendo i due primi col Commento alla Sfera. Anche il numero dei capitoli varia da un cod. all’altro. Il Laurenz. ha 9 cap. nel I Lib., 19 nel II, 56 nel III, 13 nel IV; in tutto, cioè, 97, a cui si sono aggiunti i due cap. del V.º lib. secondo il cod. Casanatense. Le differenze tra i due cod. da noi seguiti si son notate a piè del testo. Per brevità, vi abbiamo aggiunto un indice, da cui potrà vedersi la contenenza del poema. Piuttosto sarà utile intrattenerci succintamente intorno al significato del titolo e al metro dell’_Acerba_.

Il nome dato a quest’opera è del tutto nuovo, e ha dato luogo a varie interpretazioni. Il Colocci opinò che si fosse detta _Acerba_, per la durezza dello stile; il Quadrio che stesse a significare _mucchio_ o _congerie_ di molte cose, e quindi fè derivare _Acerba_ da _acerbus, acervus_. Altri pensarono che indicasse l’autore medesimo, di carattere fiero acerbo, e che il poema dovesse intitolarsi veramente: _De proprietatibus rerum_, come appunto si vuole fosse scritto nel cod. del sec. XV posseduto da D. Inigo Lopez. Lo Spalazzi, comparandola col _Convivio_, scrisse che, a simiglianza di Dante che intendeva bandire agli uomini il cibo del sapere, l’Ascolano offrì ai contemporanei l’aspra e cruda vivanda dei più difficili problemi della scienza. Il Bariola crede stia a significare, più che l’acerbità della materia, l’età giovanile (_juvenilia_) in cui Cecco, forse, la scrisse; e fu indotto a pensare così dal trovare in qualche codice: _Liber Acerbae aetatis_. Il Calvi, pur accettando che il titolo primitivo fosse quello supposto dal Bariola, dà ad esso un significato tutto speciale. Secondo lui, significherebbe: _Libro composto per servire all’educazione dell’uomo_; e crede di trovarne una conferma nei versi dove si parla del leone, che: _Deve li soi nati ammaestrare, Lassando il tempo dell’acerba vita, Con soe parole in lor vertù spirare_; e in quegli altri: _Io voglio qui che il quare trovi il quia, Levando l’ali dell’acerba mente_, ecc. Pel Gaspary è opera _acerba_, per la difficoltà della materia. Pel Lozzi, invece, dovrebbe scriversi realmente _Cerba, Cervia, Cerbia, Cerva_, cioè il cervo o la cerva, volendo in quel mistico animale Cecco figurare sè stesso; o, secondo il Salutati, l’alto sentire di sè nella glorificazione del vero, per cui l’uomo si eterna. In fine, il Castelli, seguito anche dal Volpi, crede che sia un neutro plurale latino e significhi _cose acerbe_ al gusto della gente abituata ai dolciumi della consueta poesia.

Lo schema metrico dell’_Acerba_ è una specie di terzina, la cui serie è: ABA, CBC... ZZ, che, a pari della terzina dantesca, procede dalla forma di _serventese incatenato_, «costituito da una serie di strofe di tre versi variamente rimati, ma sempre in modo che tra strofe e strofe vi sia concordanza di rime». Vi fu chi attribuì a Cecco l’invenzione della sestina o dell’ottava (Appiani). Ma, ben dice il Castelli che «del loro errore si sarebbero facilmente accorti, se avessero considerato che l’ottava si esplica per due sole rime nei primi sei versi e si chiude con un distico monorimo indipendente; laddove, prendendo ad esame gli ultimi otto versi di un capitolo dell’_Acerba_, si hanno tre rime per i sei versi che precedono il distico di chiusa» a rima baciata. Il Marcucci, per primo, notò che l’_Acerba_ è scritta in _terzetti_; ed è l’espressione naturale del fatto «che la ritmica e la metrica delle lingue romanze sono una spontanea evoluzione degli elementi musicali contenuti nella poesia popolare, sopravvissuta al crollo dell’impero e della civiltà latina (Castelli)». Cecco, quindi, non inventò nulla, ma scelse quella varietà di serventese incatenato, che rendeva i ricorsi delle parole omioteleute meno frequenti, per ottenere, in conseguenza, i desiderati effetti, come avvertì il Casini, di gravità e maestà, adatti allo svolgimento delle sue esposizioni scientifiche.

E, come il metro, così anche il contenuto della sua opera contiene e rivela molte delle antiche credenze e superstizioni e dei motivi poetici più in voga nel Medio Evo; onde la letteratura folk-loristica avrà non poco da spigolare. La forma dell’_Acerba_ è o espositiva o dialogica; e, così, come ci è pervenuta monca nei vari cod. e senza proporzione delle parti di che si compone, ci fa lecito pensare che non dovette punto esser compiuta dall’autore. Considerandone, d’altronde, pacatamente la struttura esteriore e l’organismo interno, si addimostra, senza dubbio, un poema originale per la forma e per la sostanza, ammesso pure che questa non sia che l’esposizione dello scibile dell’epoca, su fonti comuni, a cui attinsero, si sa, tutte le enciclopedie e le produzioni allegoriche e didascaliche, dal dugento al quattrocento.

Vi è arte nell’_Acerba?_ A questa domanda non si può che rispondere negativamente. Se ne escludi alcuni brani ove vibra potente il fuoco dell’amore o il ricordo del dolce suo paese nativo, ove si attrista pel suo stato infelice o parla ed ammonisce, agitato dalla passione politica; pel resto, il poema non è che una selva selvaggia ed aspra e forte, in cui solitario vaga unicamente la solenne ed altera figura di Cecco, il quale, sovra tutto per questa assenza di arte, si palesa incomparabilmente inferiore alla mente, per ogni verso divina, dell’Alighieri. Ecco perchè abbiam voluto, a disegno, non pronunciarci intorno alle questioni che si riferiscono a Dante, nello intento di essere rigidamente imparziali nella presentazione del lavoro e di lasciare a chiunque, sulla completa bibliografia che diamo in fine della prefazione, la libertà di formarsi un concetto sereno ed equo sulle relazioni che corsero tra i due. Si sono aggiunti poi all’_Acerba_ i pochi sonetti che vengono attribuiti a Cecco, sia perchè son le altre cose in volgare che di lui si conoscono, sia perchè col poema hanno grande attinenza. Sarò grato a quanti vorranno comunicarmi giudizi e suggerimenti, specie per quel che riguarda la lezione del testo, onde io possa farne tesoro in una novella edizione.

_Ascoli Satriano, Gennaio 1913_.

P. ROSARIO.

I CODICI DELL’ACERBA

Firenze — R. Biblioteca Mediceo — Laurenziana:

1. Codice N. 52, Pl. XL, di dim. 0.201 per 0.277, di ff. scritti 84, non compresa la prima di guardia, sul cui _verso_ è delineato l’albero della virtù. Nel f. 1. _verso_, è dipinto un ricco stemma; sul f. 2 _recto_, un ritratto che vuolsi rappresenti Cecco. Quasi ogni f. è ornato riccamente di figure simboliche, dipinte a colori con eleganza. MS. membranaceo della prima metà del sec. XIV; ed è il testo seguito in questa lezione.

2. Cod. N. 51, Pl. XL, cartaceo, di dim. 0.215 per 0.283, di ff. s. 99. Titoli rubricati, con fig. colorate. Sec. XV.

3. Cod. N. 39, Pl. XLI, cart., di dim. 0.220 per 0.288, di ff. s. 67. Contiene frammenti dell’Acerba e altri scritti. Principio del sec. XV.

4. Cod. N. 23, Pl. LXXVIII, parte membr. parte cart., di dim. 0.210 per 0.275, di ff. s. 256. Miscellaneo, in parte del sec. XIV, in parte del sec. XV. L’Acerba è mutila in principio e in fine, senza titolo nè soscrizioni: seconda metà del sec. XIV.

5. Cod. N. 111, Pl. 89 sup.; membr. con larghiss. margini, di dim. 0.244 per 0.356, di ff. s. 88, senza soscrizione. Lettere iniziali dei versi rubricate; iniziali dei canti e dei libri ornate di fregi a penna, rossi e azzurri. Sec. XIV.

6. Cod. N. 370, Laurenz. Ashburnh., cart., di dim. 0.132 per 0.209, di ff. s. 100. Manca di titolo e soscrizione; in fine, mutilo. Margini delle prime carte con note esplicative del testo, in latino. Qualche rozza figura. Sec. XV.

7. Cod. N. 1223 Laurenz. Ashburnh.; membr. elegante, di dim. 0.149 per 0.209, di ff. s. 88. Il testo comincia col f. 3., la cui prima iniziale contiene un ritratto di Cecco e, nel margine inferiore, uno stemma. Iniziali miniate, con fregi a quelle dei capit. e talora a quelle delle strofe. Fine del sec. XIV.

8. Cod. N. 1225 Laur. Ashb.; cart., di dim. 0.140 per 0.216, di ff. 100. Titoli dei lib. e capit. rubricati; iniziali ornate di fregi a penna. Sec. XIV.