Il tulipano nero

Part 17

Chapter 173,786 wordsPublic domain

Cornelio rimpianse di non aver più a fianco suo quella guardia così compiacente, che parlava almeno senza farsi pregare.

Colui senz’altro avrebbegli prodigato intorno a questa singolarità, che sorvenivagli nella sua terza avventura, dettagli così graziosi e spiegazioni così precise come intorno alle due prime.

Si passò la notte in vettura; l’indomani alla punta del giorno, Cornelio si trovò al di là di Leida, avendo a sinistra il mar del Nord e a diritta il mare di Harlem. Tre ore dopo entrava in Harlem.

Cornelio ignorava affatto l’accaduto in quella città, e noi lo lasceremo in questa ignoranza, finchè non ne sia tratto dagli avvenimenti.

Ma non può essere così del lettore, che ha il diritto di essere messo in corrente delle cose prima del nostro eroe.

Abbiamo visto che Rosa e il Tulipano come due fratelli e due orfani erano stati lasciati dal principe Guglielmo d’Orange presso il presidente Van Herysen.

Rosa non ricevette nuova alcuna dello Statolder dalla sera del giorno che avealo visto di persona.

Verso la sera un officiale venne da parte di Sua Altezza in casa di Van Herysen, per invitare Rosa a portarsi al palazzo comunale, dove, in una gran sala di consiglio introdotta, trovò il principe che scriveva.

Egli era solo e aveva a’ piedi un gran levriero di Frisia, che guardavalo fisso, come se il fido animale si volesse ingegnare di fare quello che non era dato neppure all’uomo: leggere nel cuore del suo padrone.

Guglielmo continuò a scrivere per un altro momento; poi alzando gli occhi e vedendo Rosa ritta presso la porta:

— Accostatevi, ragazzina, disse senza lasciare di scrivere.

Rosa fece qualche passo verso la tavola.

— Mio Signore, diss’ella arrestandosi.

— Va bene, profferì il principe. Accomodatevi.

Rosa obbedì perchè il principe la guardava. Ma appena egli ebbe rimessi gli occhi sulla carta che si ritrasse tutta vergognosa.

Il principe finiva la sua lettera; e intanto il can levriero era andato di faccia a Rosa, e l’aveva fiutata e accarezzata.

— Ah! ah! fece Guglielmo al suo cane, si vede bene ch’ell’è una tua compatriotta; tu la riconosci.

Poi rivoltosi verso Rosa, e fissando su lei i suoi sguardi scrutatori e velati ad un tempo.

— Vediamo, figlia mia, cominciò egli.

Il principe aveva appena vent’otto anni. Rosa diciotto o venti al più; avrebbe detto meglio: sorella mia.

— Figlia mia, disse con un accento stranamente imponente, che gelava tutti quelli che lo avvicinavano, non siamo che tra noi due, discorriamo un poco.

Rosa cominciò a tremare da capo a piedi; contuttochè fosse dipinta sul viso del principe una tal quale benevolenza.

— Mio Signore, ella malamente espresse.

— Avete un padre a Loevestein?

— Sì, mio Signore.

— Che l’amate?

— Non l’amo tanto, quanto una figlia dovrebbe amare suo padre.

— È male di non amare suo padre, mia ragazza, ma è bene di non mentire al suo principe.

Rosa abbassò gli occhi.

— E per qual ragione non amate tanto vostro padre?

— È cattivo.

— In qual maniera si mostra la sua cattiveria?

— Maltratta tutti i prigionieri.

— Tutti?

— Tutti.

— Ma non maltratta particolarmente più qualcuno che gli altri?

— Mio padre maltratta particolarmente più Van Baerle, che...

— Che è vostro amante.

Rosa fece un passo indietro.

— Che io stimo, mio Signore, rispose con alterezza.

— Da molto tempo? dimandò il principe.

— Dal giorno che l’ho veduto.

— E l’avete veduto?...

— Il domani del giorno, in cui furono così terribilmente messi a morte il gran pensionario Giovanni e Cornelio suo fratello.

Le labbra del principe si chiusero, la sua fronte impallidì, e le sue palpebre abbassaronsi in modo da nascondere per un istante i suoi occhi. Dopo un momentaneo silenzio, ei riprese:

— Ma che vi giova amare un uomo destinato a vivere e morire in prigione?

— Se non ad altro gioverammi ad aiutarlo a vivere e morire.

— E voi accettereste la condizione d’essere la moglie di un prigioniero?

— Io sarei la più fiera e la più felice delle creature umane essendo la moglie di Van Baerle; ma...

— Ma che?

— Non l’oso dire, mio Signore.

— Avvi un sentimento di speranza nel vostro accento, che sperate voi?

Alzò i suoi begli occhi sopra Guglielmo, occhi così puri e di una intelligenza così penetrante, che andarono a ricercare nel fondo di quel cuore cupo la clemenza addormentatavi di un sonno simile alla morte.

— Ah! capisco!

Rosa sorrise giungendo le mani.

— Voi sperate in me, disse il principe.

— Sì, mio Signore.

— Ehi!

Il principe piegò la lettera che aveva scritta, e chiamò un suo officiale.

— Van Deken, disse portate a Loevestein quest’ordine, di cui prenderete lettura, e eseguirete ciò che vi riguarda.

L’officiale salutò, e s’intese rimbombare sotto le volte sonore della casa il galoppo di un cavallo.

— Mia figlia, seguitò il prìncipe, domenica è la festa del tulipano, e domenica è posdimani. Fatevi bella con questi cinquecento fiorini; perchè voglio che quel giorno sia per voi un gran giorno di festa.

— Come vuole l’Altezza Vostra che io sia vestita? mormorò Rosa.

— Prendete il costume delle spose frisone, disse Guglielmo, che vi starà molto bene.

XV

Harlem.

Harlem, dove noi fin da tre giorni fa siamo entrati con Rosa, e dove noi rientriamo seguendo il prigioniero, è una graziosa città, che a buon dritto è superba di essere una delle città più ombreggiate dell’Olanda.

Mentrechè altre mettevano il loro amor proprio a brillare per gli arsenali e per i cantieri, per i magazzini e per i bazar, Harlem metteva tutta la sua gloria a primeggiare su tutte le altre città degli Stati con i suoi olmi fronzuti, co’ suoi pioppi slanciati, e soprattutto con i suoi passeggi ombreggiati a cui facevano volta la quercia, il tiglio e il castagno.

Harlem, vedendo che Leida sua vicina, e Amsterdam sua regina prendevano l’una il cammino per diventare una città di scienze, e l’altra quello di diventare una città di commercio, Harlem aveva voluto essere una città agricola, o piuttosto orticola.

In effetto ben riparata, ben riscaldata dal sole, ella dava ai giardinieri tal garanzia, che ogni altra città co’ suoi venti marini, o col suo suolo di piano non avrebbe a loro potuto offrire.

Così vedevansi stabilire ad Harlem tutti li spiriti tranquilli, che amano la terra e i suoi beni, come vedevansi a Rotterdam e ad Amsterdam tutti gli spiriti inquieti e girovaghi che amano i viaggi e il commercio, come vedevansi stabilire all’Aya tutti i politici e i galanti.

Abbiam detto che Leida era stata la conquista dei sapienti; Harlem dunque prese il gusto delle cose dolci, della musica, della pittura, dei verzieri, dei passeggi, dei boschetti e dei viali.

Harlem divenne pazza pei fiori e tra gli altri dei tulipani. Propose premii a onore dei tulipani, e giungiamo così naturalissimamente, come si vede, a parlare di quello che la città propose il 15 maggio 1673 in onore del gran tulipano nero, senza macchia e senza difetto, che doveva portare cento mila fiorini al suo inventore.

Harlem avendo messo in luce la sua specialità, avendo fissato il suo gusto pe’ fiori in particolare in tempi, in cui tutto era volto alla guerra o alle sedizioni; Harlem avendo avute l’insigne gioia di veder fiorire l’ideale delle sue pretensioni e l’insigne onore di veder fiorire l’ideale dei tulipani: Harlem graziosa città piena di boschetti e di sole, d’ombra e di luce, aveva voluto fare della cerimonia dell’inaugurazione del premio una festa, che durasse eternamente nella memoria degli uomini.

Ed ella aveane tanto più il diritto, essendo l’Olanda il paese delle feste; giammai natura più flemmatica spiegò ardore più brillante, cantante e danzante di quei dei buoni repubblicani delle Sette Provincie all’occasione dei divertimenti.

È meglio vediate i quadri dei due Tenier.

Egli è certo che i flemmatici sono di tutti gli uomini i più ardenti a spossarsi, non già quando mettonsi al lavoro, ma quando mettonsi al piacere.

Harlem erasi dunque messa in triplice gioia, perchè aveva da festeggiare una triplice solennità: era stato scoperto il tulipano nero, poi il principe Guglielmo d’Orange assisteva alla ceremonia da vero Olandese come egli era, finalmente era onore degli Stati di mostrare ai Francesi in seguito di una guerra così disastrosa, com’era stata quella del 1672, che le dighe della repubblica batava erano solide a segno da potervi ballare sopra con l’accompagnamento dei cannoni dei vascelli.

La società orticola di Harlem erasi mostrata degna di sè, dando centomila fiorini per una cipolletta di tulipano. La città non aveva voluto rimanere indietro, e aveva votata una somma eguale, che era stata rimessa in mano de’ suoi notabili per festeggiare quel premio nazionale.

Però alla domenica fissata per questa ceremonia eravi un tale accalcarsi di gente, un tale entusiasmo dei cittadini, che era gioco forza, anco col sorriso narcotico dei Francesi che di tutto ridono, ammirare il carattere di que’ buoni Olandesi; pronti a spendere il loro denaro tanto per costruire un vascello destinato a combattere il nemico, cioè a sostenere l’onore della nazione, quanto per ricompensare l’invenzione di un fiore nuovo destinato a brillare un giorno, e destinato a distrarre per quel giorno le donne, i sapienti e i curiosi.

A capo dei notabili e del comitato orticolo brillava il signore Van Herysen, addobbato dei suoi più ricchi abiti.

Il degno uomo aveva fatto tutti i suoi sforzi per rassomigliare al suo fiore favorito con la eleganza dimessa e severa degli abiti suoi, e ci affrettiamo a dire per gloria sua che eravi riuscito a meraviglia.

Nero di spolverino, velluto a squamme, seta violetta, tale era con biancheria nettissima il vestiario di ceremonia del presidente, che procedeva alla testa del suo comitato con un mazzo mostro eguale a quello che portava dugento ventuno anni dopo Robespierre alla festa dell’Ente Supremo.

Solo il bravo presidente in luogo del cuore tumido d’ira e di risentimenti ambiziosi del tribuno francese, aveva in petto un fiore più innocente del più innocente che egli tenesse in mano.

Vedevansi dietro al comitato, stretto come piota erbosa, profumato come una primavera, le corporazioni sapienti della città, le magistrature, le milizie, i nobili e i contadini.

Il popolo anco presso i signori repubblicani delle Sette Province non aveva luogo in questa marcia ordinata; facevale ala.

Era del resto il miglior posto di tutti per vedere... e per avere.

Gli è il posto delle moltitudini, che aspettano, filosofia degli Stati, che i trionfi abbiano sfilato, per poi sapere ciò che dirne, e qualche volta ciò che farne.

Ma questa volta non trattavasi nè del trionfo di Pompeo nè di quello di Cesare; questa volta non celebravasi nè la sconfitta di Mitridate, nè la conquista delle Gallie. La processione era placida come il passaggio di un branco di pecore, e inoffensiva come il volo di una schiera di uccelli.

Harlem non aveva altri trionfatori che i suoi giardinieri; adoratrice dei fiori, Harlem divinizzava i coltivatori dei fiori.

Vedevasi nel centro del corteggio pacifico e profumato il Tulipano Nero, portato sopra una barella addobbata di velluto bianco a frange d’oro. Quattro uomini portavano le stanghe, e vedevansi rimpiazzati da altri, come erano egualmente a Roma rimpiazzati coloro, che portavano la madre Cibele, quand’ella entrò nella città eterna portatavi dall’Etruria al suono delle fanfare e all’adorazione di tutto il popolo.

Cotale esibizione del tulipano era un omaggio reso da tutto un popolo senza coltura e senza gusto al gusto e alla coltura dei capi celebri e pietosi, il cui sangue sapevano spargere sulla fangosa piazza del Buitenhof, o più tardi a iscrivere i nomi delle sue vittime sulla pietra più bella del Panteon Olandese.

Era convenuto che il principe Statolder conferirebbe certamente in persona il premio dei cento mila fiorini, il che interessava tutti in generale, e che forse pronunzierebbe un discorso, il che interessava i suoi amici e nemici in particolare.

Difatti nei discorsi i più indifferenti degli uomini politici gli amici o nemici di costoro vogliono sempre travedervi, e credono sempre potervi interpretare per conseguenza un raggio del loro pensiero.

Come se il cappello dell’uomo politico non fosse un coperchio destinato a intercettare ogni luce.

Finalmente quel gran giorno tanto aspettato del 15 maggio 1673 era dunque arrivato, e Harlem tutta intera rinforzata dai suoi dintorni erasi sfilata lungo i magnifici alberi del bosco con la risoluzione col proposito fermo di non applaudire questa volta nè i conquistatori guerrieri, nè scienziati, ma prettamente i conquistatori della natura, i quali obbligavano questa inesauribile madre al parto finallora creduto impossibile, del tulipano nero.

Ma niente tien meno presso il popolo che la risoluzione presa di non applaudire che a tale o a tal’altra cosa. Quando una città è in treno d’applaudire, è come quando l’è in treno di fischiare; non sa mai finirla.

Ella dapprima applaudì dunque a Van Herysen e al suo mazzo, applaudì le sue corporazioni, applaudì sè stessa; difatti giustamente questa volta, confessiamolo, ella applaudì all’eccellente musica che i signori della città prodigavano generosamente ad ogni fermata.

Tutti gli occhi cercavano presso il semidio della festa, che era il tulipano nero, l’eroe della festa che era naturalmente l’autore del tulipano.

Quest’eroe conoscendosi dal discorso, che abbiamo visto con tanta coscienza elaborare da Van Herysen, avrebbe prodotto dicerto più effetto dello stesso Statolder.

Ma per noi l’interesse della giornata non è nè nel venerabile discorso del nostro amico Van Herysen, per eloquente che fosse, neppure nella gioventù aristocratica masticante i suoi gravi pasticci, e nemmeno alla povera meschina plebaglia mezza nuda trangugiante anguille affumicate simili a bastoni di vainiglia. Non è l’istesso interesse per le belle olandesi dalle trecce rosse e dal candido seno, nè per i loro ortolani grassi pinzati che non erano mai usciti quattro braccia fuori della porta di casa, neppure per gli smilzi e gialli viaggiatori giunti da Ceylan e da Giava, e nemmeno pel popolaccio alterato che ingozza come un rinfresco il cetriolo acconciato nella salamoia. Per noi non istà qui l’interesse della situazione scenico-drammatica.

L’interesse è nella figura raggiante e animata che cammina in mezzo ai membri del comitato di orticoltura, l’interesse è nel personaggio fiorito a cintola, leccato, lisciato, vestito tutto di scarlatto, colore che fa risaltare il suo nero pelame e la sua tinta giallastra.

Questo trionfatore raggiante, inebriato, questo eroe destinato all’insigne onore di far dimenticare il discorso di Van Herysen e la presenza dello Statolder, gli era Isacco Boxtel, che vedeva alla sua diritta andarsi innanzi sopra un drappo di velluto il Tulipano nero, suo prezioso figlio; a sinistra in una vasta borsa i cento mila fiorini in belle monete d’oro luccicanti, abbaglianti, che egli avea preso il partito di sbirciarli di fuori per non perderli un istante di vista.

Di tempo in tempo Boxtel affretta il passo per strisciare il suo gomito al gomito di Van Herysen. Boxtel da ciascuno prende un po’ del suo valsente per formarne un valsente proprio, tale quale ha fatto rubando a Rosa il suo tulipano per farsene sua gloria e sua fortuna.

Anche un quarto d’ora e il principe arriverà e il corteggio farà alto all’ultima posata; il tulipano essendo posto sopra il suo trono, il principe cedendo il primo posto al suo rivale nell’adozione pubblica, prenderà una pergamena squisitamente miniata, sulla quale è scritto il nome dell’autore, e proclamerà a voce alta e intelligibile, che è stata scoperta una meraviglia; che l’Olanda per l’intermediario di quel Boxtel ha forzato la natura a produrre un fiore nero e che questo fiore chiamerassi per l’avvenire _Tulipa nigra Boxtellea_.

Di tratto in tratto perciò Boxtel leva gli occhi per un momento dal tulipano e dalla borsa, e guarda timidamente nella folla, perchè in questa paventa soprattutto di scorgere la pallida faccia della bella Frisona.

La gli sarebbe uno spettro, si capisce, il quale turberebbe la festa, presso a poco come lo spettro di Banco turbò il convito di Macbetto.

E lo ripetiamo, questo miserabile, che scavalcò un muro che non era suo, che scalò una finestra per entrare nella casa del suo vicino, che con una contracchiave riaprì la camera di Rosa, costui finalmente che ha rubato la gloria di un uomo e la dote di una ragazza, costui non si crede mica un ladro.

Egli ha talmente vegliato sul tulipano, lo ha seguito così ardentemente dall’armadio del prosciugatoio di Cornelio fino al palco del Buitenhof, da questo alla prigione della fortezza di Loevestein; hallo visto nascere così bene e crescere sulla finestra di Rosa, ha tante volte intorno a lui intiepidita l’aria col suo alito, che niuno più di lui può vantarsene autore; cosicchè chi adesso a lui prendesse il tulipano nero, parrebbegli che gliel derubasse.

Ma non scorse punto nè poco Rosa.

Ne resultò che la gioia di Boxtel non fosse minimamente turbata.

Il corteggio arrestossi nel centro di una rotonda ricinta di alberi magnificamente decorati di ghirlande e di iscrizioni; e arrestossi al suono di una musica fragorosa, e allora le giovinette Olandesi fecersi innanzi per scortare il tulipano all’alto seggio, ch’ei doveva occupare sulla gradinata accanto alla poltrona d’oro di Sua Altezza lo Statolder.

E l’orgoglioso Tulipano, collocato sul suo piedistallo dominò ben presto l’assemblea, che battè le mani, e fece risuonare gli echi di Harlem di un applauso prolungato.

XVI

Un’ultima preghiera.

In quel solenne momento allo scoppio dei ripetuti applausi, una carrozza passava per la strada fiancheggiata dal bosco, seguiva lentamente il suo cammino a cagione dei bambini spinti fuori della linea degli alberi per l’accalcamento degli uomini e delle donne.

Polverosa, stanca, cigolante sopra i suoi fuselli quella carrozza chiudeva l’infelice Van Baerle, cui dall’aperta portiera cominciavasi ad offrire lo spettacolo che noi abbiamo impreso, molto imperfettamente senza dubbio, a mettere sotto gli occhi dei nostri leggitori.

La folla, il frastuono, la pompa di tutti gli umani e naturali splendori sbalordirono il prigioniero come se un baleno fosse entrato nel suo ergastolo.

Malgrado la poca prontezza che aveva usata il suo compagno a rispondergli allorquando avealo interrogato sulla propria sua sorte, egli si azzardò d’interrogarlo un’ultima volta intorno a tutto quel tramestio, che sulle prime poteva e doveva credere ch’ei ne fosse affatto estraneo.

— Che cosa è questa, vi prego, signor luogotenente? domandò all’officiale incaricato di scortarlo.

— Come potete vedere, o signore, replicò costui, è una festa.

— Ah! una festa! disse Cornelio con quel tuono tristamente indifferente di un uomo, a cui nessuna gioia di questo mondo non più appartenga da molto tempo.

Poi dopo un po’ di silenzio e qualche passo della vettura, domandò:

— La festa patronale di Harlem? perchè vedo gran fiori.

— Infatti l’è una festa in cui i fiori sono, o signore, i protagonisti.

— Oh! il dolce profumo! oh! che bei colori! esclamò Cornelio.

— Fermate, disse l’officiale al soldato che faceva da postiglione con uno di quei dolci movimenti di pietà che non trovansi che nei militari, fermate perchè il signore possa vedere.

— Oh! grazie, signore, della vostra gentilezza, soggiunse malinconicamente Van Baerle; ma emmi ben dolorosa la gioia altrui, vi prego dunque, risparmiatemela.

— Come vi aggrada; andiamo, via. Avevo comandato che si fermasse, perchè me lo avevate richiesto, e di più perchè passate per amatore dei fiori, e di quelli specialmente, di cui oggi si celebra la festa.

— E quali fiori si festeggiano oggi, signore?

— I tulipani.

— I tulipani! esclamò Van Baerle; oggi è la festa dei tulipani?

— Sì, signore; ma giacchè questo spettacolo vi affligge, andiamo.

E l’officiale si apprestava a dare l’ordine di continuare il cammino.

Ma Cornelio l’arrestò; un dubbio doloroso attraversogli la mente.

— Signore, domandò di una voce tremante, non sarebbe oggi che si conferisce il premio?

— Il premio del tulipano nero, già.

La faccia di Cornelio imporporossi; il brivido gli corse per tutto il corpo; e il sudore gocciavagli dalla fronte.

Poi riflettendo che lui e il suo tulipano assenti, la festa abortirebbe senza dubbio per mancanza di un uomo e di un fiore per coronarla:

— Ahimè! egli disse, tutte queste brave persone saranno come me infelici, perchè non vedranno questa gran solennità, alla quale sono invitate, o per lo meno la vedranno incompleta.

— Che volete voi dire?

— Voglio dire, disse Cornelio, accovacciandosi in fondo della vettura, che eccetto qualcuno che io conosco, il tulipano nero non sarà mai trovato.

— Allora, signore, disse l’officiale, cotesto qualcuno che voi conoscete, lo ha trovato; perchè quello che in questo momento tutta Harlem contempla, è il fiore che voi riguardate come introvabile.

— Il tulipano nero! esclamò Van Baerle, gettandosi più che a metà fuori della portiera. Dov’è? dov’è?

— Laggiù sul trono, lo vedete?

— Lo vedo!

— Andiamo, signore, disse l’officiale, ora bisogna partire.

— Oh! per pietà, di grazia, signore, disse Van Baerle, oh! non mi menate via! lasciatemi guardare un altro poco! Come? Quello che vedo laggiù è il tulipano nero, proprio nero... possibile? Oh! signore, l’avete voi visto? No, no, deve avere delle macchie, deve essere imperfetto, e forse è tinto di nero; oh! s’io fossi lì, saprei ben dirlo io, o signore; lasciatemi scendere, lasciatemelo vedere da vicino, ve ne prego.

— Che siete matto? Non posso.

— Ve ne supplico.

— Ma dimenticate che siete prigioniero!

— Sono prigioniero, è vero; ma sono un uomo d’onore, e sul mio onore, o signore, non fuggirei mai, non tenterei mai di salvarmi; lasciatemi solamente guardare il fiore!

— Ma i miei ordini, signore?

E l’officiale fece un nuovo movimento per ordinare al soldato di rimettersi in via.

Cornelio l’arrestò ancora.

— Oh! siate paziente, siate generoso! tutta la mia vita dipende da un moto della pietà vostra. Ahimè! la vita mia, o signore, probabilmente non sarà lunga. Ah! che voi non sapete quanto io soffra; non sapete l’aspra guerra che fassi nella mia testa e nel mio cuore; perchè se fosse mai, continuò Cornelio disperatamente, perchè se fosse mai il mio tulipano rubato a Rosa! Oh! signore; capite bene che cosa sia l’aver trovato il tulipano nero, l’averlo visto un momento, averlo conosciuto perfetto, che gli è a un tempo un capo d’opera dell’arte e della natura, e doverlo perdere e perdere per sempre? Oh! signore bisogna che scenda e vada a vederlo; voi mi starete accanto se vi piace, ma voglio vederlo, sì, voglio vederlo!

— Tacete, disgraziato, e rientrate presto in carrozza, perchè ecco la scorta di Sua Altezza lo Statolder che passa d’innanzi; se il principe rimarcasse uno scandalo, se sentisse un rumore, si sarebbe fatta buona io e voi.

Van Baerle più spaventato pel suo compagno che per sè, si rimise in carrozza, ma non vi potè stare un mezzo minuto, ed erano appena passati i primi venti cavalieri, che si rimise alla portiera, accennando e supplicando lo Statolder giusto al momento ch’ei passava.

Guglielmo impassibile e semplice secondo il solito, portavasi al posto per compire il suo officio di presidente. Aveva in mano il suo rotolo di pergamena, che in questo giorno di festa era divenuto il suo bastone del comando.

Vedendo quell’uomo che accennava e supplicava, riconoscendo forse ancora l’officiale che accompagnavalo, il principe diede l’ordine di fermarsi.

Nel momento i suoi cavalli frementi sugli zoccoli ferrati fermaronsi a sei passi da Van Baerle rannicchiato nella sua carrozza.

— Che cosa c’è? dimandò il principe all’officiale, che al primo cenno dello Statolder era saltato giù dalla vettura, e gli si avvicinava rispettosamente.