Il tulipano nero

Part 16

Chapter 163,797 wordsPublic domain

L’idea che Rosa forse fosse maltrattata, esasperava Cornelio. Sentiva allora la sua inutilità, la sua impotenza, il suo niente. Dimandava a sè stesso se fosse giusto che due creature innocenti soffrissero tanto; e certamente in quel momento la sua fede vacillava. La disgrazia non rende credenti.

Van Baerle aveva bene formato il progetto di scrivere a Rosa; ma Rosa dov’era?

Aveva bene avuto l’idea di scrivere all’Aya per allontanare dalla sua testa il nuovo uragano, che Grifo senza dubbio stava suscitandogli contro per una denunzia.

Ma con che scrivere? Grifo aveagli tolto apis e carta. D’altronde avesse avuto pure l’uno e l’altra, dicerto non sarebbe stato Grifo che sarebbesi incaricato della sua lettera.

Allora Cornelio andava e riandava nella sua testa tutte quelle povere furberie solite impiegarsi dai prigionieri.

Aveva ancora pensato a una evasione, cosa a cui non aveva pensato, quando vedeva Rosa tutti i giorni. Ma più vi pensava, più una evasione parevagli impossibile. Egli era di quelle nature perfette, che hanno orrore anco dell’apparenza del disonesto; e perciò ogni buona occasione della vita loro manca, sbaglio imperdonabile di non aver preso la via dei volgari, battuta dalla gente di mezza tacca, la quale menali a tutto.

— Come sarebbe possibile, dicevasi Cornelio, che io me ne possa fuggire di Loevestein, donde già se ne fuggì Grozio? dopo questa evasione, non è stato a tutto previsto? Le finestre non sono assicurate? le porte non sono doppie e anco triplicate? I guardioli non sono dieci volte più vigilanti?

«E poi oltre le finestre assicurate, le porte doppie, i guardioli più vigilanti di prima, non ho io un Argo infallibile, un Argo tanto più maligno, che ha gli occhi dell’ira, non ho io Grifo?

«Infine non evvi una circostanza che mi paralizza? L’assenza di Rosa. Quand’anco impiegassi dieci anni della mia vita a fabbricarmi una lima per segare le mie sbarre, a intrecciare le mie corde per discendere dalla finestra, o ad attaccarmi delle ali alle spalle per involarmi come Dedalo... Ma sono in un pessimo bivio! La lima potrebbesi consumare, le corde rompere, le mie ali struggersi al sole: mi ammazzerei malamente. E al più mi rialzerei zoppo, monco, sfilato; e sarei classato nel museo dell’Aya tra la porpora tinta di sangue di Guglielmo il Taciturno e la femmina marina raccolta a Stavoren, non avendo la mia intrapresa avuto per resultato che di procurarmi l’onore di far parte delle curiosità dell’Olanda.

«Ma no; un bel giorno, ed è assai meglio, Grifo farammi qualche angheria. Perdo la pazienza dopo aver perduto la gioia e la società di Rosa, e soprattutto dopo aver perduto il mio tulipano. Non cade dubbio che un giorno o l’altro Grifo non mi attacchi d’una maniera sensibile al mio amor proprio, al mio amore o alla mia sicurezza personale. Dalla mia reclusione in poi mi sento una forza strana, stizzosa, insopportabile; ho un pizzicore d’accapigliarmi, un appetito di adoprare le mani, una sete di pugni; salterei insomma con tutta la buona volontà del mondo alla gola del mio vecchio aguzzino, e lo strangolerei!»

Cornelio a quest’ultimo proponimento arrestossi un istante con la bocca contratta e l’occhio fisso. Un’idea, che sorridevagli, affacciavasi alla sua mente.

— E già! continuò Cornelio, una volta Grifo strangolato, perchè non prendergli le chiavi? Perchè non prendere la scala, come se io avessi commesso l’azione la più virtuosa? Perchè non andare a trovar Rosa nella sua camera? Perchè non ispiegarle il fatto e saltar seco lei dalla finestra nel Wahal? Io so certo nuotare per due. Con Rosa? ma Grifo, mio Dio, è suo padre; ella per quanto mi ami, non potrebbe perdonarmi giammai d’averle strangolato il padre benchè bestiale, benchè più che severo cattivo. Bisognerà allora entrare in discussione, in ragionamento, durante il quale sopraggiungerà qualche aiuto, qualche soprastante, che avendo trovato Grifo ancora scalciante o strozzato affatto, mi rimetterà le mani a dosso; e rivedrò allora il Buitenhof e il lampeggiare di quella maledetta spada, che questa volta non si arresterebbe a mezzo, e farebbe conoscenza con la mia nuca. Niente di tutto questo, Cornelio, amico mio, niente; gli è un cattivo mezzo! Ma allora cosa almanaccare? come ritrovar Rosa?»

Tali erano le riflessioni di Cornelio, tre giorni dopo la scena funesta della separazione tra Rosa e suo padre giusto nel momento, in cui noi abbiamo mostrato Cornelio appoggiato sulla sua finestra. E in questo stesso momento entrò Grifo.

Ei teneva in mano un enorme bastone; gli occhi suoi balenavano un pensiero sinistro; un sinistro sorriso increspava le sue labbra; un sinistro ondeggiamento agitava la sua persona, e il suo contegno silenzioso spirava disposizioni sinistre.

Cornelio affranto, come lo abbiamo visto, dalla necessità, che il raziocinio avea condotto fino alla convinzione, Cornelio lo intese entrare, indovinò che fosse lui, ma non si volse nemmeno un tantino.

Ei sapeva che questa volta Rosa non verrebbegli dietro.

Non avvi cosa più spiacevole a chi sia in vena di stizza, della indifferenza di coloro, cui deve essa dirigersi.

Fatta la spesa, si vuol godere. Uno che siasi montato la testa, uno che abbiasi messo il sangue a bollore, vuole almeno la soddisfazione di una piccola scarica.

Ogni onesto briccone, che abbia aguzzato il suo cattivo genio, desidera di fare almeno una buona ferita a qualcuno.

Così Grifo, vedendo che Cornelio non fiatava, si mise a interpellarlo con un vigoroso:

— Ohè! ohè!

Cornelio canticchiò tra’ denti la canzone dei fiori, triste ma graziosa canzone.

Del fuoco segreto Del fuoco, che serra Per entro ogni vena Fecondo la terra; Dell’Alba dai crini Lucenti, vermigli, E della rugiada Noi tutti siam figli. Siam figli dell’aria, Siam figli del rio, Ma prima di tutto Siam figli di Dio.

Questa canzone di un’aria calma e soave accresceva la placida melanconia, esasperava Grifo.

Percosse l’impiantito col suo bastone, gridando:

— Eh! signor cantante, non mi date retta?

Cornelio si volse:

— Buon giorno, disse.

E riprese la sua canzone.

Amando, ci uccide Ognuno; che solo Un fragile filo Ci tiene qui al suolo; Un fil, che la vita Qui solo ci allaccia. Ma in alto ben alto Sporgiamo le braccia;

— Ah! stregone maledetto, tu mi prendi a gabbo! gridò Grifo.

Cornelio continuò:

Al ciel, nostra patria Verace, le alziamo, Al ciel, donde in terra Noi puri scendiamo; E dove il profumo, Nostr’anima vera, Soave risale Sull’ala leggiera.

Grifo accostossi al prigioniero:

— Tu non vedi dunque che ho preso la buona via per metterti giudizio, e per farti confessare le tue scelleratezze?

— E io ci scommetto che siete impazzato, signor Grifo mio caro? disse Cornelio volgendosi a lui.

E siccome, nel proferire tai detti, vide la faccia alterata, gli occhi scintillanti, la bocca schiumante del vecchio carceriere:

— Diavolo! continuò, siam più che pazzi a quel che pare; siamo furiosi!

Grifo fece il molinello col suo bastone; ma senza scrollarsi, seguitò Van Baerle incrociando le braccia.

— Via messer Grifo, che vi salterebbe il ticchio di minacciarmi?

— Oh! sì, ti minaccio! urlò il carceriere.

— Con che?

— Primieramente guarda cosa tengo in mano.

— Un bastone, disse Cornelio con calma, e grosso bene; ma non posso supporre che mi vogliate minacciare con codesto.

— Ah! non lo puoi supporre! E perchè?

— Perchè ogni carceriere, che percuota un prigioniero, si espone a due punizioni; la prima art. 19 del regolamento di Loevestein:

«Sarà espulso ogni carceriere, ispettore e soprastante che metta le mani addosso ad un prigioniero di Stato.»

— La mano, disse Grifo fuor di sè per la collera, non il bastone. Il regolamento non parla punto di bastone.

— La seconda, continuò Cornelio, la seconda, che non istà registrata nel regolamento, ma che si trova nel Vangelo, la seconda eccola:

«Chi di coltello ammazza convien che muoia.

«Chiunque percuota col bastone, sarà rosolato col bastone.»

Grifo sempre più inasprito dal tuono calmo e sentenzioso di Cornelio, brandì il suo randello; ma al momento che alzavalo, Cornelio slanciossi su lui, e glielo strappò di mano, e se lo mise sotto al braccio!

Grifo urlava di rabbia.

— Via, via, buonuomo, disse Cornelio, non vi esponete a perdere l’impiego.

— Ah! stregone maledetto! ti arriverò altrimenti, va là! mugghiò Grifo.

— Alla buon’ora.

— Tu vedi che la mia mano è vuota, eh?

— Già, lo vedo e ne godo.

— Tu sai che non l’è egualmente quando la mattina salgo la scala?

— Ah! l’è vero; mi portate secondo il solito la più trista minestra del mondo, o la più misera pietanza che possa mai immaginarsi. Ma ciò non è mica per me una privazione; mangio pane, e il pane quanto più cattivo è pel tuo gusto, o Grifo, tanto è migliore pel mio.

— È migliore pel tuo?

— Sì.

— La ragione?

— È semplicissima.

— Sentiamola dunque.

— Volentieri; so che col darmi cattivo pane, tu credi farmi soffrire.

— Il fatto però sta, che io non te lo do per farti piacere, o brigante.

— Benissimo! Io che sono stregone, come sai, cangio il tuo pane cattivo in buono, che mi appetisce più dei biscottini; ed allora ho un doppio piacere, prima di tutto di mangiare secondo il mio gusto, e poi di farti orribilmente arrabbiare.

Grifo urlò di collera, dicendo:

— Ah? tu confessi dunque che sei stregone!

— Perbacco! e di che tinta. Non lo dico davanti a persone, perchè ciò mi farebbe correre in mano del beccaio come Goffredo o Urbano Grandier, ma siccome siamo a quattr’occhi, io non ci vedo nessuno inconveniente.

— Bene, benone, rispose Grifo, ma se lo stregone può fare il pane di nero, bianco; se egli non ne abbia neppure un pochino, può egli morire di fame?

— Psih! fece Cornelio.

— Dunque non ti porterò più punto pane, e allora ci rivedremo tra otto giorni.

Cornelio impallidì.

— E comincieremo da oggi, continuò Grifo. Giacchè tu sei così bravo stregone, vediamo un po’, se cangi in pane i mobili della stanza; che quanto a me guadagnerò ogni giorno i diciotto soldi, che mi si danno pel tuo mantenimento.

— Sarebbe un assassinio! esclamò Cornelio, trasportato da un primo movimento di terrore ben concepibile, che venivagli ispirato da tal genere orribile di morte.

— Bene, continuò Grifo rampognandolo, bene, dappoichè sei tu stregone, vivrai a tuo marcio dispetto.

Cornelio riprese la sua aria disinvolta, e scuotendo la testa:

— Non hai visto che ho fatto venire i piccioni di Dordrecht?

— Ebbene?... disse Grifo.

— Ebbene! i piccioni sono un buon’arrosto; e un uomo che mangi ogni giorno un piccione arrosto, non può, mi pare, morire di fame.

— E il fuoco? disse Grifo.

— Il fuoco! ma tu sai bene che ho fatto un patto col diavolo. E pensi tu, che il diavolo mi lasci mancare il fuoco, quando il fuoco è il suo elemento?

— Un uomo per robusto che sia, non saprà mangiare un piccione tutti i giorni. Sonosi fatte per questo delle scommesse, e sonosi dati per vinti.

— Benissimo! Quando sarò nauseato dei piccioni, farò montar quassù i pesci del Wahal e della Mosa.

Grifo fece tanti d’occhi.

— Amo molto i pesci, continuò Cornelio; tu non me ne porti mai. Ebbene! giacchè vorresti farmi morire di fame, m’imbandirò allora del pesce.

Grifo fu lì lì per sfinire di collera e di spavento. Ma riavendosi:

— Ebbene, disse mettendo la mano in tasca, giacchè mi vi forzi...

E ne cavò un coltello aperto.

— Ah! un coltello! esclamò mettendosi sulle difese col suo bastone.

XIII

Come Van Baerle, prima di lasciare Loevestein, metta in pari i suoi conti con Grifo.

Ambedue soprastettero un istante. Grifo sulla offensiva, Van Baerle sulla difensiva.

Poi, siccome la situazione poteva prolungarsi all’indefinito, Cornelio volendosi informare delle cause di questa recrudescenza di collera presso il suo antagonista, domandollo:

— Ebbene! che cosa volete?

— Che cosa io voglio, te lo vado a dire. Voglio che tu mi renda la mia figlia Rosa.

— La vostra figlia! esclamò Cornelio.

— Sì, Rosa! La mia Rosa che mi hai involata con la tua arte diabolica. Vediamo; vuoi tu dirmi ov’ella sia?

— Rosa non è a Loevestein? esclamò Cornelio.

— Fai il nesci. Me la vuoi tu rendere, ancora una volta?

— Eh! disse Cornelio, l’è un’insidia che tu mi tendi.

— Per l’ultima volta, mi vuoi tu dire ove trovasi mia figlia?

— Oh! indovinalo, farabutto, se non lo sai.

— O guarda, o guarda! pronunziò Grifo pallido e con le labbra tremanti per la furia, che salivagli al cervello. Ah! non mi vuoi tu dir niente; ebbene! t’aprirò io i denti.

E fece un passo verso Cornelio, a cui mostrando l’arme che luccicavagli in mano:

— Vedi, disse, questo coltello? ho ucciso con questo più di cinquanta galli neri. Ammazzerò pure come quelli il diavolo loro principale: aspetta, aspetta!

— Dunque, furfante, mi vuoi tu ammazzare davvero?

— Ti voglio spaccare il cuore, per vedervi il luogo dove tu nascondi mia figlia.

E dicendo queste parole con lo smarrimento febrile, Grifo si precipitò su Cornelio, che ebbe appena tempo di ripararsi dietro la sua tavola per ischivare il primo colpo.

Grifo brandiva il suo coltello proferendo orribili imprecazioni.

Cornelio previde che, se egli era fuori di tiro del braccio, non l’era però fuori della portata dell’arme; perchè lanciata da lontano poteva traversare lo spazio e venire a conficcarsi nella sua pancia. Non perdè dunque tempo, e col bastone, che non aveva abbandonato, assestogli un colpo vigoroso sul pugno che teneva il coltello.

Il coltello cadde a terra, e Cornelio vi pose sopra il piede.

Poi, siccome Grifo pareva volesse attaccarsi a una lotta accanita, la quale il dolore del colpo di bastone e la vergogna di essere stato per la seconda volta disarmato avrebbe resa implacabile, Cornelio abbracciò un gran partito.

Scaricò una tempesta di colpi sul carceriere col più eroico sangue freddo, azzeccandoli in modo che ogni bussa cadeva appieno.

Grifo non tardò molto a chiedere misericordia; ma prima di chiederla aveva strillato e molto. Le sue grida erano state intese ed avevano messo in allarme tutti gl’impiegati della casa. Due soprastanti, un ispettore e tre o quattro secondini comparvero dunque ad un tratto, e sorpresero Cornelio in flagrante col bastone in mano e il coltello sotto il piede.

Alla vista di tutti quei testimoni del misfatto or ora commesso, le circostanze attenuanti, come si dice oggigiorno, non erano conosciute, Cornelio sentissi senza scampo perduto.

Difatti tutte le apparenze gli stavano contro.

In un attimo Cornelio fu disarmato e Grifo circondato, rialzato, sostenuto potè contare le ammaccature, che gonfiavano le sue spalle e la sua schiena come altrettante giogaie addentellanti le creste di una montagna.

Fu steso il processo verbale delle violenze esercitate dal prigioniero sopra il suo guardiano; e questo processo insufflato da Grifo non potevasi accusare di tiepidezza. Non trattavasi niente meno che di un tentativo di assassinio premeditato da lungo tempo e attentato sul carceriere; dunque premeditazione e ribellione aperta.

Mentrechè istruivasi il processo contro Cornelio, i ragguagli dati da Grifo rendendo il suo confronto inutile, i due soprastanti l’avevano fatto scendere nel suo quartiere tutto maculato e gemebondo.

Intanto le guardie, che eransi impadronite di Cornelio, occupavansi cristianamente ad istruirlo degli usi e costumi di Loevestein, che del resto egli conosceva bene quanto loro, essendogli stata fatta lettura del regolamento quando entrò in quella prigione, e certi articoli specialmente essendogli rimasti perfettamente a memoria.

Gli raccontarono inoltre, come l’applicazione di quel regolamento fosse stata fatta sul conto di un prigioniero nominato Mattias, che nel 1668, cioè cinque anni prima aveva commesso un atto di ribellione ben altrimenti più lieve di quello che erasi permesso Cornelio.

Egli aveva trovato la sua minestra bollente e aveala schiaffata sul muso del capoguardia, che al seguito di questa ablazione aveva avuto il disappunto asciugandosi il viso di venirgli dietro una buona parte di pelle.

Mattias dentro le dodici ore era stato estratto dalla sua stanza, poi condotto al guardiolo, dove era stato iscritto come assente di Loevestein; poi menato alla spianata, la cui visuale è bellissima, estendendosi a dodici leghe di distanza; poi quivi avendogli legate le mani e bendati gli occhi, si recitarono tre preghiere; e poi fu invitato a inginocchiarsi, e le guardie di Loevestein in numero di dodici a un segnale fatto da un sergente gli applicarono ognuno abilissimamente una palla nello stomaco.

Per quelle pillole Mattias essere morto nell’atto.

Cornelio ascoltò con la più grande attenzione questo racconto non molto piacevole; e dopo averlo ascoltato, disse:

— Ah! ah! dentro le dodici ore, dite voi?

— Già, la dodicesima ora, a quel che credo, non era finita di suonare, disse il narratore.

— Grazie, disse Cornelio.

La guardia non aveva finito la graziosa sua risata, che serviva di puntuazione al suo racconto, che un passo sonoro risuonò per la scala: un tintinnio di sproni come di marcia militare.

Le guardie scansaronsi per lasciar passare un officiale, che entrò nella stanza di Cornelio al momento in cui il cancelliere di Loevestein stendeva il verbale.

— È questo il N.º 11? domandò.

— Sì, capitano, rispose il sottofficiale.

— Allora è questa la camera di Cornelio Van Baerle? Egli domandò dirigendosi questa volta allo stesso prigioniero.

— Sì, signore.

— Seguitemi.

— Oh! oh! disse Cornelio il di cui cuore si risollevava, oppresso dalle prime angoscie della morte, come ci si spiccia alla fortezza di Loevestein! E il mariolo che mi aveva parlato di dodici ore!

— Ohè! la va come ve l’ho contata? fece il novelliere all’orecchio del paziente.

— Una bugia.

— Come?

— Mi avete promesso dodici ore.

— Ah! sì. Ma vi si manda un aiutante di campo di Sua Altezza, e anche uno de’ suoi più intimi, il signor Van Deken. Canchero! Non si fece un simile onore al povero Mattias.

— Andiamo, andiamo, disse Cornelio gonfiando i suoi polmoni con la più gran quantità d’aria possibile; andiamo e mostriamo loro che un popolano, battezzato di Cornelio de Witt, può, senza fare smorfie, contenere altrettante palle di moschetto, quante quel Mattias di buona memoria.

E passò fieramente dinanzi all’attuario, che interrotto nelle sue funzioni si azzardò di dire all’officiale.

— Ma, capitano Van Deken, il processo verbale non è ancora terminato.

— Non vale neppure la pena di finirlo, rispose l’officiale.

— Buono, replicò il processante chiudendo filosoficamente le sue carte e la sua penna in un portafoglio usato e tutt’unto.

— È stato scritto, pensò il povero Cornelio, che io in questo mondo non abbia da dare il mio nome nè a un bambino, nè a un fiore, nè a un libro, tre necessità, di cui Iddio una almeno, come ci si assicura, impone a ciascun’uomo per organizzato alla meglio che e’ sia, e che egli si degna che gioisca sulla terra della proprietà di un’anima e dell’usufrutto di un corpo.

E seguì l’officiale col cuore risoluto e con la testa alta.

Cornelio contava i gradini che conducevano alla spianata, rimproverandosi di non aver dimandato alla guardia quanti ve ne fossero; che colui nella sua officiosa compiacenza non avrebbe certo mancato di dirglielo.

Ciò che oltremodo spiaceva al paziente in questo tragitto da lui riguardato come l’ultimo suo viaggetto, si era di veder Grifo e non Rosa. Infatti qual soddisfazione doveva brillare sul viso del padre, e qual dolore sul viso della figlia.

Grifo come avrebbe applaudito a quel supplizio, vendetta feroce di un atto eminentemente giusto cui Cornelio aveva la coscienza d’aver compìto come un dovere!

Ma, Rosa, la povera ragazza, s’ei non vedevala, se andava a morire senza darle l’ultimo bacio o almeno l’ultimo addio; s’egli andava a morire in fine senza avere alcuna nuova del gran tulipano nero, e risvegliarsi lassuso senza sapere da qual parte bisognasse volgere gli occhi per ritrovarla!

In verità per non disfarsi in lacrime in simile momento il povero tulipaniere, aveva intorno al cuore più l’_aes triplex_ (triplice bronzo) di Orazio, da lui attribuiti al navigatore che il primo visitò l’infami sugli acrocerauni.

Ebbe un bel riguardare a dritta, ebbe un bel riguardare a sinistra; arrivò sulla spianata senza avere scorto Rosa, e senza avere scorto Grifo.

Eravi quasi una compensazione.

Cornelio giunto sulla spianata cercò col guardo i suoi esecutori, e vide di fatti una dozzina di soldati assembrati a chiacchera; ma senza moschetto, senza essere a rango; condotta che parve a Cornelio indegna della gravità che presiede d’ordinario a consimili avvenimenti.

Ad un tratto Grifo zoppicante, barcollante, appoggiato ad una gruccia, apparve fuori del suo guardiolo. Egli aveva acceso per lanciare un ultimo sguardo d’ira tutto il fuoco de’ suoi occhi grigi di gatto; e nel tempo stesso si mise a vomitare contro Cornelio una tale tempesta di abominande imprecazioni, che Cornelio dirigendosi all’officiale:

— Signore, disse, non credo sia ben fatto lasciarmi così insultare da cotest’uomo, e soprattutto in un momento simile.

— Datemi retta, rispose l’officiale ridendo, è ben naturale che questo bravuomo vi rampogni: pare che non lo abbiate conciato molto bene.

— Ma, signore, fu per sola difesa.

— Ohè! disse l’officiale dando alle sue spalle un movimento superlativamente filosofico; ohè! lasciategli almeno il fiotto libero: non ve ne vien nulla.

Un sudor freddo venne sulla fronte di Cornelio a questa risposta, che riguardava come una ironia che puzzasse di bestiale, per parte specialmente di un officiale che gli si diceva stare al fianco della persona del principe.

Il disgraziato comprese che non aveva più risorsa nessuna, non più amici, e rassegnossi.

— E sia, mormorò abbassando la testa; se ne fecero delle più acerbe a Cristo; e la mia innocenza non è alle mille miglia paragonabile alla sua. Cristo sarebbesi fatto battere dal suo carceriere, e non l’avrebbe battuto.

Poi rivolgendosi all’officiale, che pareva attendesse gentilmente, che egli avesse finito le sue riflessioni:

— Via, signore, domandò, dove debbo andare?

L’officiale accennogli una carrozza tirata da quattro cavalli, che ricordavagli molto la carrozza che in una simile circostanza aveva già colpito i suoi occhi al Buitenhof.

— Montate là dentro, gli disse.

— Ah! mormorò Cornelio, parrebbe che non mi fosse riserbato l’onore della spianata!

Pronunziò queste parole abbastanza forte da essere comprese dallo storico che non avealo lasciato.

Senza dubbio ei credette che fosse suo dovere di dare nuovi schiarimenti a Cornelio, perchè accostossi alla portiera e intanto che l’officiale col piede sul montatoio dava alcuni ordini, ei diceva sommessamente:

— Si è dato che qualche condannato sia stato tradotto nella propria città e, perchè fosse l’esempio più strepitoso, vi abbia subito il suo supplizio davanti la porta della propria casa. È forse questo.

Cornelio fece un segno di ringraziamento; e poi a quello di rincontro:

— Ebbene, disse, alla buon’ora! ecco qui un giovanotto che non manca mai di interporre una consolazione, quando gli si presenti il destro. Amico mio, ve ne sono davvero obbligato. Addio.

La vettura si mosse.

— Ah! scellerato! ab! brigante! urlò Grifo mostrando le pugna alla sua vittima che scappavagli di mano. E dire che se ne va senza rendermi mia figlia!

— Se mi si conduce a Dordrecht, disse Cornelio, vedrò passando da casa mia almeno le mie casellette se siano ben tenute.

XIV

Quando Van Baerle cominci a dubitare a qual supplizio sia riserbato.

La vettura trottò per tutta la giornata; si lasciò Dordrecht a sinistra, traversò Rotterdam, toccò Delft: alle cinque di sera erano state percorse almeno venti leghe.

Cornelio diresse qualche interrogazione all’officiale che servivagli a un tempo di guardia e di compagno; ma per circospette che fossero le sue dimande, egli ebbe il cordoglio di vederle restare senza risposta.