Il tulipano nero

Part 12

Chapter 123,866 wordsPublic domain

— Perdono, ancora una volta, o Rosa! esclamò. Ciò che vi dissi ebbi torto a dirvelo; vi ho chiesto già perdono di quella parola fatale, e ve lo ridomando ancora. Non mi esaudirete mai?

— Il giorno appresso, riprese Rosa, richiamandomi alla mente tutto quello che mi avevate detto.... dell’astuzia da mettersi in opera per assicurarmi, se me o il tulipano seguisse quell’odiosa creatura....

— Sì, odiosa... Mi pare, soggiunse, che l’odiate a dovere?

— Sì, l’odio, rispose Rosa, perchè gli è cagione di quanto ho sofferto in questi otto giorni!

— Ah! voi pure avete sofferto? Grazie, o Rosa, di questa buona parola.

— Il giorno appresso di quel giorno sfortunato, continuò Rosa, scesi dunque in giardino, e mi avanzai verso la casella, dove io dovea piantare il tulipano, guardandomi dietro con la coda dell’occhio, se questa come l’altra volta egli mi seguisse.

— Ebbene? domandò Cornelio.

— Ebbene! la medesima ombra strisciossi tra la porta e il muro, e disparve ancora dietro i sambuchi.

— Figuraste di non vederlo, ci s’intende? dimandò Cornelio, rammentandosi in tutti i suoi dettagli il consiglio che avea dato a Rosa.

— Già, e mi piegai sulla casella, che bucai con un cavicchio, come se io vi piantassi il tallo.

— E lui..... lui..... in quel frattempo?

— Vedevagli brillare gli occhi ardenti come quelli di un tigre attraverso le frasche.

— Vedete voi? vedete voi? disse Cornelio.

— Poi facendo finta d’aver finito, mi ritirai.

— Ma solo dietro la porta del giardino, eh? Dimodochè dalle fessure o dal buco della chiave voi poteste vedere, una volta partita, ciò ch’egli facesse.

— Aspettò un momento senza dubbio per assicurarsi che io non ritornassi; poi escì fuori a passo di lupo, si avvicinò alla casella con un lungo giro; poi giunse alfine alla sua meta, cioè di faccia al punto dove la terra era di fresco smossa, si arrestò con aria indifferente, girò il guardo attorno, interrogò ciascun angolo del giardino, interrogò ciascuna finestra delle case vicine, interrogò la terra, il cielo, l’aria, credendo di essere affatto solo, affatto isolato, affatto fuori di vista a chicchessia, precipitossi sulla casella, cacciò le sue due mani nella terra molle, levonne una porzione, che sbriciolò delicatamente tra le sue mani per vedere se vi si trovasse il tallo, ricominciò per tre volte la stessa faccenda, ed ogni volta con una azione più ardente fino a che, cominciando a comprendere di essere uccellato, si ricompose, benchè roso dalla stizza, prese la zappa, spianò il terreno per lasciarlo nel medesimo stato in cui trovavasi, prima che lo rimescolasse, e tutto arrabbiato, tutto sbuffante, riprese il cammino verso la porta, affettando l’aria innocua di un ordinario passeggiatore.

— Oh! disgraziato! mormorò Cornelio asciugandosi le gocce di sudore che gli sgorgavano dalla fronte. Oh! disgraziato! io l’avevo indovinato. Ma del tallo, o Rosa che ne avete fatto? Ahimè! e già un pochetto tardi per piantarlo.

— Il tallo è da sei giorni che gli è in terra.

— Dove? come? esclamò Cornelio. Oh! mio Dio! che imprudenza! Dove? in qual terra? A buona o cattiva esposizione? Non c’è pericolo che ce lo rubi quell’assassino di Giacobbe?

— Non c’è pericolo che sia rubato, a meno che Giacobbe forzi l’uscio di camera mia.

— Ah! è presso voi, è in camera vostra, o Rosa, disse Cornelio un poco tranquillizzato. Ma in qual terreno? in qual recipiente? Non lo fate germogliare nell’acqua, come le buone donne di Harlem e di Dordrecht, che s’incapano a credere che l’acqua sia un succedaneo della terra, come se l’acqua, che è composta di 33 centesimi di ossigeno e di 66 di idrogeno, potesse rimpiazzare..... Ma cosa vi dico mai?

— A vero dire, l’è troppa scienza per me, rispose sorridendo la giovanetta. Mi contenterò dunque di rispondervi per tranquillizzarvi, che il vostro tallo non è nell’acqua.

— Ah! respiro.

— È in un vaso di terra cotta, della larghezza giusta della brocca, dove voi avevate interrato il vostro; gli è in un terreno composto di tre quarti di terra ordinaria presa nel miglior punto del giardino e d’un quarto di terra di belletta di via. Oh! l’ho inteso dire così spesso da voi e da quell’infame di Giacobbe, come voi lo chiamate, in qual terra deve spuntare il tulipano, che lo so come il primo giardiniere di Harlem!

— Ora ah! ci resta l’esposizione. A quale è, Rosa?

— Ora tutta la giornata è al sole, quando c’è; ma quando il tulipano sarà spuntato dalla terra e quando il sole sarà più caldo, farò, caro signore Cornelio, come facevate qui voi. L’esporrò sulla mia finestra di ponente dalle tre pomeridiane alle cinque.

— Oh! così, così! esclamo Cornelio; voi siete un perfetto giardiniere, mia bella Rosa. Ma or che ci penso, la cultura del mio tulipano occuperà tutto il vostro tempo.

— Sì, gli è vero, disse Rosa; ma che importa? Il vostro tulipano è mio figlio; gli consacro tutto il tempo che spenderei per un mio bambino, se io fossi madre. Solo col divenire sua madre, soggiunse Rosa sorridendo, posso cessare di essergli rivale.

— Buona e cara Rosa! mormorò Cornelio, gettando sulla giovanetta uno sguardo, dov’era più dell’amante che dell’orticultore, e che consolò un poco Rosa.

Poi dopo un momento di silenzio, intantochè Cornelio aveva cercato per le aperture della graticola la mano fuggitiva di Rosa, riprese:

— Cosicchè son già sei giorni che il tallo è in terra?

— Sì, sei giorni, signor Cornelio, rispose la giovinetta.

— E ancora non si mostra?

— No, ma credo che domani spunterà.

— Dimani sera mi darete le sue nuove con le vostre, non è vero, Rosa?.... M’inquieto bene del figlio come ancora dicevate; ma m’inquieto ben più della madre.

— Dimani, disse Rosa, guardando Cornelio con la coda dell’occhio, dimani non so se potrò.

— Eh! mio Dio! esclamò Cornelio, perchè mai non potrete dimani?

— Signor Cornelio, ho mille cose a fare.

— Mentre che io non ho che una, mormorò Cornelio.

— Già, rispose Rosa; amare il vostro tulipano.

— Voi, o Rosa.

Rosa scosse la testa: e si rifece silenzio.

— Finalmente, continuò Cornelio, rompendo il silenzio, tutto si cangia nella natura; ai fiori di primavera succedono altri fiori, e vedonsi le api che carezzano teneramente le mammolette e le garofanate, posarsi col medesimo amore sul caprifoglio, le rose, i gelsomini, i crisantemi e il giranio.

— Che vuol dir ciò? dimandò Rosa.

— Ciò vuol dire, mia signorina, che voi avete dapprima amato sentire il racconto delle mie gioie e delle mie angoscie; avete carezzato il fiore della nostra reciproca giovinezza: ma la mia si è appassita all’ombra. Il giardino delle speranze e dei piaceri di un prigioniero non ha che una stagione; chè non è come i bei giardini all’aria aperta ed al sole. Una volta la messe fatta, una volta la preda presa, le api come voi, o Rosa, le api dal corpo delicato, dai pennoncelli d’oro, dalle ali trasparenti, attraversano i cancellati, fuggono il freddo, la solitudine e la tristezza per andare a trovare altrove i profumi e le tepide esalazioni.... la contentezza, infine!

Rosa guardava Cornelio con un sorriso, che egli non vedeva; perchè avea gli occhi verso il cielo.

Egli continuò con un sospiro.

— Mi avete abbandonato, o Rosa, per avere le vostre quattro stagioni di piacere. Avete fatto bene, non me ne lagno; qual diritto aveva io di esigere la vostra fedeltà?

— La mia fedeltà? esclamò Rosa tutta piangente e senza la pena più a lungo di nascondere a Cornelio la rugiada di perle che le scorrevano sulle guance; la mia fedeltà! che non vi sono stata fedele, io?

— Ahimè! si chiama essermi fedele, esclamò Cornelio, e poi abbandonarmi e lasciarmi qui morire?

— Ma, signor Cornelio, disse Rosa, non faccio tutto quello che possa farvi piacere? Non mi occupo io del vostro tulipano?

— La sola gioia ch’io mi abbia provata al mondo senza che sia stata intorbidita dall’amarezza. Voi me la rimproverate, o Rosa!

— Non vi rimprovero nient’altro, signor Cornelio, se non l’affanno profondo che io provo dal giorno che mi si venne a dire al Buitenhof, che voi andavate ad essere giustiziato.

— Vi dispiace, o Rosa, mia cara Rosa, vi dispiace dunque che io ami i fiori.

— Non mi dispiace che voi li amiate, signor Cornelio, ma mi attrista bensì che li amiate a preferenza di me.

— Ah! cara, carissima creatura, esclamò Cornelio; guardate come tremano le mie mani, come la mia fronte è pallida; ascoltate, ascoltate come batte forte il mio cuore. Ebbene non è mica perchè mi sorrida e mi appelli il mio tulipano nero: è perchè voi mi sorridete, è perchè voi piegate verso di me la vostra fronte, è perchè, — e io so se l’è vero, — perchè, quantunque le fuggano, le vostre mani aspirano alle mie, è perchè io sento il calore delle vostre guancie dietro la fredda graticola di ferro. Rosa, mio amore, spezzate il tallo del tulipano nero, distruggete la speranza di questo fiore, spengete la dolce luce del casto e delizioso sogno che ogni giorno abitualmente io faceva; sia pure! i fiori dalle ricche spoglie, dalle grazie eleganti, dai capricci divini, sì toglietemeli tutti, o fiore geloso degli altri fiori, sì toglietemeli tutti, ma non mi togliete la vostra voce, il vostro gesto, lo strepito de’ passi vostri su per la trista scala; deh! non mi togliete il fuoco degli occhi vostri per lo scuro corridoio, la certezza del vostro amore che perpetuamente carezzerà questo mio cuore. Amatemi o Rosa, perchè io non posso amare che voi.

— Dopo il tulipano nero! sospirò la giovanctta, le cui mani calduccie e carezzevoli passate alla fine a traverso alle sbarrette di ferro erano sotto le labbra di Cornelio.

— Prima di tutto, o Rosa....

— Che vi debbo credere?

— Come credete in Dio.

— Sia, ma ciò non vi obbliga ad amarmi molto?

— Troppo poco, pel volere, mia cara Rosa, ma obbliga pur voi.

— Me? dimandò Rosa; e mi obbliga a che?

— A non potervi maritare prima di tutto.

Ella sorrise dicendo:

— Ah! ecco come siete tiranni voialtri. Voi adorate una bella: non pensate che a lei, non sognate che lei; siete condannato a morte: andando al patibolo le consacrate il vostro estremo sospiro, ed esigete da me povera meschina il sacrifizio de’ miei sogni, della mia ambizione.

— Ma di qual bella mi parlate voi, o Rosa? disse Cornelio cercando, ma inutilmente, nelle sue rimembranze una donna alla quale Rosa potesse fare allusione.

— Della bella nera, signore, della bella nera dalla forma svelta, dal piè sottile, dalla testa dignitosa. Parlo del vostro fiore, non mi capite?

Cornelio sorrise.

— Bella immaginaria, mia buona Rosa, mentre voi, senza contare il vostro amoroso Giacobbe, o per dir meglio, il mio, voi siete attorniata di partiti, che vi fanno la corte. Rammentatevi, o Rosa, ciò che mi avete detto degli studenti, degli officiali, dei commessi dell’Aya? Ebbene! a Loevestein non sonvi commessi, officiali, studenti?

— Oh! ve ne sono, e come! disse Rosa.

— Che scrivono?

— Sicuro.

— E ora che sapete leggere....

E mandò un sospiro, pensando, che Rosa doveva a lui, povero prigioniero, il privilegio di saper leggere i bigliettini amorosi, che ella riceverebbe.

— Ma, signor Cornelio, mi pare, disse Rosa, che leggendo i bigliettini, che mi sono scritti, e adocchiando li zerbini, che mi fanno la ronda, io non faccia che seguire le vostre istruzioni.

— Come le mie istruzioni?

— Già, le vostre istruzioni! Fate lo scordato, continuò Rosa, sospirando la sua volta, fate voi lo scordato del testamento scritto da voi sulla Bibbia del signor Cornelio de Witt? Non me ne scordo mica io; perchè ora che so leggere, lo rileggo tutti i giorni, e non una, ma spesso due volte. Ebbene! In quel testamento voi mi ordinate di amare e di sposare un bel giovine da ventisei ai ventotto anni. Io lo cerco questo giovine; e siccome tutta la giornata la consacro al vostro tulipano, bisogna bene che mi lasciate la sera per trovarlo.

— Ah! Rosa, il testamento è fatto nella previsione della mia morte, e grazie al cielo io sono vivo.

— Ebbene! dunque non cercherò più il ben giovine dai ventisei ai ventotto anni, e verrò a veder voi.

— Brava, Rosa! sì, sì; venite!

— Ma a una condizione.

— L’ho già accettata!

— Che per tre giorni non si parli del tulipano nero.

— Non se ne parli più, se così vi piace.

— Oh! disse la giovanetta, non bisogna mai chieder l’impossibile.

E come per sbadataggine ella appressò la sua fresca guancia così presso alla graticola, che Cornelio la potè sfiorare con le labbra.

Rosa diè uno strillo sommesso mandato dal cuore, e ratto disparve.

V

Il secondo tallo.

La notte fu buona, e la giornata del domani fu ancora migliore.

I giorni precedenti la prigione erasi fatta squallida, scura, bassa bassa; gravava di tutto il suo peso sul povero prigioniero. I suoi muri erano neri, la sua aria fredda, le spranghe così raffittite da lasciarvi appena penetrare il giorno.

Ma quando Cornelio risvegliossi, un raggio di sole mattinale strisciava sulla ferrata; alcuni piccioni fendevano l’aria con le loro ali stese, mentre altri coccolavano amorosi sul tetto vicino alla finestra ancora chiusa.

Cornelio corse alla finestra e l’aperse; parvegli che la vita, la gioia e quasi la libertà entrassero con i raggi del sole nell’oscura sua stanza.

Fioriavi l’amore e con lui fioriva attorno al prigioniero ogni cosa: l’amore, fiore celeste ben’altrimenti profumato di tutti i fiori terreni.

Quando Grifo entrò nella stanza di Van Baerle invece di trovarlo mesto e coricato come gli altri giorni, trovollo alzato, e cantante un’arietta di un’opera.

— Ohè! fece Grifo.

— Stamani come va? disse Cornelio.

Grifo lo guardò in cagnesco.

— Il cane, il signor Giacobbe, la nostra bella Rosa, stanno tutti bene?

Grifo digrignò i denti e tagliò corto, rispondendo:

— Eccovi la vostra colezione.

— Grazie, amico Cerbero; viene a tempo, che ho una gran fame.

— Ah! voi avete fame? disse Grifo.

— Toh! perchè no? domandò Van Baerle.

— Pare che la cospirazione cammini, disse Grifo.

— Qual cospirazione? dimandò Cornelio.

— Buono! so quello che mi dico, ma staremo con tanti d’occhi, signor sapiente; state tranquillo: sì con tanti d’occhi.

— Così va fatto amico Grifo! così va fatto! La mia cospirazione come pure la mia persona è ai vostri comandi.

— Si vedrà a mezzogiorno, disse Grifo, e escì.

— A mezzogiorno, ripetè Cornelio, che cosa vuol dire? Via, aspettiamo mezzogiorno e vedremo.

Gli era facile aspettare mezzogiorno: aspettava le nove ore.

Battè mezzogiorno, e s’intese per le scale non solamente il passo di Grifo, ma il passo di tre o quattro soldati che salivano con lui.

Si aprì la porta, Grifo entrò introducendo gli uomini, e chiuse l’uscio dietro a loro.

— Via! ora perquisiamo.

Fu cercato nelle tasche di Cornelio, tra l’abito e la sua sottoveste, tra la sottoveste e la camicia, tra la camicia e la carne: non fu trovato niente.

Fu cercato dentro le lenzuola, dentro le materasse, dentro il saccone: non fu trovato niente.

Quanto allora felicitossi Cornelio per non avere accettato il terzo tallo. Grifo in questa perquisizione avrebbelo certo trovato per ben nascosto che fosse stato, e lo avrebbe trattato come il primo.

Del resto mai prigioniero assistette di un viso più sereno a una perquisizione fatta nella sua stanza.

Grifo si ritirò coll’apis e i tre o quattro fogli di carta bianca che Rosa aveva dato a Cornelio; ciò fu il solo trionfo della spedizione.

Alle sei Grifo tornò ma solo; Cornelio volevalo addolcire; ma Grifo brontolò, serrandosi con le due dita le labbra, ed escì all’indietro come un uomo che abbia paura di essere aggredito.

Cornelio diede in uno scroscio di riso; per cui Grifo che ne conosceva il perchè, gli gridò attraverso la graticola:

— Bene! bene! ben ride, chi ultimo ride.

Chi doveva ridere l’ultimo, in quella sera almeno, era Cornelio, perchè aspettava Rosa.

Rosa venne alle nove, ma venne senza lanterna: non avea più bisogno di lume, chè sapea già leggere. E poi il lume poteva tradire Rosa viepiù spioneggiata da Giacobbe. E poi al fin dei conti vedevasi troppo il rossore di Rosa, quand’ella arrossiva.

Di che parlarono i due giovani quella sera? Di quelle cose di cui parlano in Francia sulla soglia di una porta tutti gl’innamorati, da una parte all’altra del balcone in Ispagna, dall’alto al basso di un terrazzino in Oriente.

Parlarono di cose che mettono le ali ai piedi alle ore, e aggiungon penne al tempo.

Di tutto parlarono fuorchè del tulipano nero.

Poi alle dieci come il solito si lasciarono.

Cornelio era felice e così pienamente felice quanto può esserlo un tulipaniere cui non siasi punto parlato del suo tulipano.

Ei trovava Rosa graziosa come senza paragone: la trovava buona, leggiadra, avvenente.

Ma perchè Rosa proibiva che si parlasse del tulipano?

L’era un capriccetto di Rosa. E Cornelio diceva dentro di sè sospirando, che la femmina non è perfetta.

Una parte della notte meditò su questa imperfezione; che è quanto dire che, finchè fu sveglio, pensò sempre a Rosa.

Una volta addormentato, la sognò. Ma la Rosa dei sogni era ben altrimenti più perfetta della Rosa reale. Non solamente quella parlava del tulipano, ma di più portava a Cornelio un magnifico tulipano nero piantato in un vaso della China.

Cornelio svegliossi con un brivido universale di gioia, e mormorò:

— Rosa, Rosa, io ti amo.

E siccome facevasi giorno, Cornelio non giudicò a proposito di riaddormentarsi. Restò dunque tutta la giornata fisso nella idea che gli era rimasta svegliandosi.

Ah! se Rosa avesse parlato del tulipano, Cornelio avrebbela preferita alla regina Semiramide, alla regina Cleopatra, alla regina Elisabetta, alla regina Anna d’Austria, che è quanto dire alle più grandi e alle più belle regine del mondo.

Ma Rosa avea proibito sotto pena di non tornar più, avea proibito che per tre giorni non si parlasse di tulipani.

Erano settantadue ore concesse all’amante, è vero; ma erano settantadue ore minimate alla orticultura. È vero però che su queste settantadue ore già trentasei erano passate; e le altre trentasei passerebbero ben sollecite, diciotto aspettando, e diciotto ricordando.

Rosa tornò alla medesima ora: Cornelio sopportò eroicamente la sua penitenza. Questo Cornelio gli era un degnissimo pitagorico, e purchè fossegli permesso di avere una sola volta per giorno novelle del suo tulipano, sarebbe rimasto anche cinque anni senza parlare d’altro, secondo lo statuto dell’ordine.

Del resto la bella visitatrice capiva bene che quando si comanda da una parte, bisogna cedere dall’altra. Rosa lasciava prendere le sue dita dalla graticola; e lasciava che Cornelio baciasse a traverso della ferratella, le sue ciocche di capelli.

Povera ragazza! tutti questi vezzi amorosi le erano ben più dannosi che di parlare del tulipano.

Ella ben lo comprese tornando nella sua stanza col cuore palpitante, le guancie ardenti, le labbra arse, gli occhi rugiadosi.

Il dimani sera poi dopo scambiate le prime parole, dopo le prime carezze fatte, Rosa guardò Cornelio attraverso la graticola, al buio, con quello sguardo che sente anche quando non vede.

— Ebbene! ella disse, ha buttato!

— Ha buttato! che? che? domandò Cornelio, non osando credere che Rosa da sè abrogasse la durata della sua prova.

— Il tulipano, disse Rosa.

— Come, esclamò Cornelio, voi dunque permettete?....

— Eh! sì, disse Rosa di un tuono di tenera madre che permetta a suo figlio una contentezza.

— Ah! Rosa! esclamò Cornelio, sporgendo le sue labbra, attraverso le sbarrette di ferro, nella speranza di toccare una guancia, una mano, la fronte, qualche cosa insomma; ma meglio di queste, toccò due labbra semiaperte.

Rosa gettò un piccolo strillo. Cornelio si accorse che bisognava affrettarsi a proseguire la conversazione, perchè il suo inatteso contatto aveva spaventato fortemente Rosa.

— Buttato ben diritto? egli dimandò.

— Diritto come un fuso di Frigia, disse Rosa.

— È ben’alto?

— Due pollici almeno.

— Oh! Rosa, abbiatene ben cura, e vedrete come crescerà presto.

— Posso averne più cura? disse Rosa. Non penso che a lui.

— Che a lui, o Rosa? Guardate che ora sono geloso io.

— Eh! voi sapete bene che pensando a lui è lo stesso che pensare a voi. Non lo perdo mai di vista; lo vedo da letto; mi sveglio, ed è il primo oggetto che miro; mi addormento, è l’ultimo oggetto che perdo di vista. Il giorno seggo e lavoro vicino a lui; chè dal momento che è in camera mia, non lascio più la mia stanza.

— Avete ragione, o Rosa: è la vostra dote, lo sapete.

— Sì, e mercè sua potrò sposare un giovine di ventisette o ventotto anni, che io amerò.

— Zitta, cattivella.

E Cornelio potè prendere le dita della giovanetta, il che se non fece cambiar di conversazione, fece almeno succedere il silenzio al dialogo.

Quella sera Cornelio fu il più felice dei mortali. Rosa lasciogli la sua mano per quanto egli volle, e lasciollo parlare a suo piacere del tulipano.

A partire da questo momento ciascun giorno apportava un progresso nel tulipano e nell’amore dei due giovani. Una volta eransi aperte le foglie, un’altra erasi sbocciato il fiore.

A questa nuova la gioia di Cornelio fu grande, e le sue dimande succedevansi con una rapidità che testimoniavano la loro importanza.

— Sbocciato! esclamò Cornelio, sbocciato?

— È sbocciato, ripete Rosa.

Cornelio si sentì mancare dalla gioia, e fu costretto ad attenersi alla ferriata.

— Ah! Dio mio! esclamò.

Poi rivolgendosi a Rosa:

— L’ovale è regolare? il cilindro è pieno? le punte sono ben verdi?

— L’ovale è quasi un pollice e si appunta come un ago; il cilindro gonfia i suoi fianchi, e le punte sono pronte a screpolare.

Questa notte Cornelio potè dormir poco: l’era un momento supremo quello della screpolatura delle punte.

Due giorni dopo Rosa annunziò che erano screpolate.

— Screpolate, o Rosa! esclamò Cornelio; l’involucro è screpolato! Ma dunque allora si vede, si può distinguere già?....

E il prigioniero arrestossi affannoso.

— Sì, rispose Rosa, sì, può distinguersi una strisciolina di differente colore, sottile come un capello.

— E il colore? insistè Cornelio tremando.

— Ah! rispose Rosa, l’è ben cupo.

— Bruno?

— Oh! più cupo.

— Più cupo, mia buona Rosa, più cupo! oh! grazie. Cupo come l’ebano, cupo come....

— Cupo come l’inchiostro col quale vi ho scritto.

Cornelio gettò un grido di stolta gioia. Poi arrestandosi ad un tratto, disse a mani giunte:

— Oh! Rosa, non vi può essere angiolo da compararsi a voi.

— Veramente? disse Rosa sorridendo a tale esaltazione.

— O Rosa, voi avete fatto tanto; o Rosa, vi siete tanto adoperata per me; o Rosa, il mio tulipano va a fiorire, e fiorisce nero! Rosa, Rosa, Dio non ha creato sulla terra cosa più perfetta di voi.

— Dopo il tulipano però?

— Chetatevi, cattivella; chetatevi! Per pietà non turbate la mia gioia! Ma ditemi, Rosa, credete che tra due o tre giorni al più tardi il tulipano vada a fiorire?

— Dimani o posdomani, dicerto.

— Ah! e io non lo vedrò, esclamò Cornelio rovesciandosi indietro, non lo bacerò come una meraviglia di Dio che deve adorarsi, come bacio le vostre mani, o Rosa, come bacio i vostri capelli, come bacio le vostre guancie, quando per caso trovansi a contatto della graticola.

Rosa avvicinò la sua guancia non per caso, ma volontariamente; le avide labbra del giovine vi si affissero.

— Madonna! esclamò Rosa, ve lo porterò, se volete.

— Ah! no, no! Appenachè sarà aperto, guardatelo bene all’ombra; e sull’istante, vedete, sull’istante spedite a Harlem a prevenire il presidente della società di orticultura, che il gran tulipano nero è fiorito. Lo so bene, Harlem è lontano, ma coi quattrini troverete un espresso. Ne avete o Rosa?

Rosa sorrise, rispondendo:

— Oh! sì!

— Un buon pochi? dimandò Cornelio.

— Trecento fiorini.

— Oh! se avete trecento fiorini, non un espresso, ma voi stessa dovete andare a Harlem.

— Ma in questo tempo il fiore?.....

— Lo porterete con voi. Capite bene che non bisogna che ve ne separiate neppure per un minuto.

— Ma non separandomi punto da lui, mi separo però da voi, signor Cornelio, disse Rosa attristata.