Part 11
— «Voi credete che non fosse il solo che egli abbia, disse mio padre. Bene, si cercheranno gli altri. — Voi cercherete gli altri!» esclamò Giacobbe, prendendo mio padre alla pistagna; ma lasciollo subito. Poi volgendosi verso me, domandò: — «E che ha detto il povero giovine?
«Io non sapeva cosa rispondere, avendomi voi forte raccomandato di non lasciar trapelare l’interesse che avete per questi talli. Fortunatamente mio padre cavommi d’imbarazzo.
— «Che cosa ha egli detto? Fa la bava dalla bocca.
«Io l’interruppi: Come non andar per le furie, essendo voi stato così ingiusto e brutale.
— «Ohè! sei pazza ancor tu? esclamò mio padre alla sua volta; che gran disgrazia lo spiaccicare una cipolletta di tulipano! Se ne hanno a centinaia per un fiorino al mercato di Gorcum.
— «Ma non mai pregevole quanto quello, mi spiace rispondervi.
— E Giacobbe a queste parole? domandò Cornelio.
— A queste parole, io debbo dirlo, mi parve che il suo occhio gettasse un lampo.
— Sì, fece Cornelio, ciò non fu tutto: profferì parola?
— «Così dunque, o bella Rosa, diss’egli con voce melata, credete quella cipolletta preziosa?
— Mi accorsi aver fatto uno strafalcione, e risposi non curante: «Che so io? Che m’intend’io di tulipani. Io so solamente dacchè, ahimè! siamo condannati a vivere con i prigionieri, io so che, per i prigionieri ogni passatempo ha il suo pregio. Questo povero Van Baerle sollevavasi con quella cipolletta; e dico perciò che bisogna essere ben crudele per togliergli un tale divertimento.
— «Ma _in primis_, riflettè mio padre, come s’è egli procurata quella cipolletta? Ecco ciò che sarebbe buono a sapersi, mi pare.
«Torsi altrove lo sguardo per evitare l’incontro di quello di mio padre; ma incontrai gli occhi di Giacobbe.
«Sarebbesi detto che egli volesse perseguitare il mio pensiero fino nel fondo del mio cuore.
«Un movimento di mal’umore dispensa talvolta da una risposta. Io feci una spallata, un giro a sinistra e un passo verso la porta.
«Ma fui fermata da una parola, che per quanto pronunziata sotto voce, io la presi a volo.
«Giacobbe aveva detto a mio padre:
— «Perbacco! non è tra gl’impossibili l’assicurarsene!
— «E come?
— «Frugando; e s’egli abbia altri talli, li troveremo, perchè ordinariamente se ne tengon tre.
— Se ne tengono tre! esclamò Cornelio. Ha detto che io avevo tre talli?
— Capite bene, che il detto mi sorprese come ha sorpreso voi. Mi rivolsi. Gli erano così occupati che non si accorsero della mia mossa.
— «Ma, disse mio padre, le sue cipollette, non le ha forse in dosso.
— «Allora sotto un qualsiasi pretesto fatelo scendere; e intanto io frugherò la sua stanza.
— Oh! oh! fece Cornelio. Gli è uno scellerato cotesto vostro Giacobbe.
— Ne ho paura.
— Ditemi, o Rosa, continuò Cornelio tutto pensieroso.
— Che?
— Non mi raccontaste, che il giorno che preparavate la vostra casella, vi aveva costui seguito?
— Sì.
— Che si strisciò come un’ombra dietro i sambuchi?
— Davvero.
— Che pareva contasse ogni zappata?
— Ad una ad una.
— Rosa! disse Cornelio impallidito,
— Ebbene!
— Non seguiva voi.
— Chi dunque?
— Non è amante di voi.
— E allora di chi?
— Ei segue il mio tallo: gli è invaghito del mio tulipano.
— Ah! potrebbe anche darsi! esclamò Rosa.
— Volete assicurarvene?
— In qual modo?
— Oh! l’è cosa ben facile.
— Parlate!
— Dimani andate al giardino; silenziosa come la prima volta, onde Giacobbe non sappia che vi andate; silenziosa come la prima volta, facendo le viste di non vederlo; figurate di sotterrare il tallo, escite dal giardino, ma osservate dal fessolino della porta, e vedrete che cosa sia egli per fare.
— Bene! Ma poi?
— Poi? Come opererà, noi opereremo.
— Ah! disse Rosa sospirando, amate ben molto la vostra cipolletta, o signor Cornelio.
— Il fatto stà, disse il prigioniero con un sospiro, dacchè vostro padre ha calpestato quell’infelice tallo, parmi che una porzione della mia vita sia paralizzata.
— Vediamo! disse Rosa, volete fare ancora qualche altra prova?
— Quale!
— Volete accettare l’offerta di mio padre?
— Quale offerta?
— Di cipollette di tulipani a centinaia.
— È vero.
— Accettatene due o tre, e tra queste due o tre cipollette potrete allevare il terzo tallo.
— Sì, l’anderebbe bene, disse Cornelio aggrottando le ciglia, se vostro padre fosse solo; ma c’è un altro, quel signor Giacobbe, che ci spia.
— Ah! l’è vero; però, riflettiamo: vi private così di una gran distrazione.
Ella pronunziò queste parole con un certo sorriso che non era del tutto esente dalla ironia.
Infatti Cornelio pensò per un momento: gli era facile vedere che egli lottava con un gran desiderio.
— Ebbene, no, esclamò egli con uno stoicismo proprio all’antica, no, sarebbe dabbenaggine, sarebbe una pazzia, sarebbe una vigliaccheria! Se io dessi in balia a tutte le perverse vicende della collera e della invidia l’ultima risorsa che ci rimane, sarei un uomo indegno di perdono. No! Rosa, no! dimani risolveremo sul conto del vostro tulipano; lo coltiverete secondo le mie istruzioni; e quanto al terzo tallo, — Cornelio sospirò profondamente, — quanto al terzo, custoditelo nel vostro armario! custoditelo come l’avaro custodisce la sua prima o la sua ultima moneta d’oro; come la madre custodisce il suo figlio; come il ferito custodisce la sua ultima goccia di sangue nelle sue vene; conservatelo, o Rosa! Un non so che dicemi che lì sta la nostra salvezza, la ricchezza nostra! Custoditelo! e se il fulmine cadesse su Loevestein, giuratemi, o Rosa che invece delle vostre gioie, de’ vostri anelli, della vostra bella scuffiettina d’oro, che così bene incornicia il vostro viso, giuratemi, o Rosa, che voi salverete quell’ultimo tallo, che racchiude il mio tulipano nero.
— State tranquillo, signor Cornelio, disse Rosa con una dolce mistura di tristezza e di solennità, state tranquillo; i vostri desiderii sono per me comandi.
— E medesimamente, continuò il giovine infervorandosi sempre di più, se vi accorgeste d’essere seguita, i vostri passi esplorati, le vostre conversazioni prese in sospetto da vostro padre e da quell’orribile Giacobbe che io detesto; ebbene! o Rosa, sacrificate me sull’istante, me che più non vivo che per voi, che più non ho al mondo che voi, sacrificatemi, e non vedetemi più mai.
Rosa si sentì serrare il cuore, e spuntarono su i suoi occhi le lacrime.
— Ahimè! sospirò ella.
— Che? dimandò Cornelio.
— Vedo una cosa.
— Che vedete?
— Vedo, disse la giovinetta singhiozzando, vedo che amate tanto i tulipani, che non resta posto nel vostro cuore per un altro affetto.
E se ne fuggì.
Cornelio passò la serata dopo la partenza della giovinetta, e una delle più cattive nottate che avesse mai passato.
Rosa era scorrucciata contro di lui e aveva ragione.
Ella forse non ritornerebbe più a vedere il prigioniero, non avrebbe più nuova nè di Rosa nè de’ suoi tulipani.
Ora, come spiegheremo noi il bizzarro carattere dei veri tulipanieri tali quali esistono ancora nel mondo?
Lo confessiamo a smacco del nostro eroe e della orticultura, de’ suoi due amori, quello che Cornelio sentivasi più inclinato a rigettare, l’era l’amor di Rosa; e allorquando verso le tre di mattina addormentossi sfinito dalla stanchezza, bersagliato dal timore, compunto dai rimorsi, il gran tulipano nero cedè il primo posto ne’ suoi sogni agli occhi turchini così dolci della bionda Frisona.
III
Donna e Fiore.
Ma la povera Rosa chiusa nella sua camera non poteva indovinare chi sognasse Cornelio.
Ne conseguitava però che da ciò ch’egli aveale detto, Rosa era ben più inclinata a credere ch’egli sognasse i suoi tulipani che lei, e non pertanto Rosa ingannavasi.
Ma siccome non era là nessuno per dire a Rosa che s’ingannava, avvegnachè le imprudenti parole di Cornelio erano cadute sulla di lei anima come goccie di veleno, Rosa non sognò già, ma pianse.
Difatti essendo Rosa una creatura di spirito elevato, di un senso diritto e profondo, rendevasi giustizia, non già quanto alle sue qualità morali e fisiche, ma quanto alla sua posizione sociale.
Cornelio era sapiente e ricco, almeno innanzi la confisca de’ beni; Cornelio era di quella borghesia commerciale, più fiera delle sue insegne di bottega delineate a guisa di blasone, di quello che non lo sia mai stata la nobiltà di razza delle sue armerie ereditarie. Cornelio poteva dunque trovare Rosa buona per una distrazione, ma a colpo sicuro quando si trattasse d’impegnare il suo cuore per un tulipano, cioè pel più nobile e pel più fiero dei fiori, egli lo impegnerebbe piuttosto, che per Rosa umile figlia di un carceriere.
Rosa dunque comprendeva questa preferenza che Cornelio dava al tulipano nero invece che a lei, ma la non era meno disperata appunto perchè lo comprendeva.
Cosicchè aveva preso una risoluzione durante questa nottata terribile, questa nottata d’insonnia che aveva passato. La risoluzione si era di non tornare più alla graticola.
Ma com’ella sapeva l’ardente desiderio che nutriva Cornelio d’avere nuove del suo tulipano; come ella non volevasi esporre a rivedere un uomo per cui ella sentiva accrescersi la sua pietà al punto che dopo essere passata per la simpatia, quella stessa pietà incamminavasi diritta diritta e a gran passi verso l’amore; ma come ella non voleva mettere alla disperazione costui, risolvette di solo proseguire le lezioni di lettura e di scritto già cominciate, e fortunatamente progredite a tale profitto, che un maestro non sarebbe stato più necessario, se quel maestro non si fosse chiamato Cornelio.
Rosa dunque si mise accanitamente a leggere nella Bibbia del povero Cornelio de Witt, sopra la cui seconda pagina, divenuta la prima dacchè l’altra era stata staccata, era scritto il testamento di Cornelio Van Baerle.
— Ah! mormorò rileggendo quel testamento che la non terminava mai senza che una lacrima, perla d’amore, scorresse da’ suoi occhi sereni sopra le sue pallide guancie, ah! che allora credetti che egli mi amasse!
Povera Rosa! s’ingannava. Mai l’amore del prigioniero era stato più effettivo che al momento in cui ora ci troviamo, dappoichè, l’abbiamo detto con un po’ d’imbarazzo, nella lotta tra il gran tulipano nero e Rosa, il gran tulipano nero aveva dovuto soccombere.
Ma Rosa, lo ripetiamo, ignorava la disfatta del gran tulipano nero.
Cosicchè la sua lettura finita, in cui Rosa aveva molto profittato, prendeva la penna e mettevasi accanitamente all’opera non meno lodevole e ben più difficile dello scritto.
Ma siccome Rosa scriveva già quasi leggibilmente il giorno che Cornelio aveva così imprudentemente lasciato parlare il suo cuore, ella punto disperossi di far progressi assai rapidi per dare al più tardi tra otto giorni nuove del suo tulipano al prigioniero.
Non aveva dimenticato neppure una sillaba delle raccomandazioni che aveale fatto Cornelio. Del resto Rosa mai dimenticava una sillaba di ciò che dicevale Cornelio, anche quando non avesse avuto l’aspetto della raccomandazione.
Egli dal canto suo svegliossi più innamorato di prima. Il tulipano ancora era ben luminoso e vivido nel suo pensiero, ma non vedealo già più come un tesoro a cui tutto egli dovesse sacrificare, anche Rosa, ma come un fiore prezioso, una maravigliosa combinazione della natura e dell’arte che Dio accordavagli per abbellimento della sua donna.
Pertanto tutta la giornata perseguitavalo una vaga inquietudine, simile a quegli uomini, il cui spirito è abbastanza forte per dimenticare momentaneamente che un gran danno la sera o l’indomani li minacci. La preoccupazione una volta vinta, vivono della vita ordinaria, soltanto di tempo in tempo il male dimenticato loro morde il cuore ad un tratto con l’acuto suo dente. Trasaliscono, s’interrogano perchè abbiano trasalito, poi rappellandosi ciò che avevano dimenticato:
— Oh? sì, dicono con un sospiro, è questo!
Il _questo_ di Cornelio l’era la paura che Rosa non venisse punto nè poco nella sera secondo il solito. E a misura che avanzavasi la notte, la preoccupazione diventava più viva e più pressante fino al punto che impadronivasi di tutto il corpo di Cornelio e che egli non poteva più vivere senza di lei.
Fu per questo che salutò l’oscurità con un battito prolungato di cuore; a misura che l’oscurità cresceva, le parole da lui dette la sera innanzi a Rosa, le quali avevano tanto afflitto quella povera ragazza, facevansi più presenti al suo spirito, e dimandavasi come avesse potuto dire alla sua consolatrice di posporla al suo tulipano, quanto dire, se bisogno ci fosse, di rinunziare di vederla, quando per lui la vista di Rosa era divenuta una necessità della sua vita.
Dalla camera di Cornelio sentivasi battere le ore all’orologio della fortezza. Suonarono le sette, le otto, poi le nove; mai squillo di bronzo vibrò più profondamente al fondo di un cuore che nol facesse il martello battente il nono colpo delle nove ore.
Poi tutto fu silenzio. Cornelio appoggiò la sua mano sul cuore per soffocarne i battiti, e si pose in ascolto.
Lo stropiccio de’ piedi e lo scartocciare delle vesti di Rosa a’ primi gradini della scala era assuefatto a conoscere così bene, quando ella saliva, che diceva:
— Ah! ecco Rosa.
Quella sera nessuno strepito turbò il silenzio del corridore; l’orologio battè le nove e un quarto; poi con due suoni distinti nove ore e mezzo; poi nove ore e tre quarti; poi infine col suo tuono grave annunziò non solo agli ospiti della fortezza ma ancora agli abitanti di Loevestein che l’erano le dieci.
Era l’ora che secondo il solito Rosa lasciava Cornelio; l’ora era suonata e Rosa non era ancora venuta. Di guisa che i suoi presentimenti non l’aveano ingannato; Rosa irritata se ne stava nella sua camera, e abbandonavalo.
— Oh! che ho ben meritato ciò che mi accade, diceva Cornelio; oh! non verrà, e farà santamente, che io in suo luogo farei altrettanto.
E a malgrado ciò Cornelio ascoltava, aspettava e sperava sempre.
Ascoltò e aspettò così fino alla mezza notte; ma a quest’ora cessò d’aspettare e tutto vestito si gettò sul letto.
La notte fu lunga e trista, poi si fece giorno; ma il giorno non portò speranza alcuna al prigioniero.
Alle otto di mattina la sua porta si aperse: ma Cornelio non volse neppure la testa, che aveva conosciuto il passo pesante di Grifo, e avealo sentito perfettamente solo.
Non guardò neppure dalla parte del carceriere; e nonpertanto avrebbe ben voluto interrogarlo, domandargli nuove di Rosa. Fu sul punto per stravagante che sembrato fosse al di lei padre, di fargli tale dimanda. Sperava l’egoista che Grifo gli rispondesse, che sua figlia l’era malata.
A meno che in casi straordinarii Rosa non veniva mai di giorno; perlochè Cornelio non sperava vederla. Contuttociò alle sue subite scosse, al suo stare in orecchi verso la porta, alle sue rapide occhiate gettate sulla graticola, vedevasi bene che il prigioniero aveva la muta speranza che Rosa farebbe una infrazione alle sue abitudini.
Alla seconda visita di Grifo, Cornelio contro ogni sua aspettativa aveva dimandato al vecchio carceriere e ciò della più dolce maniera del mondo, nuove della sua salute; ma Grifo laconico come uno Spartano, si era ristretto a rispondere.
— Va bene.
Alla terza visita Cornelio variò la forma della interrogazione, dimandando:
— C’è nessuno malato al Loevestein?
— Nessuno! rispose più laconicamente ancora della prima volta, chiudendo Grifo la porta sul muso al prigioniero.
Grifo, punto abituato a simili leziosaggini da parte di Cornelio, sospettò nel suo prigioniero un indizio di attentata corruzione.
Cornelio ritrovossi solo; l’erano le sette di sera. Si rinnovarono allora con una gradazione più intensa della sera antecedente le angosce che ci siamo sforzati descrivere.
Ma, come la veglia, le ore si successero senza ricondurre la dolce visione che rischiarava a traverso della graticola la segreta del povero Cornelio e che, allontanandosene, vi lasciava la luce per tutto il tempo della sua assenza.
Van Baerle passò la notte in una vera disperazione.
La dimane, Grifo gli parve più rotto, più brutale, più sgraziato del solito: eragli passato per la mente, o piuttosto pel cuore la lusinga che egli impedisse Rosa di venirci.
Si sentì preso da un’ira feroce di strangolare Grifo; ma strangolato che l’avesse, tutte le leggi divine e umane proibivano a Rosa di mai più rivedere Cornelio.
Il carceriere scampò dunque senza saperlo a una delle più grandi sciagure che egli avesse mai corso in sua vita.
Venne la sera, e la disperazione cangiossi in melanconia, che l’era tanto più tetra, quanto a suo malgrado le rimembranze del suo povero tulipano mescolavansi al cordoglio che egli provava. S’era giusto all’epoca che i giardinieri i più esperti nel mese di aprile indicano come il punto preciso per la piantagione dei tulipani. Egli aveva detto a Rosa:
— V’indicherò il giorno che dovrete porre in terra il tallo.
Doveva fissare quel giorno, il domani, nella sera seguente. Il tempo era bello, l’atmosfera quantunque peranco un po’ umida cominciava ad essere temperata pe’ pallidi raggi del sole di aprile, che per essere i primi parevano così dolci ad onta del loro pallore. Se Rosa lasciasse passare il tempo della piantagione! Se al dolore di non vedere più la giovinetta si aggiungesse quello di vedere abortire il tallo per essere stato piantato troppo tardi, oppure per non essere stato nientaffatto piantato!
Per questi due dolori era certo da perdere l’appetito; e accadde il quarto giorno.
L’era un crepacuore veder Cornelio, muto pel dolore, pallido per la fissazione spenzolarsi fuori della ferrata col rischio di non poter più tirar fuori dalle traverse di ferro la sua testa, sforzandosi così di scorgere a sinistra il giardinetto, di cui aveagli parlato Rosa, e il cui parapetto, ella aveagli detto, che dava sul fiume; e tutto ciò nella speranza di scoprire a quei primi raggi del sole d’aprile la giovanetta o il tulipano, due suoi amori infranti.
La colazione e il pranzo portato da Grifo, appena la sera Cornelio aveali assaggiati.
Il giorno dopo non prese niente, e Grifo riportò in giù i commestibili perfettamente intatti, destinati ai due pasti.
Cornelio non erasi alzato nella giornata.
— Buono! disse Grifo scendendo dopo l’ultima visita, buono! presto ci andiamo a sbarazzare del sapiente.
Rosa trasalì.
— Eh! fece Giacobbe; come mai?
— Non beve più, non mangia più, non si leva più, disse Grifo; come Grozio escirà di qui in una cassa, ma però mortuaria.
Rosa divenne pallida come la morte.
— Oh! mormorò tra denti, capisco, è inquieto pel suo tulipano.
E alzatasi oppressa di cuore, rientrò in camera sua, dove ella prese una penna e della carta; e per tutta la notte esercitossi a tracciare lettere.
L’indomani per istrascinarsi fino alla finestra, Cornelio si avvide di una carta che era stata infilzata di sotto alla porta.
Si lanciò su quella carta, l’aprì e lesse uno scritto che avrebbe avuto pena a riconoscere per quello di Rosa, tanto ella avealo migliorato nei sette giorni di questa sua assenza:
«State tranquillo, il vostro tulipano va bene».
Benchè queste poche parole di Rosa calmassero un pochettino i dolori di Cornelio, non fu però meno sensibile all’ironia. Cosicchè, l’era un fatto, Rosa non era niente affatto malata, ma era ferita; niente affatto le si usava forza perchè non venisse da Cornelio, ma se ne teneva volontariamente lontana.
Rosa di tal fatta libera, trovava nella sua volontà la forza di non venire a vedere colui che moriva di crepacuore per non poterla più vedere.
Cornelio aveva carta e un apis che aveagli portato Rosa. Si accorse che la giovinetta aspettava la risposta, ma che non la verrebbe a prendere che nella notte; in conseguenza egli scrisse sopra un foglio simile a quello che aveva ricevuto:
«Non è già l’inquietudine, cagionatami dal mio tulipano, che mi rende malato; l’è il crepacuore, che io provo, di più non vedervi».
Escito Grifo dopo ritornato la sera, egli strisciò la carta di sotto la porta e ascoltò.
Ma per quanto egli orecchiasse, non intese nè il passo di Rosa nè lo scartocciare delle sue vesti.
Egli intese una voce leggiera come un alito di vento e dolce come una carezza, che gettogli dalla graticola queste dolci parole:
— A dimani.
Dimani era l’ottavo giorno. Negli otto giorni Cornelio e Rosa non s’erano punto veduti.
IV
Ciò che era accaduto negli otto giorni.
Difatti la sera del giorno appresso all’ora solita Van Baerle intese picchiettare alla sua graticola, come era solita fare la bella Rosa ne’ bei giorni della loro amicizia.
S’intende che Cornelio non fosse molto lontano dalla porta, attraverso alla cui ferriatella rivedeva finalmente la graziosa figura da troppo lungo tempo scomparsa.
Rosa che l’aspettava col lume in mano, non potè trattenere un movimento quando ella vide il prigioniero così pallido e così tristo.
— Voi siete malato, signor Cornelio? ella dimandò.
— Sì madamigella, rispose Cornelio, malato di spirito e di corpo.
— Ho visto, o signore, che non mangiavate più, disse Rosa; mio padre mi ha detto, che non vi alzavate più; e allora vi ho scritto per tranquillizzarvi sulla sorte del prezioso oggetto delle vostre inquietudini.
— Ed io, disse Cornelio, vi ho risposto. Io credeva, vedendovi ritornare, mia cara Rosa, che voi aveste ricevuto la mia lettera.
— Difatti l’ho ricevuta.
— Non addurrete la scusa questa volta che non sapete leggere. Non solo leggete speditamente, ma avete ancora incredibilmente profittato rapporto allo scritto.
— Difatti ho non pur ricevuto ma letto il vostro biglietto. È ben per questo che sono venuta per vedere se fossevi qualche rimedio atto a rendervi la salute.
— A rendermi la salute! esclamò Cornelio; ma che avete dunque qualche buona nuova a darmi?
E così dicendo, il giovine ficcò su Rosa due occhi brillanti di speranza.
Ossia ch’ella non comprendesse quello sguardo ossia che non lo volesse comprendere, la giovanetta rispose con gravità:
— Ho solamente a parlarvi del vostro tulipano, che è, lo so bene, la più grave vostra preoccupazione.
Rosa pronunziò queste poche parole con un accento ghiacciato che fece rabbrividire Cornelio.
Lo zelante tulipaniere non comprendeva mica ciò che nascondesse sotto il velo della indifferenza la povera ragazza sempre alle prese con la sua rivale, il tulipano nero.
— Ah! mormorò Cornelio, e batti e batti! Ma mio Dio! non vi ho detto, o Rosa, che io non penso che a voi, che eravate voi sola che io rimpiangeva, voi sola, di cui sento la privazione, voi sola che pel vostro allontanamento mi toglievate l’aria, il giorno, il calore, la luce, la vita insomma?
Rosa sorrise melanconicamente, e disse:
— Eh! il vostro tulipano ha corso un grave pericolo!
Cornelio si scosse suo malgrado, e lasciossi prendere al laccio, seppure egli era.
— Un grave rischio! esclamò tutto tremante; mio Dio! e quale?
Rosa riguardollo con dolce compatimento; sentiva che quello, che ella vorrebbe, era al di sopra delle forze di costui, e che bisognava prenderselo con quella sua debolezza.
— Sì, diss’ella; voi deste proprio nel segno; il pretendente, l’amoroso, quel Giacobbe non veniva mica per me.
— E per chi dunque? dimandò Cornelio con ansietà.
— Pel tulipano.
— Oh! fece Cornelio impallidendo a tal nuova più assai che non impallidì, quando Rosa ingannatasi aveagli giorni fa annunziato che Giacobbe venisse per lei.
Rosa vide quello spavento, e Cornelio si accorse alla espressione del di lei viso che ella pensava ciò che andiamo a dire.
— Oh! perdonatemi, o Rosa diss’egli; vi conosco e so la bontà e l’onestà del cuor vostro. Dio avvi donato il pensiero, il giudizio, la forza e il movimento per difendervi, ma al mio povero tulipano minacciato, Dio niuna di tali cose ha concesso.
Rosa non degnò di risposta questa scusa del prigioniero, e continuò:
— Dacchè quell’uomo, che mi aveva seguito in giardino, e che io aveva riconosciuto per Giacobbe, v’inquietava, e inquietava me più ancora, fissai dunque far ciò che mi diceste, il giorno appresso in cui vi vidi per l’ultima volta, e in cui mi diceste.....
Cornelio la interruppe: