Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2)

Part 5

Chapter 53,710 wordsPublic domain

Dopo l’urto persiano le città greche dell’Asia Minore e dell’Eubea, che per l’innanzi avevano figurato all’avanguardia del progresso, decadono quasi d’un tratto[204], e la incerta resurrezione di taluna sarà più tardi soffocata dalla posteriore invasione di Alessandro Magno[205]. Egina, che fin dalle guerre mediche era, insieme con Corinto, divenuta primo emporio dell’Egeo, perde ogni importanza in seguito alla conquista ateniese del 457 ed all’esilio, cui, più tardi, la sua conquistatrice costringerà la grande massa della borghesia indigena[206]. La decadenza delle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia coincide con l’aggravarsi delle guerre con le popolazioni indigene e, poco di poi, con l’invasione romana. La grande Sibari era già, fin dal settimo secolo, perita sotto il ferro sterminatore dei Crotoniati. Crotone, malconcia dalle ostilità dei Bruzzi e dei Lucani, vide, al tempo della guerra annibalica, la sua abbondante popolazione discendere a 2000 cittadini[207]. Turii, Cuma, Posidonia, Pyxus, Laos, la seguirono tosto nella disgrazia. La gloria di Siracusa, regina delle colonie elleniche, si oscura per non più riaccendersi, con la prima e con la seconda Guerra punica. Le due Guerre puniche, spopolano e abbrutiscono la Sicilia greca[208]; l’una e l’altra, insieme con la Guerra tarantina, sospingono nel sepolcro Taranto: le Guerre Sacre provocano la rovina della Focide; le invasioni romano-macedoni e le contese locali devastano, nel III secolo, l’Acarnania[209] e il Peloponneso[210]; distruggono la gloria di Megara[211]. La guerra di Roma contro gli Averni del 121 a. C. e, peggio ancora, le operazioni della seconda guerra civile, demoliscono la potenza e la gloria della grande colonia focese di Marsiglia, privata così «di tutto, salvo che del nome vano della libertà»[212]. La terza macedonica annienta la fortuna di Rodi, decimata dei suoi redditi coloniali, interdetta nei lucrosi commerci con la Macedonia, impacciata, politicamente e commercialmente, da una gelosa sorveglianza, debellata dalla concorrenza di Delo, che Roma proclama porto franco[213]. E con Rodi finisce Corinto, spogliata del suo primato dalla numerosa serie di ostilità peloponnesiache, e, dall’invasione romana, precipitata nella polvere, mutilata delle sue mura, delle sue torri, dei suoi templi, depredata dei suoi tesori, delle sue divinità, dei suoi palazzi, vergine bellissima, colta, e «divorata dalla guerra», su cui soltanto le Nereidi restano, quali alcioni, a piangerne la sventura[214].

Delle sue spoglie arricchisce Delo, ma anche alla regina delle Cicladi toccherà subire dalla guerra il fatale colpo di grazia. Le invasioni mitridatiche ne inizieranno la catastrofe, le incursioni piratiche l’affretteranno, ed essa seguirà, rassegnata, come a fato implacabile, la sorte di Atene, di Rodi, di Corinto. La sua fine, come il tracollo di ogni grandezza, disperatamente sognata e per un istante raggiunta, ci stringe il cuore più di quella delle sue spente rivali. «Fosse piaciuto agli Dei», geme l’Isola santa nel carme di un ignoto poeta, «fosse piaciuto agli Dei di lasciarmi vagare in balìa, di tutti i venti.... Sarei meno infelice! Oh quante navi passano noncuranti dinanzi a me, ch’ero in altra età oggetto del culto dell’Ellade, divenuta ormai sterile e selvaggia: tarda, ma dura vendetta della crudele Giunone....»[215].

Il pensiero dei contemporanei.

Su tanto sepolcro di vivi recitava Isocrate il suo disperato elogio della pace. Correva uno degli anni più tristi dell’ultima guerra d’Atene contro i suoi stessi alleati — la _Guerra sociale_ del 357-355 —, e ai suoi cittadini così egli prendeva a parlare: «È costume di tutti coloro, i quali arringano da questa tribuna, ripetere che il soggetto, di cui s’intratterranno, è d’interesse sommo e vitale per la repubblica. Or bene, se mai vi fu occasione degna d’un simile esordio, essa è la presente, nella quale noi ci accingiamo a discutere della pace e della guerra, cioè a dire di quello che sovra ogni altro pesa sulla vita degli uomini.... Io vi dirò che la pace arreca assai più utile che non gli sforzi febbrili della conquista; che la giustizia giova più della iniquità e la sollecitudine delle cose proprie più della brama di quelle altrui.... Mai danno alcuno ci venne da coloro che ci consigliarono la pace, mentre le nostre grandi e numerose calamità derivarono tutte da quegli altri, che temerariamente ci incitarono alla guerra.... La guerra ci privò di ogni cosa: della sicurezza del nostro Paese, della possibilità di procacciarci quanto occorre alla vita, della concordia in patria, del buon nome presso i Greci...; ci fece poveri, ci gittò in mezzo a pericoli infiniti...; ci infamò presso i nostri connazionali...; ci rapì per ben due volte l’antica, gloriosa costituzione...: ci colmò in una parola di malanni....»[216]. Or bene, «se faremo la pace», «godremo nella nostra repubblica senza timore alcuno, senza le guerre, i pericoli, i turbamenti, nei quali siamo tutti precipitati, ed ogni giorno accresceremo la nostra ricchezza, esenti da tributi, da trierarchie, dai restanti obblighi militari, e, sicuri, coltiveremo i campi, navigheremo, attenderemo a tutte quelle altre occupazioni, che ora, a cagione della guerra, giacciono neglette. I redditi della città raddoppieranno e la rivedremo piena di mercanti, di stranieri, di meteci.... Io tengo per fermo che in tal guisa la nostra repubblica rifiorirà..., e noi stessi diverremo migliori, e tutto sarà per progredire»[217].

Una tesi identica sosteneva, nello stesso tempo, Senofonte, o chi fu l’autore del famoso opuscolo su _L’entrate di Atene_[218], indagando un sistema di economia pubblica, in cui la sua città, per vivere, avesse potuto fare a meno delle pericolose seduzioni della guerra: «Felicissimi sono gli Stati, che poterono godere a lungo della pace, e tale è Atene da poter prosperare nella pace sopra tutte le altre....». «Chi persiste a credere a noi più vantaggiosa la guerra per le ricchezze che ci apporterebbe interroghi l’esperienza dei secoli ed il nostro passato. Troverà che la città, divenuta un tempo ricchissima nella pace, ebbe tutto divorato dalla guerra; troverà che anche nell’età nostra, a motivo della guerra, molte pubbliche entrate vennero meno, e le altre che continuarono ad affluire, furono dissipate in esigenze varie e diverse. Ma, dopo che sul mare è tornata la pace, esse sono cresciute ed i cittadini hanno potuto usare dei propri beni a proprio talento»[219]. Con la pace torneranno a convergere in Atene mercanti, navigatori, industriali, artisti, poeti, filosofi, operai, quanti lucrano coi doni dello spirito e del corpo quanti faticano col pensiero e con la mano. I ricchi andranno esenti da spese militari, il popolo abbonderà di tutto quanto è necessario alla vita, le feste saranno solennizzate con maggior sfarzo, gli edifizi pubblici, restaurati[220], lo Stato riconquisterà la stima e il rispetto degli Elleni[221]: tutte le classi sociali esulteranno[222].

Ma nè Isocrate, nè Senofonte porranno nell’ardore per la pace l’entusiasmo, l’impeto, la frenesia, che esagitava il cuore di Aristofane, un uomo, il quale, pure, come lo definisce un moderno, fu «uno degli spiriti più acri, più mordaci, più spietati», «il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte»[223]. È un inno d’amore, una melodia ineffabile di dolcezza e di benessere, con la quale può soltanto rivaleggiare l’inno più antico, ma più solenne, di Bacchilide: «L’alma pace largisce ai mortali la ricchezza e il fiore dei carmi soavi e fa che in sugli altari degli Dei, sublimati dall’arte, ardano tra i riflessi d’oro delle fiamme, le membra dei buoi e delle pecore vellose, popola i ginnasi, le aule e i banchetti, di giovani, le vie, di lieti simposî, e d’inni, l’aria e le labbra infantili»[224].

Ma Aristofane non era soltanto un poeta; egli parlava a nome di intere masse sociali, di tutti gli stanchi, di tutti i ruinati, di tutti gli agiati, di quanti ogni cosa avevano perduto e di quanti avevano diritto a non perderla, e rendeva il sentimento della oscura, e pur non immemore, popolazione dei campi[225]. E che fremiti, che applausi non dovettero accompagnare taluno dei brani lirici o dei recitativi delle sue comedie! In quanti cuori non dovettero trovare eco le parole, ch’egli metteva in bocca al suo coro di contadini, all’annunzio della pace, che chiudeva l’interminabile guerra del Peloponneso. «O giorno dolce ai giusti ed agli agricoltori! Io ti ho sospirato, ed ora corro a rivedere le vigne ed i fichi, che piantai nella mia giovinezza. Io anelo di risalutarli dopo sì lunga assenza!»[226]. Ah, quei fichi, quegli olivi, quelle vigne, quell’agiatezza sicura e tranquilla, quella pace serena, mista di azzurro, di verde, di profumi, di viole, in cui il vaporare delle zolle si mesce all’ardore acre delle pareti di una casetta rustica e del frutto dei campi e delle greggi![227]. «Oh, soggiornare in campagna, coltivando l’attiguo bocconcino di terra, lungi dalla febbre dell’_agorà_! Possedere un paio di buoi, poscia ascoltare il belare del gregge e il gocciare del mosto nel tinello; regalarsi per companatico qualche tordo o magari qualche fringuello, nè essere costretti ad attendere al mercato il pesce stantio di tre giorni, che il rigattiere pesa con false bilancie: questa è la Pace»[228].

«O Pace, o Veneranda donatrice delle uve, con quali parole vorrò io salutarti?... Salve, o Ricchezza dei campi, salve o Amica dell’arte! Come sei bella! Qual alito soave non viene dal tuo cuore, alito dolcissimo, come di requie e di profumi!... Tu olezzi di frutta, di conviti, di Dionisiache, di tibie, di tragedie e di carmi di Sofocle.... Tu olezzi di edera, di mosto, di belanti pecore, di seni di donne, che corrono alla campagna». «Al tuo apparire le città riconciliate conversano e sorridono, ancorchè affrante di dolori e di ferite». «Com’è glorioso un martello da lavoro ben saldo! Come brillano al sole le vanghe!... Tu, o Pace, eri pei contadini il fresco grano e la buona salute; perciò oggi, al rivederti, le vigne e i piccoli fischi e le piante tutte esulteranno»[229].

Ma non saranno le parole di Aristofane a convertire gli spiriti dei suoi concittadini. Questo felice successo toccherà solo alla reazione che verrà dalla continua, assillante, infinita pena della guerra. Ancora settant’anni, e Demostene non troverà nella sua patria che vuoto od inerzia, e scambierà l’una e l’altra col tradimento. Ogni sforzo, ogni sacrificio è divenuto insopportabile. Oh, la pace! La pace! La tranquillità agiata e laboriosa, per cui non ci saranno più nè esili, nè esecuzioni, nè confische, nè spartizioni di suolo e di ricchezze![230].

Troppo tardi! La pace ora non darà che l’oscurità, la decadenza, la servitù. Alla tirannia macedone seguirà quella romana, tanto più fatale, quanto più bramata. E allora, mentre Polibio gemerà pensoso[231] che, pur senza epidemie e senza guerre devastatrici, le città rimangono miserande e spopolate, la Grecia, nell’illusione di ricominciare la sua vita, non si accorgerà di avere smarrito le ragioni medesime della propria esistenza!

NOTE AL CAPITOLO PRIMO.

[1] NEPOS, _Milt._, 5; PAUS., 10, 20, 2; IUSTIN., 2, 9, 9. Il numero dei gimniti si può dedurre dall’analogia con le altre guerre del secolo V.

[2] HEROD., 9, 28.

[3] Calcolando solo 100 navi da guerra, 200 teti e un paio di decine di opliti per ciascuna trireme.

[4] THUC., 1, 107, 5.

[5] THUC., 2, 13, 6; 8; DIOD., 12, 40, 4.

[6] Cfr. THUC., 2, 31, 2: ὅμιλος ψιλῶν οὐκ ὀλίγος.

[7] THUC., 4, 94, 1; cfr. 4, 93, 3.

[8] DIOD., 15, 63, 2.

[9] DIOD., 15, 68, 1-2.

[10] Calcolando su DIOD., 18, 11, 3; cfr. BELOCH, in _Klio_, V, 350. Sulle cifre precedenti, cfr. J. KROMAYER, _Studien über Wehrkraft d. griech. Staaten_, in _Klio_, III, 448 sgg., cui il BELOCH (in _Klio_, V, 347 sgg., 355 sgg.) ha talora opposta la sua preferita critica radicale. Tralasciamo dati minori d’altre età, relativi a singole operazioni, che non dànno punto l’idea dello sforzo militare di Atene, in ciascuna guerra.

[11] Gli Stati moderni, dopo l’introduzione della coscrizione obbligatoria, hanno mobilitato al massimo l’1 o il 2% della loro popolazione; di rado, come durante le guerre della Rivoluzione e dell’Impero, sono arrivati al 3%, e, mai, come nella Guerra mondiale, al 10%: sforzo che, come tutti sentono, non sarebbe possibile ripetere di frequente.

[12] ARIST., _Ath. Resp._, 24.

[13] Loc. cit.

[14] BÖCKH, op. cit., I^3, 56-57; cfr. BÜCHSENSCHÜTZ, _Besitz u. Erwerb_, pp. 209 sgg.

[15] CIC., _De imp. Cn. Pomp._, 6, 15.

[16] PLUT., _Arat._, 6, 1.

[17] GUIRAUD, _La propr. jonc._ ecc., 621-22.

[18] Cfr. ARISTOPH., _Acharn._, vv. 183, 232, 1023; _Pax_, v. 627; LYS., _Pro sacra olea_, 6.

[19] DEMOST., XLII (_In Phaenipp._), 20; 31; BÖCKH, op. cit., I^3, 123-24.

[20] _I. G._ II, 1 (= _C. I. A._, II), 384 _b_, col. II, 1. 68.

[21] BÖCKH, op. cit., I^3, 124-25.

[22] ROSCHER, op. cit., 37.

[23] PASSY, in _Dictionn. d’écon. polit._ di COQUELIN et GUILLAUMIN, I, 39, col. 1.

[24] ARISTOT., _Ath. Resp._, 24.

[25] È la frase del BÖCKH, op. cit., I^3, pp. 224, 276. Sull’argomento, cfr. il saggio del CICCOTTI, _Le retribuzioni delle funzioni pubbliche_ ecc., in _Bibl. st. econ._, I, 2, pp. 525 sgg.

[26] ARIST., _Polit._, 1, 3, 4.

[27] _Oecon_., 5, 17.

[28] FOUCART, _Notes sur les comptes d’Eleusis_, in _B. C. H._, VIII, 1884, p. 211.

[29] DEMOST., XX (In Lept.), 31-32.

[30] BÖCKH, op. cit., I^3, 103-114.

[31] LYS., _Adv. frument_., 14; DEMOST., XXXIV (_In Phorm._), 30; XX (_In Lept._), 31; LVI (_In Dionysod_.), 7 sgg. _passim_.; XXXII (_In Zenoth_.), 4; 18; 19 e l’_Argomento_ apposto da LIBANIO alla medesima; DEMOST., L (In Policr.), 17; 58; THEOPHR., H. Pl., 8, 4, 3 sgg.; PERROT, _Le commerce des céreales en Attique au IV siècle avant notre ère_, in _Revue hist_., IV, 211 sgg.; GLOTZ, op. cit., 354 sgg.

[32] Su questo punto i dati, che, per la loro copia, ci autorizzano a tale conclusione, non ci provengono da Atene, ma da Delo; cfr. _G. Glotz_, _Le prix des denrées à Délos_, in _Journal des savants_, 1913, pp. 119 sgg. Ma, data l’analogia delle condizioni, naturali e commerciali, fra Delo e Atene, è legittima l’analogia delle relative induzioni: cfr. anche THUC., 7, 28, 1.

[33] LYS., _Adv. frumentarios, passim_.; DEMOST., LVI (_In Dionysod_.), 7-8; XXII (_In Androt_.), 15; XEN., _Oecon_., 20, 27-28; BÖCKH, op. cit., I^3, 104-107.

[34] _Ath. Resp_., 2, 7.

[35] 2, 38, 2; cfr. ISOCR., _Panegyr_., 42.

[36] BÖCKH, op. cit., I^3, 60; DU MESNIL-MARIGNY, _Hist. de l’écon. pol_., II, 229; BELOCH, _Zur griechischen Wirtschaftsgesch_., in _Zeitschrift für Sozialwissenschaft_, V, 3, 1902, pp. 172-73.

[37] FRANCOTTE, _L’industrie en Grèce_, 1, 148 sgg.; GLOTZ, op. cit., 366 sgg.

[38] _De vect_., 5, 3; 4; cfr. 1, 6-8.

[39] SCYLAX CARYANDENS., _Peripl_., 112 (in _Geogr. gr. min._, I, ed. MÜLLER).

[40] DU MESNIL-MARIGNY, loc. cit.; BELOCH, op. cit., 173-75.

[41] DEMOST., XXXV (_In Lacr._), 36; LVI (_In Dionysod._), 1 sgg.

[42] DU MESNIL-MARIGNY, op. cit., II, 230.

[43] ANDOC., _De mysteriis_, 133 e BÖCKH, op. cit., I^3, 386; GILBERT, op. cit., I, 392.

[44] Le premesse di tale conclusione sono un po’ complicate. Nel 413-12 Atene sostituì il tributo federale (L. 6.000.000 all’anno) con un’imposta del 5% su tutto il commercio che si svolgeva entro il suo impero marittimo. La nuova imposta non poteva render meno dell’antico tributo; probabilissimamente, era destinata a rendere di più. Noi possiamo perciò calcolare il gettito lordo pari ad 8 o 9 milioni. Ma queste cifre rappresentavano solo 1/20 (il 5%) del movimento commerciale, che si svolgeva entro l’impero marittimo ateniese, ossia L. 160 o 180 milioni; cfr. FRANCOTTE, op. cit., 14-15; Glotz, op. cit., 373.

[45] U. RUFFOLO, _La Grecia economica odierna_, Roma, 1920, pp. 47 sgg.:

1910 L. 305.107.541 1911 L. 313.105.044 1912 L. 303.819.652 1913 L. 297.578.029

[46] 2, 12.

[47] THUC., I, 67, 4; ARISTOPH., _Acharn._, vv. 530-34.

[48] THUC., I, 144, 2; XEN., _Lacedaem. Resp._, 14, 4; PLUT., _Agis_, 10, 2; _Lyc._, 9, 5.

[49] DEMOST., XIX (_De mala legat._), 286.

[50] Cfr. ARISTOPH., _Pax_, vv. 999 sgg.; _Acharn._, v. 842.

[51] 2, 3.

[52] 2, 11.

[53] E. CICCOTTI, _La guerra e la pace nel mondo antico_, Torino, Bocca, pp. 7-8.

[54] Questo singolare fenomeno, di cui abbiamo avuto un esempio, vivo e lampante nella guerra mondiale, è stato comune a tutte le guerre moderne; cfr. G. BORGATTA, _Il problema dei prezzi nel dopo guerra_ (in _Riv. d’Italia_, 1920, 193 sgg.) e fonti ivi citate.

[55] THUC., 2, 13, 8; BÖCKH, op. cit., I^3, 263-64; ARIST., _Ath. Resp._, 24.

[56] THUC., loc. cit.; ARISTOT., loc. cit.; BÖCKH, op. cit., I^3, 317.

[57] XEN., _Ipparchich._, 1, 19; _I. G._ I (= _C. I. A._, I), 188.

[58] THUC., 6, 43, 1.

[59] BÖCKH, op. cit., I^3, 340 sgg., 315-16.

[60] BÖCKH, op. cit., I^3, 320; SAUPPE, _Die καταστάσις d. alt. Reiterei_, in _Philologus_, 15 (1861), pp. 69 sgg.; MARTIN, _Les cavaliers Atheniens_, Paris, 1886, p. 334.

[61] Cfr. pp. 9-10 del presente volume.

[62] Cfr. p. 30 del presente volume.

[63] BÖCKH, op. cit., I^3, 316.

[64] DEMOST., _In Androt._, 8.

[65] ARISTOT., _Ath. Resp._, 22, 7; BÖCKH, op. cit., I^3, 140-141.

[66] BÖCKH, op. cit., I^3, 343-44.

[67] THUC., III, 17, 3; VI, 31, 3.

[68] _I. G._ II, 2 (= _C. I. A._, II), 795, col. _f._, l. 138 (p. 189).

[69] _I. G._ II, 2 (= _C. I. A._, II), 809, col. _d._, ll. 62 sgg.

[70] _I. G._ II, 2 (= _C. I. A._, II), 807, col. _b_, ll. 67 sgg.

[71] ISOCR., _Areop._, 66. Cfr. CLERC, _Les méthèques athéniens_, Paris, 1893, p. 31.

[72] BÖCKH, op. cit., I^3, 358-59.

[73] ID., op. cit., I^3, 362 sgg.

[74] _C. I. A._, I, 177, ll. 8-10, 13-14; ISOCR., _De permut._, 111; NEPOS, _Timoth._, 1, 2; DIOD., 12, 28, 3; cfr. BUSOLT, _Gr. Gesch._, III, 1, 551, nota; W. BANNIER, in _Rh. Mus._, 61, p. 209; CAVAIGNAC, _L’hist. fin. d’Athènes_, pp. 94-95, 110; FRANCOTTE, _Les finances grecques_, 167-168; J. BELOCH, _Gr. Gesch._, II, 2 (2ª ed.), 337-38.

[75] THUC., 2, 70, 2; ISOCR., _De permut._, 113; cfr. CAVAIGNAC, op. cit., 108, 116, 120.

[76] FRANCOTTE, op. cit., 209.

[77] FRANCOTTE, op. cit., 183 sgg., 209.

[78] FRANCOTTE, op. cit., 209.

[79] BUSOLT, _Der zweite ath. Bund._, in loc. cit., pp. 721-22.

[80] ISOCR., _Areop._, 9; DEMOST., _Olynth._ III, 32; AESCHIN., _De falsa legat._, 71; BUSOLT, op. cit., 722.

[81] XEN., _Anabas._, 7, 1, 27; ARISTOPH., _Vespae_, vv. 657-660. Cfr. BÖCKH, op. cit., I^3, 509 sgg.

[82] THUC., 8, 1, 3; cfr. LYS., _In Nicomach._, 22.

[83] Cfr. XEN., _Hell._, I, 1, 14.

[84] Per la situazione finanziaria di Atene, nel 421, cfr. FRANCOTTE, op. cit., 186.

[85] PEDROLI, (in _Studi di storia antica_ del BELOCH), pp. 131-32.

[86] PEDROLI, op. cit., 136, 137.

[87] PEDROLI, op. cit., 139.

[88] Loc. cit.

[89] DEMOST., XIII (_De rep. ordin._), 27; XVIII (_De corona_), 234.

[90] THUC., II, 69, 1; III, 19, 1; IV, 50, 1; 75, 1.

[91] XEN., _De vect._, 3, 5 _passim_.

[92] Cfr. pp. 20-21 del presente volume.

[93] BÖCKH, op. cit., I^3, 387-88; GILBERT, op. cit., 1, 391-92.

[94] BÖCKH, op. cit., I^3, 393; FRANCOTTE, op. cit., 15 sgg.

[95] GILBERT, op. cit., I, 393, FRANCOTTE, op. cit., 19-20, 21-22.

[96] THUC., 6, 91, 7.

[97] Cfr. G. PLATON, _Un saggio di socialismo di Stato nell’antichità_, in _Nuova Rivista storica_, 1919, pp. 456 sgg.

[98] Questo lato dell’operetta dello Pseudo-Senofonte è stato considerato unicamente dal PLATON, in op. cit., pp. 452 sgg.

[99] Cfr. p. 29 del presente volume e CAVAIGNAC, op. cit., 120.

[100] CAVAIGNAC, op. cit., 118.

[101] _I. G._ I (= _C. I. A._, I), 273 (pp. 148-49).

[102] THUC., 3, 19, 1.

[103] _I. G._ (= _C. I. A._, I), 259; CAVAIGNAC, op. cit., pp. XXXV-XXXVI, 125.

[104] Cfr. THUC., 2, 13, 3 e vol. I, p. 129.

[105] Il grave documento è la iscrizione _I. G._ I (= _C. I. A._, I), 37; cfr. CAVAIGNAC, op. cit., pp. XLIV-XLV, 128 sgg.

[106] ARISTOPH., _Equites_, v. 924.

[107] Cfr. il decreto di CALLIA _I. G._ (= _C. I. A._ I), 32 _B._, e, circa la sua probabile cronologia, BÖCKH, op. cit., I^3, p. 596; II, p. 49; FRANCOTTE, op. cit., 202; BELOCH, _Gr. Gesch._, (2ª ed.), II, 2, 346 sgg.

[108] _I. G._ (= _C. I. A._, I), 37. z"; 543 e Suppl. a p. 140; cfr. CAVAIGNAC, op. cit., pp. XLV-XLVI, 135 e Pl., I, n. 3; BELOCH, op. cit., (2ª ed.), II, 2, 342-43.

[109] AESCHIN., _De mala legat._, 175; ANDOC., _De pace cum Lacedaem._, 9.

[110] _I. G._ (= _C. I. A._, I), 55 _c_, v. 5; [.... δεδογ]μένον ῇ εἰσφέρειν ὅταν δέη[ι]....

[111] Cfr. vol. I, pp. 131-32.

[112] Cfr. BELOCH, _Gr. Gesch._, II, 443 e n. 3 (2ª ed.).

[113] CAVAIGNAC, op. cit., 156.

[114] Risulta dall’orazione di LISIA (_Accept. muner. defens._, 2 sgg.) nella quale l’oratore discorre di εἰσφοραί prelevate tra il 410 e il 405.

[115] Cfr. LYS., _De Aristoph. pecuniis_, 29. Queste contribuzioni dovettero aver luogo fra il 393 e il 387.

[116] DEMOST., II (_Olynth._), 29; XIII (_De rep. ordin._), 20. (Sul valore storico di questa orazione cfr. F. BLASS, _Die attische Beredsamkeit_, Leipzig, 1877, III, 352 sgg. o l’edizione di Demostene del WELL, Paris, 1881, pp. 436 sgg.). Cfr. anche BÖCKH, op. cit., I^3, 609 sgg.; FRANCOTTE, op. cit., 28 sgg.

[117] POL., 2, 62, 6-7; cfr. DEMOST., XIV (_De Symmor._), 27; PHILOC., _Fragm._, p. 77 (ed. SIEHELIS) sotto _Harpoer_. Che Polibio si riferisca al 378-77, è stato rilevato per primo dal BÖCKH, op. cit., I^3, 572; e la sua opinione è ormai condivisa da tutti; cfr. BELOCH, _Das Volksvermögen von Attika_, in _Hermes_, 20 (1885), p. 237; LIPSIUS, _Die athen. Steuerreform in Jahr d. Nausinikos_, in _Neue Jahrbuch. f. klass. Phil._, 117, p. 291, 1878.

[118] DEMOST., XXII (_In Androt._), 44; cfr. LECRIVAIN, op. cit., 509.

[119] BELOCH, op. cit., p. 257.

[120] DEMOST., XXVII (_In Aph._, I), 9, 37, cfr. SCHÄFER, _Demosth. und seine Zeit._, Leipzig, 1885, I^2, 22-23. Il nostro calcolo è condotto seguendo, circa la εἰσφορά, la interpretazione del BELOCH (_Das Volksvermögen von Attika_, in _Hermes_, 20 (1885), e _Das atth. Timema_, in _Hermes_, 22 (1887) pp. 371 sgg.), e del LECRIVAIN (_Eisphorà_, in DAREMBERG et SAGLIO, _Diction. d’antiquité_ ecc., II, 1, pp. 504 sgg.), secondo cui l’imposta avrebbe gravato sull’intera ricchezza ateniese (5750 talenti). Una diversa opinione è quella del BÖCKH (op. cit., I^3, 570 sgg.), secondo la quale l’imposta gravava sur una parte soltanto del capitale, cioè sur una sua frazione imponibile. Secondo una terza interpretazione del RODBERTUS (in _Jahrbücher f. Nationalökonomie_, VIII, pp. 453 sgg.) i 5750 talenti del 377-78 rappresenterebbero il _reddito annuo_ della ricchezza nazionale ateniese. La prima di queste tre opinioni è la più conforme alle fonti e alla realtà economica ateniese.

[121] XEN., _De vect._, 4, 40; DEMOST., VIII (_Chersonn._). 70; LYS., _Pro sacra olea_, 31; _De publ. bonor. Niciae_, 7; _De Aristoph. bonis_, 43; 57; ISAEUS, _Nicostr._, 27; _Philoctem._, 60; _Apoll._, 40; _Dicaeog._, 37; 41; 45.

[122] BÖCKH, op. cit., I^3, 609 sgg.; PLATON, _La démocratie et le régime fiscal_ ecc., pp. 46 sgg.; FRANCOTTE, op. cit., 40 sgg. Sulla difficoltà del ricupero delle somme anticipate, cfr. DEMOST., XXX (_In Policl_.), 8 e _passim_.

[123] DEMOST., XX (_In Lept_.), 27.

[124] Cfr. LYS. (_De affectata tyrannide_), 12, e _De Aristoph. bonis_, 42-43; 67.

[125] DEMOST., XXX (_In Policl_.), 7; II (l’orazione è del 360 a. C.); XXXI (_De corona trier_.), 6; BÖCKH, op. cit., I^3 n. 859 del FRÄNKEL.

[126] DEMOST., XXX (_In Policl_.), 7.

[127] THUC., 6, 31, 3; DEMOST., XXXI (_De corona trier_.), 6; XXX (_In Policl_.), 7; 12.

[128] DEMOST., XLVII (_In Everg. et Mnesib_.), 23 e _passim_.; XXXI (_De corona trier_.), 5; XXX (_In Policl._) 7; 34; XLV (_In Stephan_. I), 85.

[129] DEMOST., XXX (_In Policl_.), 61.

[130] Cfr. tutta l’orazione di DEMOST., XXX (_In Policl_.), e PLATON, op. cit., 53 sgg.