Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2)
Part 13
Ma così miti e benevoli consigli avevano già subìto un’anticipata violazione. La Grecia, a cui Filippo prometteva pace e libertà e sicurezza, non era tutta la Grecia: già, innanzi al 338, una buona parte di essa aveva perduto crudelmente la propria indipendenza, e la Macedonia l’aveva conquistata o con l’astuzia o con le armi, e ne aveva fatto scempio inaudito. Questa sorte era toccata, per un verso, all’Epiro; per un altro, alla Calcidica, alla Tracia, alla Tessaglia[416]. Un notevole articolo della costituzione federale vietava il rimpatrio degli esuli, di questi inevitabili fautori di disordine in seno ad ogni città vinta e umiliata[417]; ma, subito dopo la vittoria di Cheronea, Filippo aveva imposto a Tebe di riaprire loro le porte. Con essi la guerra civile era entrata come in casa propria, nell’antica, gloriosa città. Allora Filippo aveva sciolto la Federazione beotica, istituito un nuovo _Consiglio_, iniziata una persecuzione contro i fautori della politica antimacedone e introdotto una guarnigione nella Cadmea. In maniera analoga, dopo la dieta di Corinto, la Grecia libera continuò a subire delle guarnigioni macedoni in Eubea, a Corinto[418], ad Ambracia[419], ed altrove[420].
Il successore di Filippo, Alessandro — il futuro Alessandro Magno — continuò la politica del padre. Nel 336 egli tornava a rinnovare con la Grecia la Lega giurata, due anni prima, a Corinto. Ma tale rinnovazione non era questa volta spontanea. Alessandro ebbe bisogno di imporla con l’invasione a mano armata della Grecia. Non molto dopo, sebbene non investito da alcun potere federale, egli distruggeva ferocemente Tebe ribelle. Indi passava ad ingerirsi negli affari interni di Atene, chiedendo la consegna degli oratori antimacedoni e provocandone l’esilio[421]: misure tutte la cui iniziativa sarebbe spettata soltanto al _synedrio_ della lega. Più tardi ancora, al colmo dei suoi trionfi, stanziate nuove guarnigioni a Rodi ed a Chio[422], tornava a gravare sulle città greche, imponendo loro, e per sè, onori divini e — quello che al tempo stesso riesciva in contraddizione coi patti federali, nonchè a motivo delle implicite conseguenze, politiche ed economiche, terribilmente pauroso — l’universale e sempre scongiurato ritorno degli esuli in patria[423]. Le città che vi si fossero rifiutate sarebbero state ricondotte con la forza all’obbedienza[424].
Gli Staterelli greci dovevano restar liberi di darsi o serbare la costituzione che meglio loro fosse talentata. Ma Alessandro, più volte, vi aveva ricondotto gli espulsi tiranni o avea rovesciato con la violenza gli antichi ordinamenti[425]. Gli Achei e gli Arcadi avevano subìto limitazioni alla indipendenza delle loro rispettive assemblee federali[426]; gli Ateniesi, alla loro navigazione[427].
Ma la Grecia, di cui tale era la sorte, costituiva una parte ancora più piccola della Grecia vera e propria, che non fosse stato ai tempi di Filippo II. Le contrade, non facenti parte della Lega, figuravano, rispetto alla Macedonia, o come suddite o come nemiche, su cui nulla era vietato tentare[428]. La Tessaglia e anche l’Epiro — l’abbiamo veduto — giacevano da tempo sotto il piede del principe macedone; l’Etolia e Sparta erano terre destinate ad una conquista, vicina o lontana, e, se la prima, nel 330, avea rischiato di subire l’amara punizione della inaudita pretesa dell’indipendenza[429], la seconda era dovuta entrare nella sedicente Lega e fornire, quale ostaggio di fedeltà, ben 50 cittadini[430].
Alquanto più dura si fece la condizione della Grecia alla morte di Alessandro Magno. La così detta _Guerra Lamiaca_, una delle tante di riscossa degli Elleni dal giogo macedone, vi apportò invece la schiavitù. Atene, la gloriosa Atene, che Alessandro aveva sempre curato di trattare con ogni benevolenza, fu dal governatore della Macedonia, Antipatro, costretta a subire una guarnigione, a trasformare da democratica in oligarchica la propria costituzione, sì che più di una metà dei suoi cittadini venne privata dei diritti politici, a perdere i suoi possedimenti esteri, infine, a consegnare al vincitore i capi dell’agitazione antimacedone. Nello stesso tempo il Peloponneso subiva un’identica trasformazione dei propri ordinamenti, una eguale tormenta di persecuzioni e di esilî e la sorveglianza di un _epimeleta_ straniero[431].
Era la cessazione pura e semplice di tutte le guarentige della Dieta di Corinto. Ma da questo momento, in cui la tempesta si scatena, e si apre l’êra delle gigantesche guerre dei Diadochi e degli Epigoni, la Grecia, che fin adesso aveva subìto il dominio, sia pure incostituzionale, della Macedonia, diviene senz’altro una terra di conquista, sulla quale, per almeno settant’anni, si rovesceranno l’ira e la furia di tutti i generali di Alessandro Magno; diviene un Paese calcato e ricalcato le mille volte dal tallone di eserciti stranieri, i quali propugneranno ora l’oligarchia ora la democrazia, ora annunzieranno la liberazione, ora ne perpetreranno la conquista, procedendo, consapevoli ed inconsapevoli, verso il più tormentoso asservimento della contrada, la cui miseria non avrà altro termine di raffronto se non nelle province romane al tempo delle due ultime guerre civili o nell’Italia moderna durante le invasioni francesi, spagnole ed austriache.
Lo stato politico del Paese, in questo periodo, ci viene eloquentemente significato dalle sue condizioni, dopo la pace, conclusa nel 311 fra la prima serie di contendenti per la pingue eredità di Alessandro, e che con amara ironia veniva a proclamare la «liberazione» della Grecia. La Tessaglia è dominio macedone, e dominio macedone sono anche l’Acarnania, Tebe, ricostituita da Cassandro quale posto avanzato contro le limitrofe città della Beozia, la Locride Opunzia, la Focide, l’Arcadia. Guarnigioni macedoni tengono Argo e l’Acaia. L’Elide giace spezzata, parte sotto Cassandro, parte sotto il suo rivale al trono di Macedonia, Polisperconte; Corinto e Sicione spettano a un altro dei generali di Alessandro, Tolomeo I d’Egitto; Megara e la Messenia appartengono a Cassandro; Atene subisce una guarnigione e un governatore macedone. Solo Sparta, precipitata in sull’estremo scalino dell’avvilimento, a null’altro ridotta che ad un inesauribile mercato di avventurieri, e l’Etolia, protetta dalle sue montagne, serbano l’antica, miseranda, e pur invidiata, indipendenza[432].
Ventitrè anni dopo, la Macedonia poteva vantare un dominio stabile, sotto il figliuolo del più singolare eroe degli Epigoni, Antigono Gonata, l’erede di Demetrio Poliorcete. Ma, nell’anno della morte di Pirro (272), che per un istante ne aveva messo in forse il trono e la vita, la Grecia tornava ad offrire l’antico spettacolo di miseria e di dolore. La Tessaglia, ad onta dei replicati tentativi di riscossa, piegava il capo ai cenni della Macedonia; la Beozia era stata affrancata, ma non già l’Eubea, l’Attica e Salamina, tutte e tre occupate da guarnigioni macedoni[433]. Guarnigioni macedoni tengono Corinto e, forse anche, Trezene e Mantinea, e parecchie delle città dell’Acaia. Ma se i possedimenti diretti della Macedonia apparivano in tal guisa ridotti, quelli indiretti si erano a dismisura accresciuti. L’intero Peloponneso si dibatteva nella rete indistricabile d’una trama di tirannidi, i cui fili erano retti, come da arbitro supremo, dal re di Macedonia[434]. Tiranni dominavano l’Elide, Argo, Sicione, Megalopoli; tiranni, le città marittime dell’Ellade[435], e tutta la contrada era sorvegliata da uno stratego macedone[436].
I patti dell’antica Dieta di Corinto erano ormai un dileguato, oltraggioso ricordo. Ma di peggio — se di peggio poteva discorrersi — si ebbe in seguito all’infelice tentativo ateniese della guerra, che dal nome di colui, che la ispirò con la sua eloquenza e col suo patriottismo, fu detta di Cremonide (266-63 a. C.). Allora nuove guarnigioni occuparono i porti e l’interno della città; un generale italiota fu posto a capo del governo di Atene; gli arconti stessi, sottoposti alla investitura regia, le lunghe mura, come un tempo aveva appena osato lo spartano Lisandro, rase al suolo[437].
Nè la politica macedone subisce modificazioni all’avvento dei nuovi successori di Alessandro, Demetrio II e Antigono Dosone. La Grecia rimane un Paese di conquista; la Macedonia ogni giorno vi abbandona, o vi ripiglia, nuovi Staterelli e nuove città: nulla è costante e sicuro, se ne togli l’insicurezza d’ogni cosa.
Nel 223, Antigono Dosone volle rifare l’antica Confederazione di Corinto, creando una nuova Lega che, secondo s’esprime il grande storico della Grecia ellenistica, il convinto apologista dell’imperialismo macedone — J. G. Droysen —, doveva riescire a qualcosa di nuovo: a un libero Stato federale paragonabile alla Germania innanzi il 1870, e di cui la Macedonia non sarebbe stata più il governo dominatore, ma l’umile componente, con diritti pari a quelli dei restanti territorî ellenici[438].
Ma la Lega, che Antigono, negli ultimi giorni di sua vita, riesciva a costituire, era l’epilogo di tutta una decennale serie di violazioni dell’indipendenza ellenica, tanti quanti erano stati gli anni del suo governo. Ed essa non celava che un’ipocrisia: la Tessaglia, che avrebbe dovuto esserne uno degli Stati autonomi, era governata direttamente dal re di Macedonia; Sparta, da un _epistate_ macedone; l’Argolide e una parte dell’Acaia stavano alla diretta dipendenza della Macedonia[439]. E così via di seguito.
L’antico corso degli eventi non muta per mutare di principi. Il nuovo sovrano di Macedonia, Filippo V, appena salito al trono, assale Ambracia, muove guerra agli Etoli[440], invade Elide e Trifilia[441], v’impone un _epimeleta_, lascia una guarnigione a Lepreon, e termina la sua personale storia di manomissione delle libertà greche, invadendo il territorio spartano[442], sì che, all’istante dell’ultrice vittoria romana, i diritti della Macedonia sulla Grecia pretendevano esercitarsi su Corinto, la Focide, la Locride, l’Eubea, l’Acaia, la Tessaglia, la Magnesia, la Ftiotide, la Dolopia, la Perrebia...: tutte le terre che il vincitore, Tito Quinzio Flaminino, proclamerà finalmente libere nei solenni giochi istmici del 196 a. C.[443].
La reazione greca.
Quale fu il sentimento greco, di contro all’imperialismo macedone? Le fonti storiche dei secoli IV-II a. C., pur attraverso la loro scarsezza e la loro oscurità, ci permettono di rispondere a questa domanda.
Il giudice inesorabile dell’imperialismo macedone non è più Isocrate; è questa volta l’ultimo dei grandi spiriti ateniesi dell’età classica: Demostene, l’infelice difensore delle libertà elleniche moriture.
«Tutto ciò», egli gridava in faccia ai suoi degeneri concittadini, «tutto ciò che fu commesso dagli Spartani in sei lustri del loro impero panellenico, e lo fu dai nostri antenati per settanta anni, è un’ombra rispetto a quello che Filippo ha perpetrato a danno dei Greci in meno di tredici anni.... Taccio dell’enorme scempio di Olinto, di Metone, di Apollonia e delle altre trentadue città della Tracia, da lui distrutte in modo tale, che, a chiunque volesse ivi recarsi, non darebbero più l’immagine di un Paese un tempo abitato; taccio dello sterminio della popolosa Focide; ma qual’è mai la condizione della Tessaglia? Non sono state anche quivi distrutte città e rovesciate nazioni? E non ha ivi Filippo istituito delle tetrarchie, che significhino non solo la sudditanza della regione, ma altresì la servitù dei cittadini? Non obbedisce l’Eubea a nuovi tiranni?... Non dichiara egli apertamente per iscritto: — Io non conosco pace se non per quanti si rassegnano ad ubbidirmi? — Nè si limita a dichiararlo.... Ma invade l’Ellesponto, e prima assalì Ambracia; occupa la grande Elide e prima insidiò Megara. Nè il mondo greco, nè quello barbarico saziarono l’ingorda ambizione di tal uomo»[444].
Ma in quale stato Filippo II, il conquistatore della Grecia, usasse ridurre le contrade, su cui trascorrevano le sue falangi vittoriose, Demostene ci aveva detto altra volta: «Ivi — in Focide — a noi viaggianti alla volta di Delfo», s’aperse «uno spettacolo crudele e miserando»: «edifici distrutti, mura abbattute, un intero paese deserto di giovani, popolato di rare donne, di fanciulli e di vecchi in atteggiamenti da muovere pietà; una rovina che lingua umana non è capace di descrivere....»[445]. Un altro ignoto oratore, che non a caso la tradizione confuse con Demostene, dirige una requisitoria, forse meno vivace, certo più precisa, contro il figliuolo di Filippo e le sue sistematiche violazioni dei patti, ch’egli era tornato a giurare solennemente in cospetto dei Greci, a Corinto:
«Se vi si domandasse, o Ateniesi, quale è la cosa che più vi sdegnerebbe, voi rispondereste che sarebbe questa: di costringervi con la violenza alla restaurazione dei discendenti di Pisistrato, caso mai oggi ancora ne esistessero. Voi prendereste senza indugio le armi, vi esporreste a qualsiasi sbaraglio, piuttosto di riammetterli in città; o se voi consentiste a far ciò, sareste destinati a servire più che non schiavi acquistati per denaro, giacchè nessuno uccide volentieri il suo schiavo, mentre i tiranni fanno perire dei cittadini senza giudizio e ne oltraggiano le donne e i fanciulli. Ma Alessandro, che, a dispetto dei giuramenti e del trattato comune, ha restaurato i tiranni — i figliuoli di Filiade — a Messene, si è preoccupato della giustizia, o non piuttosto ha seguito soltanto il suo istinto dispotico senza rispetto per voi e per i patti comuni?[446]. Se ci sta dunque a cuore l’osservanza dei giuramenti e quella giustizia, che nei trattati invochiamo, è nostro dovere prendere le armi e, insieme con le nazioni che ci vorranno seguire, volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola....»[447].
«Il trattato stabiliva che coloro i quali distruggeranno la forma di governo, che si trovava costituita in ciascuna città, all’atto della pace, saranno considerati come nemici di tutti i confederati. Ebbene, gli Achei vivevano in regime di democrazia, e il re di Macedonia distrusse in Pellene il governo democratico, ne scacciò moltissimi cittadini, distribuì i loro beni a degli schiavi e dette la città in mano a un tiranno: un pugilista, un tal Cherone.... Non si deve, secondo il trattato di pace, considerare come nemico chi agisce in tal modo?...»[448].
«Il trattato ordina a quelli che provvedono agli interessi e alla difesa comune di non far sì che nelle nazioni confederate i cittadini siano messi a morte o esiliati contrariamente alle leggi della città; ordina che i loro beni non siano confiscati; le terra divise; i debiti aboliti; gli schiavi affrancati; che, insomma, non abbiano luogo innovazioni perniciose. Ebbene, coloro stessi che dovrebbero impedire queste violenze, ne favoriscono gli autori....»[449].
«È detto nel trattato che gli esuli non potranno, movendo da alcuna città confederata, portare le armi contro qualsiasi altra; e che, se ciò avverrà, la città, donde mossero all’attacco, sia esclusa dall’alleanza. Or bene, il re di Macedonia non cessa di far portare le sue armi dovunque; bande armate di Macedoni scorazzano da per tutto, e oggi più di prima, dopochè di loro propria autorità, hanno ristabilito i tiranni in parecchie città.... Se dunque occorre osservare le convenzioni comuni, consideriamo come escluse dal trattato le città che questo osarono, ossia escludiamo dal trattato le città macedoniche» e «deliberiamo in che modo siano da trattare quegli uomini che ostentano un’insolenza dispotica, che vediamo intrigare perpetuamente, e sempre farsi giuoco della pace comune....»[450].
«Un’altra clausola prescrive che il commercio sia libero per i confederati, sì che niuno possa ostacolarlo od osar di catturarne le navi. Or bene, nessuno ignora, che i Macedoni han fatto proprio questo, e con la violenza hanno catturato e trasportato a Tenedo tutte le navi partite dal Ponto..., e che non le rilasciarono se non quando voi decretaste di armare cento navigli, e i navigli furon tosto messi in mare agli ordini di Menesteo....»[451].
«Ma ciò che mostra specialmente l’orgoglio e l’arroganza dei Macedoni è quello che accadde testè, allorquando, a dispetto delle mutue convenzioni, osarono penetrare nel Pireo.... Essi vollero mettere a dura prova la nostra pazienza per poter fare lo stesso con gli altri e dichiarare, come sempre, ch’essi non badano ai trattati.... Il capitano macedone, che sbarcò al Pireo, vi chiese il permesso di fabbricare nei vostri porti delle navi.... Non che ci sia gran copia di legno da costruzione ad Atene, la quale invece lo importa da lontano e con gran dispendio, nè che se ne difetti in Macedonia, dove invece se ne fornisce a chiunque ne desidera, e a bassissimo prezzo. Ma essi volevano fabbricare e caricare vascelli nel nostro porto, a malgrado dei divieti del trattato. Così la loro licenza s’aggraverà ogni giorno di più....»[452].
Ma la requisitoria più grave contro lo sgoverno macedone viene dal grande Polibio messa in bocca ad un ambasciatore etolico a Sparta. «Io sono sicuro», questi si esprimeva, «che niuno oserà contraddire la mia affermazione: avere il dominio macedone segnato il principio della nostra servitù.... Esisteva in Tracia una corona di colonie ateniesi e calcidesi, fra cui spiccava per potenza e per splendore Olinto, e Filippo le ridusse tutte così ferocemente in ischiavitù, e le propose, come terribile esempio, a tutti gli altri Greci, sì da ritrarne di lì a poco l’attonita sommissione della Tessaglia». «Poscia, senza riguardar troppo per il sottile, entrò nel vostro Paese, disertò le vostre terre, rase al suolo le vostre case, e, strappandovi città e campagne, smembrò, nell’unico intento di danneggiarvi, il vostro territorio fra Argivi, Tegeati, Megalopolitani e Messeni.... A Filippo successe Alessandro, e questi, temendo che Tebe divenisse il focolare del risorgimento ellenico, s’affrettò a menarne lo scempio esecrando che voi tutti rammentate. E che dire dei successori? Nessuno ignora che Antipatro, alla dimane della battaglia di Lamia, maltrattò orribilmente gli infelici Ateniesi, come i suoi predecessori, giungendo fino a cacciarne come belve, per città e per campagne, i fuorusciti e quanti di loro avevano osato avversare, in qualsiasi modo, i principi della Macedonia. Di essi, parte tratti a forza dai templi e d’in su gli altari, finirono fra i tormenti; gli altri, espulsi da tutta la Grecia, non trovarono rifugio che presso di noi. E chi ignora l’opera di Cassandro, di Demetrio, o di Antigono Gonata?... Essi, sia introducendo guarnigioni nelle città libere, sia instaurandovi tirannidi, non ne lasciarono alcuna immune del duro marchio della servitù. Lo stesso Antigono, se vi ha guerreggiato, non l’ha fatto — come anche fra voi qualche ingenuo continua a credere — per salvare gli Achei o per infrangere la tirannide del vostro re Cleomene....». Egli vi ha combattuto «temendo e invidiando», «per infrangere le vostre speranze, per distruggere la vostra potenza....»[453].
«Se noi teniamo dunque», aveva concluso l’ignoto oratore del _Trattato con Alessandro_, «alla osservanza dei giuramenti e di quell’equità che nei trattati invochiamo, è nostro dovere pigliare le armi e insieme con le nazioni alleate volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola»[454].
E il suo incitamento non fu inteso a sordo. Un fatto esiste, un fatto, che è l’accusa più solenne contro il dominio macedone; una circostanza che malamente gli storici si sono compiaciuti spiegare quale effetto di inconsiderata follia di libertà: la insistente, quotidiana, indomita riscossa della Grecia contro la Macedonia. Dal 338 al 196 è un incendio perenne, un continuo scoppio di malumori e di energie compresse. La Lega di Corinto è appena giurata, il cadavere di Filippo, ancora caldo, e già Atene, Tebe, la Tessaglia, l’Etolia, l’Ambracia, Argo, gli Elei, gli Arcadi, la Grecia tutta è in armi contro il successore[455]. Questi vince, rinnova la Lega, si dispone all’impresa asiatica, ossia al compimento della spedizione più gloriosa che mai la Grecia antica avesse concepito, all’esaudimento di un’ambizione secolare, al coronamento di un’opera, fatta sacra dalle memorie più fulgide degli Elleni; ma basta il falso allarme della improvvisa morte di Alessandro, perchè Atene torni ad insorgere, e, con Atene, Tebe, gli Elei, gli Etoli, gli Arcadi[456].
Alessandro s’è impegnato nella spedizione asiatica; ma in Grecia si attendono con ansia i bollettini, non delle sue vittorie, ma delle sue sconfitte; in Grecia si sospira la disfatta del Macedone[457]; in Grecia, Ateniesi, Spartani, Elei, Arcadi, Achei, Etoli, Tessali, Perrebi insorgono e guerreggiano contro il nuovo dominio e il nuovo tiranno[458]. La notizia della morte di Alessandro è appena conosciuta, che la Grecia è di nuovo invasa dalla febbre della liberazione. Atene, al primo annunzio, vuole mettersi alla testa della rivolta. «Se oggi», avverte il prudente Focione, «egli è morto, lo sarà anche domani, lo sarà doman l’altro e noi avremo agio di prendere una risoluzione ponderata»[459]. Invano! Atene, l’Etolia, la Focide, la Locride temono non arrivare in tempo, ingaggiano da sole la guerra contro il reggente della Macedonia, e le prime vittorie bastano a trascinare allo sbaraglio l’intera penisola: la Tessaglia, la Dolopia, Argo, Sicione, Epidauro, l’Argolide, la Messenia, l’Arcadia, l’Acarnania, l’Eubea....[460].
L’insurrezione è novamente domata, ma non scorrono venti anni che la venuta di Demetrio Poliorcete nell’Attica, insieme con l’annunzio menzognero della liberazione universale della Grecia, vi provocano indicibili manifestazioni di gioia. Quadrighe d’oro e statue, dedicate al novello «Salvatore», vengono poste a fianco di quelle sacre dei due eroi delle libertà ateniesi: — Armodio e Aristogitone —; a lui e al padre suo sono donate corone ricchissime d’oro, è consacrato un altare, un culto perenne; per loro vengono istituite gare annue ed annui sacrifici; le loro effigi sono intessute nel peplo sacro ad Atene, e si votano ambascerie, che si rechino ad essi con tutto l’apparato delle processioni sacre. Altri — come se ciò non bastasse — propone qualcosa di più: la consacrazione del suolo, che Demetrio aveva calcato scendendo dal carro, la largizione del titolo, riservato a Giove, di Kαταιβάτης (_Colui che discende_), l’istituzione di ricevimenti, pari, in solennità, alle feste di Bacco e di Démetra. E il mese di _munichio_, come l’ultimo giorno di ciascun mese, assumono, d’ora innanzi, il nome di _Demetrio_, e le solennità dionisiache sono convertite in feste _Demetrie_[461].