Il tramonto della schiavitù nel mondo antico
Part 24
I liberti sopra tutto compariscono con la maggiore frequenza esercitando tutti i mestieri. La mancanza dell’indicazione specifica di liberti e del nome del patrono desta molte volte il dubbio, se abbiamo proprio a fare con un manomesso; ma il nome ci dice che se, come di frequente può accadere, non si ha a fare con un manomesso, si ha a fare con un suo discendente; il che ci mostra come tutto l’elemento servile che, per le manumissioni penetrava nella classe de’ liberi, seguitava l’esercizio del proprio lavoro manuale, reso quasi ereditario nelle loro famiglie. E così, anche per questa via, il lavoro libero riceveva sempre più diffusione ed incremento.
E bisogna notare pure come, sotto la pressione costante delle nuove abitudini e per i vantaggi che l’esercizio di un’arte poteva procacciare, il pregiudizio contro il lavoro manuale perdeva sempre più la sua forza.
I collegi, che già in Pompei[945] raccomandavano candidati, divengono molte volte una forza e hanno attestati di considerazione e di onore[946], ricevono lasciti.
L’esercizio de’ mestieri doveva sembrare omai a molti così poco atto a diminuire la loro considerazione personale e il loro prestigio morale, che in tante lapidi sepolcrali si aveva cura d’indicarlo con frasi talvolta amplificative. Molte altre volte questa indicazione era fatta in forma che meglio dava all’occhio con appositi anaglyfi rappresentanti i ferri del mestiere e gli strumenti professionali[947].
Ma l’importanza, la diffusione, e la frequenza del lavoro mercenario, prestato e retribuito in tutte le forme, ci son mostrati in tutta la loro estensione dall’_Edictum de pretiis rerum venalium_ di Diocleziano[948], che ci mostra così, come in un quadro sinottico, la funzione sociale varia, attiva e molteplice del lavoro mercenario all’aprirsi del quarto secolo (301 d. C.), tempo della promulgazione. Mentre da un lato l’Editto prende a considerare e a regolare i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti, dall’altro attende a regolare i prezzi della mano d’opera nelle varie sue forme e vi porta la stessa cura minuziosa, la stessa diffusione analitica che aveva portata nell’elenco de’ generi di consumo e de’ manufatti. Il lavoro del contadino, del muratore, del falegname, quello del fornaciaio, del mosaicista, del pittore d’ornato e di figure, del costruttore di veicoli e di barche, del fabbro, del fornaio, del mattonaio, del mulattiere, dell’asinaio, del conduttore di camelli, del veterinario, del flebotomo, del barbiere, del tosatore di pecore, vi sono tutti destintamente considerati[949]. Segue poi l’elenco de’ lavori in metallo[950], a cui fanno seguito, alla loro volta, i lavori de’ formatori, de’ portatori d’acque, dell’espurgatore di cloache, dell’arrotino[951], e poi, in tutte le loro suddivisioni e distinzioni, il lavoro degli scritturali, quello de’ sarti, degl’insegnanti, degli avvocati[952], nella cui immediata vicinanza, senza criterio di ordine, si parla de’ bagnini[953]. E finalmente l’Editto, riprendendo, dopo essere passato a considerare altri manufatti, le mercedi del lavoro, si occupa de’ ricamatori, de’ tessitori di seta e di lana e de’ gualchierai[954].
Si è cercato, naturalmente, di mettere a profitto il tasso de’ salari stabilito dall’Editto per dedurre quale fosse la condizione delle mercedi a quel tempo; ma se ne sono tratte le più disparate conseguenze.
L’Editto fissa mercedi di proporzioni assai diverse per i diversi generi di lavoro; ma fanno difetto i termini di paragone, a cui riferirli per trarne analoghe conseguenze.
Il salario giornaliero dell’operaio di campagna, fissato nell’Editto a venticinque denari[955], cioè a cinquantaquattro press’a poco de’ nostri centesimi, è stato messo in relazione col salario giornaliero di un lavoratore comune, valutato da Cicerone[956] a dodici assi, uguali press’a poco a sessantadue e mezzo de’ nostri centesimi. Ma si è fatto osservare[957] che questa costanza approssimativa del salario dopo tre secoli circa è soltanto apparente, quando si valuti in oro il valore del denaro posto a base della tariffa dioclezianea; giacchè, con questo calcolo, il salario giornaliero al tempo di Cicerone veniva a corrispondere a più di ottantuno centesimi, al tempo di Luciano a più di settantatre centesimi e al tempo di Diocleziano a soli cinquantadue centesimi. La condizione de’ lavoratori quindi sarebbe divenuta molto peggiore al tempo di Diocleziano, tanto più che era salito il prezzo del grano e quello del vino.
Una valutazione critica de’ prezzi dell’Editto di Diocleziano suggeriva ad un autore la conclusione che il salario in moneta del giornaliero ai tempi di Diocleziano è, rimpetto al minimo necessario per l’esistenza, di alcuni centesimi più elevato che non i corrispondenti recenti salari della Germania e dell’Italia[958].
Se non che non è sfuggito che nell’Editto di Diocleziano si tratta di misura massima del salario, ciò che impedisce di considerarlo come salario effettivo o di prenderlo come medio.
Inoltre, come si è accennato altra volta, il dato ciceroniano è così vago, e non si saprebbe da due dati isolati e disparati trarre conclusioni sode e positive sull’oscillazione de’ salari nelle due epoche lontane.
Un accenno di Plinio[959] rileva la facoltà di procurarsi la mano d’opera, pure a prezzo assai conveniente, ma l’accenno si riferisce alla sola Nicomedia, al tempo di Traiano, e non possiamo dire se e in quanto si riproducesse la stessa condizione di cose col variare de’ luoghi, de’ tempi, de’ rapporti di popolazione e della richiesta di braccia.
Intanto, se da questo lato l’Editto poco ci giova ad intendere le condizioni del lavoro e de’ lavoratori del suo tempo, ci fornisce altri elementi per formarcene da un altro punto di vista un concetto.
La tariffa stabilisce da un lato i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti e dall’altro quelli della mano d’opera ad essi relativa. Da un confronto degli uni con gli altri appare come solo in limitati campi di produzione si danno esclusivamente i prezzi de’ manufatti, senza dare parimenti quelli della mano d’opera adibita a confezionarli. Accade così per i lavori in cuoio, i prodotti di pelo di capra e di camello, i piccoli manufatti di legno e di osso come spole, pettini, aghi, stacci e finalmente il materiale da scrivere. Ogni altra cosa rientrava nell’ambito della materia grezza[960].
Ora, anche senza voler venire a conclusioni assolute sullo sviluppo dell’industria, ciò prova che, nell’economia del tempo, accanto alla vendita de’ manufatti compiuti, vigeva ancora diffusa e limitata la produzione casalinga (_Hausfleiss_) e quella forma che ne costituiva uno stadio appena superiore e consisteva nell’assoldare, sotto varie forme, un operaio per fargli trasformare la materia prima, fornita da chi la prendeva a salario (_Lohnwerk_). Questa locazione d’opera, atteggiata in varie forme, sia come lavoro a giornata che come lavoro a cottimo, era prestata, secondo i casi, nella residenza del committente e dell’operaio, ed era retribuita semplicemente in danaro, o in contanti e generi, o secondo l’opera prestata o con una combinazione di queste varie specie di retribuzione.
E tutte queste varietà di prestazioni d’opera e di retribuzioni ricorrono tutte nell’Editto di Diocleziano, anche e specialmente quella più antica e rudimentale del compenso in generi e contanti.
Se nell’epoca imperiale romana lo sviluppo della ricchezza fosse stato progressivo anzi che regressivo; se vi fosse stato un’accumulazione anzi che uno sperpero di capitali, vi sarebbe stato luogo sulle rovine dell’economia servile a un vero sviluppo d’industria capitalistica, di cui il tempo anteriore aveva dati gli accenni e creati i rudimenti.
L’economia a schiavi si dissolveva inesorabilmente; ma, se la ricchezza accentrata in un numero relativamente ristretto di persone e la contrapposizione di proprietari e proletari spingeva verso l’economia del salariato e ne abbozzava le linee; l’insufficienza de’ capitali disponibili spingeva verso una forma di economia più regressiva ancora dell’economia a schiavi, verso il servaggio e i fenomeni ad esso corrispondenti.
Se, come accadde per l’industria della macinazione, si fossero potute usufruire tecnicamente le forze naturali per sostituirle agli schiavi, vi sarebbe stata ancora una via di progresso; ma l’impiego delle forze naturali si limitava ad una delle più semplici e rudimentali, all’uso delle cadute d’acqua per i molini; e le fabbriche, invece di estendersi e dare la loro impronta all’industria, rimanevano come un accessorio dell’industria agricola, ne’ poderi, ove erano sorti specialmente sotto forme di fabbriche di laterizi, e seguivano l’agricoltura nel suo declinare.
Vi era così prima una sosta e poi un regresso, un processo d’involuzione economica, che, nell’agricoltura si traduceva nel servaggio, nell’industria si rivela con la persistenza e la prevalenza della produzione casalinga e di quelle forme di locazione d’opera che la completavano e l’integravano.
E tutta quella organizzazione pubblica della produzione che appare nelle fabbriche dello Stato e della casa imperiale; tutta quella disciplina rigorosa, ferrea, che tende a regolare e dominare, irrigidendole, le forze produttive e le funzioni sociali; son fatti che hanno la loro ragione d’essere e la loro spiegazione in quella crisi enorme della schiavitù che si dissolveva, mentre erano manchevoli e deficienti alcune delle condizioni necessarie allo sviluppo del salariato.
Il pagamento de’ tributi, ora richiesto e mantenuto in natura, ora permesso in contanti, è uno de’ sintomi di questa crisi economica, dove il vecchio e il nuovo sono in contrasto e predomina qualche cosa _che non è nero ancora e il bianco muore_.
Lo stesso Editto di Diocleziano, verosimilmente, come scopo immediato ebbe l’intento di “ristabilire con un provvedimento governativo il rapporto, secondo cui le merci dovevano essere scambiate con la moneta convenzionale svilita. Secondo ogni verosimiglianza si voleva rialzare artificiosamente la piccola moneta che era ricaduta al suo reale valore dopo che aveva cessato di funzionare come moneta divisionale[961]„. Ma, in realtà, l’Editto è un sintomo anch’esso della più vasta crisi economica accennata e contro cui inutilmente si tentava reagire con quella costrizione diretta.
La nuova fase della corporazione, riconosciuta, disciplinata e resa organo ufficiale della vita economica dello Stato, che vi costringe come in una cerchia di ferro tutti i rami d’attività più indispensabili alla vita sociale, si spiega appunto con questa necessità obbiettiva di assicurare le condizioni d’esistenza sotto una organizzazione politica e giuridica, di cui veniva meno ogni giorno la base economica.
Quelle forme di coazione e d’intervento dello Stato, specialmente nella composizione e nella funzione delle corporazioni, ristabiliva, sotto altri aspetti, quella continuità di azione e quella dipendenza assoluta e diretta, che costituivano uno de’ pochi vantaggi della schiavitù.
Il moltiplicarsi delle attribuzioni dello Stato e la sua funzione assorbente si spiegano in questa, come in tutti gli altri casi simili, con una reazione dell’ordine politico sull’ordine economico e con la necessità che, nella trasformazione del modo di produzione, chiama lo Stato, l’unico potere costituito, a servire come di centro delle energie che sorgono, e di quelle che si disgregano e che hanno tutte, le une e le altre, bisogno di qualche cosa, che sia come un centro di attrazione e un punto di applicazione.
XVII.
È facile vedere in quali rapporti stesse questa condizione di cose col colonato.
Questa istituzione è stata oggetto di tante indagini, che sarebbe inutile ripetere lo studio analitico fatto già tante volte e da tanti[962]. Basterà quindi accennare al suo carattere generale e alla sua funzione sociale tanto più che questo lavoro non si occupa di proposito del colonato, ed è il caso di accennare alla sua ragione determinante solo in quanto essa coincide con la causa dissolvente dell’economia a schiavi, ed elimina la schiavitù, almeno come istituzione più generale, mettendo il colonato al suo posto e facendo compire in buona parte dal colonato la funzione economica prima esercitata dalla schiavitù.
Come si vede dal riassunto delle spiegazioni date al sorgere del colonato, la ricerca è stata piuttosto di carattere storico-giuridico che storico-economico, benchè, per forza delle cose, abbia dovuto a mano a mano acquistare questo carattere, che diventa sempre più notevole ne’ più recenti scrittori.
Come accade di tutte le trasformazioni, anche il colonato appare nella tradizione letteraria e ne’ monumenti legislativi quando è già bello e formato, e costituisce un rapporto sociale rilevante, che il potere pubblico vuole regolare, innovare e rendere stabile e capace di speciali conseguenze giuridiche.
Ciò posto, il proposito di accertare storicamente, in determinati luoghi e tempi, con dati positivi della tradizione letteraria e della legislazione, il diretto e consapevole sorgere del colonato portava a scambiare il modo di formazione con la causa del suo sorgere e le forme legali, che assunse, con lo stesso modo di formazione.
E, per questa via naturalmente si incorreva nel difetto della unilateralità, che talora veniva rimproverato a’ predecessori da chi veniva dopo di loro, eppure incorreva alla sua volta nello stesso difetto[963].
La causa delle cause del servaggio, che si sdoppia in tante altre cause secondarie e si rivela in tante manifestazioni particolari e locali è l’impoverimento del mondo romano, che si è innanzi rilevato.
“Un considerevole capitale — osserva un autore già altre volte citato[964] — è condizione indispensabile a menare innanzi le intraprese nelle regioni d’economia a schiavi. Un capitalista che impiega il lavoro libero ha bisogno per sopperire alle sue forze di lavoro di una somma sufficiente a covrire l’ammontare de’ loro valori durante l’intervallo che corre dal principio del loro lavoro sino alla vendita de’ prodotti che ne ricava. Ma il capitalista che impiega il lavoro degli schiavi non ha bisogno soltanto di questa somma, rappresentata in questo caso dal vitto, vestito e ricovero forniti agli schiavi durante il periodo corrispondente, ma, oltre a ciò, di una somma sufficiente ad acquistare le stesse sue forze di lavoro. Per menare innanzi, quindi, una data intrapresa, è ovvio che chi impiega schiavi, avrà bisogno di un capitale maggiore di quello occorrente a chi impiega il lavoro libero„.
Così l’eliminazione della schiavitù, sia sotto forma di vendita degli schiavi, sia sotto forma di rinunzia a ricostituire la scorta degli schiavi, costituiva una maniera di liberare il proprio capitale per utilizzarlo altrimenti o di sopperire alla sua deficienza.
E il servaggio, a differenza del lavoro libero che richiede un capitale minore del lavoro schiavo ma pur ne richiede uno, non ne esigeva nessuno. Ciò che spiega maggiormente come e perchè il servaggio si costituisse prima e preferibilmente ne’ più estesi latifondi. Mentre l’imperatore o altri proprietari avevano — il primo per il suo potere politico e il secondo per il carattere quasi di circoscrizione amministrativa assunto dal fondo — l’autorità e il mezzo di ritenere il colono nel fondo, ne avevano anche maggiore necessità, perchè quanto più grande era il fondo, tanto maggiore doveva essere il capitale necessario a coltivarlo.
La coltivazione in grande, fatta direttamente da parte del proprietario o a mezzo di _conductores_, si esercitava su di una parte del fondo, sulla parte migliore, intorno alla _villa_; e i coloni, accasati talvolta sulle parti più lontane o più scadenti del latifondo, erano i subaffittuarî o gli elementi complementari della coltura del fondo[965]. E questi coloni, oltre all’utilizzare le terre meno feconde, sussidiavano con l’opera loro anche la coltivazione diretta, cosa la cui utilità veniva già molto tempo innanzi, rilevata da Columella.
Date le condizioni de’ tempi e delle cose, pel proletario, che non avrebbe facilmente trovato ad allogarsi, il colonato, nella forma non coattiva sotto cui sorgeva o si sviluppava, rappresentava forse la sola maniera possibile di assicurarsi l’impiego del proprio lavoro e la sussistenza. A misura che il disordine e le vessazioni crescevano, poteva in dati casi risolversi in un rapporto di protezione[966]. In tanti casi, è vero, ciò voleva dire, aumentare gli organi delle prepotenze e moltiplicare le vessazioni; ma l’interesse stesso del padrone doveva talvolta valere al colono di schermo; e, anche quando ciò restava solo una speranza ingannatrice, i diversi organi di prepotenza finivano talvolta, come pure accade, per neutralizzarsi tra loro.
Il colonato quindi rappresentava, nella maggiore parte de’ casi, per i padroni la maniera più utile, se non la sola, di mettere a profitto i propri fondi e per i coltivatori forse la sola maniera di provvedere al proprio sostentamento.
Costituiva il punto di minima resistenza della vita economica del tempo, il centro di gravità della produzione, una necessità sociale; ed i rapporti economici si ricomponevano e si riadagiavano quindi, in maniera prevalente se non universale, su quella base. L’enfiteusi stessa, pur nella costruzione giuridica diversa, richiama il colonato, e mostra un altro aspetto di una stessa causa economica.
Gli schiavi fuggiaschi e quelli manomessi che non trovavano lavoro, i barbari accolti per necessità politica nel territorio dell’Impero e quelli attratti per coltivare le terre abbandonate: tutti, con diversi nomi, sotto diverse forme rientravano nella categoria generale del colonato.
Nel settentrione e nel mezzogiorno, in paesi di popolazione relativamente densa e relativamente rada, dovunque il capitale difettasse o fosse inadeguato alla coltura, sorgeva o risorgeva e si diffondeva il colonato.
E dico che risorgeva, riferendomi anche alle più antiche forme di servaggio, le quali sono state evocate a proposito del colonato, ma non già per evocarle, alla mia volta, come un modello che, artificialmente e consapevolmente imitato, avrebbe portato alla diffusione del colonato e del servaggio in cui esso si tradusse.
Sarebbe assai arduo il dire se ne’ paesi di arretrato sviluppo economico l’antico servaggio riuscì a persistere, più o meno larvato. Il nuovo servaggio, in ogni modo, non sorgeva per forza di espansione di questi residui di un remoto passato; ma perchè, per un fenomeno di regresso economico, si riproduceva quella stessa deficienza di capitali, quello stesso scarso svolgimento delle forze produttive, che, come si è visto in principio di questo lavoro, faceva preludere all’evoluzione economica col servaggio e ve lo manteneva, dove un più maturo e più rapido sviluppo economico era impedito.
L’antico servaggio quindi non giova a chi vorrebbe servirsene per indurne la continuità storica col colonato e la sua diffusione, dirò così, epidemica; serve invece benissimo a mostrare come il verificarsi di una condizione economica analoga a quella che l’aveva prodotto nell’antichità, tornava a produrlo nello sfasciarsi del mondo antico, al sorgere dell’Evo medio.
E tante cause secondarie che, per via più o meno indiretta, si ricongiungevano alla causa accennata, contribuivano vie maggiormente a diffondere e ad acclimatare il servaggio.
In quello stato sociale malsicuro, con un’organizzazione politica oppressiva all’interno e fiacca all’esterno, che suscitava rapine, che lasciava l’adito aperto ad invasioni, come non dovea essere malsicuro il possesso di schiavi, pronti alla fuga, pronti all’insidia e alla rivolta?
Si diradava quindi questa specie d’_instrumentum vocale_ insieme a quelle altre specie che costituivano la pastorizia e che avevano, a preferenza di ogni altra industria, bisogno di sicurezza per sussistere e progredire.
E, tra il declinare della pastorizia e le condizioni poco adatte all’ampliamento di colture intensive, tra le importazioni di frumento rese sempre più difficili, riprendeva piede, dove e come poteva, la coltura de’ cereali, a cui, come già Columella[967] aveva osservato alcuni secoli prima, era tanto adatta l’opera del colono quanto era disadatta quella dello schiavo; e tanto più disadatta, quanto più aveva a fare con un suolo esaurito.
Questi nuovi rapporti economici, sorti così per necessità obbiettiva nel processo della storia e resi obbligatori, prima ne’ fondi imperiali per autorità di principe o prepotenza di ufficiali, e poi negli stessi latifondi per prepotenza di proprietarî, avevano la loro ultima sanzione per prepotenza di legge. Allora, a poco a poco, la prescrizione, la discendenza, tutto concorreva ad allargare il ceto de’ coloni, ridotto ad una classe chiusa se si trattava d’impedirne l’uscita, aperta se si trattava di ampliarla come che sia, sopra tutto con gli equivoci legali e gli atti di violenza che, dato il riconoscimento legale della categoria, servivano a procacciare servi, anche meglio che prima non avevano potuto servire a procacciare schiavi.
Tutte quelle ragioni, che avevano portato ad irrigidire in un congegno legale l’attività industriale, fomentate dallo stimolo di assicurare l’esazione de’ tributi, puntelli allo Stato tarlato e crollante, conducevano a rendere rigida e immutabile anche quella nuova formazione economica sociale che doveva dare a tutti alimento.
Il servaggio, qual’era omai il colonato, diveniva così, sempre più, non l’espressione di un’attività più feconda, suscitata da’ tributi o dal bisogno di una cultura intensiva; ma il fenomeno più perspicuo di un collasso sociale, di un estenuarsi graduale delle forze economiche. Quelle norme, che alle stesse classi dominanti erano o sarebbero sembrati vincoli in tempo e in luogo di grande sviluppo economico, erano ora una necessità economica, una forza, un mezzo di vita.
Dove forse il capitale era meno raro, od altre condizioni capaci di agevolare la cultura potevano dispensare dalla costituzione del servaggio, la stessa legge, nello stesso interesse delle classi dominanti, teneva il colonato ne’ termini di un’istituzione contrattuale[968]; ma quelle condizioni venivano meno, ed ecco che subentrava subito il servaggio[969], procedendo sempre, sempre allargandosi, ricacciando nell’ombra la schiavitù coll’abbassarne e menomarne la funzione.
XVIII.
La schiavitù non veniva abolita per legge, e anche in pratica seguitava a persistere ancora a lungo[970], ma come una sopravvivenza.
Ciò che costituiva il carattere distintivo della nuova epoca, la misura della sua potenzialità produttiva, la forma della sua economia erano il servaggio nell’àmbito dell’agricoltura, e nell’industria un modo di produzione oscillante tra la produzione casalinga e l’artigianato.
Sopra questo sostrato poggiava la nuova società e in esso avevano radice quelle varietà di manifestazioni sociali, che n’erano l’espressione morale, come quella struttura n’era l’espressione economica.
La schiavitù, quasi per virtù d’inerzia, stentava a sparire del tutto, ma, ricacciata nel puro uso domestico o divenuta un oggetto di lusso[971], raggiungeva anche talvolta una proporzione magari elevata[972], massime se era alimentata da guerre, cui davano l’impronta i contrasti di religione e di razza, e se rispondeva a qualche bisogno reale[973] od era fomentata dalla crescente ricchezza. Tuttavia, anche nel suo notevole numero, durava in realtà stenta, priva di una vera funzione sociale; finchè la scoperta del nuovo mondo e il vasto sviluppo coloniale, chiamandola di nuovo a fornire forze di lavoro, nella deficienza di un proletariato che potesse darle, tornava a darle uno sviluppo straordinario e rinnovava — in quanto il diverso ambiente fisico e i nuovi tempi consentivano — insieme agli orrori, l’immagine della schiavitù antica.