Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

Part 17

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Era questo l’effetto mediato della viabilità sviluppata; ma vi era anche un effetto immediato ed era il largo impiego di lavoro bisognevole e che in parte dovea essere prestato da liberi, come si è altra volta accennato. E si trattava di una rete stradale che assunse a grado a grado proporzioni gigantesche[704]. Già sotto la repubblica alla Via Appia aveano fatto seguito la Junia, la Valeria e poi l’Aurellia, la Flaminia, l’Aemilia, la Cassia ed altre[705], che, oltre a’ lavori d’esecuzione, importavano periodici rifacimenti e continua manutenzione, a cui non sempre e in tutto erano chiamati a provvedere i possessori frontisti (_viasii vicanei_) per tacere dell’opera che questi stessi dovevano impiegare.

Le vie, poi, erano de’ rami più importanti di opere pubbliche, ma non il solo: la costruzione di edificî sempre più numerosi, destinati a scopi religiosi, civili ed edilizi e la loro continua manutenzione, gli acquedotti, gli espurghi e altre opere dettate da esigenze sanitarie[706] ci attestano ancora ne’ loro avanzi l’enorme quantità di lavoro per essi messo in movimento.

Non è possibile intanto dissimularsi i contrasti e le difficoltà, attraverso cui il lavoro libero doveva svilupparsi rimpetto al lavoro servile.

La scarsa produttività del lavoro servile dovea tardare ad essere sentita in una vita economica, come la romana, tanto artificiale e che viveva dello sfruttamento de’ soggetti e delle forme più o meno dissimulate della rapacità. L’effetto, che si risolveva in un esaurimento graduale delle sorgenti di ricchezza, era risentito, prima che da’ proprietari di schiavi, dagli altri, e solo con la sua azione lenta, continua e per molto tempo incompresa riusciva a ferire anche i più ricchi.

La schiavitù, per compensare la sua scarsa produttività e mantenersi, ha bisogno di terre sempre nuove e più feconde. Finchè questo bisogno potè essere facilmente appagato, la scarsa produttività del lavoro servile era facilmente dissimulato; e, anche quando questa possibilità fu meno agevole o fu esclusa, la reazione contro la concorrenza de’ cereali stranieri prese le forme di trasformazione di cultura e di un sopravvento della pastorizia sull’agricoltura.

Così la scarsa produttività del lavoro servile era ancora, se non evitata, larvata e girata.

Del resto la scarsa produttività del lavoro servile poteva essere risentita soltanto per effetto della concorrenza, e a ciò si opponevano varie difficoltà.

La concorrenza, in molti rami della produzione, tardava a sorgere perchè, per il prevalere della produzione casalinga, il prodotto non acquistava ancora generalmente il carattere di _merce_, e il commercio stesso, che, raccogliendo l’esuberanza de’ prodotti del lavoro casalingo, cercava di surrogare la grande produzione, si sviluppava gradualmente, e sempre ne’ limiti consentiti al mondo antico, con lo sviluppo graduale de’ mezzi di comunicazione. La minore produttività del lavoro è certamente meno avvertita da chi produce direttamente pel proprio consumo che non da chi produce per vendere a scopo di guadagno. Nel primo caso, anche avvertito, può non indurre subito, anzi tarda di solito ad indurre una trasformazione di metodo, sia per ragioni psicologiche, per senso d’inerzia, sia per ragioni d’ordine pratico, come la non chiara percezione del rimedio e l’impotenza di sostituire un metodo a un altro. Nel caso invece della produzione fatta per la vendita, vi sono la concorrenza e il mercato, che avvertono e obbligano a mutare metodi sotto pena della rovina.

Una delle conseguenze più prossime e visibili dell’economia a schiavi è l’abbandono delle terre meno feconde, che così rimangono incolte; ed era ciò appunto che cominciava ad accadere nel dominio romano[707]; ma non tutti riportavano il fatto alla sua vera causa, nè per molti grandi latifondisti, specialmente finchè il male non giunse al suo culmine, il danno dovè riescire molto grave e sentito.

In un certo senso, benchè in maniera non perfettamente consapevole, si può dire che Columella rilevasse ciò, ma come uno stato di fatto[708], e son queste le terre, che Columella voleva destinate a quella forma di lavoro libero, che era in questo caso l’affitto. Ma è ben chiaro, che, se questa era un’occasione all’impiego del lavoro libero, era anche un’impresa poco conveniente e facilmente rovinosa, che poteva essere accettata o sussistere semplicemente in condizioni quali si verificarono poi nello stabilirsi del colonato.

Per altre vie anche il lavoro servile inceppava lo sviluppo del lavoro libero.

Il lavoro assorbente, che toglieva modo al lavoratore di potersi mantenere, sia nelle forme esteriori che nello sviluppo intellettuale, al livello della classe dominante, aveva depresso il lavoratore e, nel differenziarsi degli elementi della società, gli aveva creata una condizione non solo economicamente ma moralmente inferiore[709]. La condizione inferiore del lavoratore poi, alla sua volta, si rifletteva sul lavoro stesso e ne abbassava la considerazione nell’antichità. L’estensione presa dalla schiavitù e la parte preponderante, che avea nell’esercizio de’ lavori manuali, dovevano più che mai — come è accaduto anche in tempi recentissimi, in paesi di economia a schiavi[710] — dovevano anch’esse costituire un altro motivo di riluttanza verso generi di lavoro, che accomunavano i liberi con i servi, e li portavano a confondersi quasi con essi.

Si aggiunga che anche la concentrazione della fortuna e la ripartizione tanto inuguale della ricchezza non erano fatte per favorire lo sviluppo del lavoro libero. Le ricche case provvedevano con la numerosa servitù a’ bisogni domestici, rifornendosi fuori soltanto degli oggetti di lusso che non era possibile produrre in casa e trovando il compenso del maggiore impiego di lavoro e di spesa in quell’assoluta disponibilità delle proprie forze di lavoro dirette e usufruite a proprio talento. La massa de’ disagiati d’altra parte, che non era in grado di sopperire con la produzione casalinga a’ suoi bisogni e doveva ricorrere quindi all’artigiano, vedeva dall’insufficienza de’ suoi mezzi depresso il tenore di vita e compressi i suoi desideri.

Le distribuzioni gratuite di frumento, le largizioni e le liberalità pubbliche e private, che tendevano sempre più a divenire consuetudine e stabile istituzione non erano adatte a mantenere per sè sole il proletariato, perchè non si estendevano a tutto il proletariato, nè a tutta la famiglia, ed erano anche insufficienti al conveniente mantenimento di un uomo solo[711]. Ma, indirettamente, esercitavano un’azione deprimente sul lavoro libero, giacchè permettevano a chi ne partecipava di locare l’opera propria per una mercede inferiore al minimo necessario e di abbassare così il tasso generale della mercede, che si regolava sull’offerta più vantaggiosa. Accadeva precisamente qui quanto si è osservato in linea più generale[712], che chi sostituisce con elemosina il 10 % del salario deficiente a centomila persone, fa ribassare per ciò stesso del 20 % il salario di un milione di lavoratori.

Sotto questo rapporto le distribuzioni pubbliche di Roma vanno considerate ad una stregua diversa da quella, a cui debbono giudicarsi le retribuzioni delle funzioni pubbliche nell’antica Atene. Il soldo dato a’ cittadini ateniesi per la partecipazione alle funzioni pubbliche era una indennità diretta a compensare anche in parte soltanto il cittadino del lucro cessante pel mancato impiego della propria attività; ma chi l’aveva, occupato ne’ tribunali e nelle assemblee, non poteva fare concorrenza agli altri lavoratori, e anzi il numero di questi, così più ristretto, doveva far elevare la misura della mercede. Invece a Roma le distribuzioni, fatte a mero titolo di largizione, con una tessera ch’era anche talvolta ceduta, esercitavano tutta l’azione che un sistema di carità pubblica può avere.

Una mancanza quasi assoluta di dati per l’epoca repubblicana non ci consente di conoscere in maniera determinata la proporzione delle mercedi. Cicerone, in una delle sue orazioni[713], valuta a dodici assi il guadagno giornaliero di un lavoratore, ma lo dice quasi per incidente; e questo semplice accenno, senza alcuna distinzione di tempo e di lavoro tecnico o semplice, non può nè appagarci, nè costituire la base di conclusioni rigorose. Nondimeno una cosa si può osservare, ed è che, col caro de’ viveri e delle pigioni[714], segnalato per Roma ne’ tempi più vicini, quel salario era insufficiente a’ bisogni della vita, il cui tenore si era pure elevato e si veniva ancora elevando; era inferiore perfino alla _sportula_ de’ clienti del tempo di Marziale e che pure pareva sì poca cosa[715]. Ma nella sua insufficienza mostra nondimeno l’avvenire del lavoro mercenario, perchè l’esiguità della mercede può valere come un indizio della concorrenza e quindi dell’incremento del lavoro salariato, e al tempo stesso fa indurre che la convenienza del lavoro salariato, il suo stesso buon mercato gli avrebbero dischiusa la via e avrebbero finito per assicurargli la prevalenza sul lavoro servile.

Intanto tutti questi ostacoli di carattere oggettivo e soggettivo, la difficoltà di trovar sempre lavoro, le attitudini non ancora bene sviluppate, il ritegno non ancora del tutto vinto di compiere opera da schiavi e di mescolarsi con essi davano luogo a un fenomeno anch’esso caratteristico dell’economia a schiavi[716], allo svilupparsi di una estesa classe di parassiti e al diffondersi del parassitismo sotto molteplici forme. Risorgeva la clientela[717], non fondata come l’antica su di un bisogno inevitabile di assistenza e di protezione, ma sulla cortigianeria, sull’indigenza accidiosa che aspira a vivere o deve vivere di carità con tutte le umiliazioni, le bassezze, le degenerazioni inerenti a un siffatto stato di cose e che per varî secoli sino a Luciano facevano le spese della satira, dell’invettiva, dell’ironia di poeti e scrittori[718].

Ma questa stessa larga categoria di parassiti, che con la sua inerzia e con la sua funzione sociale deleteria concorreva così efficacemente all’impoverimento della società romana, indirettamente anch’essa si può dire che cooperasse a rovinare l’antica economia a schiavi: e spostata continuamente, in quel crollare frequente di fortune divorate dal lusso e dalla ignavia, incerta sempre del domani e spesso dell’oggi, doveva pur dare ne’ tempi più difficili e ne’ suoi momenti più scabrosi una mano al salariato, che vi reclutava i suoi elementi avventizî.

Così l’ultimo periodo della repubblica, che virtualmente conteneva in sè tutti i germi schiusi poi nel periodo imperiale, mostra in forma abbastanza perspicua questa crisi, che, ne’ suoi ultimi effetti, doveva portare alla fine della schiavitù.

E sono appunto fenomeni e indizî di questa crisi i fatti rilevati e che si andranno rilevando.

La lotta tra la forma economica che si andava decomponendo e l’altra che accennava a sorgere con i suoi rudimenti non si compiva senza che gli elementi in contrasto s’infliggessero reciprocamente perdite e danni.

A Roma, come in tutti i centri e le zone, dove la schiavitù era più sviluppata e accentrata, dove il parassitismo avea terreno più favorevole e sfogo maggiore, il lavoro libero, accanto a qualche condizione che ne favoriva lo sviluppo, ne avea pure altri molti che lo ritardavano.

Fuori di Roma, dove i lavoratori liberi non avevano da dibattersi tra le distrette del caro de’ viveri[719] e delle pigioni, fuori d’Italia, dove il peso de’ tributi e lo sfruttamento del popolo dominante dovevano far sentire di più la scarsa produttività del lavoro servile e i varî altri svantaggi della schiavitù, il lavoro libero e le forme ad esso corrispondenti dovevano trovare migliori elementi di vita.

In ogni modo, a Roma stessa come si è visto, il lavoro libero, tra tutte le sue difficoltà, sussisteva e avanzava.

La schiavitù, quale che fosse la sua resistenza, dovuta all’energia, allo spirito conservatore, a tutte le ragioni che mantengono in vita ancora un’istituzione nella sua lenta decadenza, poteva dirsi condannato; e lo dimostrava anche meglio la trasformazione che avveniva nel suo stesso seno, volgendola a forma diversa e traendo dalla sua stessa compagine nuovi elementi pel lavoro libero o pel lavoro mercenario, che anticipava l’avvento e sostituiva la funzione del lavoro libero.

IX.

Il carattere predominante dell’economia più antica, come si è più volte accennato, consiste nella produzione fatta nella casa e in vista del consumo diretto. La schiavitù avea contribuito non solo a mantenere, ma anche a sviluppare questa produzione casalinga, sia prendendo il posto degli elementi familiari meno numerosi pel disgregarsi successivo de’ gruppi più complessi di parenti, sia come mezzo, nelle case più ricche, ad estendere l’attività della casa a un campo più esteso e più multiforme.

Intanto, col complicarsi de’ rapporti sociali e con l’avvento di uno stadio di economia più progredito ed elevato, la funzione degli schiavi sorpassava il ristretto ambito della cerchia domestica e si convertiva in qualche cosa di diverso e anche di opposto alla pura cooperazione della vita economica familiare.

Già la nuova fase dell’economia agricola, che al campo alimentatore della famiglia avea surrogato il latifondo con tutte le sue varie forme di produzione, variava, insieme alla primitiva posizione dello schiavo, il suo uso e il suo concetto più antico.

Ma ancora, con ciò, non è turbato quel carattere dell’economia antica che raccoglie nella stessa mano, come mezzi di produzione della medesima categoria il capitale e la mano d’opera. “Il lavoro sta così allo stesso grado della rendita fondiaria e lo schiavo al grado della terra, in modo che il lavoro come forza creatrice non ha rilievo in contrapposizione alla terra con cui esso crea. Quindi non si trova nell’economia romana la distinzione di capitale e lavoro, ma solo quella di sorta principale e frutto„[720].

Gli schiavi divenivano materia di speculazione. Erano comperati per dirozzarli, istruirli e poi rivenderli, come si faceva in casa di Catone il vecchio[721], e, appresso, date certe condizioni, se ne procurava la moltiplicazione e l’allevamento con l’esclusivo e precipuo scopo della vendita.

Si locavano, funzionando come una vera e propria forza di lavoro separata e indipendente dal capitale in cui il loro lavoro veniva incorporato, costituendo così una vera forma di salariato con tutti i suoi rapporti. Questo impiego degli schiavi, che s’incontra poi nel Digesto come un fatto ordinario, appare già, sia sotto forma di commodato che di locazione di opera, in giureconsulti della repubblica[722]. Crasso nelle speculazioni edilizie, a cui attendeva con ardore e con pari fortuna, forniva insieme, nella ricostruzione delle case incendiate, le aree comprate al ribasso e l’opera de’ suoi molti schiavi costruttori[723].

Si venivano così creando, anche nel seno della schiavitù e col suo mezzo, quella separazione e quell’antitesi del capitale e del lavoro, che dovevano costituire il carattere peculiare della nuova economia in contrapposizione dell’antica. La nuova fase dell’economia, con la divisione progrediente del lavoro, con i maggiori progressi tecnici, col bisogno di una educazione tecnica professionale rompeva l’insufficiente e chiusa cerchia della produzione casalinga e trovava nel salariato una forma più conveniente e più consentanea alla sua indole. Ma, per quella continuità che v’è tra il vecchio e il nuovo, per quella pressione lenta e assidua che infonde nelle vecchie instituzioni uno spirito nuovo e le adopera per nuovi bisogni, sformava il tipo genuino della schiavitù antica e le faceva assumere una forma ibrida, dandole l’impronta del salariato.

La schiavitù si sformava e si trasformava da tutti i lati.

Il _peculium_, sviluppandosi ed esercitando una funzione sempre più importante, non solo creava una nuova condizione morale allo schiavo, ma ne modificava radicalmente la posizione e la funzione economica e concorreva anch’esso a mutare il carattere dell’antica economia.

L’origine del _peculium_ era veramente antica, tanto che si cerca trovarne la traccia nelle XII tavole; ma quello stato di cose più antico lascia indurre che si trattasse di cosa nè straordinariamente diffusa, nè che raggiungeva una rilevante entità. Appresso, con l’ampliarsi delle aziende agricole, col crescere dell’opulenza e delle liberalità, questo gruzzolo, consistente in danaro ed in ogni altra specie di valore, sia come frutto di risparmi che come premio e come partecipazione tollerata all’industria e all’azienda del padrone, doveva crescere di proporzioni e divenire più diffuso. Il peculio poi si raccomandava come una maniera di eccitare nello schiavo uno degli stimoli dell’operosità non facile a trovarsi in esso, l’interesse, ed avvezzarlo a quelle abitudini di economia e di solerzia, che avrebbero poi potuto riflettersi ne’ suoi rapporti verso il padrone; tanto che il possesso di un peculio era come una commendatizia e un indizio di lodevole operosità in uno schiavo. Rispetto al padrone, quantunque si dicesse che il peculio non dovea servire ad alimentare lo schiavo, quest’opinione doveva andar soggetta a molte riserve, specialmente ne’ casi di carestia e in quelli, in cui, come ci vien riferito degli schiavi siciliani, si trascurava il mantenimento de’ servi, abbandonandoli quasi a sè stessi per quanto concerneva il procacciarsi i mezzi di esistenza. Poteva in ogni modo il peculio valere come una riserva pel padrone, sia come un eventuale prezzo di riscatto, sia (giacchè il diritto di proprietà rimaneva sempre presso il padrone) come un premio quasi di assicurazione pel caso di morte del servo o di fuga, già resa più difficile da un interesse che lo teneva legato alla casa del padrone.

L’estendersi poi degl’interessi e dell’attività della classe padronale a paesi lontani e a’ più disparati campi d’azione allentava o rompeva quel rapporto continuo e contiguo tra padroni e servi e faceva sì che costoro, pur essendo le braccia allungate del padrone, avessero bisogno di una maggiore libertà di movimento e quasi di una certa autonomia. La condizione, il sostrato e l’effetto, tutt’insieme, di questa nuova condizione di cose era appunto lo sviluppo del peculio, sia nel senso dell’estensione come in quello della sua importanza: ed è questa l’evoluzione del peculio, di cui la giurisprudenza attesta e riflette il punto di arrivo anche più che non il divenire, e che perciò viene a vicenda affermata e negata per determinati periodi, tanto accentuata n’è la linea generale e tanto impercettibili, nella loro continuità, ne sono i momenti[724].

Nel sesto secolo di Roma il peculio de’ servi ricorre, non solo nella giurisprudenza dell’epoca, ma nella commedia plautina, con tale frequenza che si può concepire quale importanza dovesse avere nella vita degli schiavi e nell’economia romana in generale[725].

Ora questo nucleo di ricchezza, virtualmente e legalmente di proprietà del padrone e realmente oggetto e base di una economia separata del servo, era appunto il germe sempre più fecondato di un nuovo rapporto tra schiavo e padrone, che poteva e doveva convertire la dipendenza personale assoluta in un rapporto prevalentemente economico.

Il crescente movimento commerciale cercava di rendere mobile ed attiva la ricchezza, e di questa tendenza sentiva naturalmente gli effetti il peculio, che tanto più poteva essere fonte di profitti, quanto più gli riesciva di guadagnare di libertà e di autonomia, riflettute l’una e l’altra sullo schiavo, che del peculio era come l’appendice, ma che, attraverso il peculio, riusciva ad avere moralmente, se non giuridicamente, una personalità che gli mancava.

“Se il peculio non era di regola la base economica dell’esistenza autonoma della persona soggetta a potestà, c’è tuttavia sempre da pensare che nel caso della sua evoluzione avesse sempre più, gradualmente, assunto il carattere di un fondo adibito in un’azienda autonoma. Non vi è neppure da dubitare che il numero de’ peculii investiti in questa maniera e adoperati a questo scopo crescesse straordinariamente nel periodo in questione„[726].

Così tra la fine della Repubblica e il principio dell’Impero qualche giurecunsulto ci parla di servi ch’erano nel fondo come coloni[727] e di servi a cui il padrone loca il fondo e dà i bovi[728]. Come si vede, il servo cessa di essere uno strumento materiale nelle mani del padrone per assumere verso di lui, malgrado la deficiente sua personalità, l’aspetto almeno di un contraente. L’uno e l’altro accenno, in ogni modo, alludono chiaramente a un’economia non solo separata ma, si può dire, contrapposta a quella del padrone, la cui funzione veniva praticamente a concretarsi non più nell’impiego diretto dello schiavo, ma in un benefizio indiretto ottenuto con la costituzione di un improprio contratto di locazione.

“Tanto per questi coloni, come per gli schiavi adoprati sempre più come artigiani col principio dell’Impero, noi possiamo intendere così la loro condizione: che i coloni come affittaiuoli di appezzamenti pagavano un tributo annuo; gli operai di città erano provveduti di un’officina o dovevano pagare al padrone una tangente (_Tantième_) del loro guadagno[729]. Così si creava tutto un complesso di esistenze, che il padrone non deve più sorvegliare e a cui non deve più provvedere„[730].

Dalla schiavitù stessa, così, per un’intima trasformazione sorgeva, in forma ibrida ma corrispondente a un’epoca di transizione, una categoria di artigiani e di salariati, che tenevano dell’antico e del nuovo, del lavoro libero e del lavoro servile, del primo de’ quali — staccati omai dalla stretta dipendenza personale — adempivano la funzione e del secondo risentivano l’origine e la condizione giuridica.

Era una trasformazione che esercitava la sua azione non solo sulla condizione de’ servi, ma anche sull’economia generale del tempo di cui era un portato e su cui reagiva.

“Nell’economia a schiavi — è stato osservato in uno studio su’ concetti economici fondamentali del _Corpus iuris civilis_[731] — nell’economia a schiavi scompare il concetto di capitale come quantità di ricchezza fecondata dal lavoro in opposizione al lavoro stesso, e l’economia ha a fare con aggregati di ricchezza, che non impropriamente sono stati designati col nome di sostanza domestica (_Oikenvermögen_). Ma, in realtà, naturalmente doveva accadere che da queste grandi masse se ne staccassero altre minori e dall’ambito dell’economia privata entrassero in quello dell’economia sociale; queste masse minori consistono in cose e costituiscono un _peculium_, ovvero sono rappresentate da danaro e costituiscono una _sors_.

“La prima esce dalla sostanza domestica solo esteriormente come patrimonio dello schiavo, non di fatto: l’altra assume una funzione autonoma come capitale mobile circolante.

“Il _peculium_ era importante, politicamente come un passaggio dalla schiavitù al servaggio, economicamente come un mezzo di rendere produttivo e mobile il patrimonio domestico, scientificamente in quanto con esso poteva realizzarsi una figura di capitale che si accosta molto al moderno.

Materia del _peculium_ può essere tutto ciò che può formare parte del patrimonio domestico; esso sorge dall’accumulo di prodotti ed è destinato ad una ulteriore produzione.

“Lo scindersi di peculî dal patrimonio domestico e la loro produttività rendeva, in linea di fatto, l’immagine dell’economia romana simile alla moderna. L’industria domestica divenne una industria con capitali mobili; il lavoro divenne mobile e riuscì ad avere azione sulla formazione del capitale: il danaro divenne sempre più la base della circolazione e degli scambi compiuti prima direttamente per mezzo degli stessi prodotti[732].

“Così, mentre il peculio si atteggiava nella sua forma esteriore a capitale produttivo, eppure tornava sempre e ancora alla massa improduttiva del patrimonio domestico, spunta come autonomo il capitale mobile in forma di prestito (_sors_)„.