Il tesoro del Presidente del Paraguay
Part 4
— Ma siamo in una regione che è poco battuta dai navigli.
— Lo so, ma possiamo incontrare qualche baleniere in rotta per le ragioni antartiche. Ah!
— Cos’hai?
— Guarda laggiù!.... Ancora quel dannato mostro che ci ha fatto salassare il pallone.
Infatti a quattro o cinque miglia verso l’est si vedeva emergere sulle onde una enorme massa nerastra, la quale gettava in aria delle nuvolette, emettendo contemporaneamente delle potenti note metalliche che parevano prodotte da una impetuosa colonna d’aria cacciata dentro un tubo di bronzo.
— È una balena senza dubbio, — disse Cardozo.
— No, deve essere invece un capodolio, poichè vedo una sola colonna di vapore. Un brutto mostro, figliuol mio, specialmente quando è irritato.
— Si avvicina molto rapidamente a noi.
— Fra pochi minuti sarà qui, poichè si dice che balene e capodolii percorrano la bagatella di 660 metri al minuto.
— Impiegano poco tempo allora a fare il giro del mondo.
— Un capitano baleniere, sotto i cui comandi feci una campagna, mi disse che basterebbero 47 giorni, seguendo l’equatore, supponendo che dodici ore al giorno siano sufficienti pel riposo e sole 24 ore per andare da un polo all’altro.
— Hai pescato delle balene adunque?
— Ne ho ramponata una presso il capo Horn, che aveva ventidue metri di lunghezza.
— Mi viene un’idea, marinajo.
— Di’ su, ragazzo mio.
— Se ci facessimo rimorchiare da quel mostro che vedo diretto verso la costa americana? Abbiamo un’àncora qui che ci può servire per...
— Là, là, tu sei pazzo. _Carrai!_ Non mi sento in vena di far una passeggiata in fondo al mare.
— Hai ragione, marinajo. Non avevo pensato che siffatti giganti possono tuffarsi a loro piacimento. Eccolo!... Per bacco, come è brutto!
Il capodolio, che s’avanzava con straordinaria velocità, non era allora che a poche centinaja di passi dall’aerostato, il quale aveva senza dubbio attirato la sua attenzione.
Era enorme e, solo a vederlo, anche dall’alto del pallone, cioè fuori d’ogni pericolo, metteva addosso un certo brivido. Misurava non meno di sedici metri, con un diametro di tre e mezzo e forse quattro, e la sua testa era così grande da eguagliare il terzo della lunghezza.
La sua bocca smisurata, capace di contenere parecchie botti e di assorbire un pesce-cane dei più grossi, mostrava certi denti conici che non dovevano pesare meno di quattro chilogrammi ognuno.
Giunto presso il pallone, che si trovava cinquanta o sessanta metri dalla superficie del mare, il mostro si fermò come colpito da meraviglia, guatandolo coi suoi brutti occhietti a riflessi giallastri, poi cominciò a dar segni di violenta collera, emettendo lunghe note e facendo spruzzare alta l’acqua colla sua potente coda bilobata.
Malgrado la sua mole, cominciò a muoversi con una vivacità straordinaria, seguendo il pallone, poi, sprofondandosi più che mezzo, con un vigoroso colpo di coda si slanciò d’un buon terzo fuori dell’acqua coll’enorme bocca aperta, tentando senza dubbio di arrivare fino alla navicella.
— Ah, mio caro, non siamo gente da lasciarci inghiottire come pesciolini, — disse il mastro. — Aspetta un po’ che ti darò io qualche cosa da masticare e che ci metterà al sicuro dai tuoi assalti.
Afferrò un sacchetto di zavorra e lo lanciò nelle fauci del gigante, che subito le chiuse con un colpo secco. Il pallone, così alleggerito, fece bruscamente un salto in aria, elevandosi di seicento metri, tanta è la sensibilità di siffatti veicoli aerei, ai quali basta la sottrazione di pochi grammi per innalzarsi.
Il capodolio, punto soddisfatto di quel cibo insolito e forse spaventato da quell’improvvisa elevazione del pallone, si rovesciò bruscamente su di un fianco, battendo con furore l’acqua, poi s’immerse, formando un largo vortice.
— Buona digestione! — gridò Cardozo.
In quell’istante, il sole sparve sotto l’orizzonte e la nera massa di vapori, che aveva già invaso quasi tutto il cielo, s’illuminò sotto la livida luce del primo lampo.
VI.
Una terribile notte.
La notte calava con rapidità estrema.
Gli ultimi bagliori del tramonto erano subito scomparsi come soffocati dalla brusca invasione delle nubi, che ora s’accavallavano verso l’orizzonte occidentale. Il mare aveva perduto i suoi riflessi sanguigni o madreperlacei ed era diventato nero come l’inchiostro.
Dopo il primo lampo una calma assoluta era succeduta. Il vento, come se volesse prima riprendere tutta la sua forza per la gran lotta che stava per impegnarsi, era cessato, e le nubi avevano arrestato la loro corsa.
Il pallone, non più spinto, rimaneva ora perfettamente immobile a circa cinquecento metri dalla superficie del mare, come se un’àncora lo trattenesse. Le sue pieghe, che poco prima si gonfiavano e si sgonfiavano, ora cadevano inerti, senza più produrre alcun strofinìo.
Il mastro, Cardozo e l’agente del Governo, in preda a vaghe inquietudini, erano diventati silenziosi, e guardavano con ansietà quel cielo calmo sì, ma che pareva da un istante all’altro dovesse sconvolgersi tutto e gareggiare coll’oceano, che stava pure per risvegliarsi.
Passarono due ore, durante le quali nessun rumore venne a turbare il silenzio che regnava nella navicella e la calma che regnava in quell’atmosfera, che si sentiva tuttavia carica di elettricità; poi un lampo abbagliante fendette il cielo da oriente ad occidente, come una immensa scimitarra, e nella profondità delle nubi rullò il tuono.
Parve quello un segnale. Un impetuoso colpo di vento, che pareva fosse uscito dalla fenditura fatta dalla prima scarica elettrica, si precipitò sull’oceano, corrugandone la tranquilla superficie, e scosse ruvidamente il pallone, cacciandolo innanzi a sè con estrema rapidità.
— Ci siamo, — disse Cardozo, che cercava di mostrarsi calmo. — Messer Eolo vuol divertirsi un po’ e ci farà danzare assai bruscamente.
— Purchè non guasti un po’ troppo la stoffa del nostro veicolo, — disse Diego, che esaminava con qualche inquietudine le pieghe dell’aerostato.
— Speriamo che resista, Diego. Ma... to’! mi pare che ritorniamo.....
— Hai ragione, Cardozo, — disse il mastro, guardando la bussola. — Questo è vento d’est e che vento!
— Allora ci spinge verso l’America.
— Ma sì, Cardozo, ci conduce a casa.
— Che la tempesta sia la benvenuta!
— Adagio, figliuolo. Abbiamo un vascello assai fragile e che porta in corpo una vera S. Barbara.
— Una S. Barbara? Non abbiamo più di cinque chilogrammi di polvere, marinajo.
— Ma abbiamo sul nostro capo non so quante centinaia di litri di gas infiammabile. Se un fulmine vi mette fuoco, siamo tutti spacciati.
— To! Non avevo pensato a questo. Bisognava mettere un parafulmine sulla cupola.
— E se mettessimo invece i fulmini sotto di noi? Che ne dici, Cardozo?
— Innalzandoci sopra le nubi?
— L’hai detto, ragazzo. Abbiamo un buon quintale di zavorra da gettare, e, scaricati di questo inutile peso, faremo un bel salto, te lo dico io.
— Ci terremo pronti ad alleggerirci, marinajo, e vedrai che faremo presto. Ma... ecco che il vento torna a cadere.
— Sta riprendendo le forze, Cardozo.
— _Carrai!_ Desidera un bicchierino?
— Non ne ha proprio bisogno. Corpo d’un vascello sventrato! Che oscurità! Non vedo più il mare.
— Ma lo odi brontolare.
— Più di prima.
— Scendiamo forse?
— Tuoni e fulmini! — esclamò il mastro, che si era avvicinato al barometro. — Scendiamo, figliuol mio.
— Brutto segno.
— Siamo a soli quattrocento metri.
— Gettiamo zavorra?
— Risparmiamola per ora: avremo sempre tempo per alleggerirci.
La calma, per alcuni istanti interrotta, era tornata. Il vento dopo i primi colpi di prova era nuovamente cessato e anche i lampi non apparivano più: però i tre aeronauti udivano sotto i loro piedi muggire sordamente l’oceano e sopra le loro teste rumoreggiare di quando in quando il tuono.
L’oscurità era ora tale che non si scorgevano più nè le nubi, nè la superficie del mare: però di tratto in tratto sopra e sotto il pallone brillavano delle misteriose luci che apparivano e scomparivano rapidamente, prodotte forse dalla comparsa di molluschi fosforescenti, che le onde travolgevano nella loro corsa, o dall’elettricità.
Alle 10 l’uragano non era ancora scoppiato e il vento non aveva ancora ripreso i suoi soffi. Cardozo e l’agente governativo, che si sentivano affaticati e volevano essere freschi per la gran lotta, si coricarono sui sacchi, cercando di addormentarsi.
Il mastro, rotto a tutte le fatiche, abituato a lunghe veglie, rimase a guardia, tenendo gli occhi fissi sul barometro, che lentamente si alzava, segnando la discesa dell’aerostato.
Ma dopo qualche ora, forse a causa della elettricità di cui era satura l’atmosfera, sia per le precedenti veglie, sia perchè tranquillizzato dalla calma che ancora regnava, a poco a poco chiuse gli occhi e si lasciò cadere a fianco dei compagni, che già russavano sonoramente.
Quanto dormì non lo seppe mai. Un chiarore intenso, accompagnato da un furioso tuonare e da un fischiare indiavolato e da assordanti muggiti, lo strappò bruscamente dal sonno.
Balzò rapidamente in piedi e guardò. Il cielo pareva in fiamme, solcato in tutte le direzioni da lampi lividi, azzurri e rossastri: il vento, scatenatosi improvviso, soffiava con estrema violenza, scuotendo disordinatamente l’aerostato, che fuggiva semi-rovesciato; in alto, le scariche elettriche tuonavano orrendamente e, sotto, il mare, sollevato a prodigiose altezze, muggiva e rimuggiva, scagliando ovunque nembi di candidissima schiuma.
— All’erta!... — gridò il mastro, aggrappandosi alle corde, per non cadere. — L’uragano!
Cardozo e l’agente abbandonarono precipitosamente il loro giaciglio.
— Ah! che musica! — esclamò il ragazzo. — Il maestro ha dato il segnale di principiare il concerto?
— Dove siamo? — chiese il signor Calderon, aggrappandosi ai bordi della navicella.
— Non ne so più di voi, signore, — rispose il mastro. — Ma mi pare che non siamo su di un letto di rose.
Un colpo di mare s’alzò dinanzi alla navicella e vi lanciò dentro un grande spruzzo.
— Tuoni e lampi! — esclamò il mastro, dando indietro. — Stiamo per inabissarci!
Si precipitò verso l’orlo della navicella e guardò. A soli venti o venticinque passi, l’oceano, sollevato dai furiosi colpi di vento, si rompeva con orribili muggiti, minacciando di inghiottire l’aerostato.
— Presto! presto! innalziamoci, o siamo perduti — gridò.
— Getta la zavorra! — comandò l’agente del Governo.
Una striscia di fuoco passò a pochi passi dal pallone, immergendosi nello spumante oceano, seguìta da una scarica così violenta da paragonarsi allo scoppio simultaneo di parecchi pezzi d’artiglieria.
Il mastro, che stava per afferrare i sacchetti, si arrestò titubante.
— Signore, — disse, volgendosi verso Calderon, — se io getto tutta questa zavorra, noi salteremo sopra le nubi.
— Lo so, rispose l’agente.
— Non verremo fulminati nell’attraversarle?
— Chi lo sa?
— Dunque?
— Lo stesso pericolo lo corriamo anche qui.
— Ma.....
Un’altra ondata si slanciò verso la navicella e la scosse violentemente. Il mastro non esitò più.
— Gettiamo, Cardozo!
Afferrarono i sacchi e li lanciarono in mare.
— Saldi in gambe! — gridò l’agente.
Il pallone, alleggerito bruscamente di oltre cento chilogrammi, fece un balzo immenso e s’innalzò con vertiginosa rapidità verso lo nubi.
— Diego! — esclamò Cardozo, che si teneva aggrappato con disperata energia alle corde. — Mi manca il respiro!
— Tieni saldo, ragazzo... — rispose il mastro.
— Che si rovesci il pallone?
— Non temere: salirà senza malanni.
— Non vedo più il mare.
— Tanto meglio!
Il pallone, semi-rovesciato dall’impeto del vento che ruggiva e fischiava attraverso la rete e le corde, saliva sempre, facendo ondeggiare disordinatamente la navicella, la quale In certi momenti pareva che fosse lì lì per rovesciarsi. Ora pareva che stesse per arrestarsi e rallentava l’ascensione, ma poi, come se avesse ripreso nuove forze, balzava attraverso le tenebre con improvvisi salti che spostavano le casse e i barilotti dei viveri, rovesciando gli uomini gli uni addosso agli altri.
Ad un tratto una fittissima nebbia lo avvolse tutto; mentre sotto e sopra scariche violentissime, le une secche secche e le altre lunghe, interminabili, si succedevano con rapidità straordinaria, assordando gli aeronauti.
— Diego! — esclamò Cardozo, che cominciava ad aver paura, non vedendo più nulla attorno a sè, tanta era fitta la nebbia. — Dove sei?
— Sono qui, figliuol mio, — rispose il mastro con voce leggermente tremula e che indicava come anche lui non fosse tranquillo.
— Ma dove siamo noi? Non vedo più nulla.
— Siamo entrati nelle nubi, — rispose una voce, che fu riconosciuta per quella del signor Calderon.
— Nelle nubi! — esclamò Diego. — Ma questa nebbia non bagna, signore!
— Avviene di rado che nelle regioni dell’aria il vapore acqueo sia umido, — rispose l’agente. — Saliamo?
— Sempre, signore, — rispose Cardozo.
D’improvviso la nera massa, che pareva si agitasse rapidamente, si illuminò tutta d’una luce vivissima, e una immensa lingua di fuoco la solcò dall’alto in basso, seguita da una acuta detonazione, che fece oscillare violentemente l’aerostato e le corde della navicella.
— La folgore! — esclamò il mastro impallidendo. — Dio ci protegga!
— Scendiamo, Diego! — disse Cardozo.
— No! — esclamò l’agente del Governo, che anche in quel terribile frangente conservava la sua abituale calma. — Più su, più su.
— Ma il pallone si squarcerà, signore!
— Tanto peggio!... Se si deve...
Uno scoppio violentissimo soffocò la sua voce. Cardozo mandò un grido.
— Cosa succede? — chiese il mastro, che provò una stretta al cuore. — È il pallone che scoppia?
Tre o quattro lingue di fuoco balenarono a destra e a sinistra e sparvero nel seno delle nubi, lasciandosi dietro delle emanazioni asfissianti. Una detonazione spaventevole, paragonabile solo allo scoppio di una polveriera, scosse furiosamente gli strati dell’aria, sfondando con urto irresistibile le nubi, che si squarciarono in mille luoghi.
Il pallone si allungò, poi si allargò come se volesse scoppiare, oscillò violentemente a destra e a sinistra, quindi fece un balzo in aria così improvviso da rovesciare gli aeronauti l’uno sull’altro.
Quando questi si alzarono, la fitta nebbia più non li circondava. Il pallone si librava in una atmosfera purissima, trasparente, dolcemente illuminata dagli azzurrognoli raggi della luna, la quale vagava fra miriadi di scintillanti stelle. Solamente la temperatura era diventata bruscamente freddissima e il termometro continuava ad abbassarsi rapidamente.
— Dove siamo noi? — si chiese Diego, che cadeva di sorpresa in sorpresa. — Siamo caduti sul polo, o dove?
— Saliamo, marinajo, — rispose Cardozo.
— Ancora?
— Quattromila metri, e il barometro precipita.
— Ma questo pallone non si fermerà più?
— Faremo un altro salasso, Diego.
— Per tornare fra le nubi? No, ragazzo mio, non ci tornerò più io là in mezzo. Ti confesso che ho provato una certa paura.
— Io mi credeva spacciato, Diego. Ma dove sono le nubi, che non le vedo più?
— Almeno a millecinquecento metri sotto di noi. Non odi questi tuoni?
— Saliamo molto in fretta. Quattromila e cinquecento metri!..... Che capitombolo, se il pallone perdesse improvvisamente le sue forze!
— Ma si comporta sempre bene, fortunatamente; è vero, signor agente?
— Troppo bene, — rispose il signor Calderon. — Se continua a salire, ci darà degli altri pensieri.
— Bah! Del freddo non abbiamo paura. Ma... corpo d’un vascello sventrato!... Si comincia a gelare!...
— Sei gradi sotto zero, — disse Cardozo.
— Bisognerà prendere le coperte, se la continua ancora un po’. Ma!... to’!... è il freddo, o qualche cosa d’altro?... Si direbbe che i miei polsi galoppano e che...
— La nostra macchina funziona male, — disse Cardozo. — Mi pare di essere... È strano! Si direbbe che io ho bevuto una bottiglia di _câna_ (acquavite).
— Infatti, anche la mia testa gira, e i miei occhi vedono doppio. Cosa mai sta per succedere?
— Dimmi, Diego: sono pallido io?
— Pallidissimo, figliuol mio.
— E anche tu.
— Oh!... un marinajo della mia specie che diventa pallido!... Sono diventato una femminuccia? Eppure non ho paura, te lo giuro.
— Ci sarà una causa, Diego.
— Che sia il gas?
— Ma io non sento alcun odore. Brrr!... che freddo cane!... Più saliamo e più l’aria diventa gelata. Cinquemilacinquecento metri!...
— E saliamo ancora!... Si direbbe che il pallone vuol cadere sulla luna.
— Che sia attratto dal satellite?... Ah!...
— Cos’hai, figliuol mio? Io comincio ad aver delle vaghe paure.
— Sento che le mie forze se ne vanno, marinajo, e che mi assale una certa nausea... Eppure non ho mai provato il mal di mare.
— _Carrai_!... bisogna pensare a qualche cosa. Ho la lingua che stenta ad articolare le parole, il polso galoppa sempre più, ho la faccia in congestione e per di più provo delle vertigini!... Signor Calderon!...
L’agente non rispose: senza che i suoi compagni si fossero accorti, si era adagiato su di una cassa, colle mani strette attorno al capo, e pareva che dormisse, quantunque i suoi occhi fossero aperti, anzi addirittura sbarrati.
— Signor Calderon! — ripetè il mastro, che nel vedere quell’uomo in quello stato provò un senso di vera paura. — Vi sentite male?...
Non ottenendo ancora risposta, fece per avvicinarglisi, ma un grido mandato dal ragazzo lo arrestò.
— Diego!... Diego!... — esclamava Cardozo coll’accento di vivo terrore. — Soffoco!... Non mi reggo più!...
Il mastro si slanciò verso di lui e lo ricevette fra le braccia.
— Figliuol mio!... Cosa... Cosa hai? Gran Dio! Del sangue!...
Infatti il povero ragazzo, ch’era diventato pallido come un cadavere e che respirava furiosamente come se gli venisse meno l’aria, aveva del sangue sulle labbra e attorno agli occhi.
— Signor Calderon!... — esclamò il marinajo. — Aiuto!... Cardozo muore!...
Ad un tratto si sentì venir meno le forze, intorbidire la vista e gli parve che il ventre a poco a poco gli si gonfiasse. Lasciò il ragazzo, che non dava ormai più segno di vita, e si aggrappò disperatamente ai bordi della navicella.
— Ajuto... aju... to!... — balbettò; ma la sua voce si perdette senza risposta nella gelida atmosfera. — Soffo..... co!..... Si..... gnor..... Cal..... deron..... aju..... to!..... — ripetè.
Una voce appena distinta gli giunse agli orecchi: — A..... pri!..... a..... pri..... la... val... — Era quella dell’agente del Governo.
Il mastro comprese. Facendo uno sforzo disperato, afferrò la funicella e con uno strappo violento aprì la valvola; ma subito le forze gli mancarono e cadde all’indietro svenuto, mentre il gas sfuggiva, scoppiettando, dall’apertura.
VII.
Terra! Terra!
Se i due marinai del _Pilcomayo_ e l’agente del Governo non fossero stati alle loro prime armi in fatto di ascensioni, avrebbero senza dubbio compreso subito che quegli strani fenomeni ad altro non erano dovuti che all’eccessiva altezza a cui era salito il pallone in causa dell’improvviso getto di tutta la zavorra, fenomeni che potevano condurre a gravissime, anzi a fatali conseguenze.
Il male degli aeronauti, che un tempo si credeva prodotto da un’azione meccanica, ossia dalla sottrazione della pressione atmosferica, e che invece è dovuto alla diminuzione della tensione dell’ossigeno, che a certe altezze non penetra più nel sangue in quantità sufficiente per mantenere le combustioni vitali nel loro stato di energia normale, è stato per lungo tempo oggetto di studi e ha dato luogo alle più strane dicerie. Se ne son dette d’ogni specie e se ne sono raccontate d’ogni colore su questo male, che viene anche chiamato delle montagne, manifestandosi simili fenomeni anche sulle vette molto elevate.
Degli aeronauti hanno narrato persino che il sangue, ad una grande elevazione, usciva a catinelle dai pori della faccia e dagli orecchi. Robertson ha detto che gli si gonfiò il capo in siffatta guisa da non essere stato di poi più capace di mettersi il cappello.
Studi più coscienziosi e più recenti hanno modificato in parte tutte quelle dicerie, non escludendo però che, ad una grande elevazione, la morte possa colpire l’aeronauta.
Secondo queste osservazioni, si notò che i primi fenomeni del male degli aeronauti si manifestano a 2150 metri, altezza corrispondente all’altipiano del Messico. La pressione è di 590 millimetri, e il polso batte 70 volte al minuto.
A 4150 metri la pressione è di 450 millimetri e il polso batte 84 volte al minuto; si manifesta un principio di nausea, il ventre comincia a gonfiarsi, si provano delle vertigini e si sente la faccia in congestione.
A 6000 metri il polso, strano fenomeno, ridiscende a 70; si prova uno sbalordimento, la vista si offusca, le forze cominciano a mancare, si pena assai a muovere anche la sola testa, la lingua si paralizza.
A 7000 si cade svenuti, se non si hanno canne d’ossigeno; a 8000 il sangue spiccia dalle labbra e si muore uccisi talvolta anche dal freddo, che a quell’altezza è veramente terribile.
Fortunatamente il signor Calderon, che, quantunque semisvenuto, conservava ancora un po’ di lucidità, colle ultime parole aveva impedito al pallone di salire a quell’immensa altezza, dove tutti e tre avrebbero certo trovato la morte.
Il mastro, che, essendo più vigoroso degli altri, aveva più resistito alla terribile prova, anche nella caduta non aveva abbandonato la funicella, lasciando così sfuggire il gas. Il pallone, dopo di essere salito per alcuni metri ancora, aveva ricominciato la discesa con una rapidità così notevole che tre o quattro minuti dopo si trovava a soli cinquemila metri.
Quel ritorno nelle regioni dell’aria respirabile produsse pronti e maravigliosi effetti. Il mastro, che pochi minuti prima pareva morto, ben presto si scosse, si stropicciò gli occhi, aprì le mascelle, aspirando rumorosamente l’aria, poi si rizzò sulle ginocchia, guardando i compagni, che pareva dormissero tranquillamente.
— Oh!... — esclamò egli con stupore. — Sono morto, o vivo?... Se non mi trovassi ancora in questa navicella col pallone sulla testa e il mio Cardozo a fianco, direi che sono tornato in vita in quell’altro mondo... Ma cosa è successo?... Che il diavolo mi porti se io capisco qualche cosa!... Il capitano doveva avvertirmi dei brutti giuochi che fanno questi vascelli dell’aria... Ma dove siamo noi?
Si alzò, lasciando libera la fune della valvola, e si curvò sul bordo della navicella.
Ad una distanza di duemila o duemilacinquecento metri egli scorse una grande massa nera, che di quando in quando s’illuminava d’azzurro o di rosso e che veniva solcata in tutte le direzioni da lingue di fuoco che parevano folgori, tanto erano rapide. Dei sordi brontolii salivano accompagnati da strani ruggiti che parevano prodotti da un vento furioso.
— Devono essere le nubi, — diss’egli. — Siamo ancora alti assai; ma, se non m’inganno, il pallone scende con una certa rapidità. Temo di averlo salassato un po’ troppo.
Lasciò il posto, si curvò su Cardozo e lo sollevò delicatamente, chiamandolo a più riprese. Il giovanotto aprì subito gli occhi ed emise un sonoro sternuto.
— Come ti senti, figliuol mio? — gli chiese premurosamente il mastro.
— Ma benone, marinajo, — rispose Cardozo. — Ma... ho dormito io forse?...
— No, sei caduto svenuto.
— Sì... sì... ora mi ricordo... stavo assai male, la testa mi girava, il polso batteva furiosamente, il ventre mi si gonfiava... Eppure ora provo un gran benessere.
— Lo credo.
— E il signor Calderon dov’è?...
— Qui, — rispose l’agente, che si rizzava lentamente.
— Ben felice di vedervi ancora vivo, signore, — gli disse Diego. — Mi spiegherete ora cosa ci è successo.
— Il pallone scende?
— Sì, signore.
— La discesa ci ha salvati.
— Perchè? — chiesero ad una voce il mastro e Cardozo.
— Il nostro svenimento è stato causato dalla grande elevazione a cui era giunto l’aerostato, — disse l’agente. — Settemila metri!.... A simile altezza non si può vivere.
— E perchè non dirmelo prima? — chiese il mastro. — Avrei fatto il salasso a tempo opportuno.